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domenica 5 luglio 2026

Quadretto

Quadretto
Nel cortile il pavone aprì il ventaglio
della sua coda occhiuta, e rauco irrise
la gallina:- Puoi reggere al barbaglìo
della mia coda?- Il gallo s'intromise,
squassò sull'occhio la sua cresta sgherra,
e ruotando gli spronì raspo a terra.
-Che cosa c'è?-strillo slungando il collo.
A tale grido trasalì il pavone,
e la gallina  diedesi uno scrollo.
Udì, vide il tacchino; al bargigkione
sentì un titillo strano, e l'ali scosse,
soffocato dal riso e dalla tosse.

Nicola Vernieri

venerdì 3 luglio 2026

Brina

Brina
Questa notte gennaio ha macinato
farina bianca; ma il bosso
e il rovo coi raffi nel fossato
gli hanno lacerato il sacco addosso.
La siepe infarinata sembra al sole
fiorita già; gli sterpi son d'argento
come frasche d'altare, e il girasole
secco nell'orto sembra il sacramento.
Ma la farita rubata se ne sfuma;
la fiorita posticcia di sal gemma
s'annulla a poco a poco come schiuma,
e una lacrima spunta da ogni gemma.
Già il pruno asciuga al vento le gramaglie;
ma il salice, vedendo ch'era gelo
l'ovatta che addolciva piaghe e scaglie,
avventa le sue vipere nel cielo.

Nicola Vernieri.

sabato 15 novembre 2025

Il ragno saltimbanco



Il ragno saltimbanco

Fra ramo e ramo il rago saltimbanco
sale e discende; appeso al piede a uncino,
dondola in aria, torcesi sul fianco,
d'un gambo secco. Il fuco e la zanzara
sono le trombe della sua fanfara.

"Questa mane di spettacolo di gala:
vi presento la mosca ballerina,
che balla la farandola sull'ala.
Fiato alle trombe!" Il ragno qui s'inchina,
e, accennando col dorso il tempo al fuco,
galoppa sulla tela verso il buco.

Mastro grillo col mantice  e la sega
fa capolino all'uscio della forgia;
la lumaca s'affaccia alla bottega
con tanto di binocolo e di gorgia;
sospende, fra le reste della spica
le sue tenaglie aperte la formica.

Ecco la mosca con gli occhiali d'oro.
Irrompe col suo ronzo nella piazza,
si scaglia in cielo, traccia un ghirigoro,
e dopo nella tela balla e impazza,
battendo col suo naso a martellina
le maglie lustre della sua guaina.

Accorre il ragno, con sussiego, al passo,
la prende nelle braccia e la presenta:
a destra e a mancina, in alto e in basso,
poi si prosterna, la sua stretta allenta
e dice piano: " Il pubblico è servito;
per oggi lo spettacolo è finito".

Nicola Vernieri.

giovedì 28 agosto 2025

Il ferro e l'oro

Diceva al ferro l'oro: " O ferro truce,
vilissimo metallo, a che sei buono?
Se raggio t'accarezza non fai luce,
se la mano ti scuote non dai suono;
non sei che un peso morto, e solo all'igna
e stride in te la ruggine maligna.
Invece io nel crogiolo sono vampa,
e, quando scorro, rivolo di sole;
di me fatto moneta l'umo campa,
e il mio tintinnio è più delle parole.
Son dolce sogno nei travagli umani,
e vita più del sangue nelle mani,
il tempo non m'intacca, e più son bello
e più risplendo quando più son vecchio.
Io consacro l'amore , fatto anello,
son cerchio al polso, buccola all'orecchio,
collana al collo e infine fatto pio,
son sull'altare il calice di Dio".
<<...E' vero sono rude,
ma se m'arrossa il fuoco e mi fa tizzo
e il martello mi batte sull'incudine,
Anch'io rislendo e lampi e stelle sprizzo
come cosa del cielo; e dal profondo
al battito col gemito rispondo.
<<E dopo mi fo zappa per la terra,
piccone per la rupe, e agguaglio e azzanno;
son mano nella mano che m'afferra,
e mi guida nel solco il dolce affanno;
ma sono dente aguzzo sopra il sasso
che mi si oppone e mi contende il passo.
<< Son vomere e rastrello; per il tronco
già morto sono scure, e per la cima,
che svetta l'orto, in alto sono ronco.
Sudore non fa ruggine, ma è lima
che mi fa terso più di te, bell'oro,
e mi ritempra e scalda nel lavoro>>.

