Andrea Zanzotto è sempre rimasto
intensamente attaccato alla sua terra, allontanandosene di rado: le
frequentazioni universitarie, il servizio militare e la successiva
partecipazione alla guerra di resistenza, una parentesi di lavoro in
Austria ed i pochi viaggi per rispondere agli obblighi del suo lavoro
di letterato. Se si presenta come apparentemente scarna la biografia,
ampia invece è la produzione poetica che assieme ad un mai interrotto
lavoro di saggistica ed a qualche prova di narrativa, copre un arco di
tempo che va dall’immediato dopoguerra fino ai giorni nostri.
Anagraficamente Andrea Zanzotto rientra in quella «prima generazione
postbellica» che risponde ad una «insolitamente vasta chiamata alla
poesia», «nel clima di generico, ma intenso e fortemente partecipato,
risveglio culturale e di fervida ripresa della parola» .
La poesia di Zanzotto comincia a circolare nell’ambiente letterario
intorno agli anni ’50, e pur premiata dall’avallo di una giuria
straordinaria che gli assegnò proprio in quell’anno il premio San
Babila (formata da Ungaretti, Montale, Quasimodo, Sinisgalli e Sereni ), le sue prime opere (Dietro il paesaggio pubblicata nel 1951 da Mondadori, Elegia ed altri versi nel 1954 da La Meridiana, e Vocativo
pubblicato nel 1957 sempre da Mondadori) vennero apparentemente
ignorate da critica e pubblico. Zanzotto appariva come un isolato,
prezioso continuatore del verbo ermetico, e la sua poesia come
strettamente legata alle poetiche dell’anteguerra, se non addirittura ad
istanze tardo-romantiche e decadendistiche. Leggendo i versi tratti
dalle sue prime opere, si comprende bene per quale motivo all’apparire
delle tre raccolte sopracitate vennero rivolte a Zanzotto, da più parti,
in un clima letterario contraddistinto dall’affermazione del
neorealismo, varie critiche di astrattezza, e soprattutto di avere
atteso ad una poesia contenutisticamente fuori dalla storia, non
engagèe, e formalmente arretrata.
L’insorgere d’una nevrosi nei primi anni cinquanta, le crisi di
insonnia ed il ricorrere dell’idea della morte, oltre naturalmente
l’ambiente di nascita appartato delle colline dell’alto Veneto, da soli
non bastano comunque a giustificare questa posizione iniziale di
apparente ritardo in Zanzotto; bensì più complesse motivazioni
culturali si intrecciano ad una naturale predisposizione alla poesia
come «parola» lanciata oltre, come momento «eroico», e del poeta come
«legislatore, sacerdote, agnello da sacrificio», come ha giustamente
sottolineato Fortini.L’epilogo del
suo scontro con l’allora imperante neorealismo si ebbe nel 1954 al
convegno letterario di San Pellegrino, dove era previsto che nove
autori affermati presentassero nove esordienti, Zanzotto venne
presentato da Ungaretti; e nella serata finale si rese protagonista in
un acceso dibattito sulle prospettive della letteratura con Calvino: quest’ultimo su posizioni di ortodossia militante, l’altro su posizioni esistenzialiste.
E’ innegabile effettivamente nelle prime opere di Zanzotto un costante
tentativo di rimuovere la contingenza storica, e difatti egli stesso
affermerà: «Nei miei primi libri, io avevo addirittura cancellato la
presenza umana, per una forma di “fastidio” causato dagli eventi
storici; volevo solo parlare di paesaggi, ritornare a una natura in cui
l’uomo non avesse operato. Era un riflesso psicologico alle
devastazioni della guerra. Non avrei potuto più guardare le colline che
mi erano familiari come qualcosa di bello e di dolce, sapendo che là
erano stati massacrati tanti ragazzi innocenti.»
