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mercoledì 10 novembre 2021

I MACCHERONI

 

 
I MACCHERONI
 
Io narrerò la sconosciuta origine
     De la famosa pasta Maccheronica,
     Togliendola al silenzio, e a la rubigine
     Per celebrarla su la cetra armonica.
     Esci da i regni pieni di caligine
     A rallegrar la gente malinconica,
     O padre Berni, e la tua lira imprestami,
     E le dolci tue grazie in petto destami.
 
Gli allegri commensali, senza battere
     Neppure un dente, i Maccheroni ingozzano;
     Non favellano più di certe tattere,
     E tutto il mento di butirro insozzano.
     Quand’ ecco un uom di giovïal carattere,
     Fra quanti begli umori ivi si accozzano,
     Ama il silenzio lietamente rompere,
     E in cotai voci al fin s’ ode prorompere: 


Zughetti, fricassee, torte, pastiglie,
     Distruggitrici in questa età de gli uomini,
     Io vi reputo men de le quisquiglie,
     E fia sempre che v’odii, e che vi abbomini.
     Fumino pur le Galliche stoviglie
     Ne le cucine sol de’ gentiluomini,
     I quai con faccia dimagrata e tisica
     Studian de’ cibi la moderna fisica.


Vietano bruscamente gl’Ippocratici
     Di cercare le droghe, e di nutrirsene.
     Abbianle i cuochi valorosi e pratici,
     E godan essi usarle, e sbizzarrirsene.
     Via di qua gl’insolenti olii aromatici,
     Che presto fanno a maravalle girsene.
     Ungano i Maccheroni il nostro esofago
     Nemici de la febbre, e del sarcofago.


Con un tal cibo, che rallegra gli animi,
     Qual cibo v’è che possa mai competere?
     Dunque tra i più famosi e più magnanimi
     Eroi s’innalzi Pulcinella a l’etere.
     Tacque, ciò detto, e i commensali unanimi
     Fecero plauso, anzi godean ripetere:
     Muojan le droghe, che di vita privano,
     E i Maccheroni eternamente vivano.

Iacopo Vittorelli

venerdì 8 novembre 2019

A una Dama, che molto si rammaricava di essere divenuta alquanto grassa in Campagna.




Col fato avverso si quereli e crucci
La pallida Nerina in fiochi accenti,
Se ria febbre l’assalga, ed i languenti
Teneri membri le divori e succi.

Ma tu, che movi due sereni occhiucci
D’elettrica materia ognora ardenti;
Tu, che a’ labbri vermigli e sorridenti
Sembri una rosa, quando vien che sbucci;

Non ti lagnar, se grassolino un poco
Festi il bel viso tra le dolci fraghe,
Che dan nome sì caro al verde Loco 1.

Con quelle guance ritondette e vaghe
Destar ben puossi l’amoroso foco
Senza minio venal, senz’arti maghe.

Guarda che bianca luna!


Guarda che bianca luna!
guarda che notte azzurra!
Un'aura non sussurra,
non  tremola uno stel.
     L'usignoletto solo
va dalla siepe all'orno,
e sospirando intorno
chiama la sua fedel.
     Ella, che il sente appena,
già vien di fronda in fronda,
e par che gli risponda:
"Non piangere, son qui".
     Che dolci affetti, oh Irene,
che gemiti son questi!
Ah! mai tu non sapesti
rispondermi così.

(di Jacopo Vittorelli)

Iacopo Vittorelli

 
Fu un poeta arcade, celebre per le Anacreontiche ad Irene (1784), con un verseggiare molto musicale che ha ispirato molti compositori del settecento e dell'ottocento.
Guarda che bianca luna fu messa in musica, tra gli altri, da Franz Schubert e Vincenzo Bellini. E la sua lirica più famosa, Non t'accostare all'urna, fu musicata da Franz Schubert e Giuseppe Verdi, quest'ultimo riprendendo il tema di una arietta popolare veneta. Ne esiste anche una versione attribuita a Vincenzo Bellini. Come traduttore si segnala una versione in ottave della Batracomiomachia il testo attribuito ad Omero, che poi ispirò a Giacomo Leopardi i celebri Paralipomeni della Batracomiomachia. Il Vittorelli fu autore anche di poemetti moralistici, disprezzati dalla critica

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