Stazione di Paese
Il treno ansò, fischiò. Con un fragore
cupo di ferro trasalì, si scosse;
poi, fumido e grondante nel chiarore
del primo Sole, palpitando mosse.
E la stazione, col suo tetto afflitto,
ammalata di tedio e di malaria,
col tiglio dietro e un nome in fronte scritto,
si rannicchiò più triste e solitaria.
Si rannicchiò, dopo la brusca sveglia,
presso le sue rotaie. Come scialle,
per l’ozio lungo del suo dormiveglia,
l’ombra del tiglio aveva sulle spalle.
E ancora lungo i fili e nelle tazze
ronzava l’eco della lontananza
e della vita. – Oh quante corse pazze
diceva il tiglio – dietro la speranza.
Nicola Vernieri

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