Questo fastidio per la storia, più che al trauma della guerra o ad un
disinteresse per l'istoriale corrente (come scriverà nelle Ecloghe), è in realtà anche dovuto ad una convinta e particolare visione della letteratura come testimone e direttrice di un mondo autre,
come potere che non associandosi col Potere ne denuncia le
contraddizioni. E per questo la sua ricerca si dirigerà verso una poesia
forte del «coraggio di guardare in faccia il vero anche se con
infinite difficoltà e col pericolo di aggirarsi in un labirinto» e che
abbia in questo «il suo onore». Il discorso metalinguistico e metapoetico ampiamente presente nelle prime opere di Zanzotto assume a partire dalla raccolta IX Ecloghe
del 1962 una connotazione consapevolmente autoironica, che porta il
poeta a prendere le distanze dalla realtà percepita come inautentica,
dal vissuto soggettivo e dalla stessa tensione lirica, considerati
definitivamente contaminati e menzogneri. Da una posizione
privilegiata, interna ma allo stesso tempo il più possibile distaccata
ed obiettiva, disincantata, egli considera l’attualità della poesia, in
quanto tale, nel mondo moderno, a contatto quindi con l’alienazione del
vivere, con le rivoluzioni tecnologiche, e con le più attuali
formulazioni epistemologiche. Il
disincanto e la distanza critica comportano la rottura programmatica
dell’orizzonte di letterarietà, il paesaggio letterario, al quale
s’affidava ancora quasi interamente la lingua di Zanzotto, e l’apertura
di questa ad inserti storici.Siamo
orami alle soglie d’una piena maturazione letteraria e umana, e gli
anni a seguire segneranno un’accrescimento generale dell’interesse nei
confronti di questo poeta, ed un sempre maggiore e più consapevole
approfondimento della sua ricerca poetica.
Il 1959 porta a Zanzotto, oltre al matrimonio, il premio Cino Del Duca
(giuria presieduta da Montale); nel 1960 inizia a collaborare con «Il
Caffè» di Vicari (rivista che riunirà alcuni tra i più interessanti
scrittori italiani: Arbasino,
Calvino, Volponi), e nel 1961 al Congresso Internazionale Silver Caffè
conosce Tristan Tzara, padre fondatore del movimento dadaista. Nel
1964 Zanzotto ha l’occasione di incontrare il filosofo tedesco Ernst
Bloch, e nello stesso anno esce la raccolta di racconti e prose per le
edizioni Neri Pozza Sull’altopiano.Nel 1968 presso Mondadori viene pubblicata La Beltà,
opera che renderà manifeste le conquiste di questo autore nel campo del
linguaggio, e che sarà da molti accolta come la sua più importante
prova poetica.Il linguaggio poetico destrutturato psicanalitico e magmatico è protagonista dell’edizione semiclandestina Gli Sguardi i Fatti e Senhal,
pubblicata a spese dell’autore in poche preziosissime copie nella
stamperia della sua Pieve di Soligo. Il tema che fa da sfondo a questo
polifonico poemetto è la conquista della luna da parte dell’uomo, vista
come violazione e violenza del mito e dell’aura poetica.Gli
ultimi anni sessanta ed i primi settanta sono anni di intense
collaborazioni, viaggi letterari e preziosi incontri, e vedono il
valore del poeta finalmente riconosciuto ed apprezzato.Nel 1970 l’editore Scheiwiller stampa un volumetto di poesie giovanili di Zanzotto con il titolo A che valse?.Nel 1973 viene pubblica, ancora per Mondadori, Pasque, e la prima fortunata antologia Poesie (1938-1972)
a cura di Stefano Agosti. Importantissimo l’incontro che avviene nel
1976 con Federico Fellini, e che inaugura una feconda collaborazione tra
i due: Zanzotto sarà cosceneggiatore del Casanova, de La città delle donne e de E la nave va.Il poeta trarrà da quest’esperienza l’ispirazione per la sua composizione dialettale Filò, pubblicata nello stesso 1976 dalle edizioni del Ruzante di Venezia (corredata da cinque disegni di Fellini).Il Galateo in Bosco vince il premio Viareggio nel 1979 e Fosfeni vince il premio Librex-Montale nel 1983.
