giovedì 21 maggio 2026

Cammina con delicatezza

 


Gianni Santuccio


Gianni Santuccio, all'anagrafe Giovanni Santuccio
(
Clivio, 21 maggio 1911Milano, 29 settembre 1989),
è stato un
attore e regista teatrale italiano.

Debuttò ai microfoni dell'EIAR (tra le sue prime prove, È passato qualcuno di Enrico Bassano, per la regia di Nino Meloni, 1941). Nel 1942 si diplomò all'Accademia nazionale d'arte drammatica ed esordì sulle scene con Donadio. Lavorò con Ruggeri, Cimara e la Ferrati, poi al Piccolo Teatro di Milano, misurandosi su testi di Pirandello, Shakespeare, Čechov, Goethe, Ibsen, Betti, Alfieri e Sartre. Decisivo, dal punto di vista sia professionale sia privato, l'incontro con Lilla Brignone con cui formò compagnia, prima con Memo Benassi, e poi con Salvo Randone e Lina Volonghi. Indimenticabili le interpretazioni del biennio 1948-1949, in cui, sotto la regia di Giorgio Strehler, Santuccio si cimentò nei grandi testi di Shakespeare (Riccardo II, La tempesta, Romeo e Giulietta, La bisbetica domata) e in alcuni capolavori della letteratura russa, come Il gabbiano di Anton Čechov e l'adattamento teatrale di Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij. La carriera teatrale di Santuccio continuò, sempre coronata da successo, fino agli anni ottanta (nel 1970 vinse anche il premio Riccione per la regia, con Danza di morte di August Strindberg). Attore dalla recitazione classica, dotato di una voce inconfondibile, ma capace anche di interpretazioni segnate da un'inquieta ricerca psicologica, fu negli stessi anni uno dei protagonisti del teatro radiofonico, con Macbeth di Shakespeare (1951, regia di Enzo Ferrieri), La tragica storia della vita e della morte del dottor Faust di Marlowe (1951, regia di Claudio Fino), Casa di bambola di Ibsen (1953, regia di Enzo Convalli), L'allodola di Anouilh (1954, regia di Mario Ferrero), I fratelli Karamazov di Dostoevskij (1954, regia di André Barsacq), L'ebrea di Toledo di Grillparzer (1956, regia di Umberto Benedetto), Il Tartuffo (1956, regia dello stesso Santuccio), Carmosina di De Musset (1957, regia di Alessandro Brissoni) e Poltava di Puškin (1959, regia di Giacomo Colli). Varie le sue partecipazioni anche negli anni sessanta, da L'aiuola bruciata di Betti (1960, regia di Pietro Masserano Taricco), a Brodo di pollo con orzo di Arnold Wesker (1963, regia di Virginio Puecher), a Il Passatore di Massimo Dursi (1964, regia di Virginio Puecher), a La signora delle camelie di Dumas1968,regia di Guglielmo Morandi
Negli anni settanta, oltre a proseguire con le interpretazioni di prosa radiofonica (Paesaggio di Pinter, 1970, regia di Mario Sequi; Cesare e Cleopatra di Shaw, 1971, regia di Gian Paolo Serino; Il turno di Pirandello, 1972, regia di Morandi), recitò nelle memorabili Interviste impossibili (1974), interpretando Ponzio Pilato e Copernico, diretto da Luigi Santucci, Denis Diderot e Attilio Regolo, diretto da Umberto Eco, e Gabriele D'Annunzio, per la regia di Alberto Arbasino. Tra le sue ultime interpretazioni per la radio, si ricorda Una donna, un impero: Maria Teresa d'Austria di Di Salle e Claudio Gregorelli (1980, regia di Dama). Con il rinnovo dell'ex Teatrino di via Sacco, a Varese, tale struttura gli è stata dedicata dal 2 marzo 2008, giornata della sua inaugurazione, con il nome di Teatro Santuccio.

Er sole e er vento

Un giorno er Sole e er Vento
Fecero la scommessa
a chi arzava la vesta a 'na regazza
che, propio in quer momento,
traversava 'na piazza.
— Io — disse er Sole — posso sta' tranquillo:
se per arzà la vesta
puro a 'na donna onesta
basta 'na purce o un grillo, è affare mio:
me la lavoro io! —
Ce provò du' o tre vorte: inutirmente;
la regazza faceva quarche strillo,
zompava un po' , ma nun s'arzava gnente.
Tutto contento, er Vento,
prima de fa' la prova,
entrò in un Banco e fece volà via
una carta da cento.
Poi cominciò cór fischio da lontano,
e piano piano je se fece addosso;
ma la regazza, arinnicchiata ar muro,
s'areggeva la vesta co' le mano
e strigneva le gambe a più nun posso.
Però, quanno s'accorse der bjietto
che je volava propio su la testa,
agnede p' acchiappallo, arzò le braccia...
Allora er Vento la pijò de faccia,
se fece sotto e j'arzò su la vesta.
— Vedi e — dice — nun è che a noi ciamanchi
la forza a fa' li fochi o a fa' li venti:
è ch'oggiggiorno, in cert'esperimenti,
ce vonno li pappié da cento franchi!
Trilussa

