sabato 3 ottobre 2026

Il mio paesello che confina con(FI)

Prima che Sesto Fiorentino diventasse la città che conosciamo, la Pieve di San Martino era già lì.

È ricordata nei documenti fin dal IX secolo e per secoli rappresentò uno dei principali punti di riferimento religiosi del territorio. L’edificio conserva ancora elementi dell’impianto romanico, con un interno diviso in tre navate.
La facciata è preceduta da un portico realizzato nel 1602, testimonianza delle trasformazioni che hanno accompagnato la pieve nel tempo.
Ma all’interno c’è un’opera che merita davvero attenzione: una grande croce dipinta da Agnolo Gaddi, realizzata verso la fine del Trecento e successivamente restaurata.
Una chiesa che ha visto crescere intorno a sé Sesto Fiorentino e che continua ancora oggi a svolgere la propria funzione religiosa.
Quando un edificio attraversa più di mille anni, la storia non è soltanto nei libri: è davanti agli occhi.

Stanotte ottocento anni fa

 




Un tempo le uova


 

Ottobre


 

3 ottobre San Gerardo di Brogne


 

venerdì 2 ottobre 2026

Vecchiaia e Gioventù

Vecchiaia e Gioventù

Un pino di vetusta età
aveva da' rami pendula
oramai solamente una pina
e a quella prodigava
ogni suo sforzo
perchè sempre fosse
più bella; ed inviava
saporosa linfa
quasi dono di nozze
e cercava proteggerla
co' rami e con le fronde.
Ma un giorno,
un giovane virgulto
di pianta rampicante,
che da terra salia
e s'avvicinava al tronco
per andare verso l'alto,
trovò la pina
e ai suoi profumati umori
ch'erano dono dell'antico pino,
attaccò le ventose.
La pigna gradì la stretta
e lasciò che quello succhiasse
il suo radioso nettare.
In breve, però,
e prima ancor
che il pinol si formasse,
rinsecchita e stanca
lasciò del picciòlo l'appiglio
ed infeconda
al suolo giacque. 

da un vecchio libro, non c'è autore.

La nuvola e la duna

 

La nuvola e la duna 

nuvola con duna nel deserto

Una nuvola giovane (ma è risaputo: la vita della nuvola è breve e movimentata) faceva la sua prima cavalcata nei cieli, con un branco di nuvoloni gonfi e bizzarri. Quando passarono sul grande deserto del Sahara, le altre nuvole, più esperte, la incitarono: “Corri, corri! Se ti fermi qui sei perduta”.
La nuvola però era curiosa, come tutti i giovani, e si lasciò scivolare in fondo al branco delle nuvole, così simile ad una mandria di bisonti sgroppanti. “Cosa fai? Muoviti! – le ringhiò dietro il vento. – Siamo diretti al centro dell’Africa, dove ci sono montagne e alberi meravigliosi”.
Ma, ribelle per natura, la nuvoletta non ubbidì, aveva visto le dune di sabbia dorata: uno spettacolo affascinante. E planò leggera leggera. Le dune sembravano nuvole d’oro accarezzate dal vento. Una di esse le sorrise.

“Ciao” le disse. Era una duna molto graziosa, appena formata dal vento, che le scompigliava la luccicante chioma.
“Ciao. Io mi chiamo Ola”, si presentò la nuvola.
“Io, Una”, replicò la duna.
“Com’è la tua vita lì giù?”.
“Beh… Sole e vento… Fa’ un po’ caldo, ma ci si arrangia. E la tua?”
“Sole e vento… e grandi corse nel cielo”.
“La mia vita è molto breve. Quando tornerà il gran vento, forse sparirò”.
“Ti dispiace?”.
“Un po’. Mi sembra di non servire a niente”.
“Anch’io mi trasformerò presto in pioggia e cadrò. È il mio destino”.
La duna esitò un attimo e poi le disse: “Lo sai che, qui nel deserto, la pioggia viene chiamata Paradiso?”.
“Non sapevo che mi sarei trasformata in qualcosa di così importante”, rise la nuvola.
“Ho sentito varie leggende raccontate dalle dune più vecchie. Narrano che, dopo la pioggia, ci ricopriamo di cose meravigliose che si chiamano erba e fiori”.
“Oh, è vero. Li ho già visti”.
“Probabilmente io non li vedrò mai: qui nel deserto piove assai di rado”, concluse la duna.
Stavolta fu la nuvola a mostrarsi esitante. Ma, dopo un momento si aprì in un sorriso e disse: “Se vuoi, posso inondarti di pioggia. Benché ti conosca appena, sono innamorata di te e, vorrei restare qui per sempre”.
“Anch’io mi sono innamorata di te, fin da quando ti ho visto per la prima volta in cielo”, replicò la duna. “Ma se tramuterai in pioggia la tua bella chioma bianca, finirai per morire”, disse la duna.
“Sì, ma tu fiorirai!” disse la nuvola, e si lascio cadere, diventando pioggia iridescente.

