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lunedì 1 giugno 2026

I più e i meno

I più e i meno

Che i più tirano i meno è verità,
    Posto che sia nei più senno e virtù;
     Ma i meno, caro mio, tirano i più,
     Se i più trattiene inerzia o asinità.

Quando un intero popolo ti dà
     Sostegno di parole e nulla più,
     Non impedisce che ti butti giù
     Di pochi impronti la temerità.

Fingi che quattro mi bastonin qui,
     E lì ci sien dugento a dire: ohibò!
     Senza scrollarsi o muoversi di lì;

E poi sappimi dir come starò
     Con quattro indiavolati a far di sì,
     Con dugento citrulli a dir di no.

Giuseppe Giusti

sabato 26 luglio 2025

Sant’Ambrogio

 

Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco
per que’ pochi scherzucci di dozzina,
e mi gabella per anti-tedesco
perché metto le birbe alla berlina,
o senta il caso avvenuto di fresco
a me che girellando una mattina
càpito in Sant’Ambrogio di Milano,
in quello vecchio, là, fuori di mano.
M’era compagno il figlio giovinetto
d’un di que’ capi un po’ pericolosi,
di quel tal Sandro, autor d’un romanzetto
ove si tratta di Promessi Sposi…
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo; il suo cervel, Dio lo riposi,
in tutt’altre faccende affaccendato,
a questa roba è morto e sotterrato.
Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
di que’ soldati settentrionali,
come sarebber Boemi e Croati,
messi qui nella vigna a far da pali:
difatto se ne stavano impalati,
come sogliono in faccia a’ generali,
co’ baffi di capecchio e con que’ musi,
davanti a Dio, diritti come fusi.
Mi tenni indietro, ché, piovuto in mezzo
di quella maramaglia, io non lo nego
d’aver provato un senso di ribrezzo,
che lei non prova in grazia dell’impiego.
Sentiva un’afa, un alito di lezzo;
scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
in quella bella casa del Signore,
fin le candele dell’altar maggiore.
Ma, in quella che s’appresta il sacerdote
a consacrar la mistica vivanda,
di sùbita dolcezza mi percuote
su, di verso l’altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscian le note
come di voce che si raccomanda,
d’una gente che gema in duri stenti
e de’ perduti beni si rammenti.
Era un coro del Verdi; il coro a Dio
Là de’ Lombardi miseri, assetati;
quello: “O Signore, dal tetto natio”,
che tanti petti ha scossi e inebriati.
Qui cominciai a non esser più io
e come se que’ còsi doventati
fossero gente della nostra gente,
entrai nel branco involontariamente.
Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
poi nostro, e poi suonato come va;
e coll’arte di mezzo, e col cervello
dato all’arte, l’ubbie si buttan là.
Ma, cessato che fu, dentro, bel bello,
io ritornavo a star com’ ella sa;
quand’eccoti, per farmi un altro tiro,
da quelle bocche che parean di ghiro,
un cantico tedesco, lento lento
per l’aer sacro a Dio mosse le penne;
era preghiera, e mi parea lamento,
d’un suono grave, flebile, solenne,
tal, che sempre nell’anima lo sento:
e mi stupisco che in quelle cotenne,
in que’ fantocci esotici di legno,
potesse l’armonia fino a quel segno.
Sentia, nell’inno, la dolcezza amara
de’ canti uditi da fanciullo; il core
che da voce domestica gl’impara,
ce li ripete i giorni del dolore:
un pensier mesto della madre cara,
un desiderio di pace e d’amore,
uno sgