mercoledì 13 maggio 2026

Se il destino

 


Vede più lontano

 


13 maggio Santa Gemma

13 maggio Santa Gemma
Reclusa
 Bisegna, Abruzzo, 1375  - Goriano Sicoli, 13 maggio 1439

nacque a San Sebastiano di Bisegna, in Abruzzo. I suoi genitori, di povera condizione sociale e dediti soprattutto alla pastorizia, per migliorare il loro tenore di vita, pensarono di trasferirsi a Goriano Sicoli, nell’odierna provincia dell’Aquila. La fanciulla per causa di un’epidemia rimase orfana di entrambi i genitori. Lei comunque non si scoraggiò e protetta dalla comare continuò ad accudire il suo piccolo gregge, conducendo una vita tutta lavoro e preghiera. Secondo altre fonti invece Santa Gemma si trasferì a Goriano accolta dalla comare solo dopo la morte dei genitori. La storia del suo arrivo nel piccolo paese della Valle Subequana è alla base del pellegrinaggio che gli abitanti di San Sebastiano compiono l’11 Maggio di ogni anno proprio a Goriano Sicoli. La casa della comare (nella quale abitò anche Santa Gemma) oggi ospita la confraternita a Lei dedicata. La sua straordinaria bellezza invaghì il conte Ruggero di Celano. La pastorella però reagì, costringendo il nobile a pentirsi del suo comportamento. Colpito da tanta determinazione, il conte ordinò che si costruisse una comoda stanza adiacente alla chiesa di San Giovanni , affinché la fanciulla potesse vivere più degnamente e dedicarsi alle preghiere. Da quell’epoca la fanciulla condusse una vita ascetica, dedicandosi allo studio della Bibbia e prodigandosi nell’ assistenza spirituale nei confronti di tanta gente che a lei ricorreva. Secondo altre fonti invece la pastorella visse per 42 anni in clausura assoluta proprio a Goriano Sicoli, appartenente alla Diocesi di Sulmona. Morì il 13 Maggio 1439. Subito dopo la morte cominciarono a verificarsi numerosi miracoli. Gli abitanti di Goriano allora indussero il vescovo di Sulmona a far riesumare al sua salma che risultò completamente intatta. I gorianesi allora fecero costruire un’urna in legno ed il suo corpo venne collocato sotto l’altare maggiore della chiesa di San Giovanni (poi intitolata a Santa Gemma). Secondo altri l'anno della morte è più probabile che sia il 1426 in virtù del fatto che Corsignani, vescovo di Venosa, in un'opera, riporta di una visita del Vescovo Benedetto Guidalotti alla tomba di S. Gemma l'anno successivo alla morte; Guidalotti fu Vescovo di Valva-Sulmona nel 1426/27 e morì nel 1429, quindi l'anno della morte 1439 appare impropabile. Tanti furono i miracoli che si verificarono in diversi luoghi d’Abruzzo, regolarmente annotati nel registro parrocchiale di Goriano e riconosciuti dalle autorità ecclesiastiche, per cui fu innalzata presto agli onori degli altari. Il culto è approvato dal 1890. La Santa è venerata non solo in Abruzzo, ma anche nelle tante comunità di abruzzesi sparse per il mondo.


martedì 12 maggio 2026

Alborada nueva

Canta Dea Garbaccio
testo di Escobar, Rastelli, Panzeri

 

Alborada nueva

L'ultima stella s'è spenta in un pallido vel
Oh...
E già l'aurora distende sui prati in fior un manto d'or
Oh...
Ogni finestra si schiude alla volta del ciel
Oh...
Mentre lontano si perde sul vento una canzon d'amor
Oh... Sorge il sol!
 
O sole
O sole, che baci le donne spagnole
Sei tu
Carezza di luce sull'eco di mille mandole
Lassù
Al dolce tepor
Profumano i fior
Che ancor di rugiada risplendono
D'ardore le bocche s'accendono
E cantano
Per te!


Carnevale di Gerti


Gerti Frankl

Carnevale di Gerti

Se la ruota s’impiglia nel groviglio 
delle stelle filanti ed il cavallo
s’impenna tra la calca, se ti nevica
sui capelli e le mani un lungo brivido
d’iridi trascorrenti o alzano i bimbi
le flebili ocarine che salutano
il tuo viaggio ed i lievi echi si sfaldano
giù dal ponte sul fiume,
se si sfolla la strada e ti conduce
in un mondo soffiato entro una tremula
bolla d’aria e di luce dove il sole
saluta la tua grazia – hai ritrovato
forse la strada che tentò un istante
il piombo fuso a mezzanotte quando
finì l’anno tranquillo senza spari.

