Lo scaffale di Lucia
domenica 19 aprile 2026
La Morte di Ermengarda.
La Morte di Ermengarda.
Sull’affannoso petto,
Lenta le palme, e rorida
Di morte il bianco aspetto,
Giace la pia, col tremolo
Guardo cercando il ciel.
Cessa il compianto: unanime
S’innalza una preghiera:
Calata in sulla gelida
Fronte, una man leggiera
Sulla pupilla cerula
Stende l’estremo vel.
Sgombra, o gentil, dall’ansia
Mente i terrestri ardori;
Leva all’Eterno un candido
Pensier d’offerta, e muori:
Fuor della vita è il termine
Del lungo tuo martir.
Tal della mesta, immobile
Era quaggiuso il fato:
Sempre un obblìo di chiedere
Che le saria negato,
E al Dio dei santi ascendere
Santa del suo patir.
Ahi! nelle insonni tenebre,
Pei claustri solitari,
Fra il canto delle vergini,
Ai supplicati altari,
Sempre al pensier tornavano
Gl’irrevocati dì;
Quando ancor cara, improvida
D’un avvenir mal fido,
Ebbra spirò le vivide
Aure del Franco lido,
E fra le nuore Saliche
Invidïata uscì:
Quando da un poggio aereo,
Il biondo crin gemmata,
Vedea nel pian discorrere
La caccia affaccendata,
E sulle sciolte redini
Chino il chiomato sir;
E dietro a lui la furia
De’ corridor fumanti;
E lo sbandarsi, e il rapido
Redir dei veltri ansanti;
E dai tentati triboli
L’irto cinghiale uscir;
E la battuta polvere
Rigar di sangue, colto
Dal regio stral: la tenera
Alle donzelle il volto
Volgea repente, pallida
D’amabile terror.
O Mosa errante! oh tepidi
Lavacri d’Aquisgrano!
Ove, deposta l’orrida
Maglia, il guerrier sovrano
Scendea del campo a tergere
Il nobile sudor!
Come rugiada al cespite
Dell’erba inaridita,
Fresca negli arsi calami
Fa rifluir la vita,
Che verdi ancor risorgono
Nel temperato albor:
Tale al pensier, cui l’empia
Virtù d’amor fatica,
Discende il refrigerio
D’una parola amica,
E il cor diverte ai placidi
Gaudi d’un altro amor.
Ma come il sol che reduce
L’erta infocata ascende,
E con la vampa assidua
L’immobil aura incende,
Risorti appena i gracili
Steli rïarde al suol:
Ratto così dal tenue
Obblìo torna immortale
L’amor sopito, e l’anima
Impaurita assale,
E le svïate immagini
Richiama al noto duol.
Sgombra, o gentil, dall’ansia
Mente i terrestri ardori;
Leva all’Eterno un candido
Pensier d’offerta, e muori:
Nel suol che dee la tenera
Tua spoglia ricoprir,
Altre infelici dormono,
Che il duol consunse: orbate
Spose dal brando, e vergini
Indarno fidanzate;
Madri che i nati videro
Trafitti impallidir.
Te, dalla rea progenie
Degli oppressor discesa,
Cui fu prodezza il numero,
Cui fu ragion l’offesa,
E dritto il sangue, e gloria
Il non aver pietà,
Te collocò la provida
Sventura infra gli oppressi:
Muori compianta e placida;
Scendi a dormir con essi:
Alle incolpate ceneri
Nessuno insulterà.
Muori; e la faccia esanime
Si ricomponga in pace;
Com’era allor che improvida
D’un avvenir fallace
Lievi pensier virginei
Solo pingea. Così
Dalle squarciate nuvole
Si svolge il sol cadente,
E dietro il monte imporpora
Il trepido occidente:
Al pio colono augurio
Di più sereno dì.
Alessandro Manzoni
Dagli atrii muscosi
Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti
Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti,
dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
dai solchi bagnati di servo sudor,
un volgo disperso repente si desta;
intende l’orecchio, solleva la testa
percosso da novo crescente romor.
Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
qual raggio di sole da nuvoli folti,
traluce de’ padri la fiera virtù:
ne’ guardi, ne’ volti confuso ed incerto
si mesce e discorda lo spregio sofferto
col misero orgoglio d’un tempo che fu.
S’aduna voglioso, si sperde tremante
per torti sentieri, con passo vagante,
fra tema e desire, s’avanza e ristà;
e adocchia e rimira scorata e confusa
de’ crudi signori la turba diffusa,
che fugge dai brandi, che sosta non ha.
Ansanti li vede, quai trepide fere,
irsuti per tema le fulve criniere,
le note latebre del covo cercar;
e quivi, deposta l’usata minaccia,
le donne superbe, con pallida faccia,
i figli pensosi pensose guatar.
