domenica 12 aprile 2026

Aleida Guevara March

Aleida Guevara March (nata il 24 novembre 1960)

è una dottoressa cubana, primogenita di quattro figli di Ernesto "Che" Guevara e della sua seconda moglie, Aleida March . È una dottoressa che lavora presso l'ospedale pediatrico William Soler dell'Avana . Ha lavorato anche come medico in Angola , Ecuador e Nicaragua . È intervistata sulla filosofia alla base dell'assistenza sanitaria universale nel film Sicko di Michael Moore . Guevara è stata una sostenitrice dei diritti umani e della riduzione del debito per le nazioni in via di sviluppo. È autrice del libro Chávez, Venezuela e la nuova America Latina. Sebbene Aleida avesse solo quattro anni e mezzo quando suo padre lasciò Cuba per fomentare la rivoluzione in Congo , e quasi sette quando fu giustiziato in Bolivia , conserva ancora bei ricordi di lui. Una di queste storie che ha condiviso pubblicamente è che suo padre (Che) inventava storie di animali per i suoi figli lontani, affermando:

Mio padre non ha avuto l'opportunità di godersi la nostra infanzia. Ma quando era via, il che accadeva quasi sempre, ci mandava storie e disegni su cartoline. Mio fratello Camilo fu rimproverato all'asilo per aver usato parolacce, e mia madre affrontò Che perché aveva l'abitudine di imprecare, come fanno tutti gli argentini. Lui era in Africa e scrisse a Camilo dicendogli che non poteva imprecare a scuola, altrimenti Pepe il caimano [inventato da Guevara] gli avrebbe morso una gamba. Quindi dovette smettere di imprecare per proteggere suo padre. 

Sebbene Aleida avesse solo quattro anni e mezzo quando suo padre lasciò Cuba per fomentare la rivoluzione in Congo , e quasi sette quando fu giustiziato in Bolivia , conserva ancora bei ricordi di lui.  Una di queste storie che ha condiviso pubblicamente è che suo padre (Che) inventava storie di animali per i suoi figli lontani, affermando: Mio padre non ha avuto l'opportunità di godersi la nostra infanzia. Ma quando era via, il che accadeva quasi sempre, ci mandava storie e disegni su cartoline. Mio fratello Camilo fu rimproverato all'asilo per aver usato parolacce, e mia madre affrontò Che perché aveva l'abitudine di imprecare, come fanno tutti gli argentini. Lui era in Africa e scrisse a Camilo dicendogli che non poteva imprecare a scuola, altrimenti Pepe il caimano [inventato da Guevara] gli avrebbe morso una gamba. Quindi dovette smettere di imprecare per proteggere suo padre.  Gli scritti di mio padre sono come quelli di José Martí , i valori che racchiudono sono intramontabili.

— Aleida Guevara

Guevara si riferisce a suo padre Che come fonte di ispirazione personale. Quando tiene discorsi in tutto il mondo, menziona spesso i suoi scritti, osservando che trova i suoi diari particolarmente utili per le loro "intuizioni politiche e maturità emotiva". Ha anche affermato di trovarsi occasionalmente a esclamare: "Caspita! Se solo avessimo messo in pratica questo o quel suggerimento, ora saremmo in una posizione migliore".  In riferimento all'uso diffuso di suo padre come simbolo di ribellione, ha affermato che quando vede un bambino che porta la sua immagine in una marcia e il bambino dice: "Voglio essere come Che e combattere fino alla vittoria finale", si sente euforica. 

Parlando dell'eredità di suo padre, Aleida ha osservato che:

Mio padre sapeva amare, e questa era la sua caratteristica più bella: la sua capacità di amare. Per essere un vero rivoluzionario, bisogna essere romantici. La sua capacità di dedicarsi alla causa degli altri era al centro delle sue convinzioni: se solo potessimo seguire il suo esempio, il mondo sarebbe un posto molto più bello.

