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venerdì 19 novembre 2021

Er seconno diluvio

 


Er seconno diluvio

Er Padreterno, ner vedè la gente,
che, invece de campà tranquillamente
co ’na vita de pace e de lavoro,
s’ammazzaveno sempre fra de loro
fece chiamà San Pietro e je fa, dice:
- L’omo è un ingrato e dà solo amarezza!
Quello che ho fatto perché sia felice,
invece de godello lo disprezza;
ma nun so’ tipo io da famme sfotte,
faje un antro diluvio e bonanotte.
Ma un diluvio completo, senza l’arca,
senza le coppie e senza er patriarca. -

San Pietro, poveraccio, tanto bono,
cercava de carmallo: - Nu’ lo fa!
Pe’ ’sta vorta concedeje er perdono,
vedrai... se cambierà... -

- No... nun se cambia... è inutile che speri!
Da quanno che j’ho dato l’esistenza
Num m’ha saputo dà che dispiaceri,
m’ha fatto perde sempre la pazienza.
Co’ ’sta razzaccia l’acqua è puro poco...
Nun merita pietà, nun po’ fa pena,
dovrei fa piove foco...
Pietro, ubbidisci... tira la catena.

San Pietro, senza più poté discore,
dové ubbidì sippuro a malincore;
però, de sotterfuggio,
fece annisconne un omo in un rifuggio.
Doppo un mese se volle levà er gusto
D’annallo a visità,
ma prima d’arivà sentì un trambusto
come gente che stasse a litigà.
- Chi è che fa caciara a ’sta maniera? -
Annò pe’ vede ma restò perplesso
Perché trovò, davanti a ’na specchiera,
l’omo che litigava co’ se stesso.

- Signore mio, Signore Onnipotente,
dicevi giusto: nun c’è da fa gnente!
E io co’ tanto zelo
Lo difennevo, me pijavo pena!...
Tornò de corsa in cielo
E giù ’n’antra tirata de catena.

E se dice che abbia borbottato:
- L’hai voluta da te... mor’ammazzato!

Checco Durante

martedì 19 novembre 2019

Er cane e la gallina





Un giorno un cane disse a 'na gallina:
- Che differenza esiste fra de noi!
Tu cerchi de squaiattela si pôi
quanno er padrone nostra s'avvicina.
Io tutto alègro, invece, appena posso,
je coro incontro pe' zompaje addosso.

- Ce fai 'no sforzo! - j'arispóse quella -
Tu magni, stai tranquillo e fai 'sta lagna
perché carne de cane nu' la magna...
Invece io campo co' la tremarella
che quanno un omo s'avvicina a un pollo
è guasi sempre pe' tiraje er collo.

Checco Durante

La Guera

Senti, sarò ignorante, nun contesto,
ma, scuseme, viè qua, famme capace,
seconno te la guera cià er pretesto
che s'ha da fa p'assicurà la pace.
Insomma pe' sta in pace su la tera
nun c'è che un modo: s'ha da fa la guera.

Poi c'è quarcuno che te vo spiegà,
a forza de parole e de consiji,
che la guera è 'na gran necessità
pe' la felicità de li tu' flji.
Però che questa è propio 'na bucia
ce n'ho avuto un esempio a casa mia.

In Eritrea ciò perso papà mio,
ner sedici so stato per un pelo
de restà sull'Isonzo e mo er mi' fio
se trova in mezzo a tutto 'sto sfacelo.
Perciò me dico: "Quanno ariveranno
quelli che finarmente goderanno?"

So secoli ch'er nonno e ch'er bisnonno
fanno la guera e imbiancheno coll'ossa
li campi de battaja in tutto er monno.
Mo pe' difesa... mo pe' la riscossa...
poi viè la pace e, appena l'aggustamo,
ecco un antro pretesto e... ciariocamo...

Io me ritengo meno inteliggente
de tanti cervelloni pieni d'arie,
ma dico che la guera è solamente
n'avanzo de li tempi de barbarie
che ce dimostra che, fra tutti quanti,
la civirtà n'ha fatto un passo avanti.


Perché, scusate tanto l'ignoranza
co' la quale m'inchino a quella vostra,
la vittoria pe' me nun cià importanza
perché me dite, in fonno, che dimostra?
Che vince er forte puro si cià torto,
mentre er giusto, si è fiacco, è bello e morto.

Perciò dico: La guera s'ha da fa?
S'ha da morì ammazzati? Nun fa gnente!
Però nun sfotte co' la civirtà,
cor giurà ch'è per bene de la gente.
Ce se sa puro troppo che li stati
n'escheno tutti quanti rovinati.

Curà 'sta razza nostra bella e forte
assetata de pace e de lavoro;
li campi indò se semina la morte
rivedelli ondeggià der grano d'oro
che te promette er pane... che scintilla...
Vedè 'sta gente nostra un po' tranquilla!

Senti co' gioia er rullo der motore
che canta la canzona all'officina
senza dovè sta più cor tremacore
che te porti la stragge e la rovina,
senza più la paura dell'artijo
che strappa er fijo ar padre er padre ar fijo.

Ecco er programma che se deve fa
quanno se vo parlà de CIVIRTA'.

Checco Durante (Aprile 1943)

Traduzione:


La Guerra

Senti, sarò ignorante, non lo nego,
ma scusami, vieni qui, fammi capire,
secondo te la guerra ha una giustificazione
che si deve fare per assicurare la pace.
Insomma per stare in pace sulla terra
non c'è che un modo: si deve fare la guerra.

