Lo scaffale di Lucia
mercoledì 8 aprile 2026
Mary Pickford
(Toronto, 8 aprile 1892 – Santa Monica, 29 maggio 1979),
è stata un'attrice e produttrice cinematografica canadese con cittadinanza statunitense.
Era di origine inglese e irlandese. Pickford ha iniziato a teatro all'età di sette anni. Allora conosciuta come "Baby Gladys Smith", è stata in tournée con la sua famiglia in numerose compagnie teatrali. Nel 1907 adottò il cognome Pickford e si unì al David Belasco troupe, apparendo nel lungo corso The Warrens of Virginia". Ha iniziato nel cinema nel 1909 con 'American Mutoscope & Biograph [us]', lavorando con il regista D.W. Griffith . Per un breve periodo nel 1911, per guadagnare di più, entrò a far parte della IMP Film Co. sotto Carl Laemmle . Tornò alla Biograph nel 1912, poi, nel 1913, entrò a far parte della Famous Players Film Company sotto Adolph Zukor . Poi è entrata a far parte del First National Exhibitor's Circuit nel 1918. Nel 1919, ha co-fondato la United Artists con DW Griffith, Charlie Chaplin e l'allora futuro marito, Douglas Fairbanks. Mary Pickford, nel corso della sua carriera, interpretò 52 personaggi. Nel 1916 firmò un nuovo contratto con Adolph Zukor, che le garantiva pieni poteri sulla produzione dei film in cui recitava come protagonista e uno stipendio da record di 500 dollari a settimana. A volte interpretò il ruolo della bambina in film come, Una povera bimba molto ricca (1917), Rebecca of Sunnybrook Farm (1917), Papà Gambalunga (1919) e Il segreto della felicità (1920). I suoi fan amavano questi ruoli infantili, anche se non furono i più significativi della sua carriera. Nell'agosto 1918, quando il suo contratto si concluse e rifiutò i termini per il rinnovo del contratto con Adolph Zukor le offrirono 250.000 dollari per lasciare il mondo cinematografico. Solo la First National accettò le sue condizioni. Nel 1919, la Pickford – insieme a David Wark Griffith, Charlie Chaplin e Douglas Fairbanks – formò la United Artists, una compagnia cinematografica indipendente, attraverso la quale continuò a produrre e recitare nei suoi film, potendo anche curarne la distribuzione. Nel 1920 il suo film Il segreto della felicità incassò circa 1.000.000 di dollari. L'anno dopo anche il suo film Little Lord Fauntleroy ebbe un grande successo e nel 1924, Rosita incassò oltre 1.000.000 di dollari. In questo periodo, interpretò anche Passerotti (1926), che mescolava lo stile dickensiano con quello espressionista tedesco, recentemente coniato, e la commedia romantica My Best Girl (1927). L'avvento del sonoro fu per lei una rovina. La Pickford sottovalutò l'inserimento del suono nei film, affermando che “aggiungere il suono ai film sarebbe stato come mettere il rossetto alla Venere di Milo”. Recitò in Coquette (1929) nel ruolo della sprezzante mondana nel quale non sfoggiava più i suoi famosi boccoli, ma un caschetto anni venti. Nel 1928, a causa della morte della madre, si tagliò i capelli. I fan furono scioccati dalla trasformazione. I suoi capelli erano diventati un simbolo di castità, e il nuovo taglio finì in prima pagina su diversi giornali, tra i quali il New York Times. Coquette fu un successo e le fece vincere l'Academy Award come migliore attrice, anche se il pubblico non gradì di vederla in ruoli più sofisticati. Come la maggior parte degli attori del cinema muto, la sua carriera si affievolì con l'affermarsi del cinema parlato. Il film successivo, La bisbetica domata (1929), girato con il marito Douglas Fairbanks, non ebbe un buon riscontro al botteghino. La Pickford si ritirò dalle scene nel 1933. Continuò a produrre film per altri, inclusi Sleep, My Love (Donne e veleni, 1948) con Claudette Colbert e Love Happy (Una notte sui tetti, 1949) con i fratelli Marx. Mary Pickford si sposò tre volte. La prima il 7 gennaio 1911 con Owen Moore, un attore di origine irlandese molto noto. Si crede che un anno prima di sposarsi, Mary fosse rimasta incinta di Moore e che avesse avuto un aborto, spontaneo o volontario. Alcune fonti suggeriscono che ciò fu la causa della sua impossibilità nell'avere figli. La coppia ebbe però altri numerosi problemi matrimoniali dovuti sia all'alcolismo di