Guevara afferma che il periodo trascorso come membro di una missione medica cubana in Angola le ha lasciato un segno indelebile. Descrive l'impatto di questa esperienza con queste parole:

«Sono riuscito a salvare la vita di molti bambini, ma a volte non ci sono riuscito. Il dolore e il rimpianto ti accompagnano per sempre. L'impotenza provata in quel momento mi spinge ad agire contro il razzismo, lo sfruttamento degli esseri umani e la frequente indolenza di coloro che accettano le cose come sono.» 
Nel febbraio del 2004, Aleida Guevara intervistò l'ex presidente venezuelano Hugo Chávez per il libro "Chávez, il Venezuela e la nuova America Latina ". Il libro è stato poi adattato in un documentario che include estratti dell'intervista a Chávez sulla Rivoluzione Bolivariana , interviste a medici umanitari cubani impegnati nell'assistenza ai poveri in Venezuela, un'intervista al generale Jorge Carneiro sul tentato colpo di stato dell'aprile 2002 , nonché scene di vita e di sostegno a Chávez in Venezuela. Dal 2009, Guevara gestisce due case per bambini disabili a Cuba e altre due per bambini rifugiati con problemi familiari. In qualità di pediatra specializzata in allergie infantili, si è anche impegnata nell'assistenza medica a una comunità nella zona alluvionata intorno al Río Cauto , nella Cuba orientale, e ha annunciato l'intenzione di lavorare sull'Isola della Gioventù , devastata da diversi uragani nel 2008. Partecipa inoltre come intellettuale pubblica e attivista a conferenze, dibattiti e festival, come il Festival sovversivo dal 4 all'8 maggio 2013 a Zagabria , in Croazia. Lì è stata relatrice ospite insieme ad altri pensatori pubblici di spicco come Slavoj Žižek e Tariq Ali . Si dice che Guevara parteciperà alla flottiglia della libertà del 2024 verso Gaza,  che dovrebbe consegnare aiuti ai palestinesi bisognosi, dopo che altre rotte degli aiuti sono state ripetutamente bloccate.

Ha due figlie, Estefania e Celia 

Andrea Gaggero

Andrea Gaggero 
(
Mele12 aprile 1916 – Roma20 giugno 1988)

