Lo scaffale di Lucia
mercoledì 9 settembre 2026
Le rubacuori
Le rubacuori
Morina, l'altro giorno venni al tuo letto
a veder se dormivi o vegliavi;
braccio sinistro l'avevi scoperto,
e un angiolin del cielo mi rassembravi.
O Pisa Pisa, le belle pisane!
Le son più belle le livornesine,
e le più brutte son le maremmane,
e le più chiacchieron' le fiorentine.
Cosa m'importa a me se non son bella?
Ma c'ho il mi' damo che fa il pottore;
mi vo fa' pitturar come una stella.
Cosa m'importa a me se non son bella?
Cosa m'importa a me se son piccina?
L'amore non istà nelle grandezze;
l'albero lungo si ripiega in cima,
quello piccino e pien di gentilezze.
Nel mezzo dello mar c'è un pesce tondo;
quando vede le belle viene a galla,
quando vede le brutte torna al fondo.
Quando nascesti te, nacque un bel fiore,
la luna si fermò nel camminare,
le stelle si can'giaron di colore.
Tu sei bellina, il ciel ti benedice;
dove passeggi te l'erba ci nasce;
sembra una primavera che fiorisce.
Avete gli occhi neri di una fata,
gli amanti gli tirate a calamita,
e per farmi morir, bella, sei nata.
PIEMONTE
PIEMONTE
Su le dentate scintillanti vette
salta il camoscio, tuona la valanga
da’ ghiacci immani rotolando per le
selve croscianti:
ma da i silenzi de l’effuso azzurro
esce nel sole l’aquila, e distende
in tarde ruote digradanti il nero
volo solenne.
Salve, Piemonte! A te con melodia
mesta da lungi risonante, come
gli epici canti del tuo popol bravo,
scendono i fiumi.
Scendono pieni, rapidi, gagliardi,
come i tuoi cento battaglioni, e a valle
cercan le deste a ragionar di gloria
ville e cittadi:
la vecchia Aosta di cesaree mura
ammantellata, che nel varco alpino
èleva sopra i barbari manieri
l’arco d’Augusto:
Ivrea la bella che le rosse torri
specchia sognando a la cerulea Dora
nel largo seno, fósca intorno è l’ombra
di re Arduino:
Biella tra ’l monte e il verdeggiar de’ piani
lieta guardante l’ubere convalle,
ch’armi ed aratri e a l’opera fumanti
camini ostenta:
Cuneo possente e pazïente, e al vago
declivio il dolce Mondoví ridente,
e l’esultante di castella e vigne
suol d’Aleramo;
e da Superga nel festante coro
de le grandi Alpi la regal Torino
incoronata di vittoria, ed Asti
repubblicana.
Fiera di strage gotica e de l’ira
di Federico, dal sonante fiume
ella, o Piemonte, ti donava il carme
nuovo d’Alfieri.
Venne quel grande, come il grande augello
ond’ebbe nome; e a l’umile paese
sopra volando, fulvo, irrequïeto,
— Italia, Italia —
egli gridava a’ dissueti orecchi,
a i pigri cuori, a gli animi giacenti:
— Italia, Italia — rispondeano l’urne
d’Arquà e Ravenna:
e sotto il volo scricchiolaron l’ossa
sé ricercanti lungo il cimitero
de la fatal penisola a vestirsi
d’ira e di ferro.
— Italia, Italia! — E il popolo de’ morti
surse cantando a chiedere la guerra;
e un re a la morte nel pallor del viso
sacro e nel cuore
trasse la spada. Oh anno de’ portenti,
oh primavera de la patria, oh giorni,
ultimi giorni del fiorente maggio,
oh trionfante
suon de la prima italica vittoria
che mi percosse il cuor fanciullo! Ond’io,
vate d’Italia a la stagion piú bella,
in grige chiome
oggi ti canto, o re de’ miei verd’anni,
re per tant’anni bestemmiato e pianto,
che via passasti con la spada in pugno
ed il cilicio
al cristian petto, italo Amleto. Sotto
il ferro e il fuoco del Piemonte, sotto
di Cuneo ’l nerbo e l’impeto d’Aosta
sparve il nemico.
Languido il tuon de l’ultimo cannone
dietro la fuga austriaca moría:
il re a cavallo discendeva contra
il sol cadente:
a gli accorrenti cavalieri in mezzo,
di fumo e polve e di vittoria allegri,
trasse, ed, un foglio dispiegato, disse
resa Peschiera.
Oh qual da i petti, memori de gli avi,
alte ondeggiando le sabaude insegne,
surse fremente un solo grido: Viva
il re d’Italia!
Arse di gloria, rossa nel tramonto,
l’ampia distesa del lombardo piano;
palpitò il lago di Virgilio, come
velo di sposa
che s’apre al bacio del promesso amore:
pallido, dritto su l’arcione, immoto,
gli occhi fissava il re: vedeva l’ombra
del Trocadero.
E lo aspettava la brumal Novara
e a’ tristi errori mèta ultima Oporto.
Oh sola e cheta in mezzo de’ castagni
villa del Douro,
che in faccia il grande Atlantico sonante
a i lati ha il fiume fresco di camelie,
e albergò ne la indifferente calma
tanto dolore!
Sfaceasi; e nel crepuscolo de i sensi
tra le due vite al re davanti corse
una miranda visïon: di Nizza
il marinaro
biondo che dal Gianicolo spronava
contro l’oltraggio gallico: d’intorno
splendeagli, fiamma di piropo al sole,
l’italo sangue.
