sabato 11 aprile 2026

Kastürbā Gāndhi




Kastürbā Gāndhi, soprannominata Ba
(Porbandar11 aprile 1869 – Pune22 febbraio 1944),
è stata una 
pacifista indiana.
Figlia del ricco uomo d'affari Gokuladas Makharji, di Porbandar, Kasturba sposò Mohāndās Karamchand Gāndhī in un matrimonio combinato nel 1883, quando avevano rispettivamente 14 e 13 anni. All'epoca era analfabeta e Gandhi le insegnò a scrivere e a leggere, il che si sarebbe rivelato molto importante, considerato il livello di alfabetizzazione delle donne indiane dell'epoca. Quando suo marito nel 1888 partì per Londra per motivi di studio, Kasturba rimase in patria per crescere Harilal, il primo figlio della coppia. Ebbero altri tre figli: Manilal (1892), Ramdas (1897) e Devdas (1900).  Nel 1906, Gandhi decise di praticare il celibato. Sebbene ella sia rimasta al fianco di suo marito, non accettò sempre con facilità le sue idee. Gandhi dovette lavorare molto per convincerla ad accettare il suo punto di vista. Kasturba era molto religiosa e, come suo marito, rinunciò alle divisioni in caste e viveva in ashramSpesso Kasturba si unì a suo marito nell'attivismo politico. Si recò in Sudafrica nel 1897 insieme a Mohandas. Dal 1904 al 1914 fu attiva nell'insediamento di Phoenix, vicino a Durban. Durante le proteste del 1913 contro le condizioni di lavoro degli indiani in Sudafrica, Kasturba fu arrestata e condannata a tre mesi di lavori forzati. In seguito, in India, quando suo marito veniva arrestato era lei, a volte, a prendere il suo posto. Nel 1915, quando Gandhi tornò in India per sostenere la lotta dei piantatori indigeni, Kasturba lo accompagnò, e insegnò l'igiene, la disciplina, la lettura e la scrittura a donne e bambini. Kasturba soffriva di bronchite cronica. Gli arresti e la repressione contro il movimento Quit India e la vita in ashram peggiorarono le sue condizioni. Contrasse la polmonite mentre il marito era in carcere, e questi le suggerì di rifiutare la penicillina (un farmaco che tuttavia all'epoca non era ancora molto conosciuto e la cui produzione industriale era cominciata solo dal 1943 negli USA). Durante gli anni della seconda guerra mondiale fu tenuta prigioniera con il marito nell'Aga Khan Palace a Pune e lì morì di infarto a 74 anni

A quelli che si siedono nell'ultima fila per non essere osservati. A chi quando gli fai un sorriso in ascensore abbassa lo sguardo e arrossisce.
A chi rimane digiuno ai buffet.
A quelli che non dicono niente quando qualcuno taglia la coda e passa avanti.
A quelli che si scusano anche quando non dovrebbero.
A chi è educato anche a costo di sembrare scemo.
A chi ha un’intelligenza arguta e sa riconoscere quando è il momento di non arrivare primo.
A tutti quelli che nella vita si sono persi un’occasione importante, perché un prepotente gliel’ha portata via.
A chi ha la risposta giusta e non alza la mano.
A quelli che ancora credono alla lealtà, a costo di essere sconfitti.
E niente.
Io vi vedo.
- Roberto Pellico

Per costruire 12 ospedali servono 250 milioni di dollari

“Per costruire 12 ospedali servono 250 milioni di dollari, il costo di 8 ore di guerra in Iraq. Si prendessero un giorno di ferie.” – Gino Strada

Le parole di Gino Strada restano un monito che attraversa il tempo: mentre il mondo continua a investire nella distruzione, dimentica di costruire ciò che dà vita. Ogni guerra consuma risorse che potrebbero curare, educare, proteggere. In otto ore di conflitto si bruciano i fondi necessari per dodici ospedali, dodici luoghi di speranza, di rinascita, di umanità.
Eppure, la logica della violenza prevale sulla logica della cura. Si finanziano armi invece di libri, si innalzano muri invece di scuole, si distruggono ospedali invece di costruirli. È come se la vita avesse perso valore, come se il dolore altrui fosse diventato niente.
Questa citazione ci ricorda che la pace non è un’utopia, ma una scelta economica e morale. Se solo ci prendessimo “un giorno di ferie” dalla guerra, potremmo restituire al mondo ciò che gli è stato tolto: la possibilità di guarire.

