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mercoledì 9 settembre 2026

PIEMONTE

 


PIEMONTE

Su le dentate scintillanti vette
salta il camoscio, tuona la valanga
da’ ghiacci immani rotolando per le
             selve croscianti:

ma da i silenzi de l’effuso azzurro
esce nel sole l’aquila, e distende
in tarde ruote digradanti il nero
              volo solenne.

Salve, Piemonte! A te con melodia
mesta da lungi risonante, come
gli epici canti del tuo popol bravo,
              scendono i fiumi.

Scendono pieni, rapidi, gagliardi,
come i tuoi cento battaglioni, e a valle
cercan le deste a ragionar di gloria
                 ville e cittadi:

la vecchia Aosta di cesaree mura
ammantellata, che nel varco alpino
èleva sopra i barbari manieri
                 l’arco d’Augusto:

Ivrea la bella che le rosse torri
specchia sognando a la cerulea Dora
nel largo seno, fósca intorno è l’ombra
                 di re Arduino:

Biella tra ’l monte e il verdeggiar de’ piani
lieta guardante l’ubere convalle,
ch’armi ed aratri e a l’opera fumanti
                 camini ostenta:

Cuneo possente e pazïente, e al vago
declivio il dolce Mondoví ridente,
e l’esultante di castella e vigne
                 suol d’Aleramo;

e da Superga nel festante coro
de le grandi Alpi la regal Torino
incoronata di vittoria, ed Asti
                 repubblicana.

Fiera di strage gotica e de l’ira
di Federico, dal sonante fiume
ella, o Piemonte, ti donava il carme
                 nuovo d’Alfieri.

Venne quel grande, come il grande augello
ond’ebbe nome; e a l’umile paese
sopra volando, fulvo, irrequïeto,
                 — Italia, Italia —

egli gridava a’ dissueti orecchi,
a i pigri cuori, a gli animi giacenti:
— Italia, Italia — rispondeano l’urne
                 d’Arquà e Ravenna:

e sotto il volo scricchiolaron l’ossa
sé ricercanti lungo il cimitero
de la fatal penisola a vestirsi
                 d’ira e di ferro.

— Italia, Italia! — E il popolo de’ morti
surse cantando a chiedere la guerra;
e un re a la morte nel pallor del viso
                 sacro e nel cuore

trasse la spada. Oh anno de’ portenti,
oh primavera de la patria, oh giorni,
ultimi giorni del fiorente maggio,
                 oh trionfante

suon de la prima italica vittoria
che mi percosse il cuor fanciullo! Ond’io,
vate d’Italia a la stagion piú bella,
                 in grige chiome

oggi ti canto, o re de’ miei verd’anni,
re per tant’anni bestemmiato e pianto,
che via passasti con la spada in pugno
                 ed il cilicio

al cristian petto, italo Amleto. Sotto
il ferro e il fuoco del Piemonte, sotto
di Cuneo ’l nerbo e l’impeto d’Aosta
                 sparve il nemico.

Languido il tuon de l’ultimo cannone
dietro la fuga austriaca moría:
il re a cavallo discendeva contra
                 il sol cadente:

a gli accorrenti cavalieri in mezzo,
di fumo e polve e di vittoria allegri,
trasse, ed, un foglio dispiegato, disse
                 resa Peschiera.

Oh qual da i petti, memori de gli avi,
alte ondeggiando le sabaude insegne,
surse fremente un solo grido: Viva
                 il re d’Italia!

Arse di gloria, rossa nel tramonto,
l’ampia distesa del lombardo piano;
palpitò il lago di Virgilio, come
                 velo di sposa

che s’apre al bacio del promesso amore:
pallido, dritto su l’arcione, immoto,
gli occhi fissava il re: vedeva l’ombra
                 del Trocadero.

E lo aspettava la brumal Novara
e a’ tristi errori mèta ultima Oporto.
Oh sola e cheta in mezzo de’ castagni
                 villa del Douro,

che in faccia il grande Atlantico sonante
a i lati ha il fiume fresco di camelie,
e albergò ne la indifferente calma
                 tanto dolore!

Sfaceasi; e nel crepuscolo de i sensi
tra le due vite al re davanti corse
una miranda visïon: di Nizza
                 il marinaro

biondo che dal Gianicolo spronava
contro l’oltraggio gallico: d’intorno
splendeagli, fiamma di piropo al sole,
                 l’italo sangue.

Su gli occhi spenti scese al re una stilla,
lenta errò l’ombra d’un sorriso. Allora
venne da l’alto un vol di spirti, e cinse
                                  del re la morte.

