Zefirino, detto anche Zefferino o Geferino o Severino
(Roma, ... – Roma, 20 dicembre 217),
è stato il 15º vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo.
Fu papa dal 199 alla sua morte.
Lo scaffale di Lucia
domenica 18 ottobre 2026
Papa Zefirino
Figlio di un certo Abbondio, succedette nell'incarico di vescovo di Roma a Vittore I nell'ultimo periodo dell'impero di Settimio Severo e sotto Caracalla. Ippolito di Roma descrive Zefirino nel Philosophumena (IX, XI) come un uomo semplice e privo d'istruzione (questa affermazione potrebbe essere interpretata nel senso che Zefirino non aveva intrapreso gli studi più elevati, ma si era dedicato all'amministrazione pratica della Chiesa piuttosto che alla cultura teologica). Immediatamente dopo la sua elezione, Zefirino richiamò a Roma Callisto (futuro papa) che viveva ad Anzio. Lo nominò diacono e suo segretario e lo incaricò dell'amministrazione dei luoghi di culto che finalmente la Chiesa poteva vantare come proprietà privata, e della supervisione del coemeterium: ci sono infatti prove che sotto Vittore la comunità cristiana romana divenne proprietaria di un luogo comune di sepoltura sulla Via Appia; Zefirino diede la gestione di questo luogo a Callisto. La posizione dei cristiani, che era rimasta tranquilla nei primi anni di governo dell'imperatore Settimio Severo, andò lentamente degenerando finché, nel 202 o 203, fu emanato un editto di persecuzione che impediva la conversione al Cristianesimo a pena di sanzioni severissime. La causa scatenante della recrudescenza dei rapporti sembra doversi ravvisare nel rifiuto della comunità cristiana di partecipare alle cerimonie che erano state istituite per la celebrazione del decennale dell'ascesa al trono dell'imperatore. Settimio Severo non gradì il comportamento offensivo nei suoi confronti ed emanò dunque decreti anticristiani, le cui sanzioni vennero attenuate o abolite solo quando, l'anno successivo, si giunse ad un compromesso in base al quale i cristiani avrebbero partecipato alle sole cerimonie non in contrasto con i loro principi antipagani[1]. Nulla è però noto riguardo l'esecuzione dell'editto a Roma stessa né sui martiri della Chiesa in questo periodo. Il Liber pontificalis gli attribuisce due decreti, uno sull'ordinazione del clero e l'altro sulla liturgia eucaristica nelle chiese di Roma, ma, come spesso accade per i primi papi, non ci sono sufficienti prove storiche che attestino questi atti. Gli adepti del predicatore Teodoto di Bisanzio, detto il Pellaio, erano stati scomunicati insieme al loro capo da Vittore, e formarono a Roma una comunità indipendente guidata da un altro Teodoto, detto "il Cambiavalute", e da un certo Esclipedoto. Costoro persuasero un confessore, tale Natalio, che nonostante le torture subite non aveva abiurato la sua fede di fronte al giudice pagano, a essere consacrato vescovo con un pagamento mensile di 170 denarii. Ma Natalio sognò di essere stato torturato dagli angeli e, indossato un abito penitenziale, si cosparse il capo di ceneri e si gettò piangente ai piedi di Zefirino. Confessò il suo errore ed implorò ed ottenne di tornare in comunione con la Chiesa (Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, V, XXXII). Nello stesso periodo anche i seguaci di Montano operavano con grande energia a Roma. Il montanista Proculo (o Proclo) pubblicò uno scritto in difesa delle nuove profezie; un dotto e rigido cristiano romano, Gaio, scrisse