Moore - causato dalla sua insicurezza di dover vivere ormai all'ombra della fama sempre più grande di Mary - sia da un breve ma intenso periodo di violenza domestica. Il fallimento della gravidanza può aver inoltre esacerbato i problemi di alcolismo di Moore. La coppia visse separata per diversi anni prima di divorziare. Mary, intanto, iniziò segretamente una relazione con Douglas Fairbanks, che era a sua volta sposato. I due girarono insieme l'America nel 1918 per favorire la vendita dei ‘Liberty Bonds’ che dovevano sostenere lo sforzo bellico della prima guerra mondiale. In questo periodo Mary, inoltre, soffrì di un attacco di influenza durante la pandemia del 1918, ma sopravvisse. Mary divorziò da Moore il 2 marzo 1920 e il 28 marzo dello stesso anno sposò Fairbanks. I due andarono in Europa per la loro luna di miele; gli ammiratori a Londra e a Parigi furono causa di sommosse quando cercarono di avvicinarsi alla famosa coppia. Quest'ultima, che tornò trionfante ad Hollywood, fu attesa da vaste folle che li aspettavano nelle stazioni ferroviarie durante il loro viaggio attraverso gli Stati Uniti. Quando la carriera cinematografica di entrambi cominciò a declinare, verso la fine del cinema muto, la natura inquieta di Fairbanks lo spinse a viaggiare oltreoceano (cosa che alla Pickford non piaceva). Quando il flirt di Fairbanks con Lady Sylvia Ashley divenne pubblico nei primi anni del 1930, lui e Mary si separarono e divorziarono il 10 gennaio 1936. Il figlio di Fairbanks nato dal primo matrimonio, Douglas Fairbanks jr., dichiarò che suo padre e la Pickford rimpiansero a lungo di essere stati incapaci di riconciliarsi.Il 24 giugno 1937 Mary Pickford sposò il suo terzo e ultimo marito, l'attore e musicista Charles 'Buddy' Rogers. Adottarono due bambini: Ronald Charles, nato nel 1937 ma adottato nel 1943 e conosciuto anche come Ron Pickford Rogers, e Roxanne, nata e adottata nel 1944. Come ha notato il documentario PBS American Experience, la relazione della Pickford con i figli era tesa. Criticava le loro imperfezioni fisiche, la bassa statura di Ronnie o i denti storti di Roxanne. Entrambi i figli dichiararono in seguito che la loro madre era troppo presa da sé stessa per essere capace di esprimere un autentico amore materno. morì all'ospedale di Santa Monica a causa di complicazioni di un'emorragia cerebrale che l'aveva colpita la settimana prima. Fu sepolta nel Giardino della memoria del ‘Forest Lawn Memorial Park Cemetery’ in Glendale, California
Preghiera di una monaca inglese del diciassettesimo secolo.
Preghiera di una monaca inglese del 17° secolo.
Signore, tu sai meglio di me che io sto invecchiando
e che un giorno sarò vecchia.
Tienimi lontana dall’abitudine di pensare
di avere sempre qualcosa da dire su ogni argomento
e in ogni occasione.
Liberami dal desiderio di sbrogliare gli affari di tutti.
Rendimi disponibile, ma non senza senno,
capace di aiutare ma non autoritaria.
Con la mia vasta provvista di saggezza
potrebbe sembrare un peccato non usarla tutta,
ma tu sai, Signore, che io desidero
avere alcuni amici alla fine.
Trattieni la mia mente dal racconto di dettagli infiniti;
dammi ali per arrivare al punto cruciale.
Sigilla le mie labbra sui miei dolori e mali fisici.
Essi sono in aumento e la tentazione di riversarli
diventa sempre più dolce man mano che gli anni passano.
Non oso chiedere la grazia sufficiente per domandare
di apprezzare il racconto dei mali altrui,
ma aiutami a sopportarli con pazienza.
Non oso chiedere una memoria che migliori,
ma un po’ più di umiltà e meno testardaggine
quando la mia memoria sembra cozzare con quella degli altri. Insegnami la gloriosa lezione
che in qualche occasione posso avere torto.
Mantienimi ragionevolmente mite;
non voglio essere una santa –
con alcuni di loro è così difficile convivere –
ma una persona vecchia e acida è
uno dei capolavori del demonio.
Dammi la capacità di vedere cose buone
in luoghi inaspettati e talenti in persone inaspettate.
E dammi, o Signore, la grazia di dirglielo.
Amen
Sii gentile con te stessa
Sii gentile con te stessa, cerca di esserci sempre per te,
perché la vita a volte è dura ma tu sarai sempre la tua CASA.