Innanzi a tutti, o nobile Piemonte,
quei che a Sfacteria dorme e in Alessandria
diè a l’aure primo il tricolor, Santorre
                                  di Santarosa
.

E tutti insieme a Dio scortaron l’alma
di Carlo Alberto. — Eccoti il re, Signore,
che ne disperse, il re che ne percosse.
                                  Ora, o Signore,

anch’egli è morto, come noi morimmo,
Dio, per l’Italia. Rendine la patria.
A i morti, a i vivi, pe ’l fumante sangue
                                  da tutt’ i campi,

per il dolore che le regge agguaglia
a le capanne, per la gloria, Dio,
che fu ne gli anni, pe’ l martirio, Dio,
                                  che è ne l’ora,

a quella polve eroica fremente,
a questa luce angelica esultante,
rendi la patria, Dio; rendi l’Italia
                                  a gl’italiani.

Giosuè Carducci

martedì 8 settembre 2026

Giuseppe Mazzini

 


Giuseppe Mazzini

Qual da gli aridi scogli erma su ‘l mare
Genova sta, marmoreo gigante,
Tal, surto in bassi dí, su ’l fluttuante
Secolo, ei grande, austero, immoto appare.
Da quelli scogli, onde Colombo infante
Nuovi pe ‘l mar vedea mondi spuntare,
Egli vide nel ciel crepuscolare
Co ’l cuor di Gracco ed il pensier di Dante
La terza Italia; e con le luci fise
A lei trasse per mezzo un cimitero,
E un popol morto dietro a lui si mise.
Esule antico, al ciel mite e severo
Leva ora il volto che giammai non rise,
—Tu sol—pensando—o ideal, sei vero.

Giosuè Carducci

L'ultimo

L’ultimo

dei grandi italiani antichi
e il primo dei moderni
il pensatore
che de’ romani ebbe la forza
de’ comuni la fede
de’ tempi nuovi il concetto
il politico
che pensò e volle e fece una la nazione
il cittadino
che tardi ascoltato nel MDCCCXLVIII
rinnegato e abilitato nel MDCCCLX
lasciato prigione nel MDCCCLXX
sempre e su tutto dilesse la patria italiana
l’uomo
che tutto sacrificò
che amò tanto
e molti compatì e non odiò mai
GIUSEPPE MAZZINI
dopo quarant’anni d’esilio
passa libero per terra italiana
oggi, che è morto
o Italia
quanta gloria e quanta bassezza
e quanto debito per l’avvenire.

Giosuè Carducci

lunedì 24 agosto 2026

Il poeta e l'artiere

Il poeta, o vulgo sciocco,

Un pitocco
Non è già, che a l’altrui mensa
Via con lazzi turpi e matti
Porta i piatti
Ed il pan ruba in dispensa.

E né meno è un perdigiorno
Che va intorno
Dando il capo ne’ cantoni,
E co ’l naso sempre a l’aria
Gli occhi svaria
Dietro gli angeli e i rondoni.


E né meno è un giardiniero
Che il sentiero
De la vita co ’l letame
Utilizza, e cavolfiori
Pe’ signori
E vïole ha per le dame.

Il poeta è un grande artiere,
Che al mestiere
Fece i muscoli d’acciaio:
Capo ha fier, collo robusto,
Nudo il busto,
Duro il braccio, e l’occhio gaio.

Non a pena l’augel pia
E giulía
Ride l’alba a la collina,
Ei co ’l mantice ridesta
Fiamma e festa
E lavor ne la fucina;

E la fiamma guizza e brilla
E sfavilla
E rosseggia balda audace,
E poi sibila e poi rugge
E poi fugge
Scoppiettando da la brace.


Che sia ciò, non lo so io;
Lo sa Dio
Che sorride al grande artiero.
Ne le fiamme cosí ardenti
Gli elementi
De l’amore e del pensiero

Egli gitta, e le memorie
E le glorie
De’ suoi padri e di sua gente.
Il passato e l’avvenire
A fluire
Va nel masso incandescente.

Ei l’afferra, e poi del maglio
Co ’l travaglio
Ei lo doma su l’incude.
Picchia e canta. Il sole ascende,
E risplende
Su la fronte e l’opra rude.

Picchia. E per la libertade
Ecco spade,
Ecco scudi di fortezza:
Ecco serti di vittoria
Per la gloria,
E diademi a la bellezza.


Picchia. Ed ecco istorïati
A i penati
Tabernacoli ed al rito:
Ecco tripodi ed altari,
Ecco rari
Fregi e vasi pe ’l convito.