una confutazione di Proclo sotto forma di dialogo, in cui rifiutava l'Apocalisse di Giovanni, che considerava opera dello gnostico Cerinto. In opposizione a Gaio, Ippolito scrisse il Capita contra Caium (Eusebio, Historia Ecclesiastica, III, XXVIII; VI, XX). Ippolito fu il più importante teologo fra i presbiteri romani di questo periodo. Era un sostenitore della dottrina del Logos Divino. Insegnava che il Logos Divino si fece uomo in Cristo, che il Logos si differenzia in ogni cosa da Dio, che il Logos è l'intermediario tra Dio e il mondo delle creature. Questa dottrina, nella forma in cui fu esposta da Ippolito e dalla sua scuola fece sorgere molti dubbi, e, in contrapposizione alla sua, sorse un'altra scuola teologica, che venne rappresentata a Roma, in questo periodo, da Cleomene e da Sabellio (Monarchianismo modale). Questi uomini erano rigidi oppositori dell'adozionismo, ma non erano disposti a dare credito all'incarnazione del Logos, ed enfatizzavano soprattutto l'unità assoluta (monarchia) di Dio. Essi spiegavano l'Incarnazione di Cristo come un'altra manifestazione (modus) di Dio nella sua unione con la natura umana. Di conseguenza vennero chiamati Modalisti o Patripassiani, dato che secondo loro non era il Figlio di Dio che era stato crocifisso, ma lo stesso Padre. Il popolo dei cristiani ortodossi credeva fermamente nell'Unità di Dio e nella divinità di Gesù Cristo; inizialmente nessuno fra loro diffidò di questa dottrina e papa Zefirino non si immischiò nella disputa fra le due scuole poiché l'eresia dei Modalisti non fu, all'inizio, chiaramente evidente, e la dottrina di Ippolito opponeva molte difficoltà riguardo alle tradizioni della Chiesa. Zefirino, in tutta la questione, affermò semplicemente che riconosceva un solo Dio, e questo era il "Signore Gesù Cristo"; era morto il Figlio, non il Padre, e questa era la dottrina della Chiesa. Ippolito, allora, esortò il papa ad emanare un dogma in cui si decretava che la persona di Cristo era diversa da quella del Padre e si condannavano le posizioni del Monarchismo e del Patripassionismo, ma Zefirino non acconsentì. Il risultato fu che Ippolito divenne sempre più irritato e adirato contro Zefirino e, soprattutto, contro il diacono Callisto che, come suo consigliere, riteneva responsabile (probabilmente a ragione) della posizione assunta. Ci sono buone ragioni per credere che l'astio nei confronti di Zefirino fosse anche dettato da una sorta di risentimento di Ippolito per la prestigiosa posizione affidata a Callisto, alla quale anch'egli aspirava. Quando, dopo la morte di Zefirino, Callisto fu eletto vescovo di Roma, Ippolito si allontanò dalla Chiesa e, insieme ai suoi seguaci, provocò il primo scisma della Chiesa romana, facendosi consacrare a sua volta vescovo di Roma. Zefirino morì il 20 dicembre 217 e fu sepolto nella Cella Trichora dei Santi Sisto e Cecilia nel cimitero di Callisto sulla via Appia.
Bimbi al mare
Bimbi al mare.
Bimbi d'Italia correte al mare:
fate le rive tutte fiorite.
Dall'alto qualcuno vi stà a guardare,
al vento e al sole mentre gioite.
Siete fiori del suo giardino,
fresca luce dell'aurora;
la bellezza che lo innamora
è la certezza del destino.
Bimbi d'Italia correte al mare:
tutti assieme vi vuol contare.
Ostilio Lucarini
Klaus Kinski
Klaus Kinski, pseudonimo di Klaus Günter Karl Nakszynski
Sopot, 18 ott. 1926–Lagunitas-Forest Knolls, 23 nov. 1991
è stato un attore tedesco.