MARIA..parlami del Figlio di Dio 24

Le nozze di Maria e Giuseppe
Il giorno (del nissuin) delle nozze fu una festa per tutta Nazaret. La gente aspettava il giorno fissato per poter partecipare ad un evento che da tempo era stato preparato. La simpatia che Giuseppe ed io ispiravamo ai nostri compaesani spiegava l'ansia dell'attesa e la gioia della festa.
I nostri cari Zaccaria ed Elisabetta ci regalarono gli anelli da sposi e i calici nunziali, di vetro, molto belli. Da Betlemme e da Sefforis vennero i nostri parenti e portarono il vino e molte altre cose. I musicisti vennero da Cana per rallegrare la cerimonia con canti e danze. Ci fecero molti regali, pensarono a tutto, perfino a qualche attrezzo da lavoro per Giuseppe. Alcuni regali ci commossero, sia per la cordialità con cui venivano fatti, sia per il sacrificio che soppunevano. Uno di questi fu il regalo della cara Lia, la donna cieca che io , dal mio arrivo a Nazaret, accudivo ogni giorno.
"Maria, figlia mia- mi disse- io non ho la fortuna  di vedere i tuoi occhi né il tuo sorriso, e nemmeno quelli di Giuseppe. Tuttavia non voglio che manchi un mio regalo per far risaltare un po' di più il tuo splendore nel giorno dello sposalizio. E mi diede un bellissimo diadema.

D.J.M.Vernet

PENSIERO DEL MATTINO


PENSIERO DEL MATTINO

Ho avuto un sacco di preoccupazioni nella mia vita,
la maggior parte delle quali non sono mai successe
(Mark Twain)
FRASE DEL GIORNO
Chi accoglie un beneficio con l'animo grato,
paga la prima rata del suo debito
(Seneca)
PROVERBIO
Chi nulla prevede spesso resta ingannato,
e chi troppo prevede è sempre disgraziato
AFORISMA
Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino
ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è
privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione
concreta alla felicità sulla terra.
Ma questa è una verità che non molti conoscono.
[Primo Levi]

Mi sono i9scritta


 

11 aprile Santo Stanislao

 


Santo Stanislao 
Vescovo e martire
Szczepanowski, Polonia, c. 1030 - Cracovia, 11 aprile 1079

Etimologia: Stanislao = la gloria dello stato, dal polacco 
Emblema: Bastone pastorale, Palma

