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lunedì 10 maggio 2021

Dolce chiude l'ora di sera

Dolce chiude l'ora di sera

Forse non esiste Dio. Forse
solo il rapporto
fra noi esiste e gli alberi
annosi o appena d'anni
uno e le erbe
e i coccodrilli e il buon tepore
della sera. Non v'è
che poi la morte ed altro ancora
innanzi ad essa da soffrire. Ma poi tutto
per lei si placa; e in noi s'alterna
timore d'essa e quieta attesa
del suo riposo:
così
oggi è da porre questo giorno fra non quelli
di sofferenza e sgomento: dolce chiude
l'ora di sera col risorgere di una
ampia stellata. Dunque
forse soltanto un dolcissimo rapporto
fra noi e il tutto fa ponte e il tempo passa
lento e veloce.
 
Umberto Bellintani

domenica 10 maggio 2020

Arcano


 
Ancora opache innanzi a questa
sera ed umane.
Ora sono delle anime viola
le figure d’intorno al carretto
di chi grida il bel rosso dell’anguria.
E l’asino è un’ombra che sogna
e mastica biada.
Là il cielo è un verde di giada;
una rondine vi si tuffa,
esce, si perde:
è quasi ora di accendere lucerne.

U. Bellintani

Per un bambino che non conosce più i passeri


Urlavan lungi dei cani e c'eran gufi;
e come assassini i morti si muovevano rasenti i muri del cimitero
quando il ragazzino si trovò
solo solo nella notte.

E allora egli aveva un urlo strozzato nella gola,
ché un fruscio d'erbe lo soffocava come un serpente
e la luna veramente era cupa tra le fronde degli alberi.
Come assassini i morti si muovevano rasenti i muri e i fianchi degli argini,

e fu allora che il bambino perse l'uso della parola,
e perse la vista comune delle viole e dei giocattoli
e il senso naturale delle cose.

Così ora tentenna il capo e nei suoi occhi è una nuvola,
ma pare un angelo divino contemplante
profonde luci assorte in se stesso.

Povera madre che lo sorvegli lungo i sentieri del tuo orto
e ora lacrimi al suo riso ebete sugli asparagi,
io non so dirti s'è sfortuna a lui toccata
o s'è migliore la sua sorte, più benigna
che al fanciullo intento a suddividere
in bianchi e neri i dadi del suo gioco.
 
Umberto Bellintani

Umberto Bellintani


Si è diplomato in scultura nel 1937. Richiamato alle armi nel 1940, combatte in Albania e in Grecia. È prigioniero, dal 1943 al 1945, nei campi di lavoro di Górlitz e Dachau in Germania, Torn e Peterdorf nell'attuale Polonia  dal ‘43 al ’45. Al suo ritorno abbandonò la scultura, lavorando come segretario in una scuola. Affermatosi negli anni Cinquanta e Sessanta come una delle voci più libere e potenti della nuova poesia d’allora, dopo E tu che m’ascolti (1963) decise di uscire dalla scena, di non pubblicare più. Per trentacinque anni è stato irremovibile di fronte alle richieste dei molti estimatori che non avevano mai smesso di leggerlo; poi, fortunatamente ha ceduto, consegnandoci una raccolta che ci ha consentito di seguire la sua poesia di oltre mezzo secolo. Nel 1998, poco prima della morte, escono due raccolte di poesie:
  • Nella grande pianura, una cinquantina di inediti, riuniti sotto il titolo Un abbaino in piazza Teofilo Folengo, una scelta da Forse un viso tra mille e tutto E tu che mi ascolti, a cura di Maurizio Cucchi, Mondadori Editore;
  • Canto autunnale, quarantacinque componimenti editi e inediti, a cura di Italo Bosetto, per l'Editore Perosini di Verona.

Ghianda acrostico