mercoledì 20 maggio 2026

La ballata delle madri

 


La ballata delle madri

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d'esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate, a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d'amore,
se non d'un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v'hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l'antico, vergognoso segreto
d'accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
- nel vostro odio - addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
E' così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.

Pier Paolo Pasolini

Le sei del mattino

 


Le sei del mattino 

Tutto, si sa, la morte dissigilla.
E infatti, tornavo,
malchiusa era la porta
appena accostato il battente.
E spento infatti ero da poco,
disfatto in poche ore.
Ma quello vidi che certo
non vedono i defunti:
la casa visitata dalla mia fresca morte,
solo un poco smarrita
calda ancora di me che piú non ero,
spezzata la sbarra
inane il chiavistello
e grande un’aria e popolosa attorno
a me piccino nella morte,
i corsi l’uno dopo l’altro desti
di Milano dentro tutto quel vento.

Vittorio Sereni

 

Un Sogno


Portre of Sereni, Vittorio

Un Sogno.

Ero a passare il ponte
su un fiume che poteva essere il Magra
dove vado d'estate o anche il Tresa,
quello delle mie parti tra Germignaga e Luino.
Me lo impediva uno senza volto, una figura plumbea.
«Le carte» ingiunse. «Quali carte» risposi.
«Fuori le carte» ribadì lui ferreo
vedendomi interdetto. Feci per rabbonirlo:
«Ho speranze, un paese che mi aspetta,
certi ricordi, amici ancora vivi,
qualche morto sepolto con onore».
«Sono favole, - disse - non si passa
senza un programma». E soppesò ghignando
i pochi fogli che erano i miei beni.
Volli tentare ancora. «Pagherò
al mio ritorno se mi lasci
passare, se mi lasci lavorare». Non ci fu
modo d'intendersi: «Hai tu fatto
- ringhiava - la tua scelta ideologica?»
Avvinghiati lottammo alla spalletta del ponte
in piena solitudine. La rissa
dura ancora, a mio disdoro.
Non lo so
chi finirà nel fiume.

Sereni, Vittorio

Giulio Cesare Sansoni




Giulio Cesare Sansoni
(
Firenze, 20 maggio 1838 – Roma, 13 febbraio 1885)
è stato un
editore italiano, fondatore della casa editrice Sansoni.

Gestore dell'esattoria comunale di Firenze ma appassionato di letteratura, frequenta assiduamente i salotti letterari della città: il Caffè del Parlamento, il Caffè Doney, la trattoria dei fratelli Barile, dove entra in contatto con personaggi quali Adolfo Bartoli e Giosuè Carducci. Spirito modernissimo, inizia l'attività editoriale, con l'amico tipografo Giovanni Carnesecchi, pubblicando nel 1873 (con la dicitura "a spese di alcuni amici"), un'opera educativa di Guido Falorsi, "Guardare e pensare, studi dal vero, libro di lettura e di premio", a cui seguirono i “Dialoghi e commediole” del Calenzoli e il “Disegno storico della letteratura” di Raffaello Fornaciari. Il marchio editoriale "G. C. Sansoni Editore" compare solo l'anno successivo. Sin dall'inizio le sorti della nuova casa editrice sono fortemente legate alla tipografia “G. Carnesecchi e figli” diretta da Giovanni Carnesecchi e dal figlio Tito, tanto che le due ditte hanno in comune sede e magazzini. Grazie all'imprenditorialità del Sansoni e del Carnesecchi alle loro conoscenze nel mondo culturale ed accademico la “G. C. Sansoni editore” andava crescendo di fama ed importanza pubblicando lavori espressione della cultura fiorentina collaborando tra gli altri con il professore Arturo Bartoli docente di letteratura italiana all'Istituto di studi superiori esponente della scuola storica di positivismo filologico, e con Cesare Guasti, linguista, dell'Accademia della Crusca. Nel 1876 il Sansoni concepì l'idea di pubblicare “Le vite” di Giorgio Vasari, in un'edizione curata dall'archivista Gaetano Milanesi, per la cui realizzazione il tipografo Carnesecchi aveva acquistato una modernissima macchina da stampa Koenig & Bauer: fu il primo grande successo editoriale. Seguì tutta una serie di opere che consolidarono la fama della casa editrice. Nel frattempo Giovanni Carnesecchi moriva nel 1877 seguito a pochi anni di distanza (1880) dal figlio Tito così la direzione della stampa passava a Cesare Casalini (nuovo marito della vedova di Tito Carnesecchi e nuovo direttore della Tipografia Carnesecchi): cognome anch'esso destinato a divenire prestigioso nella storia dell'editoria. Sansoni nel 1883, in seguito a problemi sorti nella gestione dell'Esattoria si trasferisce a Roma aprendo una libreria, ma continuando a gestire da lontano la società editrice. Infine nel 1885 Giulio muore lasciando la vedova Albertina Piroli (figlia del giurista e senatore Giuseppe) e il figlio Antonio di appena un anno. Scrive Marcello Aquilani: «…nel 1885 moriva pure il sig. Giulio Sansoni, che alla casa editrice aveva dato tutto il suo ingegno e tutta la sua attività. Così mentre la Tipografia e la Casa Sansoni andavano crescendo di fama e d'importanza scomparivano coloro che avevano dato ad esse l'intelligenza e l'energia per poterle portare all'altezza che, amanti dell'arte e della cultura, avevano sempre sognato.»  L'attività della Sansoni continuò nonostante la morte del suo fondatore. Albertina Piroli affidò la direzione della società al cognato Guido Biagi (1855-1925), bibliotecario della Marucelliana e letterato che portò la società verso il nuovo secolo e verso nuovi successi.



Cara mamma

 


Ogni persona che incontri

 


Avrei voluto che molte cose


 

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