mercoledì 5 agosto 2026

Hai presente il vento?


 

Maria Rita Parsi

Maria Rita Parsi
(
Roma, 5 agosto 1947Roma, 2 febbraio 2026) è stata una psicologa, psicoterapeuta e scrittrice italiana.

Componente dell'Osservatorio nazionale per l'infanzia e l'adolescenza e membro del Comitato ONU sui diritti del fanciullo, pubblicò più di 100 libri di tipo scientifico, letterario e divulgativo. Era presidente della Fondazione Movimento Bambino Onlus, erede di sue esperienze di animazione socioculturali già attive dal 1975. Durante il suo percorso professionale lavorò come psicopedagogista e psicoterapeuta. Nel 1986 partecipò alla sceneggiatura delle serie televisiva Professione vacanze il cui attore protagonista, Jerry Calà, era stato in precedenza suo paziente. Elaborò e mise a punto una "metodologia operativa, applicabile in ambito psicologico, socio-pedagogico e psicoterapeutico, denominata psicoanimazione". Fondò e diresse la SIPA (Scuola Italiana di Psicoanimazione), istituto di ricerca, ad orientamento umanistico, per lo sviluppo del potenziale umano. Nel 1992 diede vita all'Associazione Onlus "Movimento per, con e dei bambini", divenuta dal 2005 Fondazione Movimento Bambino Onlus che opera per la diffusione della cultura dell'infanzia e dell'adolescenza e si batte contro gli abusi e i maltrattamenti su bambini e ragazzi, e per la loro tutela giuridica e sociale. Partecipò a numerose trasmissioni televisive in qualità di esperta nelle sue discipline; fu anche tra i conduttori di Junior TV. Collaborò come editorialista a molti quotidiani e periodici nazionali, tra cui Il Messaggero, Il Resto del Carlino, Il Giorno, La Nazione, Oggi, Starbene, Donna Moderna, Riza PsicosomaticaDal 1995 era iscritta come giornalista pubblicista all'Ordine dei giornalisti del LazioÈ deceduta improvvisamente all'età di 78 anni.
Incarichi Istituzionali

RIDATECI LA MAMMA

Ridateci la mamma,
la mamma che faceva il pane nel suo lindo grembiule a quadretti,
tale e quale ai grembiuli che le cucivamo
durante le lezioni di economia domestica
per farle un’improvvisata
alla Festa della Mamma-
la mamma, che non aveva un lavoro
perché che bisogno c’era che ne avesse uno,
che ci impacchettava il pranzo da portare a scuola –
il panino al tonno, la mela,
i biscotti di farina d’avena avvolti in carta oleata –
con gli elastici che conservava in un barattolo;
che al nostro ritorno era sempre a casa,
a stirare
o a fare qualcosa di altrettanto noioso,
che faceva un fiacco sorriso da donna di fatica in trappola
quando le scivolavamo accanto
diretti al telefono,
pieni di scontrosità e disprezzo
e decisi a non diventare mai come lei.
Ridateci la mamma,
che voleva fare la pianista concertista
ma non ne ha mai avuto l’occasione
e ci ha fatto prendere lezioni di piano,
che non sopportavamo –
la mamma di cui mangiavamo con avidità
le rotelle di aspic e le insalate Jello,
anche se poi le disprezzavamo –
la mamma, che faceva il brasato, brava con le cipolle
ma in ansia quando aveva a che fare con l’aglio,
a cui regalavamo una padella nuova di zecca
ogni santo Natale –
proprio quello che desiderava –
la mamma con il rossetto scuro sulle labbra,
che sorrideva in bianco e nero
dalle pubblicità del sapone, dell’Aspirina e della carta igienica,
la mamma, con la sua vita segreta
di mal di testa e bucati macchiati
e mucose irritate –
la mamma, che conosceva la sporcizia,
e nascondeva la sporcizia, e faceva il lavoro sporco,
e non vedeva mai né noi
né se stessa abbastanza puliti –
e che credeva
ci fosse dell’altra sporcizia
di cui bisognava parlare ai bambini,
e non l’ha fatto,
perché sarebbe stata pericolosa solo in seguito.
Ci manchi, mamma,
anche se sei stata felicemente insultata
su libri e riviste
per avere rovinato i tuoi bambini
- che saremmo noi –
per non averli amati abbastanza,
per averli amati troppo,
per aver voluto troppo amore da loro,
per una certa incapacità di amare –
(la mamma, lasciata per la segretaria
dal marito che le ha pagato gli alimenti,
la mamma, che beveva da sola
il pomeriggio, guardando la TV,
che si tingeva i capelli di un’improponibile
sfumatura di rosso, che alle feste
flirtava con gli amici del marito,
cercando con tutte le sue forze
di non sprofondare sotto la linea
di demarcazione tra coraggio e disperazione –
e che è stata portata via
e rinchiusa, perché un giorno
ha cominciato a gridare e non voleva saperne di smettere,
e ha fatto qualcosa di molto brutto
che le forbici da cucina –
Ma quella non eri tu, no, non
era la mamma che avevamo in mente, era
la pazza in fondo alla strada –
era solo una signora
divenuta vittima
di incidenti non visti,
e poi quella storia orrenda…)
Ritorna, ritorna, oh, mamma,
dalla follia o dalla morte
o dalla nostra memoria danneggiata –
appari così com’eri:
Regina della griglia da cialde,
generosa dispensatrice di dentifricio,
maga del Mercurocromo,
giocatrice di fumose partite di bridge
nelle quali vincevi in secondo premio – degli strofinacci,
che covavi uova per rammendare
da cui uscivano solo calze,
che bollivi un orribile porridge –
arrampicati di nuovo sulla scatola del preparato per torte,
assumi l’aria vivace e competente di un tempo –
Se solo potessimo chiamarti –
Vieni mamma, Vieni mamma –
e tu arrivassi ticchete tacchete
sui tuoi tacchi cubani che portavi di giorno,
odorante di lavello e lillà,
( con il sedere rinchiuso nel busto
che ti sfilavi la sera
con un sospiro simile al fiato di una palude),
dicendo Che c’è ora,
e noi potessimo imprigionarti
in una rete, e metterti in gabbia
nel tuo bungalow, dov’è il tuo posto,
e fartici restare –
Allora andrebbe tutto bene,
come quando potevamo rimanere a giocare
fin dopo che faceva buio nelle sere di primavera,
e poi dormivamo senza paura
perché tu ti gettavi davanti alla paura
e ci facevi scudo con il tuo corpo –
E tu sarai là, con la tua vestaglia di cotone,
stringendo una molletta di legno
tra i denti, mentre il bucato sventola
sulla corda con cui una volta hai pensato per un istante
di impiccarti –
ma dimenticalo! Tu sarai là,
intonando una canzone della tua giovinezza
come se il tempo non fosse passato,
e noi potremo essere di nuovo spensierati,
e vergognarci di te,
e ignorarti come facevamo una volta,
e i buchi nel mondo saranno riparati.

