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giovedì 23 dicembre 2021

Il giuramento di Pontida


 Il giuramento di Pontida 

L'han giurato. Gli ho visti in Pontida
convenuti dal monte, dal piano.
L'han giurato; e si strinser la mano
cittadini di venti città.
Oh, spettacol di gioia! I lombardi
son concordi, serrati a una lega;
lo straniero al pennon ch'ella spiega,
col suo sangue la tinta darà.
Più sul cener dell'arso abituro
la lombarda scorata non siede.
Ella è sorta. Una patria ella chiede
ai fratelli, al marito guerrier.
L'han giurato. Voi, donne frugali
rispettate, contente agli sposi,
voi che i figli non guardan dubbiosi,
voi ne' forti spiraste il voler.
Perché ignoti che qui non han padri,
qui staran come in proprio retaggio?
Una terra, un costume, un linguaggio
Dio lor anco non diede a fruir?
La sua parte a ciascun fu divisa.
È tal dono che basta per lui.
Maledetto chi usurpa l'altrui,
chi 'l suo dono si lascia rapir!
Su lombardi! Ogni vostro comune
ha una torre, ogni torre una squilla:
suoni a storno. Chi ha in feudo una villa
co' suoi venga al comun ch'ei giurò.
Ora il dado è gettato. Se alcuno
di dubbiezze ancor parla prudente,
se in suo cor la vittoria non sente,
in suo core a tradirvi pensò.
Federigo? egli è un uom come voi,
come il vostro, è di ferro il suo brando.
Questi scesi con esso predando,
come voi veston carne mortal.
Ma son mille! più mila! - Che monta?
Forse madri qui tante non sono?
Forse il braccio onde ai figli fer dono
quanto il braccio di questi non val?
Su! nell'irto, increscioso Alemanno,
su, Lombardi, puntate la spada,
fate vostra la vostra contrada,
questa bella che il ciel vi sortì.
Vaghe figlie del fervido amore,
chi nell'ora dei rischi è codardo,
più da voi non isperi uno sguardo,
senza nozze consumi i suoi dì.
Presto, all'armi! Chi ha un ferro, l'affili;
chi un sopruso patì, sel ricordi;
via da noi questo branco d'ingordi!
Giù l'orgoglio del fulvo lor sir!
Libertà non fallisce ai volenti,
ma il sentier de' perigli ell'addita;
ma promessa a chi ponvi la vita,
non è premio d'inerte desir!
Gusti anch'ei la sventura e sospiri
l'Alemanno i paterni suoi fochi:
ma sia invan che il ritorno egli invochi,
ma qui sconti dolor per dolor.
Questa terra ch'ei calca insolente,
questa terra ei la morda caduto;
a lei volga l'estremo saluto,
e sia il lagno dell'uomo che muor.

Giovanni Berchet

lunedì 3 febbraio 2020

Tutti gli uomini,



" Tutti gli uomini, da Adamo in giù
fino al calzolaio che ci fa i begli stivali,
hanno nel fondo dell'anima una tendenza alla poesia. " 

Giovanni Berchet

lunedì 23 dicembre 2019

MATILDE




La fronte riarsa,
Stravolti gli sguardi;
La guancia cosparsa
D’angustia e pallor:
Da sogni bugiardi
Matilde atterrita,
Si desta, s’interroga,
S’affaccia alla vita,
Scongiura i fantasmi
Che stringonla ancor:

«Cessate dai carmi;
Non ditelo sposo:
No, padre, non darmi
All’uomo stranier.
«Sul volto all’esoso,
Nell’aspro linguaggio
Ravvisa la sordida
Prontezza al servaggio,
L’ignavia, la boria
Dell’austro guerrier.

«Rammenta chi è desso,
L’Italia, gli affanni;
Non mescer l’oppresso
Col sangue oppressor.
«Fra i servi e i tiranni
Sia l’ira il sol patto. —
A pascersi d’odio
Que’ perfidi han tratto
Fin l’alme più vergini
Create all’amor.» —


E sciolta le chiome,
Riversa nel letto,
Dà in pianti siccome
Chi speme non ha.
Serrate sul petto
Le trepide braccia,
Di nozze querelasi
Che niun le minaccia,
Paventa miserie
Che Dio non le dà.

Tapina! L’altare,
L’anello è svanito;
Ma innanzi le pare
Quel ceffo tuttor.
Ha bianco il vestito:
Ha il mirto al cimiero;
I fianchi gli fasciano
Il giallo ed il nero,
Colori esecrabili
A un italo cor.


Giovanni Berchet

IL TROVATORE romanza



Va per la selva bruna
Solingo il trovator
Domato dal rigor
 Della fortuna.

La faccia sua sì bella
La disfiorò il dolor;
La voce del cantor
 Non è più quella.


Ardea nel suo segreto;
E i voti, i lai, l’ardor
Alla canzon d’amor
Fidò indiscreto.

Dal talamo inaccesso
Udillo il suo signor:
L’improvido cantor
Tradì sè stesso. —

Pei dì del giovinetto
Tremò alla donna il cor,
Ignara fino allor
Di tanto affetto.