Per sé il pover manuale
Fa uno strale
D’oro, e il lancia contro ’l sole:
Guarda come in alto ascenda
E risplenda,
Guarda e gode, e piú non vuole.


Giosuè Carducci


domenica 9 agosto 2026

Il bove

Il bove 

T'amo, o pio bove; e mite un sentimento
Di vigore e di pace al cor m'infondi,
O che solenne come un monumento
Tu guardi i campi liberi e fecondi,

0 che al giogo inchinandoti contento
L'agil opra de l'uom grave secondi:
Ei t'esorta e ti punge, e tu co 'l lento
Giro de' pazienti occhi rispondi.

Da la larga narice umida e nera
Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto
Il mugghio nel sereno aer si perde;

E del grave occhio glauco entro l'austera
Dolcezza si rispecchia ampio e quieto
Il divino del pian silenzio verde.

 GIOSUE' CARDUCCI, 

domenica 2 agosto 2026

Il canto dell'amore

 


Il canto dell'amore

O bella a' suoi be' dì Rocca Paolina
Co' baluardi lunghi e i sproni a sghembo!
La pensò Paol terzo una mattina
Fra il latin del messale e quel del Bembo.

– Quel gregge perugino in fra i burroni
Troppo volentier — disse — mi si svia.
Per ammonire, il padre eterno ha i tuoni.
Io suo vicario avrò l'artiglieria.

Coelo tonantem canta Orazio, e Dio
Parla fra i nembi sovra l'aquilon:
Io dirò coi cannoni: O gregge mio,
Torna ai paschi d'Engaddi e di Saron.

Ma poi che noi rinovelliamo Augusta,
Odi, Sangallo: fammi tu un lavoro
Degno di Roma, degna del luo gusto,
E del ponteficato nostro d'oro. –

Disse: e il Sangallo alla fortezza i fianchi
Arrotondò qual di fiorente sposa:
Gittolle attorno un vel di marmi bianchi,
Cinse di torri un serto all'orgogliosa.

La cantò il Molza in distici latini;
E il paracleto nella sua virtù
Con più che sette doni ai perugini
in bombe e dai mortai pioveva giù.

Ma il popolo è, ben lo sapete, un cane,
E i sassi addenta che non può scagliare,
E specialmente le sue ferree zane
Gode nelle fortezze esercitare;

E le sgretola; e poi lieto si stende
Latrando tu le pietre ruinate,
Fin che si leva e a correr via riprende
Verso altri sassi ed altre bastonate.

Così fece in Perugia, ove l'altera
Mole ingombrava di vasta mole il suol,
Or ride amore e ride primavera,
Ciancian le donne ed i bambini al sol.

E il sol nel radïante uzzurro immenso
Fin degli Abruzzi al biancheggiar lontano
Folgora, e con desio d'amor più intenso
Ride ai monti dell'Umbria e al verde piano.

Nel roseo lume placidi sorgenti
I monti si rincorrono fra loro,
Sì che sfumano in dolci ondeggiamenti
Entro vapori di vïola e d'oro.

Forse, Italia, è la tua chioma fragrante,
Nel talamo, fra due mari, seren,
Che sotto i baci dell'eterno amante
Ti freme effusa in lunghe anella al sen?

Io non so che si sia, ma di zaffiro
Sento ch' ogni poniero oggi mi splende.
Sento per ogni vena irmi il sospiro
Che fra la terra e il ciel sale e discende.

Ogni sospetto novel con una scossa
D'antico affetto mi saluta il core,
E la mia lingua per sè stessa mossa
Dice alla terra e al cielo Amore, amore.

Son io che il cielo abbraccio, o dall' interno
Mi riassorbe l'universo sè?…
Ahi, fu una nota del poema eterno
Quel ch'io sentia e picciol verso or è.

Dai vecchi umbri che foschi tra le gole
Della'Apennino s'amano appiattare;
Dalle tirrene acropoli che sole
Stan su' fioriti clivi a contemplare;

Dai campi onde tra l'armi e l'ossa arate
La sventura di Roma ancor minaccia;
Dalle rocche tedesche appollaiate
Sí come falchi a meditar la caccia;

Dai palagi del popol che sfidando
Surgon neri e tuttiti intorno a lor;
Dalle chiese che al ciel lunghe levando
Marmoree braccia pregano il Signor;

Dai borghi che s'affrettan di salire
Allegri verso la cittade oscura,
Come villani c' hanno da partire
Un buon raccolto dopo mietitura;

Dai conventi tra i borghi e le cittadi
Cupi sedenti al suon delle campane,
Come cuculi in fra gli alberi radi
Cantanti noie ed allegrezze strane;

