domenica 16 agosto 2026

Sapete perché i potenti

 


Sapete perché i potenti della terra vogliono ridurre
la popolazione mondiale?
SEMPLICE PERCHE’
NON GLI SERVIAMO PIU’!
Sì, per la prima volta nella storia
noi umani che prima gli servivano:
come schiavi, poi come servi,
poi come contadini, come soldati,
poi come operai e poi come consumatori
oggi non serviamo più,
siamo e saremo sostituiti
dai robot e dalla intelligenza artificiale.
Certo un numero di noi umani servirà
per fare tutti quei lavori che le macchine
non potranno fare, ma il numero è esiguo.
Si stima, secondo alcune loro teorie:
Non dovremo superare i 500 milioni
come dice una delle frasi incise
nel granito del Guidestones
“Mantieni l’Umanità sotto 500 milioni
in perenne equilibrio con la natura”.
Il Club di Roma afferma che
“La popolazione ottimale
deve essere compresa
tra 500 milioni e un miliardo di individui
perché si possa garantirne la sostenibilità.”
Oppure in alcune altre teorie dicono
che non dovremmo superare
i 2,5 miliardi di persone,
lo calcola uno studio pubblicato
su Environmental Research Letters.
Certo che lo sterminio
che devono perpetrare
è immane è spaventoso,
devono eliminare miliardi di persone,
ed oggi hanno a disposizione
i mezzi più sofisticati e tecnologici per farlo,
e lo vediamo e lo sentiamo benissimo
sulla nostra pelle tutti i giorni:
Con la tecnologia H.A.A.R.P.,
con la geoingenieria, con le scie chimiche,
con elettrosmog, 5G ecc.
attraverso il cielo provocano: caldo estremo,
sensazione di essere cotti al microonde,
malessere, depressione e poi
alluvioni, temporali, uragani,
grandinate violentissime, terremoti;
ecc.
Pandemie, sieri genici sperimentali,
malattie nuove e utilizzo esagerato di farmaci;
“Ci vogliono tutti ammalati e deboli”
ecc.
Alimentazione malsana,
prodotti industriali ultraprocessati,
zuccheri, fast food, cibo inquinato;
ecc.
Continue guerre tecnologiche,
con armi sempre più sofisticate che creano
devastazioni e sofferenze infinite; ecc.
Paure trasmesse
dai mezzi di comunicazione,
manipolazione della realtà,
balle esagerate raccontate con insistenza,
terrorismo mediatico; ecc.
Eliminazione del contante,
controllo digitale totale, tessere a punti,
città a 15 minuti ecc. ecc.
Ho solo accennato alcuni metodi
non faccio qui l’elenco
perché sarebbe troppo lungo
e noi tutti ce ne siamo ben accorti,
tranne coloro
che non si accorgono di niente
e trovano tutto normale
e qui sotto, nei commenti, faranno sfoggio
della loro agnostica imbecillità.
LA MIA PERSONALE TEORIA
I potentissimi nel mondo
(Compreso famigliari, amici e quant’altro)
sono circa 1 milione:
Sono ricchissimi, satanisti, disumani,
egoisti, criminali, violenti, senza sentimenti,
vogliono essere come dio, onnipotenti,
decidere tutto sugli altri
anche sulla vita e la morte delle persone.
SAPETE PERCHE’
ODIANO TANTO L’UMANITA’?
Perché ne hanno paura,
ne hanno sempre avuto paura.
Infatti girano con scorte armate,
in auto blindate su navi ed aerei personali,
non li trovi di certo soli in mezzo alla gente.
Ma ora che non hanno più bisogno
di noi ci vogliono eliminare.
Questi satanisti per sopravvivere
hanno bisogno di circa 500 schiavi umani
per ognuno di loro
ed ecco la matematica 500 x 1.000.000
fanno 500 milioni.
Non saranno schiavi con le catene,
no, ma schiavi moderni, servi benestanti
che ubbidiranno anche per convenienza.
A questi criminali assassini
oggi non serviamo più,
anzi siamo un problema perché
gli consumiamo il pianeta
che deve essere solo loro.
Perché noi respiriamo, mangiamo,
beviamo, sporchiamo, inquiniamo,
e gli facciamo tanta paura.
Sì, hanno paura di noi,
siamo 8 miliardi di persone
che se ci incazziamo, ribaltiamo il tavolo
e non ce ne sarà più per nessuno.
E per loro sarà la fine.