Nicola Vernieri

Stazione di Paese



Stazione di Paese

Il treno ansò, fischiò. Con un fragore
cupo di ferro trasalì, si scosse;
poi, fumido e grondante nel chiarore
del primo Sole, palpitando mosse.

E la stazione, col suo tetto afflitto,
ammalata di tedio e di malaria,
col tiglio dietro e un nome in fronte scritto,
si rannicchiò più triste e solitaria.

Si rannicchiò, dopo la brusca sveglia,
presso le sue rotaie. Come scialle,
per l’ozio lungo del suo dormiveglia,
l’ombra del tiglio aveva sulle spalle.

E ancora lungo i fili e nelle tazze
ronzava l’eco della lontananza
e della vita. – Oh quante corse pazze 
diceva il tiglio – dietro la speranza.

  Nicola Vernieri

martedì 29 luglio 2025

Il vagabondo

I miei calzoni portano ai ginocchi
due belle toppe, imposte alle rotelle
come gli occhiali intrepidi sugli occhi:
disdegniano le seriche bretelle
e vogliono per cingolo la soga
che, insieme col ventricolo, li affoga.

Le suole delle scarpe me l'ha fatte
la madre terra col suo fango giallo:
martello è il piede, e le ritempra e batte
a passo a passo;
e quando annaspo e ballo
per varcare la siepe in mezzo al rovo,
con schegge e spine me le inzeppo e inchiovo.

Il mio paracqua è un cupo firmamento
con cento stelle ed una goccia a stella:
me lo contende nella mano il vento
mentre me lo trapunge l'acquarella;
ma se lo chiudo sbatte nel suo grembo
l'ala del vento, presa per un lembo.

Il mio mantello me l'ha fatto il ragno
al tacito telaio a dieci braccia:
agli orli, come fiori di castagno,
pendono in bella frangia le sfilaccia...
Non sembro un re? Mi segue la coorte,
dietro, al galoppo, delle foglie morte.

Nicola Vernieri

mercoledì 23 luglio 2025

Nicola Vernieri



Albanella (20.4.18.1893 Roma 16.15. 1965) 

Sesto di quattordici figli, a causa di una serie di difficoltà economiche familiari venne affidato, quando aveva solo tre anni, a dei prozii facoltosi che lo condussero con loro a San Cipriano Picentino dove si ritrovò catapultato in una realtà familiare rigorosa e formale improntata a modelli educativi borghesi che corrispondevano poco alla sua indole, questa intima ribellione ispirò molti suoi lavori letterari in cui l’autore denunciava le ingiustizie sociali e difendeva i deboli e gli umili. Nel corso della sua vita Vernieri si distinse negli studi a cui si dedicò anche da autodidatta, raggiunta l’indipendenza economica riuscì a coltivare, nel tempo libero, i suoi interessi e a continuare, ancora da autodidatta la sua formazione culturale, oramai libera da condizionamenti. Collaborò con attori culturali di rilievo del tempo e con quotidiani e riviste, in particolare con il Corriere di Napoli, diretto all’epoca da Edoardo Scarfoglio. Partecipò alla I Guerra Mondiale come soldato e come ufficiale ed ebbe modo di toccare con mano tutta la brutalità e l’ingiustizia della guerra. Successivamente risultò vincitore di un concorso da direttore della Biblioteca dell’Istituto Superiore dell’allora Ministero delle Comunicazioni. Frequentò i circoli letterari più importanti d’Italia e strinse rapporti di amicizia con Alberto Moravia, Grazia Deledda, Giuseppe Ungaretti e Corrado Govoni, di cui la sua corrispondenza, in possesso degli eredi, fornisce adeguata testimonianza. Albanella, nonostante l’età adulta trascorsa a Roma, rimase il mondo contadino di Vernieri che ispirò la sua scrittura.
data della morte non ben precisata 1965.