Zanzotto è ormai ampiamente riconosciuto e tradotto in varie lingue, e
raccoglie nel 1991 i suoi interventi critici apparsi precedentemente
su quotidiani e riviste nel volume edito da Mondadori con il titolo di Fantasie di Avvicinamento, seguito nel 1994 da Aure e disincanti del Novecento letterario.Nel 1996 esce presso Donzelli, dopo dieci anni dall’ultima pubblicazione poetica, Meteo, e nel 2001 ancora una volta per Mondadori Sovrimpressioni.Il
lavoro letterario di Andrea Zanzotto sembra racchiudere in sé le più
importanti riflessioni sull’esperienza poetica formulate nel ‘900, e
apre le porte a un modo nuovo di poetare nell’Italia contemporanea. Che
le sue motivazioni iniziali siano state di carattere etico
esistenziale più che ideologico, non ha significato né comportato da
parte sua, se non forse apparentemente, una chiusura totale nei
confronti della storia, né un venir meno di quella tensione etica che
spinge verso un cambiamento nel divenire della stessa. Se alcuni in
quegli anni lavoravano sui contenuti, con motivazioni storiografiche o
pedagogiche, con dichiarati e militanti intenti progressivi, Zanzotto
agiva ad una diversa profondità, partiva da una posizione che metteva in
primo piano la parola, come unico mezzo dato all’uomo per conoscere e
dare senso alla realtà. Sentiva la necessità di ristabilire un rapporto
di comunicazione con la realtà circostante ed era mosso dalla volontà
di restituire all’atto poetico una sua validità sociale.
Naturalmente mettere in discussione la capacità di reale e autentica
significazione del linguaggio pone inquietanti interrogativi non solo
circa la comunicazione intersoggettiva delle esperienze individuali, ma
anche riguardo al senso stesso dell'esperienza e alla conoscibilità
del mondo. In una intervista
Zanzotto dichiarava a proposito della poesia : «Per quanto mi riguarda
ho il sospetto che la poesia non sia affatto scrivere; il poeta non è
scrittore nel senso corrente della parola; direi anzi che arriva ad
odiare lo scrivere forse perché si sente in qualche modo costretto al
suo gesto si tratta di scalfire, scalpellare, graffiare la lingua o di
sprofondarvi più che di usarla. Nella poesia qualcosa è al di là e al
di fuori dello scrivere. Ed è
appunto questo atteggiamento che il nostro poeta ha assunto in tutti
questi anni, impegnandosi a ricreare nel proprio laboratorio una lingua
rinnovata ed autentica, una parola intesa come assoluta, fondo
incrollabile dell’essere, ed è proprio in questo più che nello stile il
suo ermetismo. Ma se è vero che
Andrea Zanzotto esce dalla storia per mezzo d’un linguaggio astratto ed
allusivo, iperletterario, che nella prima opera si configura come
paesaggio dietro al quale rifugiarsi, è anche vero che è sempre per
mezzo del linguaggio che vi rientra dopo un lungo percorso di ricerca e
sperimentazione, dopo avere restituito alla parola una piena, o se non
altro, più autentica capacità di significazione e comunicazione.L'oscurità
che deriva da questo modo di intendere la poesia non ha nulla di
gratuito, poiché la poesia per Zanzotto è un viaggio nell'oscurità alla
ricerca dell'illuminazione, è un aggirarsi nei vari labirinti
dell'esistenza (labirinti psichici, linguistici, storici, culturali),
alla ricerca di una via per uscirne. Questa assume allora una funzione
del tutto particolare di investigazione del caos, del labirinto, e di
ricerca dei possibili barlumi di significato che consentano l'auspicata
inversione di tendenza.
Appare fuori luogo un consuntivo dell’opera di questo autore, essendo
egli vivo ed in attività. È tuttavia importante chiarire come il
metodo, la ricerca, gli esiti formali ed i nuclei tematici, l’opera
tutta zanzottiana, siano momenti poetici e personali di una teoria
della letteratura e dell’uomo d’oggi, che vede questa come principio di
resistenza alla disgregazione ed all'ottenebramento che sembra tutto
involgere e coinvolgere
Nessun commento:
Posta un commento