E supplice al geloso,
Ne contenea il furor:
Bella del proprio onor
Piacque allo sposo.

Rise l’ingenua. Blando
L’accarezzò il signor:
Ma il giovin Trovator
Cacciato è in bando.

De’ cari occhi fatali
Più non vedrà il fulgor,
Non berrà più da lor
L’obblio de’ mali.
   
Varcò quegli atri muto
Ch’ei rallegrava ognor
Con gl’inni del valor,
Col suo liuto.

Scese ― varcò le porte —
Stette ― guardolle ancor:
E gli scoppiava il cor
Come per morte. ―


Venne alla selva bruna:
Quivi erra il Trovator,
Fuggendo ogni chiaror
Fuor che la luna.

La guancia sua sì bella
Più non somiglia un fior;
La voce del cantor
Non è più quella.


Giovanni Berchet

ALL’ARMI! ALL’ARMI!


ODE scritta in occasione delle
Rivoluzione di Modena e Bologna scoppiate nel 1830
Su, Figli d’Italia! su, in armi! coraggio!
Il suolo qui è nostro: del nostro retaggio
Il turpe mercato finisce pei re.
Un popol diviso per sette destini,
5In sette spezzato da sette confini,
Si fonde in un solo, più servo non è.

Su, Italia! su, in armi! Venuto è il tuo dì!
Dei re congiurati la tresca finì!
Dall’Alpi allo Stretto fratelli siam tutti!
Su i limiti schiusi, su i troni distrutti
Piantiamo i comuni tre nostri color!
Il verde, la speme tant’anni pasciuta;
Il rosso, la gioia d’averla compiuta:
Il bianco, la fede fraterna d’amor.

Su, Italia! su, in armi! Venuto è il tuo dì
Dei re congiurati la tresca finì!

Gli orgogli minuti via tutti all’obblio!
La gloria è de’ forti. — Su, forti, per Dio,
Dall’Alpi allo Stretto, da questo a quel mar
Deposte le gare d’un secol disfatto,
Confusi in un nome, legati a un sol patto,
Sommessi a noi soli giuriam di restar.

Su, Italia! su, in armi! Venuto è il tuo dì!
Dei re congiurati la tresca finì!

Su, Italia novella! su, libera ed una!
Mal abbia chi a vasta, secura fortuna
L’angustia prepone d’anguste città!
Sien tutte le fide d’un solo stendardo!
Su, tutti da tutte! Mal abbia il codardo,
L’inetto che sogna parzial libertà!

Su, Italia! su, in armi! Venuto è il tuo dì!
Dei re congiurati la tresca finì!

Voi chiusi ne’ borghi, voi sparsi alla villa,
Udite le trombe, sentite la squilla
Che all’armi vi chiama dal vostro Comun!
Fratelli, a’ fratelli correte in aiuto!
Gridate al Tedesco che guarda sparuto:
L’Italia è concorde; non serve a nessun.
 
Giovanni Berchet

Giovanni Berchet


 

(Milano, 23 dicembre 1783Torino, 23 dicembre 1851)
è stato un poeta, scrittore e letterato italiano, tra gli esponenti più significativi del romanticismo.
Nacque nel palazzo situato nella attuale via Cino del Duca da Federico e da Caterina Silvestri, primo di otto fratelli. Il padre era un commerciante di tessuti di Nantua in Svizzera. Da giovane fu traduttore non solo di opere poetiche all'avanguardia, che esprimevano il nuovo gusto romantico, come l'ode "Il bardo" di Thomas Gray, ma anche di romanzi, come "Il vicario di Wakefield" di Oliver Goldsmith. Nel 1816 fu l'autore del più famoso manifesto del romanticismo italiano, ovvero la "Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo"; il titolo completo di tale opera era "Sul cacciatore feroce e sulla Eleonora di G.A. Bürger. Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliolo". Nel 1818 fece parte del gruppo che fondò Il Conciliatore, il foglio che era portavoce delle posizioni romantiche. Due anni dopo si iscrisse alla Carboneria, coltivando contemporaneamente la passione politica e quella letteraria. Partecipò ai moti repressi del 1821 e per sfuggire all'arresto fu costretto ad andare in esilio prima a Parigi, poi a Londra e infine in Belgio. A questo periodo belga risale la sua produzione poetica: il poemetto "I profughi di Parga" (1821), le "Romanze" (1822-1824) e l'altro poemetto "Le fantasie" (1829). Tornato in Italia nel 1845, partecipò alle cinque giornate di Milano del 1848 e lottò con tutti i mezzi possibili per il raggiungimento dell'unità d'Italia, alla quale però non poté assistere per motivi anagrafici: dopo il fallimento della prima guerra di indipendenza e la iniziale prevalenza dell'Austria fu costretto a riparare in Piemonte. Nel 1850 si schierò con la destra storica e fu eletto al Parlamento subalpino. Morì l'anno successivo. È sepolto nel Cimitero monumentale di Torino.

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