Ed ora vuoi sostare dove un filtro
fa spogli i suoni
e ne deriva i sorridenti ed acri
fumi che ti compongono il domani:
ora chiedi il paese dove gli onagri
mordano quadri di zucchero alle tue mani
e i tozzi alberi spuntino germogli
miracolosi al becco dei pavoni.
(Oh il tuo Carnevale sarà più triste
stanotte anche del mio, chiusa fra i doni
tu per gli assenti: carri dalle tinte
di rosolio, fantocci ed archibugi,
palle di gomma, arnesi da cucina
lillipuziani: l’urna li segnava
a ognuno dei lontani amici l’ora
che il Gennaio si schiuse e nel silenzio
si compì il sortilegio. È Carnevale
o il Dicembre s’indugia ancora? Penso
che se tu muovi la lancetta al piccolo
orologio che rechi al polso, tutto
arretrerà dentro un disfatto prisma
babelico di forme e di colori…)

E il Natale verrà e il giorno dell’Anno
che sfolla le caserme e ti riporta
gli amici spersi, e questo Carnevale
pur esso tornerà che ora ci sfugge
tra i muri che si fendono già. Chiedi
tu di fermare il tempo sul paese
che attorno si dilata? Le grandi ali
screziate ti sfiorano, le logge
sospingono all’aperto esili bambole
bionde, vive, le pale dei mulini
rotano fisse sulle pozze garrule.
Chiedi di trattenere le campane
d’argento sopra il borgo e il suono rauco
delle colombe? Chiedi tu i mattini
trepidi delle tue prode lontane?

Come tutto si fa strano e difficile,
come tutto è impossibile, tu dici.
La tua vita è quaggiù dove rimbombano
le ruote dei carriaggi senza posa
e nulla torna se non forse in questi
disguidi del possibile. Ritorna
là fra i morti balocchi ove è negato
pur morire; e col tempo che ti batte
al polso e all’esistenza ti ridona,
tra le mura pesanti che non s’aprono
al gorgo degli umani affaticato,
torna alla via dove con te intristisco,
quella che additò un piombo raggelato
alle mie, alle tue sere:
torna alle primavere che non fioriscono.

Eugenio Montale

La casa dei doganieri

La casa dei doganieri

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t'attende dalla sera
in cui v'entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all'avventura.
e il calcolo dei dadi più non torna
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s'addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell'oscurità.

Oh l'orizzonte in fuga, dove s'accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende ...)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

Eugenio Montale

 

Cosimo II de' Medici

Cosimo II de' Medici
(
Firenze, 12 maggio 1590Firenze, 28 febbraio 1621),
 fu il quarto granduca di Toscana dal 1609 al 1621.