E sopra i fuggenti, con avido brando,
quai cani disciolti, correndo, frugando,
da ritta, da manca, guerrieri venir:
li vede, e rapito d’ignoto contento,
con l’agile speme precorre l’evento
e sogna la fine del duro servir.
Udite! quei forti che tengono il campo,
che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
son giunti da lunge, per aspri sentier:
sospeser le gioie dei prandi festosi,
assursero in fretta dai blandi riposi,
chiamati repente da squillo guerrier.
Lasciar nelle sale del tetto natio
le donne accorate, tornanti all’addio,
a preghi e consigli che il pianto troncò:
han carca la fronte de’ pesti cimieri,
han poste le selle sui bruni corsieri,
volaron sul ponte che cupo sonò.
A torme, di terra passarono in terra,
cantando giulive canzoni di guerra,
ma i dolci castelli pensando nel cor:
per valli petrose, per balzi dirotti,
vegliaron nell’arme le gelide notti,
membrando i fidati colloqui d’amor.
Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
per greppi senz’orma le corse affannose,
il rigido impero, le fami durar:
si vider le lance calate sui petti,
a canto agli scudi, rasente agli elmetti,
udiron le frecce fischiando volar.
E il premio sperato, promesso a quei forti,
sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
d’un volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine,
all’opere imbelli dell’arse officine,
ai solchi bagnati di servo sudor.
Il forte si mesce col vinto nemico,
col novo signore rimane l’antico;
l’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
si posano insieme sui campi cruenti
d’un volgo disperso che nome non ha.
Alessandro Manzoni
Piero da Vinci
Ser Piero da Vinci d'Antonio di ser Piero di ser Guido
(19 aprile 1426 – 9 luglio 1504)
fu padre di Leonardo da Vinci, notaio e uomo di cultura fiorentino.
Lettera mai spedita a un figlio nato diverso
Lettera mai spedita a un figlio nato diverso, ha scritto per il figlio handicappato una lettera che probabilmente lui non leggera' mai o, se la leggera', di cui non comprendera' a fondo il significato. E' una dichiarazione d'amore che esprime tutta la grandezza della vita, una vita che ha lo stesso valore, indipendentemente dalla perfezione dell'uomo.
Inutile la tua vita!Sei nato molto bello, per l'errore di qualcuno sei diventato scarno e patito: "paralisi cerebrale" dissero i grandi.
Ti guardavo col pianto in gola, ma gli occhi si rifiutavano di piangere, la rabbia dentro faceva scoppiare il cuore.
Il tempo passava e con poche possibilita' di salvezza sembrava il tuo domani.
Chiesi allora al buon Dio
"Tu dai, tu togli, ma perche'‚ proprio il mio? Lasciamelo, io vivro' con lui e per lui".
Altri figli nacquero e tu eri, e sei, figlio come loro.
Insegnai il cammino ai tuoi fratelli e lo insegnai a te, loro impararono in fretta, tu no.
Tu eri un figlio con problemi.
Loro parlarono in fretta, tu no, ma quanta gioia quando, malfermo dapprima, e via via piu' sicuro, iniziasti a camminare; avevi sette anni e...
E m'insegnasti ad avere pazienza!
Quando nessuno ti voleva a scuola: i ragazzini, gli adulti... imparai a essere umile, sorridente, gentile con le persone, perche'‚ ti volessero bene, ti donassero un sorriso, una carezza e...
E m'insegnasti l'umilta'.
Quando i superiori, quelli "che contano", non davano ascolto alle mie richieste, e a quelle di altri genitori, imparai a combattere e...
E m'insegnasti a lottare.
Quando infine tutte le madri sognavano per i loro figli il primo posto nel mondo della scuola, nel mondo del lavoro, nella societa', io mi accontentavo dei tuoi piccoli progressi e...
E m'insegnasti a sognare per i miei figli la felicita', la serenita'... non la ricchezza.
Inutile la tua vita?
Preziosa la tua vita!
Mi hai insegnato molte cose, l'amore per i piu' deboli, la pazienza con i difficili, la sicurezza con gli insicuri.
O figlio mio quanto la tua esistenza mi ha dato e continua a darmi.
Hai insegnato ai tuoi fratelli ad apprezzare cio' che la vita ha dato loro, il tuo lavoro e' prezioso!
Gli amici che ora hai sono veri amici, lavorano con te, giocano con te. Se molto ho imparato lo devo a te.
Ma allora, inutile la tua vita?
Firmato: Una mamma.
Brani tratti dal libro di Maria Antonietta Schiavina
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