Dalle vie, dalle piazze glorïose,
Ove, come del maggio ilare ai dí
Boschi di quercie e cespiti di rose,
La libera de' padri arte fiorí;

Per le tenere verdi messi al piano,
Pe' vigneti su l'erte arrampicati,
Pe' laghi e' fiumi argenteï lontano,
Pe' boschi sopra i vertici nevati,

Pe' casolari al sol lieti fumanti
Fra stridor di mulini e di gualchiere,
Sale un cantico solo in mille canti,
Un inno in voce di mille preghiere:

– Salute, o genti umane affaticate!
Nulla trapassa e nulla può morir.
Noi troppo odiammo e sofferimmo. Amate.
Il mondo è bello e santo è l'avvenir. –

Che è che splende su da' monti, e in faccia
Al sole appar come novella aurora?
Di questi monti per la rosea traccia
Passeggian dunque le madonne ancora?

Le madonne che vide il Perugino
Scender ne' puri occasi dell' aprile
E le braccia, adorando, in su 'l bambino
Aprir con deità cosí gentile?

Ell'è un'altra madonna, ell'e un'idea
Fulgente di giustizia e di pietà:
Io benedico chi per lei cadea,
Io benedico chi per lei vivrà.

Che m'importa di preti e di tiranni?
Ei son più vecchi de' lor vecchi dei.
la maledissi al papa or son dieci anni,
Oggi col papa mi concilierei.

Povero vecchio, chi sa non l'assaglia
Una deserta volontà di amare!
Forse ci ripensa la sua Sinigaglia
Sì bella a specchio dell'adriaco mare.

Aprite il Vaticano. Io piglio a braccio
Quel di sé stesso amico prigionier.
Vieni: alla libertà brìndisi io faccio:
Cittadino Mastai, bevi un bicchier.
Giosuè Carducci

mercoledì 29 luglio 2026

L’OSTESSA DI GABY


L’OSTESSA DI GABY 

E verde e fósca l’alpe e limpido e fresco è il mattino,
e traverso gli abeti tremola d’oro il sole.
Cantan gli uccelli a prova, stormiscono le cascatelle,   precipita la scesa nel vallone di Niel.

Ecco le bianche case. La giovine ostessa a la soglia
 ride, saluta e mesce lo scintillante vino. 
Per le fórre de l’alpe trasvolan figure ch’io vidi 
certo nel sogno d’una canzon d’arme e d’amori.


Giosuè Carducci

mercoledì 22 aprile 2026

Il parlamento

 


Il parlamento

I
Sta Federico imperatore in Como.
Ed ecco un messaggero entra in Milano
Da Porta Nova a briglie abbandonate.
“Popolo di Milano,” ei passa e chiede,
“Fatemi scorta al console Gherardo.”
Il consolo era in mezzo de la piazza,
E il messagger piegato in su l’arcione
Parlò brevi parole e spronò via.
Allor fe’ cenno il console Gherardo,
E squillaron le trombe a parlamento.

II
Squillarono le trombe a parlamento:
Ché non anche risurto era il palagio
Su’ gran pilastri, né l’arengo v’era,
Né torre v’era, né a la torre in cima
La campana. Fra i ruderi che neri
Verdeggiavan di spine, fra le basse
Case di legno, ne la breve piazza
I milanesi tenner parlamento
Al sol di maggio. Da finestre e porte
Le donne riguardavano e i fanciulli.

III
“Signori milanesi,” il consol dice,
“La primavera in fior mena tedeschi
Pur come d’uso. Fanno pasqua i lurchi
Ne le lor tane, e poi calano a valle.
Per l’Engadina due scomunicati
Arcivescovi trassero lo sforzo.
Trasse la bionda imperatrice al sire
Il cuor fido e un esercito novello.
Como è co’ i forti, e abbandonò la lega.”
Il popol grida: “L’esterminio a Como!”

IV
“Signori milanesi,” il consol dice,
“L’imperator, fatto lo stuolo in Como,
Move l’oste a raggiungere il marchese
Di Monferrato ed i pavesi. Quale
Volete, milanesi? od aspettare
Da l’argin novo riguardando in arme,
O mandar messi a Cesare, o affrontare
A lancia e spada il Barbarossa in campo?”
“A lancia e spada,” tona il parlamento,
“A lancia e spada, il Barbarossa, in campo!”