Cosimo II era il figlio primogenito del granduca di Toscana Ferdinando I de' Medici e di sua moglie Cristina di Lorena, figlia del duca Carlo III. Fin da piccolo ricevette un'educazione moderna e scientifica, improntata a fornirgli ampie conoscenze in tutti i campi, sperimentando in particolare la cultura classica, la cosmografia, il disegno, la matematica, la meccanica, la danza, oltre allo studio di diverse lingue quali il tedesco ed il castigliano, che parlava fluentemente. Tra il 1605 e il 1608 ebbe come precettore anche Galileo Galilei e fu questo l'inizio di una grande amicizia che durò fino alla prematura scomparsa di Cosimo II. Nel 1606 il Galilei gli dedicò le sue "Operazioni del compasso geometrico et militare", un trattato sull'uso e l'utilità del compasso. Cosimo ricevette anche un'adeguata preparazione militare e cavalleresca sotto la guida di Silvio Piccolomini, gran connestabile dell'Ordine di Santo Stefano e già generale delle artiglierie granducali, che lo avviò all'equitazione ed alla caccia. Altri suoi insegnanti in giovinezza furono il letterato senese Celso Cittadini ed il fiorentino Piero di Giovanni Francesco Rucellai. Il padre Ferdinando, sempre alla ricerca di un equilibrio tra Francia e Spagna, che aveva sposato una principessa francese, scelse come sposa per il giovane Cosimo la sorella della regina di Spagna, l'arciduchessa Maria Maddalena d'Austria: il matrimonio, celebrato con grande fasto a Firenze nel 1608, fu felice e allietato dalla nascita di ben otto figli. Alla cerimonia fece seguito la rappresentazione delle Argonautiche direttamente sulle acque dell'Arno. Nel 1609 moriva Ferdinando I e il figlio saliva al trono appena diciannovenne; la sua salute era però già minata dalla tubercolosi e il nuovo granduca, conscio della propria debolezza fisica e dall'insorgere anche di una malattia di stomaco, dal 1614 delegò gran parte degli affari di Stato al primo ministro Belisario Vinta e a molti familiari potenti a corte, tra cui la moglie, il fratello Francesco, lo zio Giovanni (figlio naturale di Cosimo I) e soprattutto sua madre. Merito del granduca, conscio delle proprie cagionevoli condizioni di salute, fu di favorire la nascita di una collaborazione tra i numerosi figli, in modo che il primogenito Ferdinando II de' Medici non si trovasse ad affrontare la pesante eredità del governare da solo. Inoltre, Cosimo II diede precise disposizioni per la reggenza successiva (niente incarichi a stranieri, non tenere confessori a corte che non fossero francescani, non toccare il tesoro granducale), affidata alla madre Cristina ed alla moglie Maria Maddalena fino alla maggiore età del principe ereditario Ferdinando, che però non furono rispettate dalle due donne. Cosimo II mantenne sempre un grande interesse per la scienza e fu amico e protettore di Galileo Galilei: nel 1610 lo scienziato pisano fu richiamato in patria, dove ottenne una cattedra all'Università di Pisa senza obbligo di lezioni e fu nominato Filosofo e Matematico di corte. In tale occasione, Galileo pensò bene di ringraziare il Granduca dedicandogli il "Sidereus Nuncius" e chiamando "medicea sidera" (astri medicei) i quattro satelliti di Giove da lui scoperti. Nel 1616, in occasione di un primo tentativo dell'Inquisizione di condannare lo scienziato, Cosimo II fu determinato nel sottrarre il celebre suddito alla giustizia romana. La politica estera sotto il regno di Cosimo II fu un continuo destreggiarsi tra Spagna e Francia nel tentativo di non entrare in nessun conflitto, ma ciò con scarsi risultati. Infatti, Cosimo II fu costretto a cospicue donazioni sia in truppe che in denaro in favore degli spagnoli e del nipote Ferdinando Gonzaga (figlio di una sua cugina) durante la guerra di successione di Mantova: nel 1613, durante la prima invasione di Carlo Emanuele di Savoia nel Monferrato, Cosimo II si impegnò ad inviare ai Gonzaga un aiuto militare, ma i contingenti toscani vennero bloccati dall'intervento degli estensi e del pontefice al passaggio sulle loro terre, giungendo in ritardo sul campo di battaglia quando ormai gli scontri erano terminati. Successivamente (1614-18), prestò denaro e uomini agli spagnoli nel corso delle guerre combattute dal Ducato di Milano, ancora una volta contro Carlo Emanuele di Savoia, in adempimento di una sudditanza di tipo feudale che egli nutriva nei confronti della Spagna. Nel 1617 fece la scelta di intervenire una seconda volta al fianco di Ferdinando Gonzaga in occasione della seconda invasione sabauda del Monferrato. Sempre nel 1617, Cosimo II venne chiamato ad intervenire nella crisi di rapporti scoppiata tra Luigi XIII di Francia e la madre, Maria de' Medici, in relazione all'assassinio del consigliere francese di origini toscane Concino Concini. Il sovrano francese richiese alla morte del traditore la confisca dei beni che la famiglia Concini possedeva a Firenze, richiesta a cui Cosimo II non poté opporre il proprio rifiuto, ma quando il re di Francia deliberatamente decise di catturare dei vascelli toscani ormeggiati in Provenza in segno di rappresaglia, Cosimo procedette con la confisca di quelli provenzali di stanza a Livorno. I contrasti col tempo si smorzarono e la questione si risolse positivamente per la Toscana. Nel 1619 il granduca ottenne la richiesta di aiuto da parte dell'imperatore e per lui riuscì a reclutare un reggimento da inviare in Germania a spese dello stato toscano il quale, pur non dimostrandosi risolutivo nella Guerra dei Trent'anni, costituì il pretesto per Cosimo di aspirare all'assegnazione del feudo di Piombino. Già dal 1621, però, il reggimento