mercoledì 10 giugno 2026

La locomotiva

La locomotiva 

Sul fiammeggiante vespero
Nera s’accampa la locomotiva
E accidïosa fumica,
mentre in torno si mescola e vocifera
la svarïata folla cui l’ansia
spinge in quell’afa torpida.
Trascorre a quando a quando
gente che parte: con bagagli in mano
va i carri un dopo l’altro interrogando,
s’arrischia in fine, e sale
i tremuli sportelli sbatacchiando.
Giunge un clamore languido a distesa
dal mar lontano,
e subitaneo, quasi ad un segnale,
vibra il giulío scampanío d’una chiesa.
Ma le prime ombre calano,
e già, com’occhio che improvviso fólgori,
or qua or là s’illumina un fanale.
Passan, ripassano
i cantonieri di fretta: crosciano
grida e rimbrotti: l’accesa macchina
si squassa e alita,
e  i vagoni si cozzano tra loro
con un rimbombo tragico e sonoro.
Scatta un comando:
un fischio di rimando
querulo, acuto, lungo, fòra l’aria,
e il treno si divincola
su le rotaie sussultando e ansando.

Dietro qualche vetro,
qualche viso bianco,
qualche riso stanco,
qualche gesto lesto;

ma piú celerii  vagoni
si succedono e  i furgoni
sul binario trabalzanti
strepitanti
varcan varcano;

e il treno, con palpito eguale, guadagna
fiammando nel buio, l’aperta campagna.
La chiostra de' monti da torno vacilla:
repente un padule nell'ombra sfavilla,
dispare una gregge di scialbe capanne
di là da una siepe scrosciante di canne,
 leggera si libra nell'aria una torre,
e il treno, con rombo terribile, corre.
 Le nuvole fosche s'inseguon pe'l cielo
coprendo le stelle smarrite d'un velo:
trapassan burroni, villaggi dormenti,
dirupi, sodaglie sinistre, torrenti:
 la luna viaggia, tra gli alberi, sola,
 e il treno, con rugghio di turbine, vola.


G.A. CESAREO

Il chiù


Il chiù
 
Le cime impallidiscono:
langue la luna stanca
nel cielo solitario
che da levante, verso il golfo, sbianca.
 
E angustioso un ululo,
che al vento s'accompagna,
di tratto in tratto lacera
 il sonno della placida campagna.
 
E' il chiù: sente nell'aria
le penne dell'aurora
preannunzianti, trepide,
la gloria della luce ch'egli ignora.
 
E dal suo cieco crcere
lo chiama fisso e strano,
col singhiozzo implacabile,
povero chiù! di chì singhiozza invano.
 
G.A.Cesareo.

Maria Teresa Cayetana


Maria Teresa Cayetana de Silva Álvarez de Toledo,
XIII
duchessa d'Alba
(per esteso in spagnolo: María del Pilar Teresa Cayetana de Silva Álvarez de Toledo y Silva,
XIII duquesa de Alba de Tormes)
(
Madrid, 10 giugno 1762Madrid, 23 luglio 1802),
è stata una
nobildonna spagnola.

María Teresa, come veniva chiamata nel suo ambiente familiare, era la figlia di Francisco de Paula de Silva y Álvarez de Toledo e della di lui consorte Mariana de Silva-Bazán y Sarmiento, fu la 13ª duchessa d'Alba; sposò nel 1775 José María Álvarez de Toledo, undicesimo marchese di Villafranca e duca di Bivona. Lei e la sua famiglia vissero tra le loro due proprietà maggiori in Madrid, il Palazzo della Moncloa e il Palazzo di Buenavista, vicino alla fontana di Cibele. La duchessa di Alba era solita anche alternare queste residenze con una terza, il Palazzo dei duchi d'Alba, a Piedrahíta, ove lei e il marito ricevevano personalità politiche, della cultura e della scienza, tra i quali l'uomo politico Gaspar Melchor de Jovellanos e il pittore spagnolo Francisco Goya. Divenne famosa per la sua presunta relazione con questo ultimo, conosciuto probabilmente a corte intorno al 1790, e per la sua eccentrica personalità, che ne fece una delle donne più chiacchierate e in vista del suo tempo. La donna fu immortalata da Goya in alcuni celebri ritratti e nei disegni dell'Album di Sanlúcar. È invece probabilmente falso che ella fosse la modella della Maja desnuda e della Maja vestida, che probabilmente fu una certa Pepa Tudó, amante del committente Godoy. Tante sono le leggende che si raccontano sul suo conto: dall'attrazione per i toreri agli esagerati capricci, dalla tenerezza verso bambini e animali alla temerarietà dei travestimenti notturni per scandalizzare il "bel mondo". Il 9 giugno 1796, a Siviglia morì il marito: la vedova, che si trovava a Madrid, partì per Siviglia e trascorse poi i mesi estivi a Sanlúcar, sulle coste andaluse, forse in compagnia del pittore. Morì nel 1802 all'età di quarant'anni, forse di tubercolosi, o forse, come dissero le malelingue, fatta assassinare da Godoy per conto della regina. La sua favolosa collezione d'arte (che comprendeva quadri come la Venere allo specchio di Velázquez e L'educazione di Cupido di Correggio) passarono nelle mani di Godoy e, alla caduta in disgrazia di costui, al re di Spagna. Non lasciò figli naturali, ma una figlia adottiva, Maria de la Luz. Alla sua morte il titolo si trasmise ad un parente, Carlos Miguel Fitz-James Stuart (1794-1835), che divenne quindi il XIV duca de Alba.

Non mi conquistano

 


Chi ama la guerra

 


Non è vero che tutto torna

 


L’Amore non si inventa

L’Amore non si inventa: o c’è o non c’è.
Se non c’è dobbiamo svilupparlo,
ma per viverlo è importante conoscerlo,
e soprattutto avere la capacità
di separarlo dalle sue contraffazioni.
Viviamo per dare e per ricevere amore.
Tutte le volte che imbrogliamo gli altri,
imbrogliamo noi stessi, tutte le volte
che tradiamo, ci stiamo tradendo;
tutte le volte che mentiamo mentiamo a noi stessi.
Un individuo potrebbe possedere il mondo intero,
ma se non ha buone relazioni è un miserabile.
Può possedere oro, può avere alle spalle un partito politico,
può essere a capo di una grande azienda,
avere la più prestigiosa cattedra all’università,
ma se non è ricco di sentimenti
e non ha relazioni soddisfacenti vivrà una vita penosa.
Le relazioni, i buoni sentimenti, il rispetto reciproco,
l’affetto, la stima, l’amicizia, la lealtà, rappresentano
la vera ricchezza della vita.


Marco Ferrini


La locomotiva

La locomotiva   Sul fiammeggiante vespero Nera s’accampa la locomotiva E accidïosa fumica, mentre in torno si mescola e vocifera la svarïata...