Rimasero unite per lungo tempo, finché apparve un arcobaleno. Il giorno dopo la piccola duna era fiorita. Le nuvole dirette verso il centro dell’Africa pensarono che quello fosse l’inizio della foresta che cercavano e riversarono altra pioggia.
Vent’anni dopo, la piccola duna si era trasformata in un’oasi, che ristorava i viaggiatori con l’ombra dei suoi alberi.
E questo perché un giorno una piccola nuvola non aveva esitato a dare la propria vita per amore.

{Bruno Ferrero}


Violet Constance Jessop

Violet Constance Jessop
(
Bahía Blanca, 2 ott. 1887 – Great Ashfield, 5 mag.1971)

è stata un'infermiera e cameriera di cabina britannica di origine argentina, nota per essere sopravvissuta a tre incidenti navali degli anni 1910 che coinvolsero tre navi gemelle, quelle della classe Olympic della compagnia navale White Star Line. Nel 1911 era imbarcata sull'Olympic, che entrò in collisione con un incrociatore della Marina britannica; l'anno successivo sopravvisse all'affondamento del Titanic, sul quale lavorava come assistente di bordo, e a quello del Britannic nel 1916, sul quale prestava servizio come infermiera. Violet Constance Jessop nacque vicino a Buenos Aires da genitori emigrati dall'Irlanda, William e Katherine Jessop. Fu la prima di nove figli e visse nella pampa argentina vicino a Bahía Blanca fino alla morte del padre, avvenuta quando lei era adolescente. Durante l'infanzia contrasse la tubercolosi e, nonostante le previsioni infauste, ne guarì. Suo padre era un allevatore di pecore e fino alla sua morte le condizioni economiche della famiglia furono dignitose, ma dopo la sua perdita lei e i cinque fratelli minori andarono in Inghilterra insieme alla madre. Violet fu educata in un convento, ma abbandonò la scuola quando la salute della madre iniziò a declinare, rendendole necessario trovarsi un'occupazione. Iniziò a lavorare come cameriera sulle navi e, nel 1908, a 21 anni, trovò lavoro dapprima presso la Royal Mail Line e successivamente presso la White Star Line. Come cameriera per la White Star, si imbarcò sull'Olympic, sul quale si trovava quando entrò in collisione nel canale del Solent con l'incrociatore HMS Hawke il 20 settembre 1911; successivamente venne trasferita sul Titanic. Quest'ultima occupazione però non era gradita alla ragazza, a causa della clientela esigente che navigava sulle rotte nell'Atlantico settentrionale e delle difficili condizioni meteorologiche che esse attraversavano. Accettò dietro le insistenze di amici, nonostante i turni di lavoro pesanti (17 ore al giorno per 3 sterline e 10 scellini al mese). Si presentò in servizio al molo di attracco del Titanic a Southampton alle 6 del mattino del 10 aprile 1912; la nave sarebbe partita per il suo viaggio inaugurale circa sei ore dopo, per poi affondare colpendo un iceberg in pieno Oceano Atlantico dopo quattro giorni di navigazione. Successivamente al disastro del Titanic, al quale sopravvisse riuscendo ad imbarcarsi su una delle lance di salvataggio, fu assunta sul Britannic, svolgendo il ruolo di infermiera sulla nave convertita in ospedale militare prima che potesse iniziare il servizio di linea, in quanto nel mentre era scoppiata la prima guerra mondiale. Era a bordo del Britannic quando anch'esso affondò, a causa della falla prodotta dall'esplosione di una mina piazzata da un U-Boot tedesco al largo nel mar Egeo, il 21 novembre 1916. Jessop scrisse, nel 1934, le sue memorie riguardo ai disastri ai quali sopravvisse. Sono state ritrovate e pubblicate nel 1998 in un libro intitolato Titanic Survivor: The Newly Discovered Memoirs of Violet Jessup, Who Survived Both the Titanic and Britannic Disasters. Anche il documentario La Maledizione del Titanic di John Chatterton e Richie Kohler andato in onda su History Channel il 6 dicembre 2008 ha citato la storia di Violet Jessop. Il fatto che fosse sopravvissuta a tutti e tre gli incidenti dei grossi piroscafi della White Star Line ne hanno fatto un caso particolare, portandola ad essere chiamata con il soprannome "Miss Unsinkable" (letteralmente "signorina inaffondabile"). Morì di insufficienza cardiaca il 5 maggio 1971, all'età di 83 anni ed oggi riposa nel cimitero di Hartest, nel Suffolk

Il cielo dentro

 


Agatha Christie sull’amore

Agata

Agatha Christie sull’amore non aveva esattamente un approccio da commedia romantica.
Secondo lei, il trucco era sposarsi presto, prima che arrivassero troppa esperienza, troppi dubbi e soprattutto abbastanza saggezza da iniziare a fare domande scomode.
Insomma, per Christie il matrimonio era quasi una questione di tempismo: prima ti sposi, meno tempo hai per pensarci troppo.

2 ottobre Santa Giovanna Emilia De Villeneuve

2 ottobre Santa Giovanna Emilia De Villeneuve
Religiosa e fondatrice
Toulouse, Francia, 9 mar. 1811 - Castres, Francia, 2 ott. 1854

Jeanne-Émilie de Villeneuve nacque  in una delle più antiche famiglie nobili della Linguadoca. Era la terzogenita, dopo Léontine e Octavie, del marchese Jean-Baptiste Marie Louis de Villeneuve, un tempo ufficiale di marina e di Rosalie Gabrielle de Monteal-Avessens. Dopo la nascita del figlio maschio Ludovic, la famiglia si stabilì nel castello di Hauterive, vicino a Castres (a 90 chilometri da Tolosa), dove inizialmente trascorreva solo l’estate. Dato che il marchese si occupava di controllare i possedimenti agricoli e della sua azienda di lavorazione del cuoio, delegò l’educazione dei figli alla moglie, che se ne occupò pienamente finché ne fu in grado. Per Émilie il padre divenne un vero modello: organizzò dei corsi d’avviamento professionale e fu sempre molto vicino ai più poveri. Dalle sorelle, invece, si sentiva in un certo senso isolata a causa della differenza d’età, finendo col diventare quasi insensibile. Allo stesso tempo, sviluppò un grande amore per la precisione, tanto che venne incaricata dalla madre di fornire un’iniziale istruzione al fratellino.Nel 1825, la signora de Villeneuve si spense, dopo una dolorosa agonia. Nemmeno in quel caso Émilie lasciò trasparire i propri sentimenti, e neppure quando, nel gennaio 1826, ricevette la Prima Comunione. Non molto tempo dopo, venne affidata insieme alle sorelle (Ludovic fu mandato in collegio) alla nonna paterna, in quanto suo padre venne nominato sindaco di Castres. Le sorelle ne furono felici e colsero l’occasione per non mancare agli appuntamenti che si svolgevano nel salotto della signora. Poco meno di due anni dopo, improvvisamente, morì la sorella Octavie. Sul momento Émilie rimase impassibile come al solito, ma di lì a poco scoprì cosa poteva renderla davvero felice: la preghiera, la frequentazione dei sacramenti e la partecipazione alle conversazioni religiose con alcuni amici della nonna. Col matrimonio di Léontine, alla fine del novembre 1829, Émilie divenne di fatto padrona di casa, anzi, del castello di Hauterive, perché il padre, dopo essersi dimesso dall’incarico di sindaco, non perse di vista le proprie attività agricole. Ludovic disapprovava il contegno e le abitudini della sorella, che trovava poco ordinarie rispetto a quelle delle ragazze della sua età e della sua epoca: lei, infatti, condivideva coi poveri il denaro che le forniva il padre, andava a Messa ogni mattina e assisteva le giovani istruendole e assistendole se ammalate. Trovò inoltre una guida spirituale nel gesuita padre Leblanc, che risiedeva a Tolosa. Ma le elemosine e le visite, ben presto, non le bastarono più. Voleva condividere la vita dei più abbandonati, per ricondurli alla loro dignità umana e di figli di Dio. A ventitre anni, confidò all’amica Coralie de Gaix, che in seguito lasciò un memoriale su di lei, che sentiva «un’attrattiva irresistibile» non per il matrimonio, ma per la consacrazione religiosa, precisamente tra le Figlie della Carità di San Vincenzo De Paoli. Anche padre Leblanc approvò il suo progetto, ma non i familiari: il signor de Villeneuve le chiese di attendere altri quattro anni. Émilie, consigliata anche dal direttore spirituale, accettò, ma intensificò le sue attività in parrocchia. Si rese così disponibile che le amiche, con tono tra lo scherzoso e l’ammirato, presero a chiamarla «Signor Vicario», quasi fosse un viceparroco in gonnella. Un giorno le venne recapitata una lettera. Era da parte di un certo signor de Barre, benefattore e fervente cristiano, che asseriva di aver avuto un’ispirazione durante la Messa: la giovane avrebbe dovuto costituire a Castres una casa, diretta da religiose, per l’educazione dei bambini lasciati a se stessi dai genitori. Dopo aver lungamente pregato e riflettuto, padre Leblanc concluse che era volere di Dio che l’opera fosse compiuta. Anche il padre di Émilie si disse convinto, tanto più che la figlia non sarebbe stata tanto lontana da lui, e contribuì finanziariamente all’acquisto della casa. Nell’abbandonare il castello, gli disse: «È per Dio che vi lascio, voglio servire i poveri!». Il nome scelto per la nuova fondazione fu quello di «Congregazione dell’Immacolata Concezione». Rispecchiava la devozione che Émilie aveva sempre avuto per la Vergine Maria, che aveva scelto come speciale confidente quando era rimasta senza madre. Il fine era espresso nelle prime Regole: l’educazione dei bambini abbandonati, il servizio ai poveri e ai prigionieri, l’istruzione e la formazione professionale delle ragazze. Émilie e due compagne, dopo un mese di ritiro, quasi un noviziato, presso il convento della Visitazione di Tolosa, cambiarono i vestiti con un abito religioso azzurro e professarono i voti temporanei l’8 dicembre 1836, alla presenza dello arcivescovo di Albi. La neo-fondatrice prese il nome di suor Maria, ma nell’uso comune è rimasta nota col nome di battesimo. Dopo un iniziale appoggio da parte dei cittadini, le tre suore subirono pesanti attacchi per aver inaugurato, il 29 marzo 1837, un laboratorio di cucito. Le sarte professioniste avvertivano il peso della concorrenza e arrivarono a calunniare la nuova comunità, che, consigliata da padre Leblanc, non cedette. Alla fine dell’anno, le critiche cessarono e vennero ammesse quattro postulanti. All’inizio dell’anno successivo, le “suore azzurre” o “suore blu”, come vennero soprannominate, ricevettero l’incarico di occuparsi dei carcerati, mentre il 1° maggio si stabilirono nell’ex seminario minore. Madre Émilie era ammirata e rispettata dalle consorelle e dalle allieve. Il suo motto, come era già accaduto per santa Giovanna Antida Thouret, era «Dio solo!». Intraprese la redazione delle Costituzioni, che vennero approvate dall’arcivescovo di Albi alla fine del 1841, anche per garantire alla comunità una formazione migliore. Dietro richiesta delle consorelle, venne nominata superiora a vita, ma non smise di sottoporsi alla regola comune. All’inizio di giugno 1843, mentre si trovava a Parigi per ottenere dal governo l’approvazione civile per aprire scuole comunali, s’incontrò con padre François-Marie-Paul Libermann, della Congregazione dello Spirito Santo (Venerabile dal 1910), col quale era in relazione epistolare da un anno. L’obiettivo era l’invio di alcune suore in missione oltreoceano, come lei aveva auspicato nelle Costituzioni. Il 30 aprile 1844, dopo quaranta giorni di penitenza per ottenere i fondi necessari, la comunità s’insediò nel nuovo convento. Quella quaresima particolare era servita a madre Émilie per orientare anzitutto le sue figlie e lei stessa verso la conversione del cuore. Le fondazioni proseguirono nel luglio 1846, con l’apertura di un rifugio per prostitute. A questo riguardo aveva raccomandato: «È molto importante che le Suore non mostrino mai, nei confronti delle penitenti, qualunque torto abbiano da rimproverare loro, né impazienza, né disgusto della loro compagnia, né disprezzo per le loro persone. Le tratteranno sempre, al contrario, con una dolcezza e un affetto tutti santi». La prima partenza per l’Africa di quattro religiose avvenne il 22 novembre 1847, seguita da quelle del 1849 e del 1850. Padre Libermann consigliò loro di avere tanta pazienza e di non far assumere agli indigeni le abitudini europee, ma di lasciare «gli usi e i costumi che sono loro naturali, perfezionarli animandoli con i principi della fede e delle virtù cristiane, e correggendo ciò che hanno di difettoso»; insomma, quello che oggi chiamiamo inculturazione. Il 30 dicembre 1852 le Suore dell’Immacolata Concezione divennero un istituto di diritto pontificio. Un anno dopo, senza che nessuno se l’aspettasse, madre Émilie si dimise dall’incarico di superiora generale: per sé non desiderava altro se non la «felicità di obbedire» e che le sue figlie prendessero una via autonoma senza la sua guida, che comunque sarebbe prima o poi venuta meno. Le sue supposizioni divennero realtà verso la metà del 1854, quando, nel sud della Francia, si diffuse il colera, accompagnato dalla febbre miliare, ossia da febbre contagiosa ed eruzioni cutanee. L’unica ad ammalarsi in Casa madre fu la Fondatrice, che si era offerta a Dio perché l’epidemia cessasse a Castres. Il 27 settembre fu costretta a mettersi a letto e, due giorni dopo, fu trasportata in infermeria. Morì il 2 ottobre 1854, mentre le sue figlie recitavano le preghiere per gli agonizzanti. Dopo la sua morte, la Congregazione si espanse in Brasile e Argentina, a seguito delle leggi francesi che segnavano la separazione tra Chiesa e Stato. Nel 1998, invece, si è aperta una comunità nelle Filippine. In Italia è stata presente dapprima a Rubiana, poi ad Acqui Terme, dove opera tuttora. La Casa generalizia ha sede a Roma, nella casa per ferie «Il Romitello». Ogni fondazione ha sempre lo scopo di accorrere dove i poveri hanno più bisogno, come la Fondatrice ripeteva spesso. Visto il perdurare della sua fama di santità, durante il mandato come superiora generale di madre Sylvie Azaïs si cominciò a copiare e classificare i documenti manoscritti, in modo da operare una prima analisi della sua spiritualità. Nel 1945, la nuova superiora madre Marie Agathe Vernadat iniziò lo studio degli scritti. Il 18 agosto 1947, durante il capitolo generale, madre Germaine Sapène riferì la decisione d’istituire il processo di beatificazione. La fase informativa durò dal 25 agosto 1948 al 6 febbraio 1950, presso la diocesi di Albi, nel cui territorio rientra Castres. Dal momento che la causa era stata avviata 94 anni dopo la morte della candidata agli altari, venne qualificata come causa storica. Il 20 novembre 1948 venne svolta la ricognizione canonica dei resti della Serva di Dio, che vennero nuovamente sepolti il 18 agosto 1949 nel giardino della Casa madre, dove si trovano tuttora, ai piedi di una statua della Madonna che lei invocava come “Notre Dame du Prompt Secours”. Trentaquattro anni dopo la trasmissione degli atti del processo a Roma, si svolse, il 10 ottobre 1984, la riunione dei periti storici, mentre la “positio super virtutibus” venne trasmessa alla Congregazione vaticana per le Cause dei Santi nel 1986. Quattro anni dopo, il 30 novembre 1990, il processo informativo venne convalidato con apposito decreto. A seguito della riunione dei periti teologi, il 18 dicembre 1990, e della riunione dei cardinali e vescovi membri della Congregazione, 4 giugno 1991, venne promulgato il decreto che attribuiva a madre Giovanna Emilia il titolo di Venerabile, letto di fronte al Papa il 6 luglio 1991 e reso noto il 9 ottobre del medesimo anno. Dal 16 maggio al 20 ottobre 2003 si svolse il processo diocesano su un probabile miracolo, ossia la guarigione di Binta Diaby, un’adolescente musulmana che viveva in Guinea e che nel 1994, per aver ingerito della soda caustica, stava rischiando di morire di peritonite. Fu trasportata in una casa delle suore a Barcellona, che iniziarono una novena alla Fondatrice e le diedero in mano una sua immagine con reliquia. Dopo ventitré giorni, la ragazzina si alzò guarita. La convalida dell’inchiesta sul miracolo avvenne il 4 febbraio 2005. L’approvazione definitiva, dopo le riunioni della commissione medica (16 febbraio 2006), dei periti teologi (26 gennaio 2007) e dei cardinali e vescovi membri della Congregazione vaticana per le Cause dei Santi (6 novembre 2007), giunse col decreto del 17 dicembre 2007, che apriva la strada alla beatificazione. La celebrazione si è svolta a Castres il 5 luglio 2009, presieduta dal cardinal Angelo Amato, Prefetto delle Cause dei Santi, in qualità d’inviato del Santo Padre. Come secondo miracolo per ottenere la canonizzazione è stato preso in esame il caso di Emily Maria de Sousa, nativa di Patrolina, in Brasile. Il 5 maggio 2008, quando aveva appena 9 mesi, infilò un dito in una presa di corrente e ricevette una scossa elettrica. Condotta in ospedale, venne ricoverata in terapia intensiva. Poteva mangiare, ma aveva difficoltà a respirare e un’ipertonia muscolare. Il 14 maggio le venne posto un tubo gastrico e fu trasferita in pediatria. Uscì dall’ospedale il 20 maggio in stato molto grave: non poteva vedere, respirare, parlare, stare in piedi e il collo le ciondolava da una parte all’altra. I genitori della piccola, consigliati dalla loro amica suor Ana Celia de Oliveira, decisero di compiere una novena alla Beata Giovanna Emilia. Verso la sera del 30 maggio 2008 ci fu un cambiamento radicale: la bambina riprese a vedere e tornò alla normalità. Questo evento fu riconosciuto come guarigione inspiegabile con il decreto reso noto il 6 dicembre 2014. Il 17 maggio 2015, in piazza San Pietro a Roma, papa Francesco ha ufficialmente posto alla venerazione di tutta la Chiesa cattolica madre Giovanna Emilia De Villeneuve e altre tre Beate: suor Maria Alfonsina Danil Ghattas, madre Maria Cristina dell’Immacolata Concezione (Adelaide Brando) e suor Maria di Gesù Crocifisso (Mariam Baouardy).


