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sabato 13 novembre 2021

ALLA LUNA.

 



ALLA LUNA.
Grato al piacer, che move
Da te, vergine Diva, e in sen mi piove,
Te canterò: m’insegna
Deh tu quell’armonía,
Che del pudico indegna
Orecchio tuo non sia,
Che parte stillar possa in cor del Saggio
Di quel dolce, ond’è pieno il tuo bel raggio.
Oh quante volte il giorno
Insultai col desío del tuo ritorno!
L’Ore in oscuro ammanto,
E con vïole ai crini,
T’imbrigliavano intanto
I destrieri divini,
E su l’apparecchiata argentea biga
Il Silenzio salía, tuo fido auriga.
Perchè sola ti vede,
Sola l’ignaro vulgo in ciel ti crede:
Ma il Riposo, la Calma,
Del meditar Vaghezza,
Ogni Piacer dell’alma,
La gioconda Tristezza,
E la Pietà, con dolce stilla all’occhio,
Ti stanno taciturne intorno al cocchio.
Cieco io divenga, s’io
Di levare a te lascio il guardo mio;
O che in cammin notturno
Per fosca ombrata sponda
Vegga il tuo viso eburno
Splender tra fronda e fronda,
O sieda in riva di tranquillo fiume,
Che l’onde sue rincrespi entro il tuo lume.
E allor che infermo e stanco
Trarrò nelle giornate ultime il fianco,
Che al tuo silenzio opaco
Mi fia l’errar fatica,
Mi fia la selva, e il laco
Solo delizia antica,
Nel mio ritiro un de’ tuoi rai discenda,
E sul bianco mio crin dolce risplenda.
Ippolito Pindemonte

mercoledì 13 novembre 2019

IL MEZZOGIORNO.




Là ’ve gode uno stuol di folte piante
Ramo con ramo unir, fronda con fronda,
Ora condur mi piace il passo errante,
E del fiume vicin premer la sponda:
Del fiume, a cui di verde ombra tremante
Quelle spargendo van la rapid’onda,
Mentre sul pinto suol tessono un arco,
Che alle fiamme del ciel chiude ogni varco.


     Di meriggiar tra il folto han pur costume
Ora i più vispi volator canori:
Ma tema alcuna dell’ardente lume
Non turba, o farfallette, i vostri errori.
Parte battendo in faccia al Sol le piume
Fa varia pompa di pitture e d’ori,
Parte di fiore in fiore si trastulla, 
Come se tutto lor piacesse, e nulla.


     Ed ora, che l’acuto ardor del giorno
Fuori all’erbe ed ai fior l’ambrosia tragge,
Non più carche di cera, ma ritorno
Fanno gravi di mel le pecchie sagge. 
Farfallette ozïose, il meglio adorno
Cedete a lor di queste verdi piagge:
Questa è gente operosa, e le giornate
Spende in util fatica; e voi scherzate.
 
Ippolito Pindemonte   

I

LA SOLITUDINE.




Pien d’un caro pensier, che mi rapiva,
Giunto io mi vidi ove sorgean d’antica
Magion gli avanzi su deserta riva.
     Cinge le mura intorno alta l’ortica,
E tra le vie della cornice infranta
L’arbusto fischia, e tremola la spica.
     Scherza in cima la vite, o ad altra pianta
In giù cadendo si congiunge e allaccia,
E di ghirlande il nudo sasso ammanta:
     E con verde di musco estinta faccia
Sculto Nume qui giace, e l’umil rovo
Là gran pilastro rovesciato abbraccia.

 
     M’arresto; e poi tra la folt’erba movo:
Troppo di cardo o spina al piè non cale,
E nel vóto palagio ecco mi trovo.
     Stillan le volte, e per l’aperte sale
Passa ululando l’Aquilon, nè tace
Nel cavo sen dell’ozïose scale.
     E pender dalle travi odo loquace
Nido, entro cui tenera madre stassi
I frutti del suo amor covando in pace.
     Quindi sul campo con gli erranti passi,
Per via diversa dalla prima, io torno.
Veggo persona tra i cespugli e i sassi.
     Sedea sovra il maggior masso, che un giorno
Sorse nobil meta d’alta colonna:
Abbarbicata or gli è l’edera intorno.
     M’appresso; ed era ossequïabil Donna:
Scendea sul petto il crine in due diviso,
E bianca la copria semplice gonna.
     Par che lo sguardo al ciel rivolto e fiso
Nelle nubi si pasca, e tutta pósi
L’alma rapita nel beato viso.

  Chi sei? le dico; ed ella, i rai pensosi
Chinando, Solitudine m’appello:
O Diva, sempre io t’onorai, risposi.
     Mettea dal mento appena il fior novello;
Ed uscendo, tu sai che parlo il vero,
Dal folleggiar d’un giovanil drappello,
     In disparte io traeva; e se un sentiero
Muto e solingo a me s’apria, per esso
Mi lasciava condur dal mio pensiero.
 
 Ippolito Pindemonte

Ippolito Pindemonte



è stato un poeta, letterato e traduttore italiano.
Di nobile famiglia veronese, studiò a Modena presso il Collegio dei Nobili di San Carlo e a Verona ricevendo un'educazione di tipo classico. Durante la giovinezza compì il gran tour e viaggiò molto in Italia (Roma, Napoli e la Sicilia), Francia, Germania e Austria. Questo viaggio gli permise di scoprire la profonda frattura tra teoria e prassi dei cosiddetti "despoti illuminati". Il suo intento, tuttavia, era fuggire da Verona e dal clima inquisitorio che lo accusava di appartenere alla massoneria. Non esistono prove della sua appartenenza a tale organizzazione. Durante il viaggio scrisse un romanzo autobiografico, "Abaritte - Storia verissima". Abaritte è Pindemonte stesso, che usa pseudonimi per chiamare persone e luoghi. Nel 1776 fece un viaggio in barca a vela in Sicilia, Malta e Grecia, cui alludono i versi 213/4 nel carme Dei sepolcri di Foscolo. Il 2 novembre del 1779 il Pindemonte visitò le Catacombe dei Cappuccini di Palermo e ne rimase colpito tanto profondamente da trarne l'ispirazione d'un suo carme.Nel periodo della Rivoluzione francese si trovava vicino a Parigi con Vittorio Alfieri: pur apprezzando gli ideali rivoluzionari, alle violenze del Terrore contrappose sempre il desiderio di pace nell'abbandono alla contemplazione della natura. Subendo l'influenza del poeta inglese Thomas Gray e del poeta svizzero Salomon Gessner, la sua poesia è di stampo neoclassico, con chiari elementi che si avvicinano alla nuova sensibilità romantica. Ottenne un premio dall'Accademia della Crusca, di cui divenne membro. Morì nel 1828, un anno dopo Ugo Foscolo, il poeta che gli dedicò la sua famosa opera Dei sepolcri, ma col quale Pindemonte ebbe un rapporto complicato, misto di freddezze e ammirazione.
 

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