lunedì 20 aprile 2026

20 aprile Sant' Agnese da Montepulciano

Sant' Agnese da Montepulciano 
Vergine
Gracciano Vecchio, Siena, circa 1268 - Montepulciano, Siena, 20 aprile 1317
Etimologia: Agnese = pura, casta, dal greco
Emblema: Giglio

Quello che sappiamo della eccezionale vita di questa santa domenicana si ricava da quanto ne scrisse il B. Raimondo da Capua, OP. allorquando era confessore (1365) nel monastero in cui Agnese morì. Ella nacque verso il 1268 a Gracciano Vecchio, nei pressi di Montepulciano (Siena), da genitori benestanti. Appena la madre, Francesca Segni, la diede alla luce, per qualche ora, nella camera, apparvero misteriosamente moltissimi ceri ardenti. La bimba crebbe con una straordinaria inclinazione alla preghiera, che la portò presto a desiderare la vita claustrale. A nove anni, difatti, entrò, a Montepulciano, in una comunità di vergini chiamate "monache del Sacco" perché indossavano uno scapolare di ruvido panno. Tra esse si distingue subito per la pietà sotto la guida della maestra delle novizie, Suor Margherita. A partire da quel momento il Signore la favorì di straordinari carismi. Nella sua ininterrotta unione con Dio fu vista più volte sospesa per aria. Un giorno, meditando la Passione di Gesù, fu sollevata da una ardente amore tanto in alto da giungere ad abbracciare il crocifisso posto sull'altare. Ammaestrata dallo Spirito Santo, Agnese crebbe assennata e ubbidiente. A quattordici anni la priora le affidò l'ufficio di dispensiera. Il compito non la distolse minimamente dall'orazione e dalla contemplazione. In quel tempo Maria SS. Le apparve e le diede tre pietre dicendole; "Figlia mia, prima di morire costruirai un monastero in mio onore, prendi queste tre pietruzze e ricordati che il tuo edificio dovrà essere fondato sulla fede costante e la confessione dell'altissima e indivisibile Trinità". Alla notizia dei prodigi che Dio operava per mezzo di Agnese, gli abitanti di Proceno (Viterbo), chiesero alle religiose che anche tra loro fondassero un monastero. L'incarico fu affidato a Suor Margherita, ma ella accettò a condizione che le fosse data, come compagna, Agnese. I procenesi rimasero tanto entusiasti delle straordinarie virtù della santa che la vollero eleggere, con dispensa di Martino IV, superiora del monastero, benché non avesse che quindici anni. Alle religiose e alle giovinette che si raggrupparono attorno a lei, diede l'esempio di una straordinaria mortificazione. Era inspiegabile come potesse vivere nutrendosi abitualmente di pane e acqua e dormendo per terra, con una pietra sotto il capo. Era tanto presa dal desiderio di pregare incessantemente da levare alte grida quando qualche religiosa le si avvicinava, senza necessità, durante l'orazione. Sovente Dio cosparse di fiori il luogo in cui si soffermava a pregare in ginocchio, e le coprì il mantello di manna, divisa in molti grani a forma di croce. Il giorno stesso in cui il vescovo andò a benedirle il velo e a insediarla nel suo ufficio di badessa, la manna discese straordinariamente abbondante su di lui, sui sacerdoti che l'accompagnavano e sulla mensa dell'altare. Meravigliati, tutti ne raccolsero a piene mani e notarono con sorpresa che ogni grano aveva la forma di croce. Agnese di quando in quando andava tutta sola a pregare nell'orto accanto ad un olivo. Il Signore, perché non interrompesse la dolcezza del colloquio che aveva con lui, le mandò per dieci domeniche consecutive un angelo a comunicarla. In altre occasioni il celeste messaggero le portò un pugno di terra presa nel luogo dove il Figlio di Dio aveva sparso il suo sangue, e un coccio del catino in cui la Madonna aveva lavato tutte le mattine il Bambino Gesù. Un giorno