Autore: Emilia Flocchini

 

Festa dei nonni


 

Filastrocca brontolona.

 


Filastrocca brontolona.

Filastrocca brontolona,
brontola il tuono quando tuona,
brontola il mare quando ha in testa
di preparare una tempesta,
brontola il nonno: «Ah, come vorrei
ritornare ai tempi miei...
Non c'erano allora, egregi signori,
elicotteri e micromotori,
e senza fare tanto fracasso
in carrozzella si andava a spasso».
Accende la pipa, inforca gli occhiali
e affonda il naso nei giornali...
Ma tosto soggiunge: «Però... però...
senza lo scuter, che figura fò?
Il mondo cammina, il mondo ha fretta!»
Viva il nonno in motoretta.
Gianni Rodari

giovedì 1 ottobre 2026

Tutti quelli che incontri


 

La bambola di guerra

La bambola di guerra.

In un freddo casone scoperchiato,
dove la volta è il ciel stellato,
quattro fanti incappottati
hanno in mezzo una bambola,
fra le macerie trovata,
una bimba pallida morta
a una voce nota risorta
dalla fredda tomba di pietre.
I grandi occhi spiritati
come guardan! Non riconoscono.
I grandi occhi spiritati
la mammina cercano._Figlia,
la mammina bella è fuggita!
Un cattivo cane che abbaia,
il gobbetto austriaco che spara
rabbiosamente, è di là.
Nella notte, fuori, una scia
che sìallontana, la via:
ma tra il bianco un'ombra,
che si muove, è di nuvola.
Un'impazienza di passo,
una voce che chiama e grida:
son foglie al vento che stridono,
desolatamente cadono.
I suoi occhi dolci che guardano
confusamente, ridono, cercano
da per tutto, invocando;
son le buone stelle che piangono.
Nella notte, solo, nella notte
un cattivo cane che abbaia,
il gobbetto austriaco che spara
rabbiosamente, è di là..

Vann'Antò (Giovanni Antonio Di Giacomo)




Demetrio Mauro


Demetrio Mauro
Reggio Calabria, 1º ottobre1905 –  7 luglio 1996)
è stato un
imprenditore italiano, industriale del caffè. 