L'amore der Gatto

 

L'amore der Gatto

Un povero Miciotto,
innammorato cotto
d'una Gattina nera,
je disse: - Verso sera
venite in pizzo ar tetto,
v'ho da parlà: v'aspetto. -
La Gatta, che ciaveva
'na certa simpatia,
disse: - Verrò da voi
doppo l'avemmaria:
ma...resti fra de noi!
Bisognerà sta' attenta
che l'omo nun ce veda,
che l'omo nun ce senta! -
Sì! fate presto a dillo!
je disse allora er Gatto. -
Io quanno fo l'amore
nun posso sta' tranquillo.
Piagno, me lagno, strillo:
sgnavolo come un matto,
soffio, divento un diavolo!
Nel lamentamme pare
che soffro...e invece godo.
Voi me direte: - un modo
tutto particolare...-
Ma er fiotto der piacere
che ce viè su dar core
nun è forse compagno
a quello der dolore?
Tutta la vita è un lagno!
In quanto a le persone
che ce vedranno assieme
nun me ne preme gnente;
io ciò 'na posizzione
libbera, indipennente...
Se incontro quarche gatta
eguale a voi, carina,
simpatica, ben fatta,
la fermo e se combina.
L'omo, naturarmente,
lo fa nascostamente;
ma no pe' la morale:
p'er Codice Penale!

Trilussa

ER GATTO E ER CANE

 


ER GATTO E ER CANE

Un Gatto Soriano 

diceva a un Barbone:

"Nun porto rispetto

nemmeno ar padrone

perchè all'occasione

je sgraffio la mano;

ma tu che lo lecchi

te becchi le botte:

te mena, te sfotte, 

te mette in catena

còr muso rinchiuso

e un cerchio còr bollo

sull'osso der collo.

Secondo la moda

te taja li ricci,

te spunta la coda...

Che belli capricci!

Io, guarda: so un Gatto, 

sò un ladro, lo dico:

ma a me nun s'azzarda

de famme 'ste cose..."

- Er Cane rispose:

"Ma io... je so amico!"

Trilussa

Rosalino Pilo

Rosalino Pilo, 
(Palermo, 15 lug 1820–San Martino delle Scale, 21 mag 1860),
è stato un patriota italiano. 

Quartogenito del conte Gerolamo di Capaci e di Antonia Gioeni dei principi di Bologna e di Petrulla, fu un patriota italiano. All'anagrafe era stato registrato come Rosolino, ma egli si firmò sempre Rosalino.Partecipò alla rivoluzione del 1848 contro il regime borbonico. Quando i liberali si impadronirono della città, tenne il comando delle batterie e delle artiglierie palermitane, sino al momento in cui la città fu costretta a capitolare.Con la repressione e il fallimento dei moti, Rosolino Pilo partì esule verso Marsiglia, e poi per Genova. Qui frequentò Mazzini, riallacciò i contatti con gli altri esuli siciliani, conobbe e si innamorò di Rosetta Borlasca.Durante i moti falliti del 1853 a Milano, Rosolino Pilo era a Torino per coprire la fuga dei cospiratori che cercavano di espatriare. Qui conobbe Giuseppe Piolti, agente mazziniano del quale non condivideva i propositi di agitazione di piazza. Pilo era più propenso alla guerriglia e, nell’estate 1856, iniziò in contatti con Carlo Pisacane per aprire un fronte rivoltoso in Sicilia.Ai primi di dicembre dello stesso anno salpò da Genova su un piroscafo inglese diretto a Malta con l’intento di unirsi alla rivolta capeggiata dal barone Francesco Bentivegna. Ma, arrivato a Malta, seppe del fallimento del tentativo e tornò a Genova.A Genova incontrò Carlo Pisacane aderendo con entusiasmo al suo progetto di guerriglia che sarebbe partito da Sapri per sollevare la Campania e giungere a Napoli. Un primo tentativo si ebbe il 6 giugno 1857, si imbarcò su un battello diretto verso l’isola di Montecristo con diversi guerriglieri e col carico delle armi utili alla spedizione, precedendo la partenza di Carlo Pisacane. L’intesa con Pisacane prevedeva il loro ricongiungimento sull’isola. Durante la traversata, però fu travolto da una tempesta che lo costrinse, per alleggerire lo scafo, a gettare fuoribordo l’armamento. Pilo dovette far ritorno a Genova per avvisare gli altri cospiratori e non compromettere l’intera missione.Il tentativo definitivo iniziò con la partenze di Pisacane e i suoi, il 25 giugno. Pilo si occupò nuovamente del trasporto delle armi e partì il giorno dopo a bordo di alcuni pescherecci, con l’accordo di unirsi a Pisacane successivamente. Ma, anche questa volta, per sfortuna o per inesperienza come navigatore, Pilo finì per sbagliare rotta e, non potendo più raggiungere Pisacane, tornò a Genova lasciandolo senza i rinforzi e le armi che erano a lui necessarie. A Genova, Pilo e Mazzini, non poterono altro che attendere fiduciosi notizie dal Sud Italia. Il governo piemontese, nel frattempo, attuò misure repressive nei confronti dei cospiratori e Mazzini dovette far ritorno a Londra, mentre Pilo riuscì a rifugiarsi a Malta.Alle prime voci dello sbarco di Giuseppe Garibaldi alla guida dei Mille, il 28 marzo 1860, Rosolino, insieme a Giovanni Corrao, si affrettò a tornare nella sua Sicilia. Alla testa di un gruppo di volontari, si unì alla colonna garibaldina che marciava su Palermo, ma, in uno scontro a fuoco, cadde sei giorni prima della presa della città.Alla memoria fu conferita, il 30 settembre 1862, la medaglia d’oro al valor militare con questa motivazione: « Morto sul campo combattendo con valore a San Martino di Monreale il 21 maggio 1860. »