venne licenziato dalla corte imperiale e con questo atto terminarono anche le aspettative di Cosimo II. Nel tentativo di perseguire il sentimento anti-ottomano nell'ideale cristiano di una nuova crociata contro i turchi e di aprire nuove rotte commerciali, prese parte con la marina toscana ad alcune spedizioni in Africa settentrionale che portarono alla conquista della fortezza di Disto in Negroponte e di quella di Elimano in Caramania. Cercò dal 1609 di appoggiare lo scià di Persia, Abbas il Grande, nel suo tentativo di mettere in crisi l'Impero ottomano, ma ancora una volta quest'operazione non ebbe successo anche a causa dei tentennamenti dello stesso Cosimo II, che non si sentiva pronto a condurre una guerra contro gli ottomani senza aver prima sentito il parere del papa e della Spagna in merito, senza contare il fatto che la liberazione di Gerusalemme sembrava ancora lontana dal poter essere realizzata con un manipolo di uomini. Nonostante queste complicazioni in campo internazionale, il governo di Cosimo II fu saggio ed intelligente ed assicurò alla Toscana un periodo di benessere economico e di crescita demografica, malgrado alcuni anni di cattivi raccolti. Politica interna Cosimo II si dedicò assiduamente allo sviluppo della flotta toscana, guidata dall'ammiraglio Jacopo Inghirami, che in quegli anni si distinse in alcune azioni contro la flotta ottomana, e allo sviluppo del porto di Livorno, per il quale se da una parte riconfermò e ampliò le leggi del padre a favore dello sviluppo della nuova città, dall'altra ne ridimensionò i progetti troppo grandiosi per il bacino d'utenza, essenzialmente limitato al territorio granducale. Acquistò i feudi di Scansano e Castellottieri in Maremma, oltre a quello di Terrarossa in Lunigiana, ma dovette abbandonare i disegni di conquista del Principato di Piombino, dell'Isola d'Elba, di Pianosa e Montecristo dopo la morte di Jacopo VII Appiani nel 1603 (operazioni di recupero dei territori già iniziate da suo padre Ferdinando I). Malgrado gli intenti, l'investitura dei feudi passò a Isabella Appiani nel 1611 ed al marito di questa, Giorgio Mendoza, conte di Binasco, il quale volle garantire la successione alla sua famiglia una volta defunta la moglie. Cosimo II, deluso ed affranto anche dal comportamento dell'imperatore, che sembrava favorire l'investitura ad altri piuttosto che a lui, rinunciò al possesso dell'Elba anche quando il sovrano del Sacro Romano Impero gliela offrì in forma di pegno per un prestito di 500.000 ducati. Cosimo II morì, poco più che trentenne. Gli successe il figlio FerdinandoSfortunata politica matrimoniale  Per le aspirazioni sue e della sua casata, Cosimo II fu sempre attento ad un'accorta politica matrimoniale mirata a ingrandire le fortune della sua casata, anche se queste operazioni il più delle volte non andarono a buon fine. Cosimo poteva vantare ben quattro sorelle in età da marito, che rappresentavano il terreno ideale per i suoi progetti. Nel 1611 curò personalmente le trattative con Carlo Emanuele I di Savoia con l'intento di far sposare il figlio di questi con una delle principesse toscane, non cogliendo però che il duca di Savoia aveva mire politiche ben più alte e che gravò inutilmente quest'unione con una serie di onerose richieste, come l'acquisto di numerose terre e feudi nel mantovano per concedere una degna dote alla sorella, intercedendo presso Maria de' Medici perché concedesse ai Savoia il paese di Vaud. Inconcludente si dimostrò anche il progetto di matrimonio tra il principe  Enrico del Galles e la sorella di Cosimo II, Caterina. Tale matrimonio venne fortemente supportato dal primo ministro inglese, Robert Cecil conte di Salisbury, nel 1611 e si era dimostrato anche gradito a re Giacomo I, il quale intravedeva la possibilità di legarsi ad una famiglia con profondi legami radicati in Europa, ricca e cattolica (era infatti un ideale del sovrano britannico restaurare il cattolicesimo in Inghilterra). Lo stesso Cosimo II fu concorde nel ritenere che alla sorella fosse concesso di professare liberamente la religione cattolica una volta integrata nella corte inglese, ma a questo processo si opposero il cardinale Bellarmino e papa Paolo V. A risolvere il problema diplomatico creatosi, intervenne la morte improvvisa del principe del Galles nel 1612. Nel 1616 Cosimo II cercò di dare in sposa la sorella Eleonora a re Filippo III di Spagna, il quale era rimasto da poco vedovo ed era però restìo a intraprendere nuovi legami affettivi, ma il tutto si acquietò con la morte di Eleonora nel 1617. Cosimo II riuscì invece ad organizzare altri matrimoni che, sebbene meno illustri, furono duraturi e felici: sua sorella Caterina sposò nel 1617 Ferdinando Gonzaga, duca di Mantova, e l'altra sua sorella Claudia sposò nel 1621 il principe Federico Ubaldo Della Rovere, figlio di Francesco Maria II, duca d'Urbino.Nel 1857, durante una prima ricognizione delle salme dei Medici, così venne ritrovato il suo corpo:

«Il capo era avvolto in tre cappucci, uno di seta, l’altro d’incerato, il terzo di velluto; ed ancora le mani stavano chiuse in tre consimili sacchetti. Il corpo era rivestito della Cappamagna di Gran Maestro dell’ordine Stefaniano, e sotto portava un ricco abito di panno nero ricamato elegantemente in seta dello stesso colore, con maniche pendenti, con alto colletto su cui posava un collaretto di trina e con la cintura di cuoio chiusa da un fermaglio di ferro ossidato. I calzoni erano uguali al vestito, con lunghe strisce che si riunivano a metà della coscia, le calze nere di seta, le scarpe di panno.

Se il destino