I buoni esempi dei genitori esercitarono una profonda impressione sul figlio che imparò presto a darsi alla preghiera, ad evitare i frivoli divertimenti, a imporsi delle piccole privazioni e a soffrire volentieri le incomodità della vita. Dopo i primi studi, egli fu inviato a completarli dapprima a Gniezno, celebre università della Polonia, poi a Parigi, dove per sette anni si applicò allo studio dei diritto canonico e della teologia. Per umiltà rifiutò il grado accademico di dottore. Quando ritornò in patria e divenne, per la morte dei genitori, possessore di una considerevole fortuna, Stanislao potè disporre dei beni in favore dei poveri e servire Dio con maggiore libertà. Il vescovo di Cracovia, Lamberto Zurla, conoscendo quanto grande fosse la sapienza e la virtù di lui, lo ordinò sacerdote e lo fece canonico della cattedrale. Stanislao fu il modello del capitolo per le penitenze con cui affliggeva il proprio corpo, la lettura e la meditazione continua della Sacra Scrittura, le vigilie e l'assiduità ai divini uffici. Incaricato della predicazione, si acquistò in breve una così grande reputazione che parecchi ecclesiastici e laici accorsero da tutte le parti della Polonia a consultarlo per la tranquillità della loro coscienza. Dopo la morte di Lamberto, tutti, ad una voce, elessero Stanislao suo successore. Egli, che si riteneva indegno e incapace di tanto ufficio, rifiutò energicamente. Dovette tuttavia piegarsi all'ordine formale di Alessandro II e lasciarsi consacrare vescovo nel 1072. Costretto a compiere le funzioni degli apostoli, egli cercò di praticarne le virtù. Per tenere sottomessa la carne portò il cilicio fino alla morte e per distaccarsi sempre di più dai beni della terra soccorse i bisognosi con generosità. Per non dimenticare nessuno ne fece compilare un elenco completo. La sua casa era sempre aperta a quanti ricorrevano a lui per consiglio e aiuto. Ogni anno visitava la diocesi per togliere gli abusi ed esigere dal clero una vita che fosse di edificazione per i fedeli. Dimentico delle ingiurie, trattava tutti con la dolcezza e la bontà di un padre, e prediligeva i deboli e gli oppressi, che difendeva sempre e ovunque con invincibile fermezza. La Polonia in quel tempo era governata da Boleslao II l'Ardito. Costui si era dimostrato valoroso nella guerra contro i Russi, ma nella vita privata non rifuggiva dalle orge, e in quella pubblica dalla tirannia. I rapimenti e le violenze erano i crimini che quotidianamente consumava con grande scandalo dei sudditi. Nessuno di coloro che lo avvicinavano osava fargliene la minima rimostranza. Soltanto Stanislao ogni tanto lo andava a trovare per indurlo a riflettere sulla enormità dei propri crimini e le funeste conseguenze degli scandali che dava. Boleslao II in principio cercò di scusarsene, poi parve dare segni di pentimento e promise di emendarsi. Le buone risoluzioni del re non durarono a lungo. Nella provincia di Siradia un giorno Boleslao fece rapire a viva forza Cristina, la moglie del signore Miecislao, famosa per la sua bellezza. L'atto tirannico e immorale provocò l'indignazione di tutta la nobiltà polacca. L'arcivescovo di Gniezno, primate del regno, e i vescovi della corte furono pregati d'intervenire, ma essi, timorosi di dispiacere al sovrano, rimasero dei cani muti. Soltanto Stanislao, dopo avere a lungo pregato, osò affrontare il re per la seconda volta e minacciargli le censure ecclesiastiche se non poneva termine alla sua vita disordinata e prepotente. Alla minaccia di scomunica Boleslao uscì dai gangheri e ingiuriò grossolanamente il coraggioso prelato dicendogli: "Quando uno osa parlare con tanto poco rispetto ad un monarca, converrebbe che facesse il porcaio, non il vescovo". Il santo, senza lasciarsi intimidire, rinnovò le sue istanze e disse al sovrano: "Non stabilite nessun paragone tra la dignità regale e quella episcopale perché la prima sta alla seconda come la luna al sole o il piombo all'oro". Boleslao II, risoluto a vendicarsi a costo di ricorrere alla calunnia, si ritirò bruscamente senza neppure congedare lo sconcertante visitatore. Il santo vescovo aveva comperato da un signore, chiamato Pietro, la terra di Piotrawin, ne aveva pagato il prezzo alla presenza di testimoni, poi ne aveva dotata la chiesa di Cracovia. Nell'atto di vendita nessuna formalità era stata omessa, tuttavia Stanislao, confidando nella buona fede dei testimoni, non aveva richiesto dal venditore una quietanza. Essendo costui morto, il re chiamò a sé i nipoti di Pietro, li esortò a richiederne l'eredità come un bene usurpato dal vescovo, e li assicurò che avrebbe saputo intimidire i testimoni al punto da chiudere loro la bocca. Gli eredi, seguendo le istruzioni di Boleslao II, intentarono un processo al vescovo, lo citarono a comparire davanti ad un'assemblea di giudici presieduta dal re e lo accusarono di avere usurpato la loro proprietà. Il santo sostenne di averla pagata, ma essi negarono. Allegò allora dei testimoni, ma essi non ebbero il coraggio di dire la verità. Stanislao stava per essere condannato quando, in seguito ad una improvvisa ispirazione, chiese ai giudici una dilazione di tre giorni, promettendo di fare