mercoledì 26 agosto 2026

Pizzicheria

Pizzicheria

“Etto grammo chilo mezzochilo, cacio burro prosciutto salame, acciughe salacche baccalà...” Sono voci del gergo in questo untuoso reame. “Mi serve o non mi serve, diobonino, ho tanta fretta!” “Aspetti” “Mi dia retta” “Venga qua” “Mi mandi via”. S'infuria una servetta, una s'acqueta. “Il solito formaggio ma con poca corteccia”. E una sicura mano apre la breccia nel parmigiano. Molla e tira tira e molla poca corteccia e dimolta midolla. Aver fretta ed aspettare, pesare tagliare affettare, entrare andar via... sono le note costanti della quotidiana sinfonia in un'antica pizzicheria. “Mamma mia! E che poesia volete che ci sia dentro un negozio di pizzicheria? Se diceste di fiori o seteria... se aveste detto in quello dell'antichità, certo ce ne sarà, ma non in quello lì venite via, per carità! Mio caro, siatene persuaso, per la fretta che avete di giungere alla mèta questa volta siete evaso dal campo del poeta. Non ce n'è non ce n'è, restate franco”. Basta, miei cari, basta che ci vada il poeta dietro il banco. Le file dei formaggi l'un sull'altra ammassate, vi sembrano villaggi, borgate soleggiate, coi tetti di lavagna, le oscure cortecce, come paesini di montagna. E nei luoghi più vicini del panorama, non vi par di riposare sui morbidi cuscini dei pecorini? O se no di passeggiare pei verdeggianti viali, per i verdi giardini del gorgonzola? Di spiare ai suoi fronzuti finestrini? Non vi sembra di sognare dame medioevali affacciate alle superbe finestre tonde e ovali del palazzo dei granduchi: quello coi buchi? Tavole regali di mosaici fini, bizantini veneziani fiorentini: soprassate salami salamini, e la più bella, quella proprio del re: la mortadella! Agate alla portata di tutti vi sembrano i prosciutti; e le acciughe, le salacche dalle lucide corazze, nei barili allineate, inginocchiatevi: sono i guerrieri delle Crociate. Aldo Palazzeschi

Lidia Poët

Lidia Poët
(Perrero, 26 agosto 1855 Diano Marina, 25 febbraio 1949)
è stata un'
avvocata italiana, la prima donna a entrare nell'Ordine degli avvocati in Italia.