Nasce tre anni prima del terribile terremoto, da una famiglia di modeste condizioni economiche. All'età di sei anni perde un occhio a causa di un incidente. Non potendosi permettere gli studi, a dieci anni è mozzo sulle navi dello stretto e poi, più grande, su altre navi tra l'America e l'Europa. A vent'anni riesce a conseguire il diploma elementare seppur a costo di duri sacrifici. Continua il suo lavoro sulle navi dello stretto ma l'obiettivo ora è acquistare una nave e costituire un'azienda propria. Nel 1930 acquista la nave “Salvatore Padre”, conosciuta sullo stretto come la Barca di Mauro. Dal 1936 trasferisce i suoi interessi in Africa, nelle colonie italiane, fondando un'agenzia di viaggi tra Massaua e Asmara. Dopo tanti anni raggiunge finalmente lo sperato successo, ma i drammatici eventi della seconda guerra mondiale cambiano i destini di molti, tra cui quello di Demetrio Mauro. Si ritrova a cominciare da zero. 

Fondatore del “Caffè Mauro”

L'avventura riparte da Milano nel 1949 con una nuova passione, il caffè, con una piccola macchina da torrefazione da 20 kg di seconda mano. Dopo pochi mesi però ritorna a Reggio Calabria dove costruisce un'azienda che diventerà presto una delle più avanzate del settore. Gli ingredienti del successo sono la capacità di conciliare i valori della sua terra e della sua tradizione con le esigenze di innovazione che il mercato di quegli anni richiede. Negli anni cinquanta e sessanta la “Caffè Mauro” si distingue per le novità portate nei sistemi di produzione, nella distribuzione e nella comunicazione. Porta per primo il prodotto a standard di qualità elevata per l'epoca e soprattutto, è il primo a distribuire confezionato, con un marchio e un prodotto, che prima era distribuito soltanto sfuso. È ancora primo, nel suo settore, ad usare la televisione e Carosello nella promozione del prodotto e del proprio marchio. All'inizio degli anni settanta partecipa attivamente ai Moti di Reggio, contro l'assegnazione della sede della regione Calabria a Catanzaro. Insieme all'armatore Amedeo Matecena costituisce un Comitato che fu attivo nella rivolta insieme ad altri raggruppamenti. Il 30 luglio 1970 circa seimila persone ascoltarono in piazza Italia il comizio di Demetrio Mauro, di Fortunato Aloi del MSI e di Ciccio Franco della CISNAL. Nel contesto dei Moti, fu anche indagato e prosciolto come finanziatore di azioni criminali avvenute contestualmente alla rivolta, compreso il deragliamento del treno che provocò la strage di Gioia Tauro. Nel 2024, sempre a Reggio Calabria, l'amministrazione comunale volle intitolare una via all'imprenditore reggino, proprio nell'arteria dove ha visto nascere il suo primo stabilimento per la produzione del caffè. La cerimonia, fu preceduta da un incontro a palazzo Campanella, dove fu ricordata la figura e la storia di Demetrio Mauro. Muore all'età di 91 anni.

Il mantello di Ottobre

 


Il forse

 


Ottobre


 

BENVENUTO Ottobre

Ottobre i prati riveste d'argento
al bosco fa tutte d'oro le foglie,
le nubi in pioggia sottile discioglie, 
poi s'accapiglia e combatte col vento, 
E vien l'autunno sui campi rimossi: 
viene e ci porta nel fresco cestello 
l'uva che ha colto, goloso monello, 
incoronato dai pampini rossi. 
Di sera accende le fiamme dei ciocchi 
quando la nebbia comincia a salire, 
e getta il sonno a manciate negli occhi
a tutti i bimbi per farli dormire. 
Li fa sognare l'estate che vola
via nel ricordo, col sole rovente;
e poi li prende per man, dolcemente,
come un buon mago, per portarli a scuola.

Alessandro Lugli

mercoledì 30 settembre 2026

Pasquale vedetta

Pasquale vedetta.

Colonne fluttuanti
di scapigliate nebbie.
Sorgono e si sommergono
ignudi scenari di rocce.
Le dedale trincee,
faticose, serpeggiano
per entro a sfaldati macigni.
Sovra i cupi elmetti ferringni
l'umida tènebra dà gocce.
Ma ravvolti tra le mantelle
fràdice stan corpi temprati
da selvagge procelle.
E' la fiacca ora dell'accidia;
è l'ora più cara all'insidia.
_Chi va là?_
nel buio, a due passi, sfavilla
il ferro d'una baionetta.
_Son io, vedetta!
Son l'ispezione, il capitano!_
_Avanti!_
Immobile, di sotto
a un baldacchin di teli e di coperte,
rassomiglia un inerte
impagliato fagotto
a spauracchio di falchi e di poiane.
_Avanti!_
_ Sei tu Pasquale? Ebben che nuove?
_Nessun si muove
stanotte, capitano.
Queste son nottatacce.
Nemmeno s'odono
quelle bestiacce
dei topi che rodono
i reticolati
e ci fanno mozzare il respiro.
_Addio, Pasquale, io seguito il mio giro.
Fà buona guardia; sono tempi cattivi,
son notti di colpi furtivi.
_Non tema, che qui ci sono io!
E è tanto che faccio ' sta vita.
Arrivederci, buona gita.
Il rude veterano,
dal corpo e dall'anima salda,
per darmi una prova spavalda
del suo cuore sereno,
accompognandosi con l'unghie
sopra la baionetta
sommesso sommesso fischietta:
" Ella mi crede libero e lontano".
Ella_ e sorrido!
Anche Pasquale fa la serenata.
Ella?_e cammino.
Frusta il silenzio
lo schiocco secco d'una fucilita.
Un grido?
Nulla, nulla.
Sarà quel nervoso cecchino,

