mercoledì 30 settembre 2026

Pasquale vedetta

Pasquale vedetta.

Colonne fluttuanti
di scapigliate nebbie.
Sorgono e si sommergono
ignudi scenari di rocce.
Le dedale trincee,
faticose, serpeggiano
per entro a sfaldati macigni.
Sovra i cupi elmetti ferringni
l'umida tènebra dà gocce.
Ma ravvolti tra le mantelle
fràdice stan corpi temprati
da selvagge procelle.
E' la fiacca ora dell'accidia;
è l'ora più cara all'insidia.
_Chi va là?_
nel buio, a due passi, sfavilla
il ferro d'una baionetta.
_Son io, vedetta!
Son l'ispezione, il capitano!_
_Avanti!_
Immobile, di sotto
a un baldacchin di teli e di coperte,
rassomiglia un inerte
impagliato fagotto
a spauracchio di falchi e di poiane.
_Avanti!_
_ Sei tu Pasquale? Ebben che nuove?
_Nessun si muove
stanotte, capitano.
Queste son nottatacce.
Nemmeno s'odono
quelle bestiacce
dei topi che rodono
i reticolati
e ci fanno mozzare il respiro.
_Addio, Pasquale, io seguito il mio giro.
Fà buona guardia; sono tempi cattivi,
son notti di colpi furtivi.
_Non tema, che qui ci sono io!
E è tanto che faccio ' sta vita.
Arrivederci, buona gita.
Il rude veterano,
dal corpo e dall'anima salda,
per darmi una prova spavalda
del suo cuore sereno,
accompognandosi con l'unghie
sopra la baionetta
sommesso sommesso fischietta:
" Ella mi crede libero e lontano".
Ella_ e sorrido!
Anche Pasquale fa la serenata.
Ella?_e cammino.
Frusta il silenzio
lo schiocco secco d'una fucilita.
Un grido?
Nulla, nulla.
Sarà quel nervoso cecchino,

là, che spara quando gli frulla.
Un caporale mi raggiunge
ansando:
_Capitano! una pattuglia
d'austriaci sotto il nostro reticolato!
Quel colpo? ha udito? or ora l'han sparato
contro la vedetta numero tre.
Dicono che fischiava!
L'han colto nella testa.
Era Pasquale, sa? quel tipo allegro,
il veterano della compagnia.
Poverino, un minuto d'agonia
e subito è spirato!
Ha detti piano piano
perdendo sangue dalla bocca:
_...mia mamma...il capitano._

Arturo Marpicati.


Papa Vittore I°

Papa Vittore I°, talvolta erroneamente chiamato Vittorio I°
(
Africa Proconsolare, II secolo – Roma, 28 luglio 199),
è stato il 14º
vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica dal 189 al 199. 

È venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalle Chiese ortodosse, e dalla Chiesa copta (nella quale è conosciuto con il nome di Boktor). È stato il primo pontefice africano. Il Liber pontificalis lo presume originario dell'Africa, probabilmente di etnia berbera e riporta che suo padre si chiamava Felice.  Questa fonte, desumendo i dati dal Catalogo Liberiano, indica che Vittore regnò dal 186 al 197. Il testo armeno del Chronicon di Eusebio di Cesarea, tuttavia, posiziona l'inizio del pontificato di Vittore nel settimo anno di regno dell'imperatore Commodo (187) e gli accredita una durata di dodici anni; nella sua Historia Ecclesiastica Eusebio stesso, però, riposiziona l'inizio del pontificato al nono anno del regno di Commodo (189) e lo fa durare dieci anni. Durante gli ultimi anni del regno di Commodo (180-192) e i primi anni di quello di Settimio Severo (dal 193) la Chiesa di Roma poté godere di un periodo di pace privo di persecuzioni. L'opinione positiva sui cristiani che aveva Commodo viene generalmente attribuita all'influenza di Marcia, sua amante e poi moglie. Secondo la testimonianza di Ippolito di Roma, costei era favorevole ai cristiani, forse una cristiana lei stessa. Per ottenere la liberazione dei suoi confratelli condannati ai lavori forzati nelle miniere della Sardegna (ad metalla), convocò papa Vittore a Palazzo e si fece consegnare un elenco dei cristiani romani laggiù detenuti. Avendo ricevuto la grazia da parte dell'imperatore, Marcia spedì il presbitero Giacinto in Sardegna con l'ordine di liberazione per i cristiani. Fu la prima volta che l'impero romano andò incontro alla Chiesa e il suo vescovo in tema di persecuzioni. Fu anche la prima volta che, nonostante il clima di moralizzazione dei costumi adottato già dai predecessori di Vittore, e da lui stesso rigidamente seguito, il papa trovò un accordo "politico" con una donna che, nonostante si professasse cristiana, era notoriamente dedita a costumi dissoluti che la ponevano al limite della scomunica. Ireneo di Lione riportava che in questo periodo i cristiani ebbero molti incarichi ufficiali presso la Corte imperiale. Anche Settimio Severo, durante i primi anni del suo regno, guardò con favore i cristiani, lasciandoli nei posti chiave della sua corte. Tra coloro che rimasero a palazzo c'era un certo Proculo che una volta lo aveva addirittura curato. Questo imperatore protesse i cristiani dagli eccessi dei pagani, e suo figlio, Caracalla, ebbe persino una balia cristiana. In questo periodo il Cristianesimo fece grandi passi avanti nella capitale e trovò proseliti persino fra le famiglie ricche e nobili. Durante il suo pontificato, però, la Chiesa fu sconquassata da dissensi interni. Si acuì la disputa sulla celebrazione della Pasqua, di cui già si era discusso a lungo al tempo di papa Aniceto. I cristiani di Roma che erano immigrati dalle province dell'Asia erano soliti celebrare la Pasqua il 14º giorno del mese di Nisan, in qualsiasi giorno della settimana cadesse, come avrebbero fatto nelle loro terre d'origine; questa usanza portò agitazione all'interno della comunità cristiana di Roma. Papa Vittore decise, perciò, che ci dovesse essere uniformità nell'osservanza della festa pasquale e per questo cercò di persuadere i quartodecimani a seguire la pratica della Chiesa di Roma. Scrisse al vescovo Policrate di Efeso e gli suggerì di convocare gli altri vescovi asiatici per discutere della questione con loro. La riunione si tenne, ma nella lettera che spedì a papa Vittore, Policrate dichiarò che avrebbe fermamente continuato nell'usanza quartodecimana "osservata da così tanti santi e celebri vescovi della regione". Vittore tenne allora, a Roma, il primo sinodo romano di cui si abbiano notizie, e scrisse ai vescovi reggenti dei vari distretti, esortandoli a riunire i vescovi loro dipendenti e consigliarsi con loro sul problema della festa pasquale. Le risposte giunsero da tutte le parti del mondo cristiano: dal sinodo di Palestina, presieduto da Teofilo di Cesarea e Narciso di Gerusalemme; dal sinodo del Ponto, presieduto dall'anziano Palma; dalle comunità di Gallia, il cui vescovo era Ireneo di Lione; dai vescovi del regno di Osrhoene; e da singoli vescovi, come Bachilo di Corinto. Tutte queste risposte riportavano unanimemente che la Pasqua veniva osservata la domenica. Vittore, che in tutta la faccenda agì come capo dell'intera cristianità cattolica, fece quindi appello ai vescovi della provincia d'Asia affinché abbandonassero il loro costume ed accettassero la pratica di celebrare la Pasqua sempre di domenica. Se non avessero ottemperato non sarebbero più stati in comunione con la Chiesa di Roma. Questa procedura non piacque a tutti i vescovi. Ireneo di Lione ed altri scrissero a papa Vittore biasimandolo per la sua severità, esortandolo a mantenere pace e unità con i vescovi asiatici, e a intrattenere rapporti amichevoli con loro. Ireneo gli ricordò anche che i suoi predecessori avevano sempre mantenuto l'osservanza della domenica di Pasqua, come era giusto, ma non avevano interrotto le relazioni amichevoli e la comunione con vescovi asiatici solo perché questi seguivano un altro costume. Non si hanno ulteriori informazioni su come finì la storia dei vescovi asiatici sotto Vittore I. Certo è che nel corso del III secolo la pratica romana dell'osservanza della domenica di Pasqua divenne gradualmente universale. A Roma stessa, dove Vittore impose, naturalmente, l'osservanza della domenica di Pasqua a tutti i cristiani della capitale, un certo Blasto, un orientale, insieme ad alcuni seguaci contrari al papa, provocò uno scisma che, comunque, non crebbe d'importanza. Vittore ebbe anche delle difficoltà con un presbitero romano chiamato Florino, probabilmente proveniente dall'Asia Minore. Come ufficiale della corte imperiale, Florino ebbe modo di conoscere Policarpo di Smirne direttamente in Asia Minore, e in seguito divenne presbitero della Chiesa di Roma. Questi aderì allo Gnosticismo, diffondendo gli insegnamenti del teologo Valentino. Ireneo scrisse due trattati contro di lui e richiamò l'attenzione di Vittore anche sui suoi scritti, che riteneva pericolosi. Florino fu rimosso dalle sue funzioni sacerdotali e scomunicato. Durante il pontificato di Vittore un ricco cristiano venditore di pellame, Teodoto di Bisanzio, giunse a Roma e iniziò a predicare che il Cristo era soltanto un uomo illuminato dallo Spirito Santo con dei poteri sovrannaturali, secondo la cristologia dell'adozionismo. Vittore condannò questa predicazione e scomunicò Teodato. Quest'ultimo, tuttavia, non si sottomise, ma al contrario, insieme ai suoi seguaci, diede il via a uno scisma che per qualche tempo fu anche vitale. Tertulliano affermava che Vittore potrebbe anche essere venuto in contatto col Montanismo, ma non ci sono prove a sostegno di questa notizia. Girolamo indicava Vittore come il primo scrittore in latino della Chiesa menzionando nel suo De viris Illustribus dei piccoli trattati ("Vittore, tredicesimo vescovo della città di Roma, scrittore di certi opuscoli sulla questione pasquale e altro, governò la Chiesa dieci anni sotto Severo"): fino ad allora tutti gli scritti della Chiesa venivano redatti in greco. A parte le lettere sulla controversia pasquale, nessuno degli scritti di Vittore è noto. Forse fu proprio durante il suo pontificato che il canone delle Sacre scritture in uso a Roma, e parzialmente conservato nel Canone muratoriano, fu stilato, sancendo il passaggio definitivo dal greco al latino. Nella nota che lo riguarda, nel Liber Pontificalis si parla della controversia pasquale e dell'introduzione dei sequentes fra il clero, che gli è attribuita. Non è chiaro cosa questo significhi, se ci si riferisca agli accoliti o agli assistenti che, sembra, comparvero in seguito, per coadiuvare quel clero molto occupato nell'amministrazione dei propri interessi. In ogni caso, la nota è una di quelle che l'autore inserì arbitrariamente nelle biografie dei vari papi, e non ha, di conseguenza, alcun valore storico. Lo stesso vale per l'ordinanza relativa all'amministrazione del battesimo nei casi di necessità attribuita a papa Vittore dallo stesso autore. Vittore, nonostante il periodo di pace che visse la Chiesa, patì il martirio sotto Settimio Severo (ma non tutti gli autori concordano) e venne sepolto vicino alla Tomba di Pietro. Alcune sue reliquie sono ora conservate presso l'altare maggiore della basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti a Roma e presso l'altare maggiore della basilica dei Santi Siro e Materno a Desio (MB).