San Rocco

San Rocco è considerato protettore dei cani per via di una toccante leggenda: mentre si trovava malato di peste, isolato in una grotta per non contagiare gli altri, un cane — secondo alcune versioni un Breton o uno Épagneul Breton — gli portava ogni giorno un pezzo di pane rubato dalla mensa del suo padrone, e persino gli leccava le ferite. Grazie a questa cura silenziosa e fedele del suo piccolo compagno, San Rocco guarì, e la straordinaria devozione dell’animale fece sì che, nel tempo, il cane divenisse simbolo permanente di protezione nei confronti del santo stesso.

Così, l’immagine del santo accanto al suo cagnolino è oltre che suggestiva, anche carica di significati profondi di lealtà, cura e amore silenzioso — motivi che ne spiegano il ruolo di patrono dei cani nella devozione popolare. Web

sabato 15 agosto 2026

la principessa cieca


La povera principessina,
quando suona la campana della sera,
chiama la sua sorellina
e si fa pettinare davanti alla specchiera.
Allora sente due piccole mani
sfiorarla, come uccellini...
Sente il pettine passare
dolcemente nei capelli fini....
Poi sente i broccati frusciare...
E poi freddi, massicci gioielli
sente gravare sui capelli...
E così tutta si copre di perle e d'oro vecchio,
La principessina cieca
seduta davanti allo specchio!
Ed ad un balcone sole sole
se ne vanno le due sorelle;
si dicono lievi parole
sotto le dondolanti stelle:::
_Sorella, che sarà quest'ambascia?
_Sarà la luna che tutta ti fascia....
E' nata su da un campanile
per mettere un lume in ogni tuo monile!
_Sorella, come sono stasera?
_Sei tutta bianca!
Sei una che ascolta una musica...
E un poco si curva, come stanca
di portare tanti gioielli,
tante trecce di capelli...
Ma quando rintoccano l'ore
da tutte le torri assorte,
la principessina si fa rossa, il cuore
le batte forte forte...
Ascolta, curva sulla via...
E allora la sua sorellina
sempre le dice quella bugia,
e le sussurra ch'egli è venuto,
il suo corteggiatore sconosciuto!
_Sorellina, sorellina, com'è?
_ Cammina nell'ombra...
E' come il figlio d'un re!
_Sorellina, come si chiamerà?
_Nell'ombra cammina,
guarda questo balcone...
Assai dolce sarà il suo nome...
_Sorellina, come sarà
che non si sente a camminare?
_E' nata l'erba nella contrada.
E' come il velluto ingemmato di rugiada...
E' nata l'erba tra i neri sassi...
Egli cammina ma non s'odono i passi!
Ecco svolta laggiù,
è passato...Non si vede più!
E ad un balcone , sole, sole,
restano le due sorelle....
E più non dicono parole
sotto le lontane stelle.
La notte è come un nero mare
con qualche lumicino a dondolare...
_Com'è fredda, la tua manina...
Perchè sospiri?
Perch'è sospiri, sorellina?_

Ugo Betti

Vittorio Caprioli


Vittorio Caprioli
(Napoli, 15 agosto 1921 Napoli, 2 ottobre 1989)
è stato un
attore, regista, sceneggiatore e cabarettista italiano.

