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mercoledì 1 dicembre 2021

Nepente

 

“Telemaco d’Ulisse, perchè triste?”
Nell’alta sala del convito, diva
terrestre, al giovinetto Elena argiva
si volge amica e: “perchè piangi?” insiste.
“Perché l’aedo di mio padre errante
che cerca invano l’isola natìa,
narrò la vita e le sfortune… oh, quante!
e in me discende la malinconia…”.
Cosi risponde, lacrimando, il figlio
dell’Itacense ed Elena commossa
versa a stille per lui nell’onda rossa
del vino un filtro che gli asciughi il ciglio.
Il filtro che guarisce ogni dolore,
magico suco d’una egizia pianta
che vince i mali tormentosi e incanta
più di sirena il travagliato cuore…

Telemaco sentì per ogni vena
ambrosia e miele. Come una sorgente
l’anima gli cantò beata, piena
di speranza, di fede…, era il NEPENTE!
Era il filtro giocondo della gioia,
era il filtro vocale della vita,
era una melodia dolce, infinita
e chi la beve non conosce noia!
Versato, a stille, dalla rosea mano
che scintillava carica d’anelli,
oggi il NEPENTE in ogni cuore umano
nuota e lo versa a noi
Non ce ne dona poche stille avare,
ma un’onda inesauribile, fluente;
ce ne versa un mare.
 
 VittortoEmanuele  Bravetta


IL CHIODO

 




Come avvenga non so, né per che modo,
battere sento nel silenzio oscuro
un martello.... chi mai batte nel muro?
stupidamente al cupo rombo godo.

Ne l'alta notte quando più mi rodo,

quando più per l'insonnia mi torturo,
io ne la stolta illusion perduro:
chi batte, penso, ne la pietra un chiodo?

Ma sussulto, che poi sento feroce

penetrare una punta entro il cervello
e, ricreduto, a me confesso: errai.

Muro è la mente, il pensier chiodo atroce,

Ve lo pianta il dolor come un martello:
e il muro cede e non si spezza mai!
 
Vittorio Emanuele Bravetta

Vittorio Emanuele Bravetta


è stato un poeta, scrittore, giornalista e sceneggiatore italiano.

Figlio dell'ammiraglio Ettore e di Cleonice Bolchi, nacque in una famiglia di ferventi patrioti. Laureato in giurisprudenza, si dedicò inizialmente al giornalismo, dove iniziò al quotidiano della sua città, Il Tirreno. Nella sua attività di cronista, Bravetta fu protagonista di un giornalismo militante in difesa della causa nazionalista, così anche da poeta, componendo alcune raccolte di poesie di stampo patriottico come La canzone sabauda, I canti della forza e la tragedia Colonna rostrata, tutti e tre pubblicati nel 1911.Trasferitosi a Torino, collaborò con la Gazzetta del Popolo, e fu assunto come direttore artistico e soggettista dalla casa cinematografica Ambrosio Film, dove ebbe inizio la sua carriera di sceneggiatore di diversi film del cinema muto, primo fra tutti I mille del 1912. Chiamato alle armi dopo l'ingresso dell'Italia nella Grande Guerra, al termine del conflitto compose Ali e bandiere (1918), raccolta di versi nati dalle esperienze belliche vissute dall'autore, dove vengono glorificate le imprese dei soldati italiani. Riprese la sua attività giornalistica e lavorò per diverse testate, come il Secolo XIX di Genova (dove fu pure capo redattore) e La Tribuna di Roma, e scrisse numerosi romanzi e racconti di carattere educativo destinati alla gioventù e con intenti patriottici, come La crociera della nave eterna (1928), La signorina d'Artagnan (1929), Il bimbo che si svegliò gigante (1930). Aderì al Fascismo, e perciò Bravetta fu l'autore dei testi di molti inni fascisti, come il Canto dei fanciulli fascisti (1927), l'Inno degli universitari fascisti ("Siamo fiaccole di vita" - 1927), l'Inno dei Giovani Fascisti ("Fuoco di Vesta", 1927), l'Inno della Somalia Italiana (1927), della Marcia delle Legioni, de Il Decennale (1932), Etiopia (1936), Inno dell'Italia imperiale, Inno Mediterraneo, Adesso viene il bello (1940), tutti suonati dal compositore Giuseppe Blanc. Nel corso degli anni trenta, diresse la collana I Condottieri edita da Paravia, scrisse e pubblicò diversi romanzi biografici come Giovanni dalle Bande Nere (1932) dedicato al celebre condottiero. Inoltre, divenne capo redattore del Radiocorriere e fece pubblicare il romanzo La bestia rossa (1937), ambientato nel periodo del Biennio rosso. Negli anni quaranta assunse la direzione della Sezione letteraria della Jandi Sapi, dove vi collaborò anche nel dopoguerra. Tra le sue pubblicazioni più rilevanti di quel periodo spiccò il romanzo dal titolo Il «Cuore» non invecchia del 1947, una sorta di seguito - a distanza di quasi sessant'anni - del libro Cuore di De Amicis, il cui testo è caratterizzato da elementi patriottici e violenti.

 

Ghianda acrostico