Angelo Bioletto

 

autoritratto

 

Angelo Bioletto
(
Torino, 30 settembre 1906 – Milano, 26 dicembre 1986)
è stato un
fumettista italiano.

Quando ha circa venti anni trova lavora in uno studio grafico; dopo qualche anno venne assunto come disegnatore umoristico dal quotidiano di Torino, La Stampa, per il quale realizza vignette e rubriche come "Bioletto ha visto", "Bioletto in città", "Taccuino di Bioletto". nel 1938 disegna le figurine del concorso Perugina, ispirato al programma radiofonico di Nizza e Morbelli I quattro moschettieri e, nel 1939, illustra il Don Chisciotte a fumetti per la rivista L'Audace della Mondadori. Il 24 luglio 1935 partecipa alla campagna propagandistica in favore della Guerra d'Etiopia con la vignetta Un cattivo affare su La Stampa della Sera, dove possiamo vedere un mercante inglese vendere dei cannoni a un acquirente etiope, con un soldato italiano che incombe minaccioso sullo sfondo a scongiurare, per i fascisti, questo vile acquisto che avrebbe pesato sulla popolazione civile. Nel 1940 viene coinvolto nella lavorazione del lungometraggio La rosa di Bagdad, secondo film d'animazione europeo nonché il primo film italiano a colori, ma abbandonò la produzione a causa di divergenze artistiche con il produttore Anton Gino Domeneghini. Con il mercato della pubblicità bloccato dall'ingresso dell'Italia in guerra, il produttore e regista Anton Gino Domeneghini scrittura alcuni disegnatori per creare una squadra di animatori; il film verrà completato solo nel dopoguerra, nel 1949, quando venne anche presentato alla 10ª Mostra d'arte cinematografica di Venezia. Successivamente iniziò a collaborare per breve tempo con l'editore Carroccio, riprendendo poi l'attività con diverse testate giornalistiche. Tra il 1948 e il 1950 disegnò tre storie a fumetti per la Mondadori da pubblicare su Topolino, scritte da Guido Martina: Topolino e il cobra bianco, Topolino e i grilli atomici e L'inferno di Topolino (1949), quest'ultima capostipite del genere parodistico della Disney in Italia e pubblicata in sei episodi nei numeri da 7 a 12 di Topolino; successivamente si disinteressa dei fumetti per dedicarsi all'illustrazione di libri per ragazzi che ritiene meno faticosa e più remunerativa. Ha pubblicato nel 1946/1947 un racconto a puntate sulla rivista Il Moschettiere dal titolo: I quattro Moschettieri dal n° 1 del 1946 al n° 12 1947. Negli anni Sessanta, utilizzando lo pseudonimo di Michele, ha collaborato con la Fratelli Fabbri Editori per le illustrazioni delle Fiabe Sonore, realizzando quelle di Cenerentola e di Cinque in un baccello.