Diplomatosi all'Accademia d'arte drammatica "Silvio d'Amico" di Roma, esordì nel 1942 nella compagnia Carli-Racca, approdando nel 1948 al Piccolo di Milano, dove sotto la direzione di Strehler prese parte a La tempesta di Shakespeare. Dal 1945 cominciò la sua collaborazione con la Rai, spesso insieme a Luciano Salce, realizzando programmi di rivista e varietà. All'inizio del 1950, viene scritturato accanto a Alberto Bonucci e Gianni Cajafa per l'opera teatrale musicale di Carosello napoletano, diretto da Ettore Giannini: tre anni dopo sarà portata anche sul grande schermo. Interprete duttile e versatile, nel 1950 fondò, con Alberto Bonucci e Franca Valeri (che fu anche sua moglie dal 1960 al 1974, anno in cui divorziarono) il Teatro dei Gobbi, che proponeva un tipo di spettacolo sottilmente satirico, fatto di gag sornione e di battute mordaci, totalmente privo di testi scritti, protagonista anche alla radio di trasmissioni come Lo Schiaccianoci (1952), Le donne di James Thurber (1953, a cura di La Capria, realizzazione di Giagni) e Courteline all'italiana (1954, regia di Mondolfo). Con la Valeri e Salce nel 1955 scrisse e interpretò La zuccheriera, trasmissione realizzata sia in edizione italiana sia francese per il Premio Italia. Passò poi al cinema come attore caratterista e anche come regista (Leoni al sole, 1961; Parigi o cara, 1962; Splendori e miserie di Madame Royale, 1970), lasciandosi tentare occasionalmente dalla televisione, in cui cominciò la carriera nel 1959 con la partecipazione al varietà Le divine e l'interpretazione de Il borghese e il gentiluomo, ma non riuscì mai ad amare veramente il piccolo schermo ("Soffro più che altro per l'assenza del pubblico, che considero parte integrante e insostituibile dello spettacolo cui partecipo"). Negli anni sessanta recitò in Idillio villereccio, per la regia di Falqui, e nel 1972 si lasciò tentare da un varietà televisivo, da lui scritto e interpretato, Una serata con Vittorio Caprioli. Continuò comunque a frequentare i microfoni radiofonici, soprattutto per trasmissioni di prosa come La bugiarda di Fabbri (1975, regia di Camilleri) e I parenti terribili di Cocteau (1986, regia di Sandro Rossi), ma interpretando anche Le interviste impossibili (Ippocrate di Carpi e Plinio il Vecchio di Malerba, entrambe del 1975) e presentando alcune rubriche, tra cui L'intercettatore (1980). Sempre nel 1980 scrisse e mise in scena Io e la televisione, un lavoro che aveva come argomento proprio la TV come inadeguata risposta al "bisogno di comunicare di chi è solo e disperato", mentre nel 1987 ancora sul piccolo schermo fu protagonista e regista della commedia di Honoré de Balzac Mercadet il faccendiere. Sempre nel 1987 Caprioli interpreta Don Vincenzo nel film Capriccio di Tinto Brass. Negli ultimi anni tornò alla prosa interpretando, fra gli altri, Don Marzio nella Bottega del caffè di Goldoni, I ragazzi irresistibili di Neil Simon in coppia con Mario Carotenuto e il Capocomico nei Sei personaggi in cerca d'autore di Pirandello. Durante le prove dell'allestimento di Napoli milionaria!, chiamato a essere il primo interprete dopo la morte di Eduardo De Filippo, morì improvvisamente all'età di 68 anni, in una camera di un hotel sul lungomare di Napoli, sua città natale, a causa di un attacco cardiaco. Fu sposato dal 1960 al 1974 con la collega Franca Valeri dalla quale divorziò. Sposò in seguito la psicologa Virginia Antonioli, con cui ebbe un figlio, Carlo Caprioli, anch'egli attore.

Nuto Navarrini

 

Nuto Navarrini 
(Milano, 15 agosto 1901 – Milano, 1973) 
è stato un attore teatrale italiano, attivo anche in cinema e televisione fra gli anni trenta e gli anni sessanta. 