comparire in persona Pietro, morto da tre anni. La richiesta fu accolta con uno sprezzante sogghigno. Dopo aver digiunato, pregato e vegliato, Stanislao il terzo giorno si recò al luogo in cui Pietro era stato seppellito, fece aprire la tomba e, toccandone con il pastorale la salma, gli ordinò di alzarsi nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il defunto ubbidì e il santo lo condusse con sé al tribunale dov'era ad attenderlo il re, la corte e una grande folla di curiosi. "Ecco - disse Stanislao ai giudici entrando con Pietro nella sala - colui che mi ha venduto la terra di Piotrawin; egli è risuscitato per rendervene testimonianza. Domandategli se non è vero che gli ho pagato il prezzo di quella terra. Lo conoscete e la sua tomba è aperta". I presenti rimasero allibiti. Il risorto dichiarò che il vescovo gli aveva pagato quella terra davanti ai due testimoni che pochi giorni prima avevano tradito la verità, rimproverò i suoi nipoti per avere osato perseguitare ingiustamente il vescovo di Cracovia e li esortò a farne la penitenza. Dopo di che egli ritornò alla tomba da cui era uscito scongiurando il santo di pregare Nostro Signore affinché gli abbreviasse le pene del Purgatorio. Quel prodigio fece una grande impressione sopra Boleslao II. Per un certo tempo trovò la forza di reprimere la sua lussuria e di mitigare le sue crudeltà. Compì persino una spedizione contro i Russi e s'impadronì della loro capitale, Kiew. Tuttavia, l'ebrezza della vittoria lo fece ricadere in braccio alle più sregolate passioni. Non contento degli ordinari eccessi, volle abbandonarsi pubblicamente alle abominazioni di Sodoma e Gomorra. Stanislao, quale novello Giovanni Battista, prese la risoluzione di porre un freno alla licenza del novello Erode anche a costo del martirio per la gloria di Dio e la salute della Polonia. Egli chiese al Signore con preghiere e penitenze la conversione del re, lo visitò parecchie volte per fargli aprire gli occhi e sollevarlo dall'abisso in cui era precipitato. La sua fatica fu inutile: il sovrano lo caricò d'ingiurie e lo minacciò di morte se continuava a censurare la condotta come aveva fatto. Stanislao, acceso di sdegno per l'offesa che il re faceva a Dio, dopo avere chiesto il parere di altri vescovi, scomunicò pubblicamente Boleslao II e gl'interdisse l'ingresso in chiesa. Siccome il re continuava, nonostante le pene canoniche in cui era incorso, a prendere parte con i fedeli ai riti liturgici, il vescovo ordinò ai sacerdoti di sospendere i divini uffici ogni volta che lo scomunicato ardiva varcare la soglia delle loro chiese. Per parte sua, allo scopo di non essere turbato dalla presenza di lui nella celebrazione della Santa Messa, andava a dirla nella chiesa di San Michele, fuori Cracovia. Pieno di furore, Boleslao II si recò colà e ordinò ad alcune guardie di entrare in chiesa e di massacrarvi Stanislao. Esse ubbidirono, ma mentre stavano per mettere le mani addosso al santo che celebrava la Messa, furono fatti stramazzare a terra da una forza misteriosa. Il re, irridendo alla loro debolezza, si avvicinò in persona a Stanislao con in mano la spada sguainata, e gli assestò un fendente sulla testa con tale violenza da farne schizzare le cervella contro la parete. Era l'11 aprile del 1079. Per assaporare di più la sua atroce sete di vendetta tagliò il naso e le labbra al martire, e quindi diede ordine che il cadavere fosse trascinato fuori della chiesa, fatto a pezzi e disperso per i campi affinché servisse di cibo agli uccelli e alle bestie selvagge. Tuttavia Iddio fece sì che quattro aquile difendessero per due giorni le reliquie del santo e che durante la notte esse rilucessero di uno strano splendore. Alcuni sacerdoti e pii fedeli, fatti audaci da quei prodigi, osarono, malgrado la proibizione del re, raccogliere quelle membra sparse, emananti un soave profumo, e seppellirle alla porta della chiesa di San Michele. Due anni più tardi il corpo di Stanislao fu trasportato a Cracovia e seppellito prima in mezzo alla chiesa della fortezza e poi nella cattedrale (1088). S. Gregorio VII (+1085) lanciò l'interdetto sul regno di Polonia, scomunicò Boleslao II e lo dichiarò decaduto dalla dignità regale. Il principe, perseguitato esternamente dalla riprovazione dei sudditi, straziato internamente dal rimorso dei crimini commessi, cercò rifugio presso Ladislao I (+1095), re d'Ungheria, che lo accolse con bontà. Il pentimento non tardò ad impossessarsi del suo animo e allora intraprese un pellegrinaggio a Roma per implorare dal papa l'assoluzione dalle censure. Giunto ad Ossiach, nella Carinzia, la grazia lo spinse ad andare a bussare alla porta del monastero dei benedettini e chiedere di potervi passare il restante della vita come un fratello laico. Vi rimase sconosciuto fino alla morte (+1081) dedito alla penitenza e ai lavori più umili. S. Stanislao di Cracovia fu canonizzato da Innocenze IV nel 1253. Sulla sua tomba avvennero dei prodigi, tra cui la risurrezione di tre morti.


Autore: Guido Pettinati


Kastürbā Gāndhi

Kastürbā Gāndhi , soprannominata  Ba ( Porbandar ,  11 aprile   1869  –  Pune ,  22 febbraio   1944 ), è stata una  pacifista   indiana . Fi...