Rese importanti contributi per la realizzazione dell'attuale diritto penitenziario. Partecipò attivamente alla realizzazione del programma del primo congresso delle donne italiane tenutosi a Roma nel 1908. Era la figlia di Giovanni Pietro Poët, sindaco del paese per quasi trent'anni, e Marianna Richard, nata in una famiglia di ricchi proprietari terrieri. Trascorse l'infanzia a Traverse di Perrero, nella Valle Germanasca in provincia di Torino, dove era nata in un'agiata famiglia valdese. Adolescente, si trasferì con la famiglia a Pinerolo (sempre in provincia di Torino) dove già risiedeva il fratello maggiore Giovanni Enrico, titolare di uno studio legale avviato. Frequentò il "Collegio delle Signorine di Bonneville" ad Aubonne, cittadina svizzera sul lago Lemano e, nel 1871, conseguì la patente di Maestra Superiore Normale e tre anni dopo quella di Maestra di inglese, tedesco e francese. Tornata a Pinerolo, ormai orfana, chiese di poter proseguire gli studi e nel 1877 conseguì la licenza liceale, presso il liceo Giovanni Battista Beccaria di Mondovì. L'anno successivo si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Torino, dopo aver abbandonato la facoltà di Medicina. Si laureò in giurisprudenza il 17 giugno 1881 dopo aver discusso una tesi sulla condizione femminile nella società e sul diritto di voto per le donne. Nei due anni seguenti fece pratica legale a Pinerolo presso l'ufficio dell'avvocato e senatore Cesare Bertea e assistette alle sessioni dei tribunali. Svolto il praticantato, superò in modo brillante, con il voto di 45/50, l'esame di abilitazione alla professione forense e chiese l'iscrizione all'Ordine degli Avvocati e Procuratori di Torino. La richiesta venne osteggiata dagli avvocati Desiderato Chiaves, ex ministro dell'interno e Federico Spantigati che, per protesta, si dimisero dall'ordine dopo che l'istanza venne messa ai voti e accolta. Furono favorevoli all'iscrizione il presidente Saverio Francesco Vegezzi (colui che aveva spinto il re Carlo Alberto di Savoia a promulgare l'omonimo Statuto costituzionale) ed altri quattro consiglieri (Carlo Giordana, Tommaso Villa, Franco Bruno, Ernesto Pasquali), i quali precisarono che "a norma delle leggi civili italiane le donne sono cittadini come gli uomini". Fu così che il 9 agosto 1883 Lidia Poët divenne la prima donna ammessa all'esercizio dell'avvocatura. Il procuratore generale del Regno mise in dubbio la legittimità dell'iscrizione e impugnò la decisione ricorrendo alla Corte d'Appello di Torino. L'11 novembre 1883 la Corte di Appello accolse la richiesta del procuratore e annullò l'iscrizione all'albo. Il 28 novembre Lidia Poët presentò un ricorso articolato alla Corte di Cassazione che, con la sentenza del 18 aprile 1884, confermò la decisione della Corte d'Appello, dichiarando che "La donna non può esercitare l'avvocatura", e sostenendo che la professione forense doveva essere qualificata come un "ufficio pubblico", il che comportava una ovvia esclusione, dato che l'ammissione delle donne agli uffici pubblici doveva essere esplicitamente prevista dalla legge. Quando la legge taceva – come nel caso della legge sulla avvocatura – non era possibile interpretare il silenzio del legislatore alla stregua di una ammissione. A conferma di ciò vi erano anche considerazioni di carattere lessicale: la legge unitaria sull'avvocatura 8 giugno 1874, n. 1938 era da intendersi solo per il genere maschile. Veniva inoltre sentenziato che "nella razza umana, esistono diversità e disuguaglianze naturali. E dunque non si può chiedere al legislatore di rimuovere anche le differenze naturali insite nel genere umano". La sentenza conteneva anche argomentazioni tutt'altro che giuridiche e frutto di stereotipi di genere. Vi si legge che le donne non potevano essere avvocati perché era inopportuno che convergessero "nello strepitio dei pubblici giudizi", magari discutendo di argomenti imbarazzanti per "fanciulle oneste"; o che indossassero la toga sui loro abiti, ritenuti tipicamente "strani e bizzarri"; o perché avrebbero potuto indurre i giudici a favorire una "avvocata leggiadra". Una esclusione giustificata inoltre per la naturale riservatezza del sesso, la sua indole, la destinazione, la fisica cagionevolezza e in generale la deficienza in esso di adeguate forze intellettuali e morali, quali la fermezza, la severità, la costanza che avrebbero impedito alle donne di occuparsi di "affari pubblici". La cancellazione accese un intenso dibattito, non solo in Italia, ed ebbe un lungo seguito con 25 quotidiani italiani sostenitori dei ruoli pubblici tenuti da donne e solo tre contrari, come testimoniato dallo studio dell'avvocato a lei contemporaneo Ferdinando Santoni