Nacque a Mele (Genova) il 12 aprile 1916 da una famiglia operaia: il padre, Giovanni Battista, lavorava come manovale nello zuccherificio Eridania. Entrò in seminario a dodici anni e nel 1938 si trasferì a Roma per frequentare l’Università Gregoriana. Due anni dopo, nel 1940, fu ordinato sacerdote, entrando a far parte della Congregazione dei Filippini. Rientrato a Genova, svolse la propria attività sacerdotale nella chiesa di San Carlo e presso l’Oratorio di San Filippo Neri, dove si impegnò anche nell’assistenza ai giovani e nella formazione religiosa. Già a partire dal 1936 aveva partecipato a gruppi clandestini di cattolici antifascisti, e dopo l’8 settembre 1943 prese parte alla costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale della Liguria. La sua chiesa divenne una delle basi di riferimento per l’attività partigiana in città. Come egli stesso ricordò in seguito, fu l’unico sacerdote in Italia a far parte di un comando militare della Resistenza, partecipando alla raccolta di armi e al dislocamento dei primi gruppi partigiani sull’Appennino ligure. Il 6 giugno 1944 fu arrestato e tradotto alla questura di Genova, dove rimase per circa quaranta giorni, sottoposto a interrogatori e torture senza mai rivelare informazioni. Processato dal Tribunale speciale insieme ad altri imputati, venne condannato a diciotto anni di reclusione e trasferito nel campo di transito di Bolzano, con la matricola n. 4035. Anche all’interno del campo riuscì a stabilire contatti con l’organizzazione clandestina di resistenza. Scoperto mentre tentava di introdurre denaro e corrispondenza per i prigionieri, fu nuovamente torturato e poi messo in cella di rigore per trenta giorni. Il 14 dicembre 1944 fu deportato nel lager di Mauthausen, dove ricevette il numero di matricola 113979. Vi rimase per circa sei mesi, sopravvivendo alle dure condizioni del campo e collaborando con la rete clandestina interna diretta da Giuliano Pajetta. Fu liberato il 5 maggio 1945. Dei circa quattrocento deportati trasferiti con lui da Bolzano, solo una ventina riuscirono a sopravvivere. Libero dagli obblighi ecclesiastici, si dedicò completamente al movimento pacifista. Entrò nel Comitato della Pace, fece parte della direzione della rivista Patria Indipendente e tenne numerosi comizi e conferenze in Italia e all’estero. Nel 1954 ricevette la Medaglia d’argento al valor militare e, nello stesso anno, il Premio Stalin per la pace, che devolse interamente al Comitato per la Pace. Nel 1955 partecipò all’assemblea del Consiglio Mondiale per la Pace a Helsinki e successivamente fu delegato per un anno presso la sede del Consiglio a Vienna. Nel dicembre dello stesso anno entrò nella presidenza del Movimento italiano per la pace. Negli anni successivi continuò a coordinare il Comitato italiano per la Pace e, nel 1961 (anno in cui la sua organizzazione prese avvio), fu tra i promotori, insieme ad Aldo Capitini, della Marcia della Pace PerugiaAssisi. Nello stesso periodo contribuì alla creazione della Consulta Italiana per la Pace, alla quale aderirono numerosi gruppi e associazioni pacifiste. Nel corso delle sue attività conobbe Isa Bartalini, figlia del pacifista Ezio Bartalini, che divenne sua compagna di vita. Nel 1963 partecipò a Oxford alla riunione costitutiva della International Confederation for Disarmament and Peace (ICDP), venendo eletto membro dell’esecutivo. Parallelamente raccolse, in Polonia e in Germania, documentazione sui campi di concentramento per il costituendo Museo della Deportazione di Carpi. Durante la guerra del Vietnam promosse la creazione del Comitato per la Pace nel Vietnam, del quale fu segretario fino alla firma degli accordi di pace, e organizzò la Marcia Milano–Roma per la Pace nel Vietnam (1967), conclusa con una manifestazione nella capitale. Negli anni seguenti continuò a impegnarsi in diverse iniziative di solidarietà e cooperazione internazionale. Fu segretario del Comitato per la liberazione del Portogallo, del Comitato Italia–Spagna (presieduto da Pietro Nenni) e del Comitato parlamentare per il riconoscimento della Repubblica Democratica Tedesca. Collaborò inoltre con l’Associazione Nazionale Ex Deportati nei campi nazisti (ANED), di cui diresse la sezione romana, promuovendo mostre sulla deportazione e incontri nelle scuole. All’inizio del maggio 1988 si manifestarono i primi sintomi della malattia che lo avrebbe condotto alla morte. In quei mesi iniziò a registrare le proprie memorie, con l’intento di lasciare una testimonianza della sua esperienza, ma non riuscì a completare la dettatura: il racconto si interrompe con la deportazione da Bolzano a Mauthausen. Morì l’8 luglio 1988, secondo alcune fonti a Roma, secondo altre nella sua casa di Cennina, nel comune di Bucine. Il suo diario fu successivamente pubblicato postumo con il titolo Vestìo da omo (Giunti Editore), oggi conservato presso l’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano.

Se è vero è un paradiso

L’Islanda è tra i Paesi più apprezzati al mondo per la qualità della vita. Situata nel Nord Europa, tra l’Atlantico settentrionale e l’Oceano Artico, è uno Stato insulare che rimase sotto il controllo della Danimarca fino al 1° dicembre 1918.

Nel Paese, sanità e istruzione sono interamente gratuite, non esiste un esercito e l’energia elettrica è fornita a costi estremamente bassi. Inoltre, non sono presenti ristoranti McDonald’s e il livello di sicurezza è così elevato che molte persone lasciano case e automobili senza chiuderle a chiave.
Tra le principali curiosità:
Gli islandesi sono grandi lettori e risultano tra i primi al mondo per consumo di libri.
Nei caffè e nei ristoranti l’acqua è gratuita e proviene direttamente dalle risorse naturali locali.
Chi cambia lavoro non è tenuto a presentare lettere di referenze: la fiducia rappresenta un valore centrale nella società.
Le votazioni possono svolgersi anche online.
La società mantiene tratti conservatori, soprattutto in ambito matrimoniale.
Il turismo è in costante crescita e il numero di visitatori supera ormai di gran lunga quello della popolazione residente.
Non disponendo di forze armate, chi desidera intraprendere una carriera militare può farlo all’estero, anche grazie ad accordi con altri Paesi.
Tutte le scuole e gli istituti di istruzione sono pubblici e gratuiti.
Il sistema sanitario è interamente pubblico, senza presenza di cliniche private.