là, che spara quando gli frulla.
Un caporale mi raggiunge
ansando:
_Capitano! una pattuglia
d'austriaci sotto il nostro reticolato!
Quel colpo? ha udito? or ora l'han sparato
contro la vedetta numero tre.
Dicono che fischiava!
L'han colto nella testa.
Era Pasquale, sa? quel tipo allegro,
il veterano della compagnia.
Poverino, un minuto d'agonia
e subito è spirato!
Ha detti piano piano
perdendo sangue dalla bocca:
_...mia mamma...il capitano._

Arturo Marpicati.


Papa Vittore I°

Papa Vittore I°, talvolta erroneamente chiamato Vittorio I°
(
Africa Proconsolare, II secolo – Roma, 28 luglio 199),
è stato il 14º
vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica dal 189 al 199. 

È venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalle Chiese ortodosse, e dalla Chiesa copta (nella quale è conosciuto con il nome di Boktor). È stato il primo pontefice africano. Il Liber pontificalis lo presume originario dell'Africa, probabilmente di etnia berbera e riporta che suo padre si chiamava Felice.  Questa fonte, desumendo i dati dal Catalogo Liberiano, indica che Vittore regnò dal 186 al 197. Il testo armeno del Chronicon di Eusebio di Cesarea, tuttavia, posiziona l'inizio del pontificato di Vittore nel settimo anno di regno dell'imperatore Commodo (187) e gli accredita una durata di dodici anni; nella sua Historia Ecclesiastica Eusebio stesso, però, riposiziona l'inizio del pontificato al nono anno del regno di Commodo (189) e lo fa durare dieci anni. Durante gli ultimi anni del regno di Commodo (180-192) e i primi anni di quello di Settimio Severo (dal 193) la Chiesa di Roma poté godere di un periodo di pace privo di persecuzioni. L'opinione positiva sui cristiani che aveva Commodo viene generalmente attribuita all'influenza di Marcia, sua amante e poi moglie. Secondo la testimonianza di Ippolito di Roma, costei era favorevole ai cristiani, forse una cristiana lei stessa. Per ottenere la liberazione dei suoi confratelli condannati ai lavori forzati nelle miniere della Sardegna (ad metalla), convocò papa Vittore a Palazzo e si fece consegnare un elenco dei cristiani romani laggiù detenuti. Avendo ricevuto la grazia da parte dell'imperatore, Marcia spedì il presbitero Giacinto in Sardegna con l'ordine di liberazione per i cristiani. Fu la prima volta che l'impero romano andò incontro alla Chiesa e il suo vescovo in tema di persecuzioni. Fu anche la prima volta che, nonostante il clima di moralizzazione dei costumi adottato già dai predecessori di Vittore, e da lui stesso rigidamente seguito, il papa trovò un accordo "politico" con una donna che, nonostante si professasse cristiana, era notoriamente dedita a costumi dissoluti che la ponevano al limite della scomunica. Ireneo di Lione riportava che in questo periodo i cristiani ebbero molti incarichi ufficiali presso la Corte imperiale. Anche Settimio Severo, durante i primi anni del suo regno, guardò con favore i cristiani, lasciandoli nei posti chiave della sua corte. Tra coloro che rimasero a palazzo c'era un certo Proculo che una volta lo aveva addirittura curato. Questo imperatore protesse i cristiani dagli eccessi dei pagani, e suo figlio, Caracalla, ebbe persino una balia cristiana. In questo periodo il Cristianesimo fece grandi passi avanti nella capitale e trovò proseliti persino fra le famiglie ricche e nobili. Durante il suo pontificato, però, la Chiesa fu sconquassata da dissensi interni. Si acuì la disputa sulla celebrazione della Pasqua, di cui già si era discusso a lungo al tempo di papa Aniceto. I cristiani di Roma che erano immigrati dalle province dell'Asia erano soliti celebrare la Pasqua il 14º giorno del mese di Nisan, in qualsiasi giorno della settimana cadesse, come avrebbero fatto nelle loro terre d'origine; questa usanza portò agitazione all'interno della comunità cristiana di Roma. Papa Vittore decise, perciò, che ci dovesse essere uniformità nell'osservanza della festa pasquale e per questo cercò di persuadere i quartodecimani a seguire la pratica della Chiesa di Roma. Scrisse al vescovo Policrate di Efeso e gli suggerì di convocare gli altri vescovi asiatici per discutere della questione con loro. La riunione si tenne, ma nella lettera che spedì a papa Vittore, Policrate dichiarò che avrebbe fermamente continuato nell'usanza quartodecimana "osservata da così tanti santi e celebri vescovi della regione". Vittore tenne allora, a Roma, il primo sinodo romano di cui si abbiano notizie, e scrisse ai vescovi reggenti dei vari distretti, esortandoli a riunire i vescovi loro dipendenti e consigliarsi con loro sul problema della festa pasquale. Le risposte giunsero da tutte le parti del mondo cristiano: dal