21 maggio San Carlo Eugenio de Mazenod

21 maggio Carlo Eugenio de Mazenod  
Vescovo e fondatore
Aix in Provenza, Francia, 1 ago 1782-Marsiglia, 21 mag 1861
Etimologia: Carlo = forte, virile, oppure uomo libero, dal tedesco arcaico
Emblema: Bastone pastorale. 

In casa sua ci sono dodici domestici, e lui da piccolo ogni tanto li fa stare immobili e schierati ad ascoltare i suoi discorsi, che imitano quelli dei predicatori. Ha tre nomi (Carlo, Giuseppe, Eugenio), secondo l’uso della famiglia, che è nobile per parte di padre e ricca per la dote proveniente dalla madre. Scoppiata nel 1789 la Rivoluzione francese, i Mazenod fuggono in Italia (Torino, Venezia, Napoli, Palermo), ma già nel 1795 la madre torna in patria, e chiede il divorzio dal marito per salvare il patrimonio dalle confische. Eugenio ricompare ad Aix-en-Provence solo nel 1802, a vent’anni. Potrebbe avviarsi alla carriera amministrativa, come suo padre; ma durante il soggiorno veneziano (1794-97), il sacerdote Bartolo Zinelli lo ha già avviato alla vita di fede. E lui, nel 1808, entra nel seminario di San Sulpizio a Parigi, ricevendo poi l’ordinazione sacerdotale ad Amiens nel 1811. Tornato ad Aix, si dedica unicamente alla predicazione, con alcuni altri sacerdoti votati alla missione popolare nelle campagne scristianizzate dalla Rivoluzione (e dai pessimi esempi di prima). Con essi, nel 1816, egli fonda la Società dei Missionari di Provenza, che più tardi si chiameranno Oblati di Maria Immacolata, con tutti i riconoscimenti pontifici, ma sempre scarsi di numero: nel 1841 saranno appena 59. Intanto Eugenio de Mazenod diventa vicario generale della diocesi di Marsiglia (che è guidata da un suo vecchio zio). Più tardi ne sarà vescovo e, in 37 anni di ministero nella grande città portuale, si scriverà: "egli ricostruì l’opera di quindici secoli". Il tutto, in mezzo a frequenti scontri con i Governi di Parigi – monarchici o repubblicani che fossero – e a penosi dissensi con sacerdoti che non accettavano la regola della vita in comune da lui imposta. Ma gli volevano bene i semplici fedeli; "e in particolare le famose e tremende pescivendole si affezionarono a quel prelato aristocratico tanto fedele alla sua vocazione: l’evangelizzazione del povero" (N. Del Re). Oltre a guidare la diocesi, Eugenio continua a governare i suoi Oblati, che negli anni Quaranta del secolo “esplodono”: i 59 del 1841 saranno 415 vent’anni dopo, e continueranno a crescere, andando a predicare in Canada, Stati Uniti, Messico e poi in Africa e in Asia. Da giovane prete aveva preso il tifo in mezzo ai prigionieri di guerra austriaci, sostituendo il loro cappellano che di tifo era morto. E pure la morte sua è ancora predicazione. Egli ha sempre chiesto al Signore la grazia di morire in piena lucidità, e così avviene: Eugenio de Mazenod si spegne al canto del Salve Regina, in mezzo agli Oblati, che sulla sua spinta andranno "fino all’estremo limite delle terre abitate", come dice Paolo VI beatificandolo nel 1975. Nel 1995, Giovanni Paolo II lo proclama santo.


Autore: Domenico Agasso

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