giovedì 9 aprile 2026

Come vivere in armonia



 “Come vivere in armonia”

Perdonare
Che fai quando ti senti ferito?
Sembra che in primo luogo sorga la “necessità” di restituire l’offesa, fare all’altro quello che ci è stato fatto, ripagare con la stessa moneta, più gli interessi “punitivi”.
E come ti sei sentito quando ti sei lasciato prendere da questo istinto?
Vuoi conoscere la tua possibilità massima?
Qual è il tuo limite?
Di cosa sei capace?
Allora devi fare qualcosa di diverso.
Proviamo: fai riaffiorare un ricordo o aspetta la prossima volta che ti senti ferito, chiuditi in te stesso, PIANGI, sentiti “vittima”, sentiti il “buono” e che tutto ciò che ti è capitato è ingiusto per te. Poi rimani in silenzio e ascolta da questo silenzio, ciò che hai da dire. Questo sì che è un grande passo, e avrai molte possibilità per fare pratica ogni giorno.
Ora guardati di nuovo dentro e pensa: quante persone hai ferito tu? (è impossibile ingannare se stessi!).
Quante persone hanno pianto per causa tua?
Quanto di questo dolore lo puoi sentire come un dolore inferto a te stesso?
Cerca di pensare a una situazione in cui tu hai fatto soffrire qualcuno e di cui ti penti con tutto il tuo essere.
Quando ci hai pensato, chiediti se ti piacerebbe che ti perdonassero e che qualcuno guarisse il dolore che tu avevi provocato. Questo lo possiamo chiamare “consapevolezza dell’effetto dei nostri atti” perché sentire e pensare sono pure azioni. Qui comincia il cammino più arduo: il perdono a te stesso e agli altri. Con la parola “perdonare” non diciamo “dimenticare”, né mettere a tacere, con la parola “perdonare” prendiamo consapevolezza dei nostri errori, della nostra debolezza, delle volte che abbiamo ferito. Senza trovare giustificazioni comprendiamo e quando comprendiamo, questa comprensione si trasforma in compassione per coloro che abbiamo ferito. E come noi abbiamo ferito qualcuno, altri hanno ferito noi e se noi possiamo perdonarci, possiamo perdonare e provare compassione anche per chi ci ha ferito. Aver perdonato ti darà chiarezza nell’agire, ti porterà a smettere di reagire, imparerai a dominare la tua personalità, ti farà aumentare la gratitudine per ogni opportunità che ti viene offerta di conoscere te stesso e imparerai ad esprimere ciò che provi senza fare del male a nessuno.
Attenzione: è importante che tu sappia che se non perdoni con il CUORE, generi in te forze di repressione che prima o poi verranno fuori e che ti faranno male.
Avanza fin dove il tuo amore per te stesso e per gli esseri umani te lo permetta.
Non obbligarti a fare ciò che non senti.
Lasciati guidare da chi o cosa ti ha portato fino a questa lettura e se non ti senti non farlo.
Ricorda che sei tu a scegliere di crescere e di godere della tua crescita.

Da Vivere in positivo

sor Capanna

Pietro Capanna, noto come il sor Capanna 
(
Roma9 aprile 1865 – Roma22 ottobre 1921),
è stato un 
cantastorie, attore di strada e stornellatore italiano.