sinodo di Palestina, presieduto da Teofilo di Cesarea e Narciso di Gerusalemme; dal sinodo del Ponto, presieduto dall'anziano Palma; dalle comunità di Gallia, il cui vescovo era Ireneo di Lione; dai vescovi del regno di Osrhoene; e da singoli vescovi, come Bachilo di Corinto. Tutte queste risposte riportavano unanimemente che la Pasqua veniva osservata la domenica. Vittore, che in tutta la faccenda agì come capo dell'intera cristianità cattolica, fece quindi appello ai vescovi della provincia d'Asia affinché abbandonassero il loro costume ed accettassero la pratica di celebrare la Pasqua sempre di domenica. Se non avessero ottemperato non sarebbero più stati in comunione con la Chiesa di Roma. Questa procedura non piacque a tutti i vescovi. Ireneo di Lione ed altri scrissero a papa Vittore biasimandolo per la sua severità, esortandolo a mantenere pace e unità con i vescovi asiatici, e a intrattenere rapporti amichevoli con loro. Ireneo gli ricordò anche che i suoi predecessori avevano sempre mantenuto l'osservanza della domenica di Pasqua, come era giusto, ma non avevano interrotto le relazioni amichevoli e la comunione con vescovi asiatici solo perché questi seguivano un altro costume. Non si hanno ulteriori informazioni su come finì la storia dei vescovi asiatici sotto Vittore I. Certo è che nel corso del III secolo la pratica romana dell'osservanza della domenica di Pasqua divenne gradualmente universale. A Roma stessa, dove Vittore impose, naturalmente, l'osservanza della domenica di Pasqua a tutti i cristiani della capitale, un certo Blasto, un orientale, insieme ad alcuni seguaci contrari al papa, provocò uno scisma che, comunque, non crebbe d'importanza. Vittore ebbe anche delle difficoltà con un presbitero romano chiamato Florino, probabilmente proveniente dall'Asia Minore. Come ufficiale della corte imperiale, Florino ebbe modo di conoscere Policarpo di Smirne direttamente in Asia Minore, e in seguito divenne presbitero della Chiesa di Roma. Questi aderì allo Gnosticismo, diffondendo gli insegnamenti del teologo Valentino. Ireneo scrisse due trattati contro di lui e richiamò l'attenzione di Vittore anche sui suoi scritti, che riteneva pericolosi. Florino fu rimosso dalle sue funzioni sacerdotali e scomunicato. Durante il pontificato di Vittore un ricco cristiano venditore di pellame, Teodoto di Bisanzio, giunse a Roma e iniziò a predicare che il Cristo era soltanto un uomo illuminato dallo Spirito Santo con dei poteri sovrannaturali, secondo la cristologia dell'adozionismo. Vittore condannò questa predicazione e scomunicò Teodato. Quest'ultimo, tuttavia, non si sottomise, ma al contrario, insieme ai suoi seguaci, diede il via a uno scisma che per qualche tempo fu anche vitale. Tertulliano affermava che Vittore potrebbe anche essere venuto in contatto col Montanismo, ma non ci sono prove a sostegno di questa notizia. Girolamo indicava Vittore come il primo scrittore in latino della Chiesa menzionando nel suo De viris Illustribus dei piccoli trattati ("Vittore, tredicesimo vescovo della città di Roma, scrittore di certi opuscoli sulla questione pasquale e altro, governò la Chiesa dieci anni sotto Severo"): fino ad allora tutti gli scritti della Chiesa venivano redatti in greco. A parte le lettere sulla controversia pasquale, nessuno degli scritti di Vittore è noto. Forse fu proprio durante il suo pontificato che il canone delle Sacre scritture in uso a Roma, e parzialmente conservato nel Canone muratoriano, fu stilato, sancendo il passaggio definitivo dal greco al latino. Nella nota che lo riguarda, nel Liber Pontificalis si parla della controversia pasquale e dell'introduzione dei sequentes fra il clero, che gli è attribuita. Non è chiaro cosa questo significhi, se ci si riferisca agli accoliti o agli assistenti che, sembra, comparvero in seguito, per coadiuvare quel clero molto occupato nell'amministrazione dei propri interessi. In ogni caso, la nota è una di quelle che l'autore inserì arbitrariamente nelle biografie dei vari papi, e non ha, di conseguenza, alcun valore storico. Lo stesso vale per l'ordinanza relativa all'amministrazione del battesimo nei casi di necessità attribuita a papa Vittore dallo stesso autore. Vittore, nonostante il periodo di pace che visse la Chiesa, patì il martirio sotto Settimio Severo (ma non tutti gli autori concordano) e venne sepolto vicino alla Tomba di Pietro. Alcune sue reliquie sono ora conservate presso l'altare maggiore della basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti a Roma e presso l'altare maggiore della basilica dei Santi Siro e Materno a Desio (MB).

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