V
Or si fa innanzi Alberto di Giussano.
Di ben tutta la spalla egli soverchia
Gli accolti in piedi al console d’intorno.
Ne la gran possa de la sua persona.
Torreggia in mezzo al parlamento: ha in mano
La barbuta: la bruna capelliera
Il lato collo e l’ampie spalle inonda.
Batte il sol ne la chiara onesta faccia,
Ne le chiome e ne gli occhi risfavilla.
È la sua voce come tuon di maggio.

VI
“Milanesi, fratelli, popol mio!
Vi sovvien” dice Alberto di Giussano
“Calen di marzo? I consoli sparuti
Cavalcarono a Lodi, e con le spade
Nude in mano gli giurr l’obedïenza.
Cavalcammo trecento al quarto giorno,
Ed a i piedi, baciando, gli ponemmo
I nostri belli trentasei stendardi.
Mastro Guitelmo gli offerí le chiavi
Di Milano affamata. E non fu nulla.”

VII
“Vi sovvien” dice Alberto di Giussano
“Il dí sesto di marzo? Ai piedi ei volle
Tutti i fanti ed il popolo e le insegne.
Gli abitanti venían de le tre porte,
Il carroccio venía parato a guerra;
Gran tratta poi di popolo, e le croci
Teneano in mano. Innanzi a lui le trombe
Del carroccio mandr gli ultimi squilli,
Innanzi a lui l’antenna del carroccio
Inchinò il gonfalone. Ei toccò i lembi.”

VIII
“Vi sovvien?” dice Alberto di Giussano:
“Vestiti i sacchi de la penitenza,
Co’ piedi scalzi, con le corde al collo,
Sparsi i capi di cenere, nel fango
C’inginocchiammo, e tendevam le braccia,
E chiamavam misericordia. Tutti
Lacrimavan, signori e cavalieri,
A lui d’intorno. Ei, dritto, in piedi, presso
Lo scudo imperïal, ci riguardava.
Muto, col suo dïamantino sguardo.”

IX
“Vi sovvien,” dice Alberto di Giussano,
“Che tornando a l’obbrobrio la dimane
Scorgemmo da la via l’imperatrice
Da i cancelli a guardarci? E pe’ i cancelli
Noi gittammo le croci a lei gridando
– O bionda, o bella imperatrice, o fida,
O pia, mercé, mercé di nostre donne! –
Ella trassesi indietro. Egli c’impose
Porte e muro atterrar de le due cinte
Tanto ch’ei con schierata oste passasse.”

X
“Vi sovvien?” dice Alberto di Giussano:
“Nove giorni aspettammo; e si partiro
L’arcivescovo i conti e i valvassori.
Venne al decimo il bando – Uscite, o tristi,
Con le donne co i figli e con le robe:
Otto giorni vi dà l’imperatore -.
E noi corremmo urlando a Sant’Ambrogio,
Ci abbracciammo a gli altari ed a i sepolcri.
Via da la chiesa, con le donne e i figli,
Via ci cacciaron come can tignosi.”

XI
“Vi sovvien” dice Alberto di Giussano
“La domenica triste de gli ulivi?
Ahi passïon di Cristo e di Milano!
Da i quattro Corpi santi ad una ad una
Crosciar vedemmo le trecento torri
De la cerchia; ed al fin per la ruina
Polverosa ci apparvero le case
Spezzate, smozzicate, sgretolate:
Parean file di scheltri in cimitero.
Di sotto, l’ossa ardean de’ nostri morti.”

XII
Cosí dicendo Alberto di Giussano
Con tutt’e due le man copriasi gli occhi,
E singhiozzava: in mezzo al parlamento
Singhiozzava e piangea come un fanciullo.
Ed allora per tutto il parlamento
Trascorse quasi un fremito di belve.
Da le porte le donne e da i veroni,
Pallide, scarmigliate, con le braccia
Tese e gli occhi sbarrati al parlamento,
Urlavano – Uccidete il Barbarossa! -.

XIII
“Or ecco,” dice Alberto di Giussano,
“Ecco, io non piango piú. Venne il dí nostro,
O milanesi, e vincere bisogna.
Ecco: io m’asciugo gli occhi, e a te guardando,
O bel sole di Dio, fo sacramento:
Diman da sera i nostri morti avranno
Una dolce novella in purgatorio:
E la rechi pur io!” Ma il popol dice:
“Fia meglio i messi imperïali.” Il sole
Ridea calando dietro il Resegone.

 Giosué Carducci

PER VAL D’ARNO

 


PER VAL D’ARNO

Né vi riveggo mai, toscani colli,
Colli toscani ove il mio canto nacque
Sotto i limpidi soli e tra le molli
Ombre de’ lauri a’ mormorii de l’acque,

Che dal lago del cor non mi rampolli
Il pianto. Ogni memoria altra si tacque
Da quando in te, che piú ridi e t’estolli,
Colle funesto, il fratel mio si giacque.

Oh che dolce sperar già ne sostenne!
Come da quella età che non rinverde
Volammo a l’avvenir con franche penne!

Tra ignavi studi il tempo or mi si perde
Nel dispetto e l’oblio, ma lui ventenne
Copre la negra terra e l’erba verde.

venerdì 7 novembre 2025

SERENATA




 SERENATA


Le stelle che viaggiano su 'l mare
dicono:-O bella luna, non dormire,
o bella luna ,vogliti levare,
chè noi vogliamo per lo mondo gire.
Vogliam fermarci su la camerella
ove nel sonno stà nostra sorella.
Nostra sorella splendente e bruna
che un mago ci ha rapita, o madre luna.

Di cima al colle rispondono i pini
e da la riva del fiume gli ontani:
-O stelle dà begli occhi piccolini
deh perchè fate quei discorsi vani?
Ella ci appare il dì primo di maggio
tra un lauro snello e un glorioso faggio,
e dove ella sbocciò ninfa dal suolo
cresce una rosa e canta un rusignolo.

Poi che le stelle tramontan nel mare,
Al monte e al piano tace ogni rumore:
La terra buia una camera pare
Ove s'addorme al fin l'uman dolore.
Come breve è la notte, o bella mia!
Desto nel bosco l'uccellin già pia.
L'alba di maggio t'imbianca il verone,
E il saluto del mondo in cuor ti pone.
 
G.Carducci.

lunedì 22 settembre 2025

Roma

Roma

Te redimito di fior purpurei
april te vide su 'l colle emergere
da 'l solco di Romolo torva
riguardante su i selvaggi piani:

te dopo tanta forza di secoli
aprile irraggia, sublime, massima,
e il sole e l'Italia saluta
te, Flora di nostra gente, o Roma.

Se al Campidoglio non più la vergine
tacita sale dietro il pontefice
né più per Via Sacra il trionfo
piega i quattro candidi cavalli,

questa del Fòro tua solitudine
ogni rumore vince, ogni gloria;
e tutto che al mondo è civile,
grande, augusto, egli è romano ancora.

Salve, dea Roma! Chi disconòsceti
cerchiato ha il senno di fredda tenebra,
e a lui nel reo cuore germoglia
torpida la selva di barbarie.

Salve, dea Roma! Chinato a i ruderi
del Fòro, io seguo con dolci lacrime
e adoro i tuoi sparsi vestigi,
patria, diva, santa genitrice.

Son cittadino per te d'Italia,
per te poeta, madre de i popoli,
che desti il tuo spirito al mondo,
che Italia improntasti di tua gloria.

Ecco, a te questa, che tu di libere
genti facesti nome uno, Italia,
ritorna, e s'abbraccia al tuo petto,
affisa ne' tuoi d'aquila occhi.

E tu dal colle fatal pe 'l tacito
Fòro le braccia porgi marmoree,
a la figlia liberatrice
additando le colonne e gli archi:

gli archi che nuovi trionfi aspettano
non più di regi, non più di cesari,
e non di catene attorcenti
braccia umane su gli eburnei carri;

ma il tuo trionfo, popol d'Italia,
su l'età nera, su l'età barbara,
su i mostri onde tu con serena
giustizia farai franche le genti.

O Italia, o Roma! Quel giorno, placido
tornerà il cielo su 'l Fòro, e cantici
di gloria, di gloria, di gloria
correran per l'infinito azzurro.

Giosuè Carducci

venerdì 19 settembre 2025

A Garibaldi

 


A Garibaldi

Gloria a te, padre. Nel torvo fremito
spira de l'Etna, spira ne' turbini
de l'alpe il tuo cor di leone
incontro a' barbari ed a' tiranni.
Splende il soave tuo cor dal cerulo
riso del mare, del ciel, dei floridi
maggi diffuso su le tombe
su' marmi memori de gli eroi.

Giosuè Carducci

A Giuseppe Garibaldi

 



A Giuseppe Garibaldi

Te là di Roma su i fumanti spaldi
Alte sorgendo ne la notte oscura
Plaudian pugnante per l’eterne mura
L’ombre de’ Curzi e Deci, o Garibaldi.

A te de’ petti giovanili e baldi
Sfrenar l’impeto è gioia; a te ventura
Percuoter cento i mille, e la sicura
Morte con amorosi animi saldi

Abbracciar là sopra il nemico estinto.
Or tu primo a spezzar nostre ritorte
Corri, sol del tuo nome armato e cinto.
Vola tra i gaudi del periglio, o forte:

 Vegga il mondo che mai non fosti vinto

Né le virtù romane anco son morte.

