venerdì 1 maggio 2026

O Siciliana proterva opulente matrona

O Siciliana proterva opulente matrona

A le finestre ventose del vico marinaro

Nel seno della città percossa di suoni di navi e di carri

Classica mediterranea femina dei porti:

Pei grigi rosei della città di ardesia

Sonavano i clamori vespertini

E poi più quieti i rumori dentro la notte serena:

Vedevo alle finestre lucenti come le stelle

Passare le ombre de le famiglie marine: e canti

Udivo lenti ed ambigui ne le vene de la città mediterranea:

Ch'era la notte fonda.

Mentre tu siciliana, dai cavi

Vetri in un torto giuoco

L'ombra cava e la luce vacillante

O siciliana, ai capezzoli

L'ombra rinchiusa tu eri

La Piovra de le notti mediterranee.

Cigolava cigolava cigolava di catene

La gru sul porto nel cavo de la notte serena:

E dentro il cavo de la notte serena

E nelle braccia di ferro

Il debole cuore batteva un più alto palpito: tu

La finestra avevi spenta:

Nuda mistica in alto cava

Infinitamente occhiuta devastazione era la notte tirrena

Dino Campana

VIAGGIO A MONTEVIDEO



VIAGGIO A MONTEVIDEO

Io vidi dal ponte della nave
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando
Come una melodia:
D’ignota scena fanciulla sola
Come una melodia
Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola.....
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell’ale
Varcaron lentamente in un azzurreggiare:....
Lontani tinti dei varii colori
Dai più lontani silenzii
Ne la celeste sera varcaron gli uccelli d’oro: la nave
Già cieca varcando battendo la tenebra
Coi nostri naufraghi cuori
Battendo la tenebra l’ale celeste sul mare.
Ma un giorno
Salirono sopra la nave le gravi matrone di Spagna
Da gli occhi torbidi e angelici
Dai seni gravidi di vertigine. Quando
In una baia profonda di un’isola equatoriale
In una baia tranquilla e profonda assai più del cielo notturno
Noi vedemmo sorgere nella luce incantata
Una bianca città addormentata
Ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti
Nel soffio torbido dell’equatore: finchè
Dopo molte grida e molte ombre di un paese ignoto,
Dopo molto cigolìo di catene e molto acceso fervore
Noi lasciammo la città equatoriale
Verso l’inquieto mare notturno.
Andavamo andavamo, per giorni e per giorni: le navi
Gravi di vele molli di caldi soffi incontro passavanolente:
Sì presso di sul cassero a noi ne appariva bronzina
Una fanciulla della razza nuova ,
Occhi lucenti e le vesti al vento! ed ecco: selvaggia a la fine
di un [giorno che apparve
La riva selvaggia là giù sopra la sconfinata marina:
E vidi come cavalle
Vertiginose che si scioglievano le dune
Verso la prateria senza fine
Deserta senza le case umane
E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
Del continente nuovo la capitale marina.
Limpido fresco ed elettrico era il lume
Della sera e là le alte case parevan deserte
Laggiù sul mar del pirata
De la città abbandonata
Tra il mare giallo e le dune

Dino Campana

L’INVETRIATA

L’INVETRIATA

La sera fumosa d’estate
Dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra
E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada? — c’è
Nella stanza un odor di putredine: c’è
Nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è
Nel cuore della sera c’è,
Sempre una piaga rossa languente.


Dino Campana

La Chimera

    


Non so se tra roccie il tuo pallido

       Viso m’apparve, o sorriso
       Di lontananze ignote
       Fosti, la china eburnea
       Fronte fulgente o giovine
       Suora de la Gioconda:
       O delle primavere
       Spente, per i tuoi mitici      pallori
       O Regina o Regina adolescente:
     Ma per il tuo ignoto poema
       Di voluttà e di dolore
       Musica fanciulla esangue,
       Segnato di linea di sangue
       Nel cerchio delle labbra sinuose,
     Regina de la Melodia:
       Ma per il vergine capo
       Reclino, io poeta notturno
       Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
       Io per il tuo dolce mistero
     Io per il tuo divenir taciturno.
       Non so se la fiamma pallida
       Fu dei capelli il vivente
       Segno del suo pallore,
       Non so se fu un dolce vapore,
      Dolce sul mio dolore,
       Sorriso di un volto notturno:
       Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
       E l’immobilità dei firmamenti
       E i gonfii rivi che vanno piangenti
      E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
       E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
       E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

Dino Campana

Filippo Pigafetta

Filippo Pigafetta
(
Vicenza, 1º maggio 1533Vicenza, 26 ottobre 1604)
è stato un
viaggiatore, militare, letterato e diplomatico italiano, cittadino della Repubblica di Venezia.