Nacque a Sopot, parte della Città Libera di Danzica da padre Bruno Nakszynski, di professione medico, e da madre, Susanne Lutze. Aveva tre fratelli maggiori: Inge, Arne e Hans-Joachim. Si trasferì in seguito a Berlino con la madre, quando il padre era assente da casa per coltivare l'attività di cantante lirico. Nel 1943, all'età di 17 anni, si arruolò nella Wehrmacht, prestando servizio in un'unità di Fallschirmjäger. Nell'inverno del 1944, quando la sua unità fu trasferita nei Paesi Bassi occupati dai tedeschi, fu catturato dall'esercito britannico il suo secondo giorno di combattimento. Nella sua autobiografia del 1988, affermò di aver deciso di disertare dalla Wehrmacht e di essere stato ricatturato dalle forze tedesche e condannato a morte da una corte marziale prima di fuggire e nascondersi nei boschi, incontrando successivamente una pattuglia britannica che gli sparò al braccio e lo catturò. Dopo essere stato curato per le sue ferite e interrogato, fu trasferito in un campo di prigionieri di guerra a Colchester, nell'Essex. La nave che lo trasportava in Gran Bretagna fu silurata da un sottomarino tedesco, ma arrivò sana e salva. Qui iniziò la sua attività di recitazione negli spettacoli organizzati per i prigionieri: mentre era internato alla Berechurch Hall di Colchester, Kinski interpretò i suoi primi ruoli sul palcoscenico, prendendo parte a spettacoli di varietà volti a mantenere alto il morale tra i prigionieri. Nel maggio del 1945, alla fine della guerra in Europa, i prigionieri di guerra tedeschi erano ansiosi di tornare a casa. Kinski aveva sentito dire che i prigionieri malati sarebbero stati rimpatriati per primi, e cercò di qualificarsi stando all'aperto nudo di notte, bevendo urina e mangiando sigarette. Rimase comunque in buona salute, e fu rimpatriato in Germania nel 1946. Arrivato a Berlino, apprese che suo padre era morto durante la guerra e che sua madre era stata uccisa in un attacco aereo alleato sulla città. Fece il suo esordio cinematografico nel secondo dopoguerra, quando ottenne un ruolo minore nella pellicola All'est si muore (1955), del regista László Benedek. Iniziò così una carriera come caratterista, interpretando soprattutto personaggi luciferini e violenti e partecipando a diverse pellicole internazionali, incluso un cammeo ne Il dottor Živago (1965) di David Lean. Fu un attore ricorrente nel filone del krimi tedesco e nel 1965 partecipò, seppur sempre con un ruolo di contorno, a uno dei classici di Sergio Leone, Per qualche dollaro in più, in cui interpretò Wild, il gobbo della banda dell'Indio. Negli anni successivi l'attore continuò a lavorare in Italia, partecipando a numerosi western all'italiana, in cui interpretò generalmente il ruolo del cattivo. Tra le interpretazioni più significative di questo periodo, quelle di co-protagonista nel ruolo de "El Santo" in Quién sabe? (1966) di Damiano Damiani, del cacciatore di taglie Tigrero ne Il grande silenzio (1968) di Sergio Corbucci, il ruolo di protagonista in E Dio disse a Caino... (1970) di Antonio Margheriti e quello in La tamburina (1984). Dagli anni settanta cominciò la collaborazione con il regista tedesco (ed ex coinquilino negli anni giovanili) Werner Herzog, che lo scelse come protagonista di cinque dei suoi film e lo portò a conquistare fama internazionale: Aguirre, furore di Dio (1972), Woyzeck (1979), Nosferatu, il principe della notte (1979), Fitzcarraldo (1982) e Cobra Verde (1987). Sono nella storia del cinema le discussioni, anche violente, che Kinski provocava frequentemente col regista sul set, che tuttavia non impedirono il prosieguo di questo sodalizio, basato su un'alta considerazione reciproca e sul desiderio di sperimentazione espressiva, fino alla morte dell'attore. Rimangono nella storia del cinema almeno due delle sue interpretazioni, quella dell'esploratore spagnolo Lope de Aguirre, il folle conquistador che, spinto dalla sua sete di ricchezza alla ricerca della fantomatica città di El Dorado, troverà la morte in preda alla follia più oscura, e quella di Nosferatu, il