Su gli occhi spenti scese al re una stilla,
lenta errò l’ombra d’un sorriso. Allora
venne da l’alto un vol di spirti, e cinse
del re la morte.
Innanzi a tutti, o nobile Piemonte,
quei che a Sfacteria dorme e in Alessandria
diè a l’aure primo il tricolor, Santorre
di Santarosa.
E tutti insieme a Dio scortaron l’alma
di Carlo Alberto. — Eccoti il re, Signore,
che ne disperse, il re che ne percosse.
Ora, o Signore,
anch’egli è morto, come noi morimmo,
Dio, per l’Italia. Rendine la patria.
A i morti, a i vivi, pe ’l fumante sangue
da tutt’ i campi,
per il dolore che le regge agguaglia
a le capanne, per la gloria, Dio,
che fu ne gli anni, pe’ l martirio, Dio,
che è ne l’ora,
a quella polve eroica fremente,
a questa luce angelica esultante,
rendi la patria, Dio; rendi l’Italia
a gl’italiani.
Carolina Amari
Carolina Amari
(Firenze, 9 settembre 1866 – Roma, 11 agosto 1942)
è stata un'educatrice e filantropa italiana.
Il padre Michele (1806-1889), storico e patriota siciliano - ministro della Pubblica Istruzione, membro del Consiglio superiore degli Archivi, dell'Istituto Storico italiano, socio Accademia della Crusca e dell'Accademia dei Lincei - pubblicò la Storia dei Musulmani di Sicilia. Da lui Carolina ereditò amore per la Patria e dirittura morale; dalla madre, la coltissima Luisa Boucher, amore per l’arte, il ricamo e la sensibilità per i meno fortunati. Questo l'humus in cui crebbe e che ne ha fatto una figura di riferimento per la storia dell'artigianato d'arte italiano e del ruolo attivo femminile nella società. La sua istruzione fu di gran lunga superiore a quella dell’epoca, integrata poi dalle lezioni universitarie di Alessandro D'Ancona (1835–1914) e di Pio Rajna. Amava la lettura, disegnava e si applicava al ricamo e al merletto divenendo, a detta di Elisa Ricci "una compiuta artista dell'ago e dei fuselli". Intendeva la beneficenza, non secondo un modello caritativo stantio, ma, in forma moderna e strutturata in grado di garantire risultati duraturi. Recuperò vecchi disegni di ricami e creò il suo primo laboratorio nella casa paterna, a Villa Concezione, in località Trespiano, sulle colline fiorentine, dove insegnò alle contadine del posto i primi rudimenti di quest'arte femminile. Continuò a raccogliere campionari di punti e disegni di ricami antichi, visitando musei e raccolte private, consultando libri e osservando antichi dipinti. Le operaie da lei selezionate li ricopiavano, creando ricami di rara bellezza. Nel 1899 fu l’artefice del rinnovamento e della riorganizzazione della Scuola Professionale Ginori Conti di Firenze; fu poi direttrice artistica della "Scuola Ricami Ranieri Sorbello", a Villa del Pischiello (Perugia), che diventò la capolista di altre 24 scuole perugine. Creò sempre nuovi punti che fecero la fortuna di questi laboratori, anche all’estero. Ideò inoltre un ricamo originale, riprendendo spunti da ricami cinquecenteschi, dedicandolo a un paesino del pistoiese, Casalguidi, da cui quel punto prese il nome e che ancora oggi ne perpetua la fama. Nel 1903 fu una delle socie fondatrici della Cooperativa Industrie Femminili Italiane, (I.F.I.), filiazione del Consiglio Nazionale delle donne: un’impresa quasi totalmente al femminile, curata da donne, gestita da donne, a esse rivolta e diffusa in tutta Italia. Ne era presidentessa la contessa Cora Slocomb, sposata Savorgnan di Brazzà e tra le patronesse figuravano la contessa Maria Pasolini, Dora Melegari, Rosy Amadori, la contessa Lavinia Taverna, Amelia Pincherle Rosselli, la contessa Antonia Suardi, Virginia Nathan-Mieli (figlia di Ernesto Nathan, sindaco di Roma), la marchesa Pes di Villamarina, la marchesa Etta De Viti De Marco e Donna Bice Tittoni. Scopo della Cooperativa era offrire uno strumento commerciale in grado di aprire strade internazionali all'artigianato artistico femminile italiano. L’associazione riuscì a unificare i tanti laboratori, che sull’onda del revival novecentesco avevano rivitalizzato industrie femminili ormai in disuso, donando loro una visibilità altrimenti impensabile. Nel 1905 Carolina fondò a New York la "Scuola d'Industrie Italiane", dove si producevano ricami e merletti, realizzati da giovani donne emigrate. Ebbe l'aiuto di Florence Colgate - figlia di Bowles, costruttore dell'impero economico Colgate Company - e di Gino Speranza. A dicembre dello stesso anno riuscì ad organizzare la prima mostra per presentare i ricami italiani al pubblico americano. Tessuti, trine e merletti: ciò che usciva dai laboratori di Carolina aveva carattere prettamente italiano. Nel 1908 la scuola di New York ebbe il patronato della Regina Margherita di Savoia e sui manufatti fu deliberato di apporre, quale elemento distintivo la "Sirena Amari". La scuola operò fino al 1925.
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