Agnese desiderò di vedere, il Signore. Nella notte dell'Assunzione, Maria SS. le apparve con in braccio il Figlio divino e glielo diede da baciare. Quando glielo richiese per ritornarsene in Paradiso, Agnese si rifiutò di riconsegnarglielo. Prevedendo tuttavia di non uscire vittoriosa da quella contesa, afferrò una crocettina che il Bambino Gesù portava al collo e gliela strappò. Privata di quella visione, Agnese sentì al cuore una trafitta così forte che, levando alte grida, si abbandonò in terra quasi priva di sensi. La crocettina esiste ancora e viene mostrata al popolo con le altre reliquie nell'anniversario della morte della santa. Agnese ebbe da Dio il dono dei miracoli. Quasi tutte le cose che toccava per distribuirle alle suore, si trovavano sovente o aumentate o migliorate. Più volte moltiplicò le cibarie e i denari occorrenti per pagare i muratori. Un giorno venne a mancare il pane. All'ora del desinare Agnese volle sedersi ugualmente a tavola, con le altre religiose. Dopo aver tessuto loro l'elogio della pazienza, si raccolse in preghiera, sollevò gli occhi e le mani al cielo come per accogliere qualcosa che le veniva dall'alto, e le ritrasse alla presenza di tutte con un pane freschissimo, recante ancora sotto di sé la cenere del forno. Al diffondersi della fama di tanti prodigi, due camaldolesi discesero d'inverno dai loro romitori per farle visita. Dopo un lungo intrattenimento sulla vita spirituale, Agnese li fece sedere a tavola e li invitò a cibarsi delle elemosine fatte al monastero da pii benefattori. Mentre tra un boccone e l'altro continuavano a ragionare di Dio, d'improvviso apparve sopra un piatto una freschissima rosa. Alla sorpresa dei due eremiti, la santa esclamò: "II Signore ha voluto mandare questo fiore estivo per mostrare quanto le vostre parole hanno riscaldato il mio spirito illanguidito, con il fuoco della carità". A Proceno Agnese rimase una ventina d'anni ma, per le penitenze che continuamente praticava, contrasse una grave malattia, da cui più non guarì. Per volere dei medici e dei superiori dovette moderare le austerità. Ne approfittarono le suddite per prepararle uno squisito piatto di carne. Provando un invincibile avversione a quel brusco cambiamento di cibo, Agnese supplicò il Signore che glielo trasformasse in pesce ed egli all'istante la esaudì. Gli abitanti di Montepulciano, entusiasmati delle meraviglia che udivano raccontare della loro concittadina, andarono a scongiurarla di ritornare tra di loro a fondare un monastero. Memore delle pietruzze ricevute in visione, Agnese accolse l'invito e col permesso di Ildebrandino, vescovo di Arezzo (1306), rilasciato a Fra Bonaventura Buonaccorsi da Pistola, Priore dei Servi di Maria in Montepulciano, eresse tra grandi privazioni il monastero di Santa Maria Novella, prima gotto la regola di S. Agostino e quindi di S. Domenico. A Montepulciano la salute di Agnese peggiorò. Per nove domeniche consecutive un angelo la condusse in visione sotto un olivo dell'orto e le diede da bere l'amarissimo calice della Passione di Gesù, per indicarle che sarebbe giunta alla beatitudine attraverso molte sofferenze. Per volere dei superiori Agnese si recò alle acque di Chianciano. Iddio premiò con molti miracoli quell'atto di ubbidienza. Difatti, subito dopo l'arrivo di lei, cominciò a venire giù dal cielo un fitta pioggia di manna che ricoprì lo stabilimento termale. Nel luogo in cui la santa s'immerse, sgorgò una nuova polla d'acqua calda che ridonò la salute ai malati che in essa si tuffarono. Durante il periodo di cura, essendo venuto a mancare il vino, Agnese, piena di compassione per le commensali, tramutò con un segno di croce l'acqua, attinta alla