Margaret Atwood

Visto che la RAI

 


5 agosto Dedicazione della basilica di Santa Maria Maggiore

 


5 agosto 
Dedicazione della basilica di Santa Maria Maggiore
 La basilica di santa Maria Maggiore sull'esquilino di Roma, che viene considerata il più antico santuario mariano d'Occidente

Monumenti di pietà mariana, a Roma, sono quelle stupende chiese, erette in gran parte sul medesimo luogo dove sorgeva qualche tempio pagano. Bastano pochi nomi, tra i cento titoli dedicati alla Vergine, per avere le dimensioni di questo mistico omaggio alla Madre di Dio: S. Maria Antiqua, ricavata dall'Atrium Minervae nel Foro romano; S. Maria dell'Aracoeli, sulla cima più alta del Campidoglio; S. Maria dei Martiri, il Pantheon; S. Maria degli Angeli, ricavata da Michelangelo dal "tepidarium" delle Terme di Diocleziano; S. Maria sopra Minerva, costruita sopra le fondamenta del tempio di Minerva Calcidica; e, più grande di tutte, come dice lo stesso nome, S. Maria Maggiore, la quarta delle basiliche patriarcali di Roma, detta inizialmente Liberiana, perché identificata con un antico tempio pagano, sulla sommità dell'Esquilino, che papa Liberio (352-366) adattò a basilica cristiana. Narra una tardiva leggenda che la Madonna, apparendo nella stessa notte del 5 agosto del 352 a papa Liberio e ad un patrizio romano, li avrebbe invitati a costruire una chiesa là dove al mattino avrebbero trovato la neve. Il mattino del 6 agosto una prodigiosa nevicata, ricoprendo l'area esatta dell'edificio, avrebbe confermato la visione, inducendo il papa e il ricco patrizio a metter mano alla costruzione del primo grande santuario mariano, che prese il nome di S. Maria "ad nives", della neve. Poco meno di un secolo dopo, papa Sisto III, per ricordare la celebrazione del concilio di Efeso (431) nel quale era stata proclamata la maternità divina di Maria, ricostruì la chiesa nelle dimensioni attuali. Di quest'opera rimangono le navate con le colonne e i trentasei mosaici che adornano la navata superiore. All'assetto attuale della basilica contribuirono diversi pontefici, da Sisto III che poté offrire "al popolo di Dio" il monumento "maggiore" al culto della beata Vergine (alla quale rendiamo appunto un culto di iperdulia cioè di venerazione maggiore a quello che attribuiamo agli altri santi), fino ai papi della nostra epoca. La basilica venne anche denominata S. Maria "ad praesepe", già prima del secolo VI, quando vi furono portate le tavole di un'antica mangiatoia, che la devozione popolare identificò con quella che accolse il Bambino Gesù nella grotta di Betlem. La celebrazione liturgica della dedicazione della basilica è entrata nel calendario romano soltanto nell'anno 1568.


Autore: Piero Bargellini

la coscienza di una pianta

“la coscienza di una pianta nel cuore dell’inverno non è rivolta all’estate che è passata,ma alla primavera che arriverà.  La pianta non pensa ai giorni ormai trascorsi,ma a quelli che verranno. Se le piante sono sicure che la primavera verrà, perchè noi, esseri umani, non crediamo che un giorno saremo capaci di raggiungere e ottenere tutto ciò che vogliamo?”

kahlil gibran

Dovremmo piangere ma......Sorridiamo

 


Hai presente il vento?