Morì nel 1986 all'età di 80 anni

Famiglia

Famiglia
Sono con la mia famiglia nel pensiero e nella preghiera.
La parola "famiglia" ha significati diversi per persone diverse. Potrei pensare che la mia famiglia sia composta solo dai miei parenti di sangue o da coloro che mi hanno cresciuto. Ma posso considerare come mia famiglia anche le persone con cui condivido tempo, energie e amore.
Sebbene mi piaccia trascorrere del tempo con la mia famiglia, potrebbe non essere possibile essere con loro di persona. Tuttavia, posso chiamarli, inviare un'e-mail o un biglietto, ed essere con loro nel pensiero e nella preghiera in qualsiasi momento. In realtà, non sono mai lontano dai miei cari, da tutti coloro che considero la mia famiglia, perché siamo uno nello Spirito.
Pertanto, finché ne abbiamo l'opportunità, facciamo del bene a tutti, specialmente ai fratelli nella fede. — Galati

30 settembre Santa Sofia

Santa Sofia
Martire 
Etimologia: Sofia = sapienza, saggezza, dal greco 
Emblema: Palma  

Santa Sofia è venerata insieme alle figlie Pistis, Elpis, Agape, nomi greci che tradotti sono Sapienza, Fede, Speranza, Carità. Tutte e quattro martiri sotto Traiano; la più antica notizia sulla loro esistenza e venerazione risale alla fine del sec. VI, come autore il presbitero Giovanni, il quale raccolse gli olii sui sepolcri dei martiri romani al tempo di s. Gregorio Magno (590-604); egli dice, in contraddizione, che esse erano venerate sulla via Aurelia con nomi greci e sulla via Appia con nomi latini. E questo alternarsi di conoscenza e citazioni và avanti nei secoli successivi, una volta coi nomi greci e una volta coi nomi latini. Al tempo di papa Paolo I (760), i corpi delle sante martiri, sepolte sulla via Aurelia furono trasferiti nella chiesa di s. Silvestro in Campo Marzio. I loro nomi furono inseriti al 1° agosto nel Martirologio di Usuardo, mentre nel 1500 il Baronio li inserisce nel Martirologio Romano ma dividendole: le tre figlie al 1° agosto e la madre al 30 settembre. Nell’arte hanno avuto un loro spazio abbastanza importante sia in Oriente che in Occidente, in particolare per quanto riguarda s. Sofia che come già detto significa Sapienza Divina, a lei furono intitolate specie in Oriente le più belle e grandi chiese tra cui S. Sofia di Costantinopoli, S. Sofia di Salonicco, S. Sofia di Bulgaria; queste grandi e bellissime realizzazioni dell’arte bizantina erano rivolte non tanto alla figura della santa ma a ciò che lei impersonava cioè la Sapienza Divina. Il culto della madre e delle tre simboliche figlie Fede, Speranza, Carità è sopravvissuto anche lì dove il Cristianesimo ha subito gli eventi storici come Costantinopoli, Kiev, Novograd, Salonicco dove le grandi chiese intarsiate di mosaici, di troni, corone, scettri d’oro tempestati di gemme, sono ancora oggi visibili. In Occidente questa regina si è trasformata in una pietosa matrona che protegge le sue figlie sotto il suo mantello, proprio come certe belle raffigurazioni della Madonna della Misericordia, mentre le giovani martiri tengono in mano lo strumento del loro martirio (fornace, clava), Fede ha le mani giunte in preghiera. Il nome Sofia derivante dal greco Sophia (Sapienza) si diffuse in Occidente prendendo in Russia e Bulgaria il nome di Sonia poi anch’esso diffusosi in Europa.

Autore: Antonio Borrelli

La settimana


 

Sai chi potrà salvare il mondo

 


Pasquale vedetta

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