12 aprile San Zeno di Verona

 



San Zeno (Zenone) di Verona
Vescovo

Mauritania, IV secolo – Verona, 12 aprile 372

Patronato: Verona, Pescatori
Etimologia: Zeno = divino, che viene da Giove, Zeus greco
Emblema: Bastone pastorale, Pesce
La città di Verona, ha per il suo santo patrono, una devozione “affettuosa e brusca”, che dura ininterrotta da sedici secoli; per il santo vescovo “moro e pescatore”, i veronesi eressero nel tempo una magnifica Basilica, più volte ricostruita e centro del suo culto. Non si sa, se egli giunse a Verona con la famiglia, né il motivo del trasferimento; d’altra parte bisogna considerare che nel IV secolo, dopo la fine delle grandi persecuzioni contro i cristiani, la Chiesa prese davvero un respiro universale, con scambio, viaggi e trasferimenti, di personaggi di grande dottrina e santità.  Si è ipotizzato che Zeno fosse figlio d’un impiegato statale finito in Italia settentrionale, a seguito delle riforme burocratiche volute dall’imperatore Costantino; altra ipotesi è che Zeno si trovava al seguito del patriarca d’Alessandria, Atanasio, esule e in visita a Verona nel 340. Rimasto nella bella città veneta, Zeno (Zenone il suo nome originario), avrebbe fatto vita monastica, fino a quando nel 362, fu eletto successore del defunto vescovo Cricino, divenendo così l’ottavo vescovo di Verona, il suo episcopato durò una decina d’anni, perché morì il 12 aprile del 372 ca.; la prima testimonianza su di lui si trova in una lettera di sant’Ambrogio al vescovo Siagro, terzo successore di san Zeno, che lo nomina come un presule “di santa memoria”; qualche anno dopo Petronio, vescovo di Verona fra il 412 e il 429, ne ricorda le grandi virtù e conferma la venerazione che gli era già tributata. La conferma del culto di s. Zeno, si ha anche da un antico documento, il “Rhytmus Pipinianus” o “Versus de Verona”, un elogio in versi della città, scritto fra il 781 e l’810, in cui si afferma che Zeno fu l’ottavo vescovo di Verona e poi c’è il cosiddetto “Velo di Classe”, dell’ottavo secolo, una preziosa tovaglia conservata a Ravenna, in cui sono ricamati i ritratti dei vescovi veronesi, fra i quali s. Zeno. Anche il papa s. Gregorio Magno, alla fine del VI secolo raccontò un prodigio avvenuto in città, attribuito alla potente intercessione del santo; verso il 485 una piena del fiume Adige, sommerse Verona, giungendo fino alla chiesa dedicata a san Zeno, che aveva le porte aperte; benché l’acqua del fiume avesse raggiunto l’altezza delle finestre, non penetrò attraverso la porta aperta, quasi come se avesse incontrato una solida parete ad arginarla. Ciò che maggiormente testimonia l’origine africana del santo, sono i suoi 93 “Sermones” o trattati, di cui 16 lunghi e 77 brevi, con la cui stesura, a detta degli studiosi, Zeno aprì la grande schiera degli scrittori cattolici, fu il primo dei grandi Padri latini e meriterebbe quindi di essere collocato fra i Dottori della Chiesa, per la scienza testimoniata con i suoi scritti. Lo stile africano è ricordato anche in quel “procedere sentenzioso, nei giochi di parole e di immagini, in quei larghi sviluppi oratori, nei quali l’anima del Santo trasfonde tutta l’irruenza dell’entusiasmo e dello sdegno…” (Mons. Guglielmo Ederle, per lunghi anni abate della Basilica). Condusse con le sue predicazioni, trascritte da qualche suo discepolo nei “Sermones”, vivaci battaglie contro i Fotiniani (ariani) e la rinascita nelle campagne, del paganesimo (dovuta soprattutto all’apostasia di Giuliano); le sue prediche erano affollate da neoconvertiti ma anche da pagani, attratti dalla sua abile oratoria. Zeno fu vescovo insigne per carità, umiltà, povertà, liberalità verso i poveri; sollecitava con forza clero e fedeli alla pratica delle virtù cristiane, dando loro l’esempio. Costruì a Verona la prima chiesa, che si trovava probabilmente nella zona dell’attuale Duomo, dove si riconoscono le tracce dei primi edifici cristiani; si tratta della chiesa già citata, che prodigiosamente non fu allagata dalla piena del fiume Adige nel 588, e per questo fu donata a Teodolinda, moglie di re Autari, che fu testimone oculare dell’avvenuto prodigio. Quella chiesa fu rifatta ai tempi di re Teodorico e nell’804 venne danneggiata, insieme al vicino monastero, da ‘uomini infedeli’, probabilmente dagli Unni e anche dagli Avari. Ma dal Nord Europa, ancora una volta calarono eserciti barbari, giungendo nell’antichissima e celebre città a cavallo dell’Adige; Verona è stata nei secoli la prima tappa dei popoli germanici e dell’Est europeo, che varcavano le Alpi per invadere e conquistare la Penisola e verso la fine del IX secolo, gli Ungheri assalirono Verona e saccheggiarono le chiese dei sobborghi. Ma le reliquie di san Zeno erano state messe in salvo in cattedrale e solo nel 