principe della notte, nel rifacimento del capolavoro del 1922, Nosferatu il vampiro di Friedrich Wilhelm Murnau. Per la TV partecipa anche alla serie statunitense Nel regno delle fiabe (1984), recitando nel ruolo de la Bestia, nel terzo episodio della sesta stagione La bella e la bestia., accanto a Susan Sarandon (la Bella) e Anjelica Huston (nel ruolo di Marguerite). Lasciò come regista una sola opera: Kinski Paganini (1989), un film dedicato al celebre violinista Niccolò Paganini, ma avente al contempo anche intenzioni autobiografiche e realizzato con uno stile sperimentale, bizzarro e ultramoderno che ne fece nel tempo un vero film di culto. Dopo la morte di Kinski, Herzog produsse un lungo documentario dal titolo Kinski, il mio nemico più caro (1999), nel quale raccontò il loro sodalizio e descrisse la figura del suo amico utilizzando numerosi spezzoni di riprese fatte sui diversi set cinematografici e interviste con attori che recitarono con Kinski a teatro. Kinski fu sposato tre volte: dal 1952 al 1955 con Gislinde Kühbeck, dalla quale ebbe la figlia Pola; dal 1960 al 1971 con Brigitte Ruth Tocki, dalla quale ebbe la figlia Nastassja; dal 1971 al 1979 con Minhoi Geneviève Loanic, dalla quale ebbe il figlio Nikolai. Dal 1987 al 1990 ebbe una relazione con l'attrice italiana Debora Caprioglio, presentata sempre come sua moglie ma in realtà mai sposata. Per alimentare le voci di un loro matrimonio l'attrice fu accreditata come Debora Kinski nei film Kinski Paganini, dello stesso Kinski e La maschera del demonio (1989) di Lamberto Bava, girato subito dopo. Kinski morì per un infarto a Lagunitas, in California all'età di 65 anni. Non essendosi presentato a un appuntamento con il figlio adolescente, venne inviato un amico nella sua abitazione il quale lo trovò senza vita.Le sue ceneri furono sparse nell'oceano Pacifico.
Il vero scandalo non è solo la violenza nelle piazze.
Il vero scandalo non è solo la violenza nelle piazze. È il silenzio sulle ragioni di chi protesta.
Agricoltori che non vivono più della propria terra. Autotrasportatori schiacciati dai costi.
Studenti che chiedono una scuola migliore.
Giovani ai quali abbiamo promesso un futuro e consegnato precarietà.
Famiglie che lavorano senza riuscire a vivere dignitosamente.
Un popolo che vede sottrarre risorse ai bisogni sociali per destinarle a spese militari e logiche di potenza.
Non sono numeri.
Sono persone.
Chiedono ascolto, rispetto, giustizia.
Eppure i titoli raccontano vetrine infrante, scontri, devastazioni.
La violenza fa notizia.
Le ragioni della protesta scompaiono.
La violenza va condannata.
Non è libertà, coraggio né rivoluzione.
Ma è altrettanto inaccettabile usarla per propaganda: trasformare la responsabilità di pochi nella colpa di tutti, sfruttare la paura per delegittimare il dissenso.
In tante parti del mondo cresce la protesta contro un sistema politico ed economico attraversato da profonde contraddizioni: un mercato globale che comprime il lavoro, una finanza lontana dall’economia reale, una politica troppo spesso condizionata dagli interessi delle lobby anziché dai bisogni delle persone.
Abbiamo confuso il profitto con il progresso, il prezzo con il valore, la crescita con il benessere.
Dimenticando che l’economia deve servire l’uomo, non renderlo schiavo.
Nelle piazze emerge il bisogno di una libertà che non significhi soltanto consumare, produrre, indebitarsi e sopravvivere. Io sto dalla parte di chi coltiva, trasporta, studia e lavora.
Di chi chiede dignità senza distruggere.
Non di chi usa la violenza.
Né di chi la trasforma in propaganda.
Il degrado non è solo nelle strade devastate.
È anche nell’indifferenza di chi, dal divano, si indigna per una vetrina infranta ma non vede un padre inginocchiato davanti a un poliziotto, un ragazzo che piange per il futuro negato, un popolo che invoca la pace mentre gli viene prospettata la guerra.
La violenza fa rumore.
La disperazione no.
Per questo chiedo a tutti noi di ascoltarla.
Federico Quaranta.
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