Appartenente ad un'antica e nobile famiglia vicentina, la stessa del compagno di Magellano Antonio Pigafetta, abbracciò dapprima la carriera delle armi e a 23 anni partecipò, al servizio dei Carafa, alla guerra d'Abruzzo; nel 1561 Pigafetta era a Parigi, assediata dagli ugonotti guidati da Luigi I di Borbone-Condé e dall'ammiraglio Gaspard de Coligny. Durante le guerre di religione francesi militò dalla parte della Lega Cattolica guidata dai Guisa. In Francia rimase alcuni anni, frequentando i grandi intellettuali del tempo: Pierre de Ronsard, Jean Dorat e Louis Duret. Nel 1568 partecipò alla guerra di Cipro e nel 1571 alla battaglia di Lepanto, quindi nel 1577 compì un viaggio da Il Cairo al Monte Sinai. Tornato a Vicenza (1579), vi si trattenne qualche anno dedicandosi agli studi sull'arte dell'attacco e della difesa delle piazze. Nel 1582 si recò di nuovo a Parigi e poi in Inghilterra. Quindi, eletto papa Sisto V, Pigafetta insieme con l'ambasciatore Marcantonio Barbaro andò a Roma, e di lì, forse per incarico del papa, si recò (1586) ad Aleppo, Gerusalemme, Tripoli. Era a Roma di nuovo nel maggio 1589 e vi raccolse dal frate portoghese Odoardo Lopez gli elementi per la relazione sul Regno del Congo, vi ritornò nel 1591 e nel 1592. Poi, per qualche anno passò al servizio di Ferdinando de' Medici; nel 1603 tornò a Parigi e l'anno successivo era a Vicenza dove morì. Di multiforme attività, di lui rimangono scritti su vari argomenti e un ricchissimo epistolario; per quanto non risulti investito ufficialmente di una missione, è lecito supporre che Pigafetta viaggiasse con un preciso incarico, data anche la minuziosa cura con cui descrive le fortezze e le difese militari dei diversi paesi da lui visitati. Le relazioni, ricche di particolari storici e politici, non mancano di interesse dal punto di vista geografico, specie quelle sull'Egitto, Creta, l'Inghilterra, ecc. Il fondo più cospicuo dei manoscritti di Pigafetta è a conservato nella Biblioteca Ambrosiana di Milano; altri manoscritti e parte dell'epistolario sono custoditi nell'Archivio di Stato di Firenze, nella Biblioteca civica Bertoliana di Vicenza e nell'Archivio di Berlino. Delle sue relazioni sono pubblicate: Relatione dell'Assedio di Parigi. Col dissegno di quella città et de' luoghi circonvicini, Roma 1591; Il viaggio dal Cairo al Monte Sinai nell'anno 1577, in Viaggi vicentini inediti compendiati, Venezia 1837; Relatione del reame del Congo et delle circonvicine contrade tratta dalli scritti et ragionamenti di Odoardo Lopez Portoghese, Roma 1591. Di quest'opera, che è accompagnata da una carta dell'Africa di particolare interesse, perché vi è delineata la regione dei laghi equatoriali, esistono traduzioni in inglese (1597), latino, francese, olandese e tedescoPigafetta scrisse un grandissimo numero di relazioni, saggi e traduzioni, molti dei quali ancora inediti.



Ave Maria

 


Qua finiscono le gelosie



Qua finiscono le gelosie.
Qui finiscono le liti per i confini e per l'eredità.
Qui finiscono tutti i risentimenti.
Qui finiscono tutti i malintesi.
Qui finiscono le convinzioni.
Qui finiscono gli odì, i soldi, le proprietà.
Qui finiscono i dispetti.
Qui finiscono le fantasie.
Finiscono gli abbracci mai dati, le carezze mai avute, le parole dolci che non abbiamo speso.
Qui si pareggia tutto, perché non siamo niente, se non l'espressione fisica della nostra anima che torna al luogo della Verità."in questa vita siamo solo di passaggio vogliamoci bene.

F.G.MORENO

O Siciliana proterva opulente matrona

O Siciliana proterva opulente matrona A le finestre ventose del vico marinaro Nel seno della città percossa di suoni di navi e di carri Clas...