921, poterono tornare nella cripta della chiesa a lui dedicata. Per mettere al sicuro definitivamente le reliquie del santo e la tranquillità del culto per il Patrono, in quegli anni si decise di costruire una grande basilica, più vasta e più protetta. Non fu impresa facile; per la nuova basilica romanica, giunsero aiuti finanziari e tecnici dai re d’Italia Rodolfo e Ugo; lo stesso imperatore Ottone I, lasciando Verona nel 967, donò una cospicua somma al vescovo realizzatore Raterio. La basilica, nel 1120, 1138, 1356, ebbe altre ristrutturazioni, modifiche e ampliamenti, specie all’interno, mentre il campanile fu eretto nel 1045 per iniziativa dell’abate Alberico; attualmente la vicina Torre merlata, è quanto resta della ricca abbazia benedettina, in cui furono ospitati, re, imperatori, cardinali. Il portale bronzeo della Basilica, è da tempo chiamato, ‘il libro di bronzo’ e la ‘Bibbia dei poveri’; esso racconta in successive 48 formelle, episodi biblici e della vita di Gesù, oltre ai miracoli di San Zeno. I miracoli raffigurati, furono tratti dai racconti del già citato notaio veronese Coronato, e dalle formelle si può apprendere quelli più eclatanti; quando san Zeno fu eletto vescovo di Verona, prese ad abitare con dei monaci, in un luogo solitario verso la riva dell’Adige e giacché viveva povero, era solito pescare nel fiume per cibarsi; e un giorno mentre stava pescando, vide più in là un contadino trascinato nella corrente del fiume, insieme al suo carro, dai buoi stranamente imbizzarriti. Avendo intuito che si trattava di un’opera del demonio, fece un segno di croce, che ebbe l’effetto di far calmare i buoi, che riportarono così il carro sulla riva. È uno dei tanti episodi di lotta con i demoni, che il santo vescovo, dovette affrontare lungo tutto il suo episcopato; poiché diverse volte lo disturbavano e tante volte san Zeno li scacciava adeguatamente; infatti nell’affresco della lunetta del protiro della basilica e nei bassorilievi di marmo che le fanno da base, s. Zeno è raffigurato fra l’altro mentre calpesta il demonio. In un’altra formella del portale, si vede il demonio scacciato dai buoi nel fiume, che indispettito si trasferisce nel corpo della figlia di Gallieno, che doveva essere un nobile locale, ma poi individuato erroneamente come l’imperatore, in tal caso le date non corrispondono. Gallieno, saputo del vescovo Zeno, che combatteva efficacemente i demoni, lo mandò a chiamare e così l’unica sua figlia fu liberata; per riconoscenza Gallieno gli concesse piena libertà di edificare chiese e predicare il cristianesimo, donandogli anche il suo prezioso diadema, che s. Zeno divise tra i poveri. Nella basilica esiste una bella vasca di porfido, pesantissima, che la tradizione vuole regalata da Gallieno al vescovo, il quale volendo punire l’impertinente demonio, gli ordinò di trasportarla fino a Verona; il demonio obbedì, ma con tanta rabbia, tanto da lasciare sulla vasca l’impronta delle sue unghiate; al di là della tradizione, la vasca può essere un importante reperto archeologico, delle antiche terme romane della città. Decine sono gli episodi miracolosi e i prodigi, che la tradizione e la leggenda, attribuiscono a san Zeno, sempre in lotta con i diavoli, perlopiù dispettosi, che cercavano sempre di ostacolarlo nella predicazione e nel suo ministero episcopale; si tratta di una particolare lotta del santo, che secondo alcune leggende avrebbe visto e scacciato il demonio, sin da quando era un chierico, mentre era in compagnia di s. Ambrogio. Infine non si può soprassedere sull’ipotesi, che san Zeno fosse un uomo oltre che istruito e saggio, anche bonario e gioviale; lo attestano due importanti opere, un’anta dell’antico organo, ora custodita nella chiesa di San Procolo, e la grande statua in marmo colorato, della metà del XIII secolo, nella basilica, che lo raffigurano entrambe sorridente fra i baffi; la statua raffigura san Zeno seduto, vestito dai paramenti vescovili, con il viso scuro per le sue origini nord africane, che sorride e benedice con la mano destra, mentre con la sinistra sorregge il pastorale, a cui è appeso ad un amo un pesce, a ricordo della sua necessità di pescare nell’Adige per i suoi pasti frugali. I veronesi indicano questa statua, come “San Zen che ride”; il santo è patrono dei pescatori d’acque dolci, il grosso sasso lustrato su cui, secondo la tradizione, sedeva mentre pescava nel fiume, è conservato in una piccola chiesetta denominata San Zeno in Oratorio, non lontano dalla millenaria basilica veronese, in cui riposa il santo Patrono. La festa liturgica di san Zeno è il 12 aprile; nella diocesi di Verona, però, la ricorrenza è stata spostata al 21 maggio, a ricordo del giorno della traslazione delle reliquie nella basilica, avvenuta il 21 maggio 807.

