
Diceva al ferro l'oro: " O ferro truce,
vilissimo metallo, a che sei buono?
Se raggio t'accarezza non fai luce,
se la mano ti scuote non dai suono;
non sei che un peso morto, e solo all'igna
e stride in te la ruggine maligna.
Invece io nel crogiolo sono vampa,
e, quando scorro, rivolo di sole;
di me fatto moneta l'umo campa,
e il mio tintinnio è più delle parole.
Son dolce sogno nei travagli umani,
e vita più del sangue nelle mani,
il tempo non m'intacca, e più son bello
e più risplendo quando più son vecchio.
Io consacro l'amore , fatto anello,
son cerchio al polso, buccola all'orecchio,
collana al collo e infine fatto pio,
son sull'altare il calice di Dio".
<<...E' vero sono rude,
ma se m'arrossa il fuoco e mi fa tizzo
e il martello mi batte sull'incudine,
Anch'io rislendo e lampi e stelle sprizzo
come cosa del cielo; e dal profondo
al battito col gemito rispondo.
<<E dopo mi fo zappa per la terra,
piccone per la rupe, e agguaglio e azzanno;
son mano nella mano che m'afferra,
e mi guida nel solco il dolce affanno;
ma sono dente aguzzo sopra il sasso
che mi si oppone e mi contende il passo.
<< Son vomere e rastrello; per il tronco
già morto sono scure, e per la cima,
che svetta l'orto, in alto sono ronco.
Sudore non fa ruggine, ma è lima
che mi fa terso più di te, bell'oro,
e mi ritempra e scalda nel lavoro>>.
Nicola Vernieri