Alessandro Trolese
martedì 7 aprile 2026
Ildegarda di Bingen
Ildegarda di Bingen in tedesco Hildegard von Bingen;
Bermersheim vor der Höhe, 1098 – Bingen am Rhein, 17 settembre 1179)
Monaca benedettina, è venerata come santa dalla Chiesa cattolica; nel 2012 è stata dichiarata dottore della Chiesa da papa Benedetto XVI. Donna dai numerosi talenti, nella sua vita fu inoltre profetessa, san Bernardo da Chiaravalle ed Eugenio III. In una famiglia nobile nasce una bambina fragile, spesso malata, attraversata da percezioni che non riesce a spiegare. È la decima figlia, e già questo la rende superflua. Si chiama Hildegard di Bingen. Fin dall’infanzia racconta di colori, suoni, immagini che si accendono nella sua mente senza spegnersi mai. Più tardi dirà che le arrivano attraverso una “luce vivente” che permea ogni cosa. Nel XII secolo, una bambina così non è un dono: è un problema. Troppo debole per un matrimonio, troppo inquieta per la vita domestica. La soluzione è quella consueta: la Chiesa. A otto anni viene consegnata al monastero di Disibodenberg e rinchiusa accanto all’eremita Jutta von Spanheim. Una cella. Pietra, silenzio, preghiera. Nessuna istruzione formale, nessuna promessa di futuro. Avrebbe potuto dissolversi lì, come tante altre. Invece resiste. Impara il latino. Studia le Scritture. Osserva. Memorizza. E soprattutto tace. Per decenni nasconde le visioni che la accompagnano, temendo l’errore, la presunzione, il giudizio. Essere donna, in quel mondo, significava non avere autorità sulla conoscenza, men che meno su ciò che riguarda il corpo e la salute. Nel 1141 accade la frattura. Una visione così intensa da renderla fisicamente malata. Hildegard comprende che il silenzio non è più una protezione, ma una condanna. Scrivere diventa una necessità vitale. Nasce così Scivias, un’opera teologica costruita con rigore, simboli e coerenza dottrinale. Richiede dieci anni di lavoro. Quando il testo arriva a Papa Eugenio III, avviene qualcosa di rarissimo: una donna viene autorizzata pubblicamente a insegnare attraverso ciò che ha scritto. Da quel momento, la sua voce non si spegne più. Fonda un nuovo monastero. Cura i malati. Studia piante, pietre, febbri, ferite, stati d’animo. Scrive Physica e Causae et Curae, testi medici che descrivono il corpo umano come un sistema complesso, influenzato dall’alimentazione, dalle emozioni, dall’ambiente. Introduce osservazioni sull’uso del luppolo, sulla digestione, sulla circolazione. In un’epoca che esclude le donne dal sapere medico, costruisce una visione sorprendentemente integrata della salute. Ma la sua eredità più audace riguarda le donne. Hildegard parla di mestruazioni senza vergogna. Descrive il piacere sessuale femminile con precisione. Scrive di gravidanza e parto come processi naturali, non come colpe. Rifiuta l’idea della malattia come punizione divina e la riconduce allo squilibrio. Afferma la differenza tra uomo e donna, senza gerarchie, come complementarità necessaria. Nel tempo in cui la donna viene definita un essere incompleto, lei afferma, senza clamore ma con fermezza, che il corpo femminile possiede una sua sacralità. Compone musica che ancora oggi sorprende per complessità. Corrisponde con imperatori e papi. Predica in pubblico, cosa allora quasi impensabile. Cura poveri e potenti senza distinzione. Quando muore, a ottantuno anni, viene chiamata la Sibilla del Reno. Era stata rinchiusa per scomparire. Aveva invece allargato il mondo. Senza università, aveva anticipato una medicina del corpo e dell’anima. Senza permesso, aveva parlato a chi governava. In una cultura che insegnava alle donne a vergognarsi, aveva restituito dignità ai loro corpi. Hildegard di Bingen non abbatté le mura. Le trasformò in luce. Fondatrice del monastero di Bingen am Rhein nel 1165, Ildegarda fu spesso in contrasto con il clero; riuscì tuttavia a ribaltare il concetto monastico prevalente fino ad allora, e che per molto tempo ancora sarebbe rimasto inamovibile, preferendo una vita di predicazione aperta verso l'esterno a quella più tradizionalmente claustrale. Quando ormai era ritenuta un'autorità all'interno della Chiesa, papa Eugenio III nel 1147 lesse alcuni dei suoi scritti durante il sinodo di Treviri di quell’anno. In tale occasione, fu autorizzata a scrivere ed esporre in pubblico le sue visioni. Monaca "aristocratica", Ildegarda più volte definì se stessa come «una piuma abbandonata al vento della fiducia di Dio». Fedele peraltro al significato del suo nome, "protettrice delle battaglie", fece della sua religiosità un'arma per una battaglia da condurre per tutta la vita: scuotere gli animi e le coscienze del suo tempo. Non ebbe timore di uscire dal monastero per conferire con vescovi e abati, nobili e principi. In contatto epistolare con il monaco cistercense Bernardo di Chiaravalle, sfidò con parole durissime l'imperatore Federico Barbarossa, fino ad allora suo protettore, quando questi oppose due antipapi ad Alessandro III. L'imperatore non si vendicò dell'affronto, ma ruppe il rapporto di amicizia che fino ad allora li aveva legati. Nel 1169, riuscì in un esorcismo su una tale Sigewize, che aveva fatto ricoverare nel suo monastero, dopo che altri religiosi non erano approdati a nulla: nel rito da lei personalmente condotto, volle però naturalmente la presenza di sette sacerdoti (unici dotati del ministero di esorcizzare. Nella concezione di una conoscenza che muove dai cinque sensi in direzione della fede in Dio si evidenziarono alcune idee presenti anche nella filosofia scolastica del suo tempo, di cui tuttavia sant'Ildegarda non seguiva il metodo di lettura critica e commento testuale, basandosi unicamente sulle proprie visioni profetiche, sul discernimento spirituale e i carismi ispirati da Dio.
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