Personaggio popolare sia della Roma umbertina sia di quella del primo '900, soleva commentare gli avvenimenti d'attualità improvvisando delle strofette dalla caratteristica melodia, composte da cinque endecasillabi due ottonari e un quinario in rima metà alternata e metà baciata (ABAB ccdD), accompagnandosi con la chitarra. La sua produzione, per le caratteristiche di immediatezza e di forte presa emotiva sul pubblico, godé e continua a godere di notevole fortuna, sia in ambito schiettamente musicale, con le interpretazioni di Ettore PetroliniRomolo BalzaniClaudio Villa o Alvaro Amici, sia in ambito politico, per via delle strumentalizzazioni che ne furono fatte nel corso del tempo dalle più diverse parti politiche, dagli squadristi ai sessantottini. Figlio di Luigi Capanna, pastarellaro, e di Maria Rezzonico, sigaraia presso la fabbrica dei tabacchi di piazza Mastai, Pietro nacque nel rione di Trastevere, dove in gioventù esercitò vari mestieri: fu prima banchista di macellaio, poi ceraiolo alla Lungara. Dopo alcuni anni però la vampa della caldaia in ebollizione gli procurò una grave congiuntivite, che lo rese quasi cieco e lo costrinse a portare degli enormi occhiali affumicati (empirico rimedio praticato in quei tempi) e ad abbandonare il suo lavoro. Si mise a fare il posteggiatore nelle osterie: la facile vena poetica e lo spiccato senso del ridicolo gli consentivano di improvvisare sferzanti satire sulla spicciola quotidianità come sui mutamenti di costume in atto nella società dell'epoca, o sui politici più in vista. Altre volte si appostava dinanzi all'osteria, o ad una bottega, verso le quali sarebbero state dirette le sue pepate "botte", riguardanti il gestore, la "qualità" dei suoi prodotti, o il loro prezzo: riprendeva così una tradizione che era stata già di Ghetanaccio. Cominciò ad essere richiesto anche in piccoli teatri, come l'Alcazar di via dei Coronari, popolare caffè-concerto a un passo dalla malfamata via di Panico, territorio dove allora spadroneggiavano i bulli di quartiere, in cui il sor Capanna fece il suo debutto sulle scene. Si presentò al pubblico accompagnato da un caratterista comico romanesco noto come "Ciancaribella", che gli faceva da spalla. Diventò molto popolare. Come riferiva nel 1914 sulla "Rassegna contemporanea" il futurista Giuseppe Zucca: Decise così di formare una sua compagnia itinerante. Con questa si esibiva indossando le vesti di un Rugantino "pasquinesco, faceto, satirico, piuttosto nipote di Cassandrino, che fratello di Marco Pepe", con parrucca, feluca e scarpe di copale. Girava per Roma su di un carro, che gli fungeva da palcoscenico ambulante, trainato da un malandato cavallo. Sul carro montavano, insieme con lui, sua moglie Augusta Sabbadini, nelle vesti di una corpulenta e greve Nina che gli rispondeva e lo accompagnava nel canto, e dal resto della sua compagnia: Cesare Palombini, detto Caruso, Giovanni Giovannini, detto er Comparetto e Gallo Galli, Galletto, che li accompagnavano suonando il mandolino e l'organetto. Teresa Palombini, scherzosamente presentata come la Tetrazzini, e Francesca Pappagallo, la Bellincioni facevano da coriste. Questo apparato non venne tuttavia impiegato sempre dal sor Capanna, che invece lo adoperava soprattutto in tempo di carnevale; di solito girava a piedi, vestendo alla borghese, con giacca, cravatta e l'immancabile bombetta. Durante l'esecuzione, un aiutante, munito di bacchetta, indicava su un tabellone al pubblico il disegno che illustrava il brano in questione. Gli argomenti preferiti erano il costo della vita, la condizione femminile, la disoccupazione, la guerra (di Libia, ma anche la prima guerra mondiale con le sue vicende di arricchimenti e imboscamenti), l'attualità: «È il sor Capanna, fustigatore implacabile dei bagarini e dei «padron de casa», dei governo che ci amareggia di tasse e delle «paine co' le veste strette», dei preti e del blocco, di uomini e di cose, di leggi e di costumi»

Morì in una corsia del policlinico Umberto I a soli cinquantasei anni. Il comune di Roma gli ha dedicato una piazza (piazza Sor Capanna), sulla via Casilina, all'altezza del quartiere di Torre Spaccata.

Bambino di 4 anni

 


Madonnina proteggi


 

Ehi folletto

 


Lo sforzo

“El Esfuerzo” (Lo sforzo) – Jaume Plensa, Barcellona

Una donna avanza, piegata sotto il peso di un grande fardello. Attorno a lei, i bambini si aggrappano, cercando sostegno.
Questa scultura di Jaume Plensa, nel cuore di Barcellona, racconta una realtà silenziosa ma universale: il peso delle responsabilità quotidiane, spesso sostenute dalle donne.
Non è solo un’opera d’arte, ma un messaggio potente su fatica, cura e resilienza.
Un’immagine che invita a fermarsi e riflettere su ciò che spesso diamo per scontato.

Ogni lavoro ha dignità


 

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