Giosuè Carducci

sabato 9 agosto 2025

SALUTO ITALICO



Molosso ringhia, o antichi versi italici,
ch’io co ’l batter del dito seguo o richiamo i numeri

vostri dispersi, come api che al rauco
suon del percosso rame ronzando si raccolgono.

Ma voi volate dal mio cuor, com’aquile
giovinette dal nido alpestre a i primi zefiri.

Volate, e ansiosi interrogate il murmure
che giú per l’alpi giulie, che giú per l’alpi retiche

da i verdi fondi i fiumi a i venti mandano,
grave d’epici sdegni, fiero di canti eroici.

Passa come un sospir su ’l Garda argenteo,
è pianto d’Aquileia su per le solitudini.


Odono i morti di Bezzecca, e attendono:
“Quando?„ grida Bronzetti, fantasma erto fra i nuvoli.

“Quando?„ i vecchi fra sé mesti ripetono,
che un dí con nere chiome l’addio, Trento, ti dissero.

“Quando?„ fremono i giovani che videro
pur ieri da San Giusto ridere glauco l’Adria.

Oh al bel mar di Trieste, a i poggi, a gli animi
volate co ’l nuovo anno, antichi versi italici:

ne’ rai del sol che San Petronio imporpora
volate di San Giusto sovra i romani ruderi!

Salutate nel golfo Giustinopoli,
gemma de l’Istria, e il verde porto e il leon di Muggia;

salutate il divin riso de l’Adria
fin dove Pola i templi ostenta a Roma e a Cesare!

Poi presso l’urna, ove ancor tra’ due popoli
 guarda, araldo de l’arti e de la gloria,

in faccia a lo stranier, che armato accampasi
su ’l nostro suol, cantate: Italia, Italia, Italia!


Giosuè Carducci


venerdì 18 luglio 2025

TEDIO INVERNALE



Ma ci fu dunque un giorno
Su questa terra il sole?
Ci fur rose e vïole,
Luce, sorriso, ardor?

Ma ci fu dunque un giorno
La dolce giovinezza,
La gloria e la bellezza,
Fede, virtude, amor?

Ciò forse avvenne a i tempi
D’Omero e di Valmichi:
Ma quei son tempi antichi,
Il sole or non è piú.


E questa ov’io m’avvolgo
Nebbia di verno immondo
È il cenere d’un mondo
Che forse un giorno fu.


lunedì 7 luglio 2025

La locomotiva.



Un bello e orribile
Mostro si afferra,
Corre gli oceani,
Corre la terra:

Corrusco e fumido
Come i vulcani,
I monti supera,
Divora i piani;

Sorvola baratri,
poi si nasconde
per antri incogniti,
Per vie profonde;

Ed esce;e indomito,
Di lido in lido,
Come di turbine
Manda il suo grido.


Giosuè Carducci



domenica 22 giugno 2025

Davanti a San Guido


I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardr.

Mi riconobbero, e - Ben torni omai -
Bisbigliaron vèr me co 'l capo chino -
Perché non scendi? perché non ristai?
Fresca è la sera e a te noto il cammino.

Oh sièditi a le nostre ombre odorate
Ove soffia dal mare il maestrale:
Ira non ti serbiam de le sassate
Tue d'una volta: oh, non facean già male!

Nidi portiamo ancor di rusignoli:
Deh perché fuggi rapido così
Le passere la sera intreccian voli
A noi d'intorno ancora. Oh resta qui!

Bei cipressetti, cipressetti miei,
Fedeli amici d'un tempo migliore,
Oh di che cuor con voi mi resterei -
Guardando io rispondeva - oh di che cuore!

Ma, cipressetti miei, lasciatem'ire:
Or non è più quel tempo e quell'età.
Se voi sapeste!... via, non fo per dire,
Ma oggi sono una celebrità.

E so legger di greco e di latino,
E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtù;
Non son più, cipressetti, un birichino,
E sassi in specie non ne tiro più.

E massime a le piante. - Un mormorio
Pe' dubitanti vertici ondeggiò,
E il dì cadente con un ghigno pio
Tra i verdi cupi roseo brillò.

Intesi allora che i cipressi e il sole
Una gentil pietade avean di me,
E presto il mormorio si fe' parole:
Ben lo sappiamo: un pover uomo tu se'.

Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
Che rapisce de gli uomini i sospir,
Come dentro al tuo petto eterne risse
Ardon che tu né sai né puoi lenir.