De Sio nel saggio Le donne e l'avvocatura. Il Corriere della Sera il 4 dicembre 1883 pubblicò un'intervista in cui Lidia Poët commentò la sentenza e ripercorse la sua carriera studentesca, dai primi giorni di corso, quando fu accolta dai compagni "con molta curiosità ma con altrettanta benevolenza", fino al giorno della laurea, alla cui seduta assistettero oltre cinquecento studenti e il senatore Cesare Bertea rivolse parole di ringraziamento in nome "dell'umanità e della libertà". Lidia Poët non poté quindi esercitare a pieno titolo la professione, ma collaborò con il fratello Giovanni Enrico e divenne attiva soprattutto nella difesa dei diritti dei minori, degli emarginati e delle donne, sostenendo anche la causa del suffragio femminile. Ancora poco nota è la sua partecipazione ai Congressi Penitenziari Internazionali dove ricoprì ruoli di rilievo per trent'anni, come membro del Segretariato occupandosi dei diritti dei detenuti e dei minori, promuovendo l'istituzione dei tribunali dei minori e affrontando il tema della riabilitazione dei detenuti attraverso l'educazione e il lavoro. Nel 1885 partecipò al terzo Congresso Penitenziario Internazionale che si tenne a Roma; cinque anni dopo venne invitata a San Pietroburgo per partecipare al quarto, in qualità di delegata. Il governo francese, invitandola a Parigi, la nominò Officier d'Académie, onorificenza tributata per i lavori svolti al Congresso Penitenziario Internazionale di Parigi del 1895. Donna del suo tempo, pur non approvando i metodi delle suffragette inglesi, si adoperò per l'emancipazione femminile aderendo al Consiglio Nazionale delle Donne Italiane (CNDI) fin dalla sua fondazione, avvenuta nel 1903 e venne incaricata di dirigere i lavori della sezione giuridica nei primi congressi femminili italiani del 1908 e 1914 dove si dibattevano argomenti ancor oggi attualissimi. Negli atti del congresso del 1914 emerge l'impegno per rivendicare "l'ammissione delle donne alle funzioni di tutori, la vigilanza del magistrato e il patrocinio scolastico per la protezione fisica e morale dei minori, il divieto di presenza dei minori nelle udienze penali di tribuni e corti di giustizia, la privazione della patria potestà per i genitori che si rendono indegni o che sono riconosciuti incapaci; assistenza immediata ai minori i cui genitori sono in carcere, in ospedale o abbandonati; il divieto di ammettere minori a spettacoli cinematografici offensivi della morale; il divieto di servire negli esercizi bevande alcoliche ai minori; la regolamentazione del lavoro dei minori aumentando i limiti di età e riducendo l'orario di lavoro che non può superare le otto ore giornaliere per i ragazzi al di sotto dei sedici anni e per le ragazze al di sotto dei ventuno anni; l'aumento del limite di età per i delitti contro la morale delle vittime a 14 anni invece di dodici, e a diciotto anni invece di sedici, e la pena aumentata al massimo per le scritte e le immagini oscene esposte al pubblico". In questi simposi vennero rivendicati istituti giuridici innovativi che entrarono nell'ordinamento italiano solo decenni successivi quali l'equiparazione tra figli naturali e legittimi (Legge 10 dicembre 2012, n. 219), la proposta del servizio civile per le ragazze (legge 64/2001), i trust familiari per il mantenimento dei figli (legge 9 ottobre 1989, n. 364 (entrata in vigore il 1º gennaio 1992), il divorzio (Legge n. 898/1970), il diritto di voto (1946). Alcune fonti orali dichiarano che allo scoppio della prima guerra mondiale prestò la sua opera come infermiera dalla Croce Rossa Italiana, ricevendo quale riconoscimento una medaglia d'argento, ma non è stato possibile verificare la notizia presso gli archivi della Croce Rossa, che risultano in fase di riordino alla data del 30/4/2022. Al termine del conflitto mondiale la Legge n. 1176 del 17 luglio 1919, nota come legge Sacchi, abolì l'autorizzazione maritale e autorizzò le donne a entrare nei pubblici uffici, tranne che nella magistratura, nella politica e in tutti i ruoli militari.  All'articolo 7 la legge apriva finalmente alle donne le porte del foro: "Le donne sono ammesse, a pari titolo degli uomini, ad esercitare tutte le professioni ed a coprire tutti gl'impieghi pubblici, esclusi soltanto, se non vi siano ammesse espressamente dalle leggi, quelli che implicano poteri pubblici giurisdizionali o l'esercizio di diritti e di potestà politiche che attengono alla difesa dello Stato". Dopo aver praticato per anni la professione forense solo di fatto insieme al fratello Giovanni Enrico, nel 1920 Lidia Poët, all'età di 65 anni, entrò quindi finalmente nell'Ordine degli avvocati, divenendo ufficialmente la prima donna d'Italia ad esservi ammessa.