Autore: Antonio Borrelli


Sansimonismo

Sansimonismo

Ciao Amici ❤ Avendo letto in una biografia" con decisa tendenza verso idealità sansimonistiche", mi è venuta la curiosità di vedere cosa volesse dire perchè per me è una parola sconosciuta.
Sansimonistiche non esiste esiste
Sansimonismo
[san-si-mo-nì-ṣmo] s.m.
FILOSOFIA Dottrina filosofico-politica di Saint-Simon e dei suoi seguaci, i cui princìpi fondamentali sono l'abolizione del diritto ereditario e la fusione degli strumenti di lavoro, delle terre e dei capitali in un unico fondo sociale governato in maniera associativa e gerarchica, in modo che ciascuno venga collocato nel sistema secondo le proprie effettive capacità e retribuito secondo la propria attività.
Che bella filosofia però messa mai in atto e nemmeno in futuro purtroppo. Scusate la mia ignoranza, adesso mi sento più ricca nel sapere.
Lucia ❤

La primavera in mitologia

La primavera in mitologia

I greci, i quali erano straordinari inventori di miti, raccontavano che l'esplosione della Primavera altro non era che il ritorno alla luce della dea Persefone o Proserpina (in greco Core). Rapita da Plutone che la trascinò negli inferi, la madre Demetra la cercò per mari e monti sotto le tempeste e la pioggia invernale. Venuta a conoscenza del rapimento, si recò da Zeus- Giove, fratello di Plutone, per implorare il suo intervento. Commosso dal dolore della dea, il supremo sovrano degli dei e degli uomini convinse il dio degli inferi a un compromesso: Persefone-Core sarebbe rimasta sei mesi nel mondo dell'oscurità (inverno), e sei mesi alla luce del sole. Ogni qualvolta la bellissima fanciulla divina ritorna, porta con sé la Primavera ricolma di germogli e di fiori. Rimane fino all'autunno, quando dovrà ricongiungersi al suo sposo-rapitore. Ma, prima di andare via, lascia agli uomini il suo ultimo dono, il melograno.
Web.
Nel quadro il ratto di Persefone.

Ma tu hai


 

Aleida Guevara March

Aleida Guevara March  (nata il 24 novembre 1960) è una dottoressa cubana, primogenita di quattro figli di  Ernesto "Che" Guevara  ...