A le querce ed a noi qui puoi contare
L'umana tua tristezza e il vostro duol;
Vedi come pacato e azzurro è il mare,
Come ridente a lui discende il sol!

E come questo occaso è pien di voli,
Com'è allegro de' passeri il garrire!
A notte canteranno i rusignoli:
Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;

I rei fantasmi che da' fondi neri
De i cuor vostri battuti dal pensier
Guizzan come da i vostri cimiteri
Putride fiamme innanzi al passegger.

Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
Che de le grandi querce a l'ombra stan
Ammusando i cavalli e intorno intorno
Tutto è silenzio ne l'ardente pian,

Ti canteremo noi cipressi i cori
Che vanno eterni fra la terra e il cielo:
Da quegli olmi le ninfe usciran fuori
Te ventilando co 'l lor bianco velo;

E Pan l'eterno che su l'erme alture
A quell'ora e ne i pian solingo va
Il dissidio, o mortal, de le tue cure
Ne la diva armonia sommergerà.

Ed io - Lontano, oltre Appennin, m'aspetta
La Tittì - rispondea -; lasciatem'ire.
È la Tittì come una passeretta,
Ma non ha penne per il suo vestire.

E mangia altro che bacche di cipresso;
Né io sono per anche un manzoniano
Che tiri quattro paghe per il lesso.
Addio, cipressi! addio, dolce mio piano!

Che vuoi che diciam dunque al cimitero
Dove la nonna tua sepolta sta? -
E fuggìano, e pareano un corteo nero
Che brontolando in fretta in fretta va.

Di cima al poggio allor, dal cimitero,
Giù de' cipressi per la verde via,
Alta, solenne, vestita di nero
Parvemi riveder nonna Lucia:

La signora Lucia, da la cui bocca,
Tra l'ondeggiar de i candidi capelli,
La favella toscana, ch'è sì sciocca
Nel manzonismo de gli stenterelli,

Canora discendea, co 'l mesto accento
De la Versilia che nel cuor mi sta,
Come da un sirventese del trecento,
Piena di forza e di soavità.

O nonna, o nonna! deh com'era bella
Quand'ero bimbo! ditemela ancor,
Ditela a quest'uom savio la novella
Di lei che cerca il suo perduto amor!

Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare:
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare:

Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.

Deh come bella, o nonna, e come vera
È la novella ancor! Proprio così.
E quello che cercai mattina e sera
Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,

Sotto questi cipressi, ove non spero,
Ove non penso di posarmi più:
Forse, nonna, è nel vostro cimitero
Tra quegli altri cipressi ermo là su.

Ansimando fuggìa la vaporiera
Mentr'io così piangeva entro il mio cuore;
E di polledri una leggiadra schiera
Annitrendo correa lieta al rumore.

Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
Rosso e turchino, non si scomodò:
Tutto quel chiasso ei non degnò d'un guardo
E a brucar serio e lento seguitò


Giosuè Carducci 

sabato 21 giugno 2025

Mezzogiorno alpino

 Nel gran cerchio de l'alpi, su 'I granito
Squallido e scialbo, su' ghiacciai candenti,
Regna sereno intenso ed infinito
Nel suo grande silenzio il mezzodí.
Pini ed abeti senza aura di venti
Si drizzano nel sol che gli penètra,
Sola garrisce in picciol suon di cetra
L'acqua che tenue tra i sassi fluí.

Giosuè Carducci

sabato 26 aprile 2025

DAVANTI UNA CATTEDRALE

Trionfa il sole, e inonda
La terra a lui devota:
Ignea ne l’aria immota
L’estate immensa sta.

Laghi di fiamma sotto
I dòmi azzurri inerte
Paiono le deserte
Piazze de la città.

Là spunta una sudata
Fronte, ed è orribil cosa:
La luce vaporosa
La ingialla di pallor.

G. Carducci

mercoledì 26 marzo 2025

SANTA MARIA DEGLI ANGELI


Frate Francesco, quanto d’aere abbraccia
Questa cupola bella del Vignola
Dove incrociando a l’agonia le braccia

Nudo giacesti su la terra sola!

E luglio ferve e il canto d’amor vola
Nel pian laborïoso. Oh che una traccia
Diami il canto umbro de la tua parola,

L’umbro cielo mi dia de la tua faccia!

Su l’orizzonte del montan paese,
Nel mite solitario alto splendore,
qual del tuo paradiso in su le porte,

Ti vegga io dritto con le braccia tese
Cantando a Dio — Laudato sia, signore,

Per nostra corporal sorella morte!


Giosuè Carducci


dipinto del Perugino.

Ghianda acrostico