È stato sposato quattro volte: dopo le prime nozze con la danzatrice classica Sofia Laurenzi, morta di parto, si sposò nel 1939, quando questa si trovava in punto di morte, con l'attrice Isa Bluette; successivamente sposò la soubrette Vera Rol, da cui si separò nel 1971, ed infine nel 1972 sposò Milena Benigni, da cui aveva avuto nel 1945 un figlio, Urano Francesco Benigni, nato a Verona, divenuto poi calciatore del Milan, riconosciuto appunto solo nel 1972.Attore di formazione prettamente teatrale, si indirizzò dagli anni trenta all'avanspettacolo - con la creazione di diverse macchiette comiche.Per il cinema fu interprete anche di film dell'epoca del cinema muto: Il delitto della via di Nizza, del 1913, e La reginetta delle rose, dell'anno successivo. Nel primo caso venne diretto dal regista Henri Étiévant; nel secondo, da Luigi Sapelli.Caratterista di fama, nella sua filmografia, pur non particolarmente ampia, figurano film di un qualche pregio fra cui alcuni di genere comico come I due sergenti, girato nel 1951.Entrato in compagnia con Isa Bluette, Nuto Navarrini - il cui look era caratterizzato da una scriminatura centrale nei capelli e da un ampio sorriso - recuperò il suo amore per il jazz portando in giro per l'Italia la Jazz Revue, che debuttò il 1º maggio 1931 e che concluse le repliche solo nel marzo dell'anno successivo. Con Isa Bluette, Navarrini portò in scena anche una serie di riviste-operetta. Dopo la morte di Isa Bluette e il suo nuovo sodalizio sentimentale e professionale con Vera Rol, Navarrini, creò spettacoli fra gli altri, Il diavolo nella giarrettiera (operetta di Giovanni D'Anzi) e I cadetti di Rivafiorita, stagione 1944-1945, e che gli fecero ottenere una nomina ad honorem . L'ultimo spettacolo in questa chiave della compagnia Navarrini-Rol fu La Gazzetta del sorriso: Vera Rol simboleggiava l'Italia molestata dagli USA rappresentati da un negro violentatore. Navarrini incluse nello spettacolo un motivetto - intitolato Tre lettere e scritto da D'Anzi - Un nuovo spettacolo di teatro di rivista aveva come titolo: L'imperatore si diverte, su testi di Gelich e Bracchi. Navarrini proseguì poi l'attività d'attore leggero anche nel cinema interpretando poi nuovamente a teatro, nella stagione 1962-1963, la ripresa di Buonanotte Bettina di Garinei e Giovannini, al fianco di Walter Chiari e Alida Chelli, subentrata a Delia Scala. Navarrini ha portato in televisione negli anni cinquanta e sessanta alcune operette - settore da cui proveniva - e fu brillante interprete anche nella miniserie televisiva Le avventure di Laura Storm, dove recitò a fianco di Lauretta Masiero diretto da Camillo Mastrocinque. Agli albori della RAI partecipò (19 giugno 1956) alla trasmissione televisiva Lui e Lei, presentata da Nino Taranto e Delia Scala, al fianco di Nino Besozzi, Gianni Agus, Ferruccio Amendola, Aldo Giuffrè, Carla Macelloni, Sandra Mondaini, Isa Pola ed Esperia Sperani (la regia era di Vito Molinari).

 

15 agosto San Tarcisio

15 agosto San Tarcisio
Martire
† Roma, 15 agosto 257 
Patronato: Chierichetti, Aspiranti minori Gioventù Italiana Azione Cattolica 
Etimologia: Tarcisio = proveniente da Tarso (città della Cilicia)
Emblema: Palma