fontana, in vino molto prelibato. Una bambina, nell'affettare il pane sulle proprie ginocchia, si era ferita col coltello fino all'osso, Agnese andò ad immergerla nella polla sgorgata prodigiosamente pochi giorni prima e la ritrasse guarita. Un bambino, rimasto incustodito, era entrato nell'acqua e vi era affogato. Agnese lo portò in disparte, si prostrò in preghiera davanti a lui, gli tracciò sopra il segno di croce e lo restituì vispo come prima alla madre desolata. Nonostante la fama di tanti prodigi, un giorno, mentre entrava nei locali delle ferme, alcuni giovinastri diedero la baia ad Agnese. Ella frenò lo sdegno di coloro che l'accompagnavano, poi, tornata alla casa ospitale, fece tirare il collo a certi polli, portati dal monastero in considerazione della sua salute, e li fece portare ai giovani insolenti. Costoro, vinti dall'amabile cortesia di lei, andarono a chiederle scusa degli sberleffi, ginocchioni e con la cintola al collo. La santa li invitò cortesemente ad alzarsi e protestò di sentirsi loro molto obbligata perché, col mettere alla prova la sua pazienza, le avevano dato modo di avvantaggiarsi spiritualmente. Nonostante le cure, Agnese ritornò a Montepulciano ancora più malata. Non per questo lasciò di spingere le sue religiose alla perfezione con l'esempio e l'esortazione. Del resto, le sue figlie spirituali si guardavano bene dal commettere qualsiasi mancanza perché sapevano per esperienza come la loro superiora avesse pure il dono della scrutazione dei cuori e della profezia. Un giorno, mentre ella pregava con loro davanti ad un'immagine della Madonna, per la pace di Montepulciano, d'un tratto vide il volto della Vergine contrarsi con spasimo, stillare gocce di sudore e trarre un respiro breve e affannoso. La santa comprese che, a causa dei peccati di molti, la città sarebbe stata sconvolta dalla guerra. Infatti, nella prima metà del secolo XIV, i fratelli Jacopo e Nicolò Della Pecora, si misero in testa di sottrarre Montepulciano al dominio dei senesi, ma inutilmente, nonostante l'aiuto ora di Perugia, ora di Firenze. Consunta dalle fatiche, Agnese si mise a letto e si dispose alla morte. Alle religiose piangenti disse: "Se mi amaste veramente, non piangereste così; gli amici si rallegrano del bene che capita ai loro amici. Il più grande bene che mi possa capitare, è di andarmene allo sposo. Siate fedeli a uno sposo così buono! Perseverate sempre nell'ubbidienza e vi prometto di esservi più utile in ciclo che se restassi tra voi". Poco dopo sollevò gli occhi e le mani al cielo e disse sorridendo; "II mio amato mi appartiene, io non lo abbandonerò più!". Agnese morì il 20 aprile 1317, a mezzanotte, e apparve a molti in diverse località. Il suo corpo, deposto nella chiesa del monastero, che prese il nome di Sant'Agnese, emanò una deliziosa fragranza e sanò molti malati, I poliziani invece di affidare alla terra il suo corpo, mandarono alcune persone fidate a Genova affinché, a qualunque prezzo, comprassero unguenti con cui spalmare il corpo della vergine e conservarlo incorrotto il più a lungo possibile. Appena essi partirono, le punte delle dita di Agnese cominciarono a stillare fitte e abbondanti gocce di un prezioso liquore al cui contatto ciechi, zoppi e rattrappiti riacquistarono la salute. S. Agnese fu canonizzata il 10 dicembre 1726 da Benedetto XIII. Il suo corpo si conservò incorrotto. Nel 1374 Dio rivelò a S. Caterina da Siena che in cielo avrebbe goduto una gloria uguale a quella di Agnese da Montepulciano. Le venne quindi il desiderio di andarne a venerare le reliquie, ma mentre si chinava per baciarle i piedi, Agnese sollevò fino al labbro di lei il piede destro e rinnovò il prodigio della manna.


Autore: 
Guido Pettinati


Per me non se ne salva uno

Per me non se ne salva uno!!!!!👎 Perché tengono alla poltrona e non lo fanno per passione!!!!👎

domenica 19 aprile 2026

L'albero è una mamma


 

Una seria risata

 

Emozionarsi


 

La Morte di Ermengarda.

 La Morte di Ermengarda.

                                                           

                       SPARSE le trecce morbide

                    Sull’affannoso petto,
                              Lenta le palme, e rorida
                              Di morte il bianco aspetto,
                              Giace la pia, col tremolo
                              Guardo cercando il ciel.
                         Cessa il compianto: unanime
                              S’innalza una preghiera:
                              Calata in sulla gelida
                              Fronte, una man leggiera
                              Sulla pupilla cerula
                              Stende l’estremo vel.
                         Sgombra, o gentil, dall’ansia
                              Mente i terrestri ardori;
                              Leva all’Eterno un candido
                              Pensier d’offerta, e muori:
                              Fuor della vita è il termine
                              Del lungo tuo martir.
                         Tal della mesta, immobile
                              Era quaggiuso il fato:
                              Sempre un obblìo di chiedere
                              Che le saria negato,
                              E al Dio dei santi ascendere
                              Santa del suo patir.
                         Ahi! nelle insonni tenebre,
                              Pei claustri solitari,
                              Fra il canto delle vergini,
                              Ai supplicati altari,

                              Sempre al pensier tornavano
                              Gl’irrevocati dì;
                         Quando ancor cara, improvida
                              D’un avvenir mal fido,
                              Ebbra spirò le vivide
                              Aure del Franco lido,
                              E fra le nuore Saliche
                              Invidïata uscì:
                         Quando da un poggio aereo,
                              Il biondo crin gemmata,
                              Vedea nel pian discorrere
                              La caccia affaccendata,
                              E sulle sciolte redini
                              Chino il chiomato sir;
                         E dietro a lui la furia
                              De’ corridor fumanti;
                              E lo sbandarsi, e il rapido
                              Redir dei veltri ansanti;
                              E dai tentati triboli
                              L’irto cinghiale uscir;
                         E la battuta polvere
                              Rigar di sangue, colto
                              Dal regio stral: la tenera
                              Alle donzelle il volto
                              Volgea repente, pallida
                              D’amabile terror.
                         O Mosa errante! oh tepidi
                              Lavacri d’Aquisgrano!
                              Ove, deposta l’orrida
                              Maglia, il guerrier sovrano
                              Scendea del campo a tergere
                              Il nobile sudor!
                         Come rugiada al cespite

                              Dell’erba inaridita,
                              Fresca negli arsi calami
                              Fa rifluir la vita,
                              Che verdi ancor risorgono
                              Nel temperato albor:
                         Tale al pensier, cui l’empia
                              Virtù d’amor fatica,
                              Discende il refrigerio
                              D’una parola amica,
                              E il cor diverte ai placidi
                              Gaudi d’un altro amor.
                         Ma come il sol che reduce
                              L’erta infocata ascende,
                              E con la vampa assidua
                              L’immobil aura incende,
                              Risorti appena i gracili
                              Steli rïarde al suol:
                         Ratto così dal tenue
                              Obblìo torna immortale
                              L’amor sopito, e l’anima
                              Impaurita assale,
                              E le svïate immagini
                              Richiama al noto duol.
                         Sgombra, o gentil, dall’ansia
                              Mente i terrestri ardori;
                              Leva all’Eterno un candido
                              Pensier d’offerta, e muori:
                              Nel suol che dee la tenera
                              Tua spoglia ricoprir,
                         Altre infelici dormono,
                              Che il duol consunse: orbate
                              Spose dal brando, e vergini
                              Indarno fidanzate;

                              Madri che i nati videro
                              Trafitti impallidir.
                         Te, dalla rea progenie
                              Degli oppressor discesa,
                              Cui fu prodezza il numero,
                              Cui fu ragion l’offesa,
                              E dritto il sangue, e gloria
                              Il non aver pietà,
                         Te collocò la provida
                              Sventura infra gli oppressi:
                              Muori compianta e placida;
                              Scendi a dormir con essi:
                              Alle incolpate ceneri
                              Nessuno insulterà.
                         Muori; e la faccia esanime
                              Si ricomponga in pace;
                              Com’era allor che improvida
                              D’un avvenir fallace
                              Lievi pensier virginei
                              Solo pingea. Così
                         Dalle squarciate nuvole
                              Si svolge il sol cadente,
                              E dietro il monte imporpora
                              Il trepido occidente:
                              Al pio colono augurio
                              Di più sereno dì.


Alessandro Manzoni

Dagli atrii muscosi


Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti

Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti,
dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
dai solchi bagnati di servo sudor,
un volgo disperso repente si desta;
intende l’orecchio, solleva la testa        
percosso da novo crescente romor.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
qual raggio di sole da nuvoli folti,
traluce de’ padri la fiera virtù:
ne’ guardi, ne’ volti confuso ed incerto         
si mesce e discorda lo spregio sofferto
col misero orgoglio d’un tempo che fu.

S’aduna voglioso, si sperde tremante
per torti sentieri, con passo vagante,
fra tema e desire, s’avanza e ristà;         
e adocchia e rimira scorata e confusa
de’ crudi signori la turba diffusa,
che fugge dai brandi, che sosta non ha.

Ansanti li vede, quai trepide fere,
irsuti per tema le fulve criniere,         
le note latebre del covo cercar;
e quivi, deposta l’usata minaccia,
le donne superbe, con pallida faccia,
i figli pensosi pensose guatar.

E sopra i fuggenti, con avido brando,        
quai cani disciolti, correndo, frugando,
da ritta, da manca, guerrieri venir:
li vede, e rapito d’ignoto contento,
con l’agile speme precorre l’evento
e sogna la fine del duro servir.         

Udite! quei forti che tengono il campo,
che ai vostri tiranni precludon lo scampo,
son giunti da lunge, per aspri sentier:
sospeser le gioie dei prandi festosi,
assursero in fretta dai blandi riposi,        
chiamati repente da squillo guerrier.

Lasciar nelle sale del tetto natio
le donne accorate, tornanti all’addio,
a preghi e consigli che il pianto troncò:
han carca la fronte de’ pesti cimieri,       
han poste le selle sui bruni corsieri,
volaron sul ponte che cupo sonò.

A torme, di terra passarono in terra,
cantando giulive canzoni di guerra,
ma i dolci castelli pensando nel cor:    
per valli petrose, per balzi dirotti,
vegliaron nell’arme le gelide notti,
membrando i fidati colloqui d’amor.

Gli oscuri perigli di stanze incresciose,
per greppi senz’orma le corse affannose,  
il rigido impero, le fami durar:
si vider le lance calate sui petti,
a canto agli scudi, rasente agli elmetti,
udiron le frecce fischiando volar.

E il premio sperato, promesso a quei forti,  
sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
d’un volgo straniero por fine al dolor?
Tornate alle vostre superbe ruine,
all’opere imbelli dell’arse officine,
ai solchi bagnati di servo sudor.     

Il forte si mesce col vinto nemico,
col novo signore rimane l’antico;
l’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
si posano insieme sui campi cruenti      
d’un volgo disperso che nome non ha.

Alessandro Manzoni

20 aprile Sant' Agnese da Montepulciano

Sant' Agnese da Montepulciano   Vergine Gracciano Vecchio, Siena, circa 1268 - Montepulciano, Siena, 20 aprile 1317 Etimologia:  Agnese ...