Nel 1922 divenne la presidente del Comitato pro voto donne di Torino.

Morì all'età di 93 annie venne sepolta nel cimitero di San Martino (Perrero), in Val Germanasca.

Proverbio di mia nonna

 


Come 11 comandamento

 


Vorrei che i genitori giovani lo leggessero

 

~ Vorrei che i genitori giovani lo leggessero.~

• I bambini non dovrebbero mai andare da soli al negozio.
• I bambini non si lasciano in macchina mentre “scendi un attimo” a comprare qualcosa, anche se è vicino.
• I bambini non devono abituarsi a stare con chiunque.
• I bambini non dovrebbero mai giocare fuori casa senza la supervisione di un adulto.
• Il fratello maggiore non è responsabile dei più piccoli. È un bambino anche lui.
• I bambini non dovrebbero trovarsi in ambienti dove si consuma alcol, anche se “è tutto tranquillo”.
• I bambini non dovrebbero stare vicino a persone instabili o con cattive abitudini.
• I bambini non dovrebbero dormire ogni notte in una casa diversa.
• I bambini non devono necessariamente socializzare con tutti gli amici di mamma o papà. Non tutti sono persone affidabili.
• I bambini non si toccano “per affetto”.
• I bambini non si baciano sulla bocca.
• I bambini non devono essere obbligati ad amare o affezionarsi agli adulti.
• I bambini non devono dire “sì” solo perché l’adulto “si rispetta”.
• I bambini devono imparare a dire “no” e “non voglio”.
Ricorda:
Non sono loro a dover decidere.
Non sanno cosa sia il pericolo.
Non conoscono la malvagità.
Non conoscono l’odio.
Non sanno che esistono persone con intenzioni oscure.
I bambini sono puri. Sono ingenui. Sono bambini.
La nostra responsabilità più grande è proteggerli.
Da tutto. Da tutti. Anche se non sono i nostri figli.
I tempi in cui crescono oggi non sono più quelli in cui siamo cresciuti noi.
Custodiscili. Amali. Difendili. Credi in loro, sempre.
(DAL WEB).

26 agosto Beati Luigi e Maria

26 agosto Beati Luigi e Maria

Beati Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini Sposi

Catania, 12 gennaio 1880 - Roma, 9 novembre 1951
Firenze, 24 giugno 1884 - Serravalle (AR), 26 agosto 1965