Nella Fucina

 


Il mantice rifiata a più non posso
 nella fucina, e la fiammella balla,
 sul mucchierello del carbone rosso,
 con ali azzurre, come una farfalla.

Dall'incudine, ai colpi del martello,
sprizzano a sciami grilli e mosche d'oro;
ride la lima, miagola il succhiello:
non sembra un gioco qui dentro il lavoro?

Sembra la fiamma ossidrica un mannello
di spighe chiare, che si sgrana al vento;
 e, accanto, l'acqua cupa del secchiello
s'illumina d'un tremolio d'argento.
Ma a fine d'opra la fucina è nera,
e, al raggio della fumida lanterna,
 si raccolgono l'ombre della sera,
come le streghe dentro la caverna.
 Il fabbro allora, smesso il suo grembiale,
fa dondolare le sue mani scarne,
che gli battono ai fianchi come pale:
senza martello non sa pia che farne.

E i pensieri scacciati già ritrova,

tornati come l'ombra a piè del toppo;
e invano fuori c'è la luna nuova
come una falce bianca appesa al pioppo.
Nicola Vernieri

giovedì 23 marzo 2023

La favola dell’acqua

 

Disse il Signore all’acqua: “Va’! Cammina!”.
E l’acqua camminò. Di roccia in roccia,
mormorando discese per la china:
al filo d’erba diede la sua goccia,
un sorso alla ceppaia, e portò solo
con sé le foglie morte del querciolo.

Fu la fontana a valle, chiara e rozza,
che zampilla da un embrice slabbrato,
e negli orcioli ruvidi singhiozza;
poi scivolò dimessa nel fossato,
e fu più lungi la peschiera cheta,
che allaga i solchi magri e li disseta.

Dopo vagò smarrita d’orto in orto,
contesa dai bifolchi con le zappe,
qui imprigionata a piè d’un cespo morto,
lì trascinata tra le vizze rappe
del languido vivaio; e fece il bene
come il sangue nelle vene.

E alfine fu ruscello nel vallone:
scrosciando sulle pietre, tutta spume,
ai salici cantò la sua canzone;
e libera, sognò di essere un fiume
d’essere il lago placido e sereno
che ha il vento per respiro e il cielo in seno.

Ma, a un tratto, deviata dal suo corso,
rabbrividì sommessa in un canale,
e tutta grinze e tremiti nel dorso,
senza respiro corse uguale uguale,
finché, travolta in una cupa gola,
urlò schiacciata sotto un’aspra mola.

Ne uscì gemendo; s’indugiò fra i rovi,
debole e incerta; giù, nel botro pingue
d’acquitrino, cercò sentieri nuovi,
i ciottoli lambì con cento lingue,
e in rigagnoli tristi e senza voce
si sperse in basso e non trovò la foce.

E fu l’opaco stagno, l’occhio tetro
della pianura, che ha per ciglia il ciuffo
di giunchi o canne e, immota come il vetro,
fu solo rotta dal solingo tuffo
della rana. Così, mai più rimossa,
l’acqua morì nella sua grigia fossa.

Nicola Vernieri

5 agosto Dedicazione della basilica di Santa Maria Maggiore

  5 agosto  Dedicazione della basilica di Santa Maria Maggiore  La basilica di santa Maria Maggiore sull'esquilino di Roma, che viene co...