E' venerato come il protomartire dell'Eucaristia. Della sua vita però sappiamo soltanto quello che attesta il papa S. Damaso (+384), il poeta delle Catacombe, nell'iscrizione metrica da lui dettata e fatta scrivere sopra una lastra marmorea dal suo calligrafo Furio Dionisio Filocalo in bellissimi caratteri, a ornamento del sepolcro del martire. In una copia di essa, conservata nella silloge di Lorsch, è detto: "Lettore, chiunque tu sia, conosci l'uguale merito dei due Martiri ai quali Damaso, papa, rende omaggio dopo che hanno ricevuto in ciclo la loro ricompensa. Il popolo giudaico aveva un tempo oppresso di pietre Stefano, che lo esortava a ritornare a migliori sentimenti: il fedele Levita di Cristo fu il primo a conseguire, come un trofeo tolto al nemico, la palma del martirio. – S. Tarcisio portava il Sacramento di Cristo: siccome mani cattive e indegne gli facevano violenza perché manifestasse i nostri sacri misteri a profani che bruciavano dal desiderio di farne un oggetto di derisione, egli preferì soccombere sotto i loro colpi anziché abbandonare a quei cani furiosi il corpo del Re del cielo". Il martire invitto diede così a vedere quanto opportunamente i suoi genitori nel battesimo gli avessero imposto il nome greco Tarcisio, che significa appunto una persona piena di audacia, di coraggio. Poiché S. Damaso pone in relazione il martirio di S. Tarcisio con quello del diacono S. Stefano, primo martire del cristianesimo, è molto probabile che anche il nostro martire fosse un diacono. Sappiamo difatti dalla Prima Apologia di S. Giustino (ca. 65) e dal De Lapsis di S. Cipriano (c. 13) che durante le persecuzioni ai diaconi era riservato il compito di portare la comunione ai confessori e a quanti non potevano prendere parte alle riunioni liturgiche. Non si può tuttavia escludere che Tarcisio fosse un semplice fedele perché nei primi secoli della Chiesa, i cristiani, secondo Tertulliano, solevano portare a casa l'Eucaristia per comunicarsi ogni giorno. Il raffronto che fa Damaso tra S. Stefano protomartire e S. Tarcisio sarebbe allora limitato al genere di martirio che entrambi subirono, vale a dire la lapidazione. S. Damaso non ci dice in che circostanza o in che tempo Tarcisio sia morto per evitare la profanazione della SS. Eucaristia. Giacché fu seppellito nelle catacombe di S. Callisto, sulla via Appia, è probabile che sia stato martirizzato nella seconda metà del secolo terzo. L'imperatore Publio Licinio Valeriano difatti con due successivi editti (257 e 258) scatenò una persecuzione contro i cristiani per istigazione di cattivi consiglieri allo scopo di rinsanguare le dissestate finanze imperiali con il sequestro delle supposte ingenti ricchezze delle vittime. La persecuzione fu crudele e generale, e mirò a colpire oltre i luoghi di culto e le proprietà della Chiesa, anche i capi delle comunità ecclesiastiche. In essa perirono il papa S. Sisto II, successore di S. Stefano I, S. Lorenzo con altri sei diaconi, S. Cipriano, vescovo di Cartagine, e altri numerosi martiri, tra cui probabilmente anche S. Tarcisio. La persecuzione cessò quando Valeriano fu vinto (260) dal re Sapore di Persia, sotto le mura di Edessa, e trattato alla corte di lui con oltraggi tanto obbrobriosi che ne morì dal dolore. Il figlio Galliano, per misura politica, ordinò con un editto la restituzione ai cristiani dei locali di culto e dei cimiteri. La persecuzione riprese per breve tempo in tutto l'impero verso la fine del 274, sotto Aureliano, che aveva fatto del culto del Sole la religione di Stato. Dopo d'allora, fino a Diocleziano (303), la Chiesa Cattolica poté estendersi e prosperare indisturbata. Secondo l'autore della Passione di S. Stefano, papa (257), Tarcisio sarebbe stato un suo accolito. Lo scrittore però fa della confusione attribuendo il genere di morte subito da S. Sisto II a S. Stefano I. Racconta infatti come fu sorpreso e decapitato dai soldati romani nel momento in cui offriva il sacrificio della Messa nel cimitero di S. Lucina, incorporato in seguito a quello di S. Callisto. La leggenda del martirio di S. Stefano I, sorta nel secolo VI, non è suffragata dai più antichi documenti liturgici e storici. Il Cronografo