Il 12 febbraio 1994, nel dare inizio presso il Tribunale per le Cause dei Santi del Vicariato di Roma alla loro causa di canonizzazione, il Cardinale Vicario Camillo Ruini così li presentava: "I due avevano cristianamente consacrato il loro amore coniugale e la grazia del sacramento nuziale li ha sempre sostenuti mirabilmente nel formare e crescere la loro famiglia…”. Ed il S. Padre si è mostrato particolarmente lieto di questa circostanza perché da  tempo desiderava un cammino di santità, da additare al popolo dei fedeli, realizzato da una coppia di sposi. Non hanno fondato congregazioni. Non sono partiti missionari per terre lontane. Semplicemente hanno vissuto il loro matrimonio come un cammino verso Dio facendosi santi. Papa  Giovanni Paolo  il 21  ottobre  2001 li ha beatificati  nel ventesimo anniversario della Familiaris Consortio. In quella occasione, per la prima volta nella storia della Chiesa abbiamo visto elevata alla gloria degli altari una coppia di sposi, Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, beati non “malgrado” il matrimonio, ma proprio in virtù di esso. La beatificazione dei coniugi Quattrocchi è avvenuta, non a caso, in occasione della giornata della famiglia, segnando una svolta, per così dire “storica”, sul modo comune di concepire la santità: non più soltanto appannaggio di suore, sacerdoti e singoli fedeli, ma un cammino aperto e praticabile da tutti gli sposi cristiani, sulla scia dei neo-beati, una coppia borghese che visse a Roma nella prima metà del Novecento. Luigi Beltrame  nato a Catania adottato da uno zio senza figli, che gli dà il suo cognome, Quattrocchi, si trasferisce con lui a Roma dove studia Giurisprudenza. Qui conosce Maria Luisa Corsini, figlia unica di genitori fiorentini, di quattro anni più giovane. Una ragazza piena di doti: colta, sensibile e raffinata, amante della letteratura e della musica, a vent’anni aveva già pubblicato un saggio su Dante Gabriele Rossetti e i preraffaelliti. Le nozze vengono celebrate nella Basilica di S. Maria Maggiore il 25 novembre 1905. L’anno seguente nasce il primo figlio, Filippo, seguito da Stefania (nel 1908), Cesare (1909) ed Enrichetta (1914). Crescendo abbracceranno tutti la vita religiosa: Filippo (don Tarcisio), sarà sacerdote diocesano, Stefania (suor Maria Cecilia), monaca benedettina, Cesare (padre Paolino), monaco trappista, ed Enrichetta, l’ultima nata, consacrata secolare. Ad eccezione di Stefania, scomparsa nel 1993, i fratelli sono ancora viventi e di veneranda età, attivi e lucidissimi nel far memoria della santità dei loro genitori, che furono sposi ed educatori davvero esemplari. Lui, Luigi, avvocato generale dello Stato, fu professionista stimato e integerrimo; lei, Maria, una scrittrice assai feconda di libri di carattere educativo. Entrambi avevano a cuore i problemi della società e della nazione: animatori dei gruppi del Movimento di Rinascita Cristiana, avevano aderito anche al Movimento “Per un mondo migliore” di P. Lombardi. Luigi fu amico di Don Sturzo e di Alcide De Gasperi; senza mai prendere una tessera di partito, esercitò l’apostolato nella testimonianza cristiana offerta nel proprio ambiente di lavoro, laicista e refrattario alla fede, nella profonda bontà che ebbe nel trattare con tutti, soprattutto i “lontani”, nella sollecitudine costante verso i bisognosi che bussavano quotidianamente alla loro porta di casa. Lei,infermiera volontaria della Croce Rossa, durante le due guerre si prodigò instancabilmente per i soldati feriti; catechista attivissima per le donne del popolo nella parrocchia di S. Vitale, organizzò i corsi per fidanzati, autentica novità pastorale per quei tempi, quando il matrimonio veniva considerato come qualcosa di scontato, che non esigeva approfondimento nè preparazione. Maria svolse anche un’intensa opera di apostolato con la penna, fece parte dell’Azione Cattolica e di altre associazioni, appoggiò inoltre la nascita dell’Università Cattolica del S. Cuore, accanto a P. Agostino Gemelli e Armida Barelli, chiamata a far parte del Consiglio Centrale dell’Unione Femminile Cattolica Italiana come incaricata nazionale per la religione. Non è certo possibile riassumere in poche righe la straordinaria vicenda umana e spirituale dei coniugi Beltrame Quattrocchi. La loro esistenza di sposi fu un cammino di santità, un andare verso Dio attraverso l’amore del coniuge. Mezzo secolo di vita insieme, senza mai un attimo di noia, di stanchezza, ma conservando sempre il sapore continuo della novità. Il loro segreto? La preghiera. Ogni mattina a Messa insieme alla Basilica di S. Maria Maggiore, “usciti di chiesa mi dava il “buon-giorno”, come se la giornata soltanto allora avesse il ragionevole inizio. Ed era vero…”, ricorda lei in Radiografia di un matrimonio, il suo libro-capolavoro. La recita serale del S. Rosario, l’adorazione notturna, la consacrazione al Sacro Cuore di Gesù solennemente intronizzato al posto d’onore nella sala da pranzo, e altre pie pratiche. Nel 1917 divennero terziari francescani e nel corso della loro vita non mancarono mai di accompagnare gli ammalati, secondo le loro possibilità, a Loreto e a Lourdes col treno dell’UNITALSI, lui come barelliere, lei come infermiera e dama di compagnia. Il loro esempio, la loro profonda vita di fede, la pratica quotidiana del pregare in famiglia ebbero di certo i propri effetti sui figli, che si sentirono tutti e quattro chiamati dal Signore alla vita consacrata. Non senza ragione, perché “la famiglia che è aperta ai valori trascendenti, che serve i fratelli nella gioia, che adempie con generosa fedeltà i suoi compiti ed è consapevole della sua quotidiana partecipazione al mistero della Croce gloriosa di Cristo. Le loro date di culto per la Chiesa Universale sono separate e cadono nei giorni 26 agosto e 9 novembre, mentre la Diocesi di Roma li commemora il 25 novembre, anniversario del loro matrimonio.


Autore: Maria Di Lorenzo

FARE FORCA

 “FARE FORCA”

A Firenze non si marina soltanto la scuola: si fa forca.
“Fare forca” significa non presentarsi a scuola di proposito, senza permesso. Ma l’espressione può essere usata anche per chi salta il lavoro, un appuntamento o un impegno dove avrebbe dovuto esserci.
È un modo di dire toscano particolarmente legato a Firenze e, cosa interessante, il Vocabolario Fiorentino raccoglie testimonianze che lo indicano ancora in uso oggi.
“Ma tuo figlio oggi non aveva lezione?”
“Sì… ma mi sa che ha fatto forca!”
A Firenze lo dici ancora?

Pizzicheria

Pizzicheria “Etto grammo chilo mezzochilo, cacio burro prosciutto salame, acciughe salacche baccalà...” Sono voci del gergo in questo untuos...