Poi c'è qualcuno che ti vuole spiegare
a forza di parole e di consigli,
che la guerra è una gran necessità
per l'avvenire dei tuoi figli.
Però che questo sia una bugia
Ne ho avuto un esempio a casa mia.

In Eritrea ho perso papà mio,

nel '16 per poco
non morivo sull'Isonzo ed ora mio figlio
si trova in mezzo a tutto sto sfacelo.
Perciò mi dico: "Quando verranno
quelli che finalmente godranno?"

Sono secoli che il nonno ed il bisnonno
fanno la guerra ed imbiancano con le ossa
i campi di battaglia in tutto il mondo.
Ora per difesa... ora per attacco...
poi viene la pace e, appena la gustiamo,
ecco un altro pretesto e... ci risiamo...

Io mi ritengo meno intelligente
di tanti cervelloni pieni di arie,
ma dico che la guerra è solamente
un avanzo dei tempi dei barbari
che ci dimostra che, fra tutti quanti,
la civiltà non ha fatto un passo avanti.

Perché, scusate tanto l'ignoranza
con la quale mi inchino di fronte alla vostra,
la vittoria per me non ha importanza
perché, mi dite in fondo, che dimostra?
Che vince il forte pure se ha torto,
mentre il giusto, se è debole, è bello e morto.

Per questo dico: la guerra si deve fare?
Si deve morire ammazzati? Non fa niente!
Però non sfottere con la scusa della civiltà,
col giurare che è per il bene della gente.
Si sa bene che gli Stati
ne escono tutti quanti rovinati.


Curare questo nostro popolo bello e forte
assetato di pace e di lavoro;
i campi dove si semina la morte
vederli di nuovo ondeggiare di grano d'oro
che promette il pane... che scintilla...
Vedere questa nostra gente un po' tranquilla!
Ascolti con gioia il rombo del motore
che canta la canzone all'officina
senza dover più stare col batticuore
che porti la strage e la rovina,
senza aver più paura dell'artiglio
che strappa il figlio al padre e il padre al figlio.

Questo è il programma che si deve fare
quando si vuol parlare di CIVILTA'.
Checco Durante

Checco Durante




all'anagrafe Francesco Durante,
(Roma, 19 novembre 1893Roma, 5 gennaio 1976),
è stato un attore e poeta italiano.
Popolare attore e poeta romanesco, interpretò con schiettezza e bonomia un certo carattere romano. Marito dell'attrice Anita Durante, ebbe due figlie, ambedue attrici: Leila e Luciana. Luciana è la moglie dell'attore Marcello Prando e madre del doppiatore Francesco. Nato nel rione di Trastevere, mentre era impiegato presso una ditta di vendita all'ingrosso di tessuti, iniziò a recitare in una filodrammatica, ove conobbe la futura moglie Anita. Successivamente, nel 1918, entrò, insieme con Anita, nella compagnia del grande Ettore Petrolini, insieme al quale scrisse la commedia Cento di questi giorni (1921). Sempre con Petrolini, recitò viaggiando prima per l'Italia e poi, per sei mesi, nelle principali città del Sudamerica. Durante aspirava, però, al ruolo di capocomico. Nel 1928 lasciò Petrolini e decise di formare una propria compagnia. Esordì il 7 aprile con la sua Primaria Compagnia della Commedia Romanesca al Teatro Traiano di Civitavecchia con La commedia di Rugantino di Augusto Jandolo.Fece tutta la gavetta, cominciando a recitare con alterna fortuna nei piccoli centri del Lazio fino ad approdare al successo nei cinema-teatri di Roma.A partire dal 1950, con la sua Compagnia stabile del teatro romanesco recitò nel periodo estivo a Villa Aldobrandini, e nella stagione invernale al Teatro Rossini, teatro che già con Zanazzo e Tamburri era divenuto il centro del teatro dialettale romano. Nell'intervallo delle commedie era solito declamare i suoi versi. Molto ricercato come caratterista, non disdegnò di affiancare alla prevalente attività teatrale quella di attore cinematografico, interpretando numerosi film con registi di rilievo quali Luigi Zampa, Mario Camerini, Mario Soldati, Dino Risi ed altri. Tra i titoli più noti si possono ricordare: Roma ore 11 del 1952, Policarpo, ufficiale di scrittura del 1959, Straziami, ma di baci saziami del 1968, Nel giorno del Signore del 1970, In nome del popolo italiano del 1971. Negli anni sessanta alcune commedie in dialetto, furono trasmesse in televisione dalla RAI. Recitò anche nello sceneggiato televisivo Il giornalino di gian Burrasca, con protagonista Rita Pavone, andato in onda in otto puntate nel 1964-65 e replicato negli anni successivi. Partecipò anche a numerosi programmi radiofonici dell'emittente locale Radio Roma, come Radio Campidoglio e Campo de' Fiori. Morì nella città natale, a ottantadue anni, la vigilia dell'epifania del 1976. Il 28 dicembre 1975 aveva recitato per l'ultima volta in La scoperta dell'America di Alberto Retti, al fianco di Nella Gambini. E' sepolto presso il cimitero del Verano di Roma, assieme alla moglie, al genero e alle figlie scomparse entrambe nel 2014.

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