Romano, infatti, del 354, non computa Stefano tra il numero dei martiri, ma soltanto tra quello dei confessori.L'ufficio degli accoliti consisteva nel fare da messaggeri ai vescovi, nell'accendere i lumi per le funzioni sacre; nel portare i vasi sacri, le palme benedette e altre cose necessarie o utili al ministero; nel servire il vino e l'acqua all'altare. Il loro compito più nobile e più importante a Roma era quello di portare una particella del pane consacrato, il cosiddetto fermentum, dalla Messa papale ai singoli sacerdoti dei titoli urbani perché la congiungessero alla propria ostia consacrata in segno di unità con il Sommo Pontefice. L'uso è ricordato dal Liber Pontificalis sotto i papi Melchiade (+314), e Siricio (+399). Non è quindi provato che Tarcisio la portasse come accolito a coloro che non avevano potuto prendere parte alla celebrazione della Messa per timore di persecuzioni o per malattia. Fin dai primi tempi del cristianesimo fu in onore tra i fedeli la comunione quotidiana. Durante le persecuzioni erano proibite, pena la morte, le pubbliche assemblee. Eludendo la vigilanza dei pagani, i più ferventi, i più coraggiosi cristiani si recavano di notte, attraverso i passaggi segreti, nelle case private o nelle gallerie delle catacombe dove clandestinamente venivano celebrati i divini misteri. Al termine del sacro rito, quanti dei presenti lo desideravano ricevevano in un prezioso lino o in un piccolo vaso di metallo un certo numero di particele consacrate che portavano a casa per soddisfare alla loro operosità e a quella dei vicini. Fu dunque all'uscita di qualche chiesa domestica o di qualche catacomba che Tarcisio fu scorto da un gruppo di soldati dell'imperatore Valeriano incaricati di sorvegliare l'accesso ai cimiteri dei cristiani e barbaramente assalito. Tra quei pagani e l'intrepido giovane s'ingaggiò una lotta furibonda. Non riuscendo a strappargli di dosso il sacro deposito di cui avevano sospettato l'esistenza forse dal modo devoto e circospetto con cui camminava, colpirono Tarcisio con sassi e con bastoni alla testa con tanta violenza da lasciarlo disteso per terra morto. I cristiani, costernati, lo raccolsero con grande devozione e lo seppellirono con onore in una galleria delle catacombe che il diacono Callisto aveva fatto ampliare per ordine del papa S. Zefirino. Quando le persecuzioni cessarono, le catacombe divennero meta di frequenti pellegrinaggi. Gravi danni esse riportarono in seguito alle invasioni dei Goti (secolo VI) e a quelle dei Longobardi (secolo VIII). Credendo di trovare chissà quali tesori quei barbari rovistarono nelle tombe di tanti martiri e dispersero le ossa di tanti confessori della fede. Anche la lapide che S. Damaso aveva fatto mettere sulla tomba di S. Tarcisio andò in frantumi. Le reliquie del martire dell'Eucaristia furono in un'epoca imprecisata trasportate con quelle di S. Zefirino, con l'evidente scopo di estendere il culto favorendo un maggior afflusso di pellegrini, nella chiesa a tre absidi, eretta forse da papa S. Fabiano (+250), in superficie, non lontano dall'ingresso delle catacombe, in onore dei SS. Sisto e Cecilia. Nel secolo VII, difatti, l'Itinerario di Saitzburg (Epitome de Locis sanctis Martyrum), asserisce che i pellegrini veneravano in detta chiesa, dentro uno stesso tumulo, i santi Tarcisio e Zefirino. S. Gregorio il Grande (1604), volendo soddisfare la pietà di Teodolinda, regina dei Longobardi, le inviò diverse fiale, ancora conservate nel tesoro del duomo di Monza, contenenti l'olio delle lampade che bruciava davanti alle tombe dei martiri. Sull'etichetta di una di esse si legge con il nome di altri martiri anche quello di S. Tarcisio. Dopo le invasioni dei Longobardi le catacombe caddero in abbandono e in esse trovarono rifugio persino gli animali. I resti di Tarcisio e Zefirino sfuggirono alla profanazione dei barbari e dei ladri e da papa S. Paolo I furono fatti trasportare con quelli di altri martiri nella chiesa di San Silvestre in Capite, al Campo Marzio, che aveva fatto costruire per una comunità di monaci greci sul sito della sua casa natale.


Autore: Guido Pettinati


Sapete perché i potenti

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