mercoledì 4 novembre 2026

Ci donarono

 


Quando mi dispero

 


Giosuè Carducci

IL PASSO DI RONCISVALLE

— Fermi, fermi cavalieri,
Ché il re mandavi a contar.—
E contarono e contarono;
Uno sol venne a mancar;
Era questi don Beltramo
Sí gagliardo a battagliar.
Là ne’ campi d’Alventosa
Tutti a dosso a lui serrâr:
Sol de’ monti al triste passo
Lo poterono ammazzar.

Tiran sette volte a sorte
Chi dovesse irlo a cercar.
Su ’l buon vecchio di suo padre
Tutt’e sette ricascâr:
Le tre fu la rea fortuna,
Quattro fu malvagità.
Volge la briglia al cavallo,
A l’amara cerca va:
Va la notte per la strada,
Per la selva il giorno va.

Vanne il vecchio e seco piange,
Cheto piange ne l’andar,
A i pastori dimandando
Se han veduto indi passar
Cavaliere d’armi bianche
Sur un sauro a cavalcar.
— Cavaliere d’armi bianche
Sur un sauro a cavalcar
Non vedemmo in queste parti
Non vedemmo alcun passar. —

E cavalca via e cavalca
Fin che giunge a Roncisval.
Fra la strage va il vegliardo,
Fra la strage lento va:
Tanto volta e volta i morti
Che le braccia stracche n’ha:
Non ritrova quel che cerca,
E né meno il suo segnal:
I francesi vide tutti,
Ma non vide don Beltran.

Malediva, andando, il vino;
Malediva, andando, il pan,
Quel che mangia il saracino
E non quello del cristian.
Malediva arbor che nasce
Solo a i campi senza ugual,
Ché del ciel tutti gli uccelli
Vi si vengono a posar,
Né di rami né di foglie
Non lo lascian rallegrar.

Maledía cavalier ch’usi
Senza paggio cavalcar:
Se gli cade in via la lancia,
Non ha uno a raccattar:
Se gli cade in via lo sprone,
Non ha uno a ricalzar.
Malediva anche la donna
Che un sol figlio seppe far:
Se l’uccidono i nemici,
Non ha uno a vendicar.

A l’uscir del pian sabbioso,
D’una gola in su l’entrar,
Vide un moro a una bertesca
Solo e ritto a vigilar.
Gli parlò l’araba lingua,
Come quei che ben la sa:
— Moro, prègoti per Dio:
Moro, dimmi in verità:
Cavaliere d’armi bianche
Vedestú passar di qua?

Lo vedesti a notte bruna
O del gallo su ’l cantar?
Ché se tu lo tieni preso,
Peso d’oro te ’n vo dar:
Che se tu lo tieni morto,
Rendimel per sotterrar;
Poi che corpo senza l’alma
Un denaro piú non val. —
— Dimmi, amico, il cavaliere
Dimmi tu, che segni ha? —

— Le sue armi sono bianche,
Ed è sauro il suo caval.
Ne la guancia destra ha un segno
Che un sparvier lasciato gli ha:
Lo beccò ch’era bambino,
E ne porta anche il segnal.
Su la punta de la lancia
Leva un candido zendal:
Ricamòglielo la dama
Tutto di punto real. —

— Questo cavaliere, amico,
In quel prato morto sta:
Ha le gambe dentro l’acqua,
Ne la rena il corpo egli ha.
Sette punte egli ha nel petto,
Non si sa qual piú mortal;
Che per l’una gli entra il sole,
La luna per l’altra va,
Ne la piú piccola stavvi
L’avvoltoio a divorar. —

— Non do colpa al mio figliuolo,
Né vo’ a’ Mori colpa dar;
Do la colpa al suo cavallo,
Che no ’l seppe ritornar. —
O miracol! chi ’l direbbe,
Chi ’l potrebbe raccontar?
Il cavallo mezzo morto
Cosí prese a favellar:
— Non mi dare a me la colpa,
Che no ’l seppi ritornar.

Ben tre volte trassi a dietro
Per poterlo in salvo trar:
Tre mi diè di sprone e briglia
Pe ’l desío di battagliar,
E tre apersemi le cigne,
Allargommi il pettoral:
A la terza caddi a terra
Con questa piaga mortal. —

 Giosuè Carducci 

In alto! in alto!

In alto! in alto!

E' l'ora. Sul colle adunata,
in vista di tutta la storia,
mentre squillan le trombe,
si leva nel ciel la giovinezza
all'alba del suo tempo nuovo,
e mostra l'armi pronte.
Vanghe e martelli buoni alla fatica
del nostro forte braccio; gli strumenti
d'ogni arte che sa la gloria antica,
e l'ala nuova domina i venti.
Spade corte, romane; audaci insegne
già da cento vittorie incoronate,
or di novello lauro certe e degne.
Ma questo saldo cuor che ci arde in petto
è l'arma più sicura e più possente;
se la spada si spezza, se l'elmetto
si fende, il cuor ancor dice "presente",
e va incontro all'orrore degli abissi,
dei minacciosi mostri va all'assalto;
splende la fiamma sua negli occhi fissi
al termine e alla gloria: in alto! in alto!

Giuseppe Fanciulli

Turi Pandolfini

Turi Pandolfini, all'anagrafe Salvatore Pandolfino
è stato un attore italiano.
Nipote di Angelo Musco, figlio della sorella Anna e di Giuseppe Pandolfino, lavorò a lungo nella sua compagnia teatrale. Negli anni Venti, fu attore di rilievo nella compagnia di Luigi Pirandello. Dagli anni Trenta agli anni Cinquanta, lavorò in una cinquantina di film in cui interpretava ruoli di anziani brontoloni e collerici, aiutato dalle caratteristiche fisiche e dall'accento catanese. Tra i suoi film sono da citare 1860 (1934), Anni facili (1953), Un giorno in pretura (1954), Accadde al penitenziario (1954), l'episodio La giara in Questa è la vita (1954), Racconti romani (1955), Mi permette, babbo! (1956), Arrivano i dollari! (1956). Morì a 78 anni; la sua salma riposa al cimitero monumentale di Catania.

Meglio sorridere

 


4 novembre Santi Vitale e Agricola

Santi Vitale e Agricola
Protomartiri bolognesi
Emblema: Palma

Le notizie sui due protomartiri bolognesi si fondano su un’autentica affermazione del vescovo milanese Sant’Ambrogio nel 392, nonché una di San Paolino di Nola del 403. Negli Acta Sanctorum sono inoltre stati inclusi due racconti attribuiti anch’essi allo stesso Ambrogio. Assolutamente sconosciuti erano stati Vitale ed Agricola sino al 392, anno in cui il vescovo bolognese Eusebio annunciò il ritrovamento dei loro resti in un cimitero ebreo dell’odierno capoluogo emiliano. Egli diede loro nuova sepoltura con rito cristiano, evento al quale presenziò anche Sant’Ambrogio, rivolgendosi ai martiri nell’omelia ed invitando la popolazione a venerarne le reliquie. Il culto dei due santi martiri si diffuse in Occidente grazie all’impulso dato da Ambrogio che, oltre a scrivere di loro, volle traslare a Milano parte delle reliquie e ne donò poi parte a Firenze. Numerosi vescovi si sentirono così spinti a richiederne per le loro cattedrali. Il culto mantenne comunque il suo epicentro a Bologna, ove una basilica fu edificata appositamente per custodire le loro spoglie, in seguito trasferite nell’adiacente cappella. Poco sappiamo dunque circa la vita dei due santi. Pare che Agricola fosse un cittadino cristiano di Bologna e Vitale il suo servitore. Questi aveva seguito il padrone anche nella sua religione e fu il primo a coronare la sua vita con il martirio: condotti infatti entrambi nell’arena, Vitale fu torturato in tutto il corpo sino alla morte. Gli aguzzini pensavano che alla vista delle sue sofferenze, Agricola avrebbe perso la sua determinazione nel dichiararsi cristiano, ma invece tutto ciò ebbe l’effetto inverso di quanto sperato. Agricola fu infatti fortificato ed incoraggiato dalla morte del suo fedele servo ed affronto con grande coraggio la crocifissione, testimoniando sino alla fine la sua fede cristiana. Il suo corpo fu anche trafitto con chiodi.

PREGHIERA

Ti benediciamo e ti ringraziamo, Padre,
per il dono del martirio nei nostri fratelli Vitale e Agricola:
dal loro sangue fecondo hai fatto germogliare la Chiesa di Bologna
e nella fraterna solidarietà dello schiavo e del padrone
ci hai dato un fulgido esempio di umanità riconciliata nell’amore di Cristo.
Per la loro solidale intercessione donaci di essere testimoni coraggiosi della fede,
pietre vive della tua Chiesa, operatori di comunione e di pace.
Te lo chiediamo, Padre, nello Spirito Santo, per Cristo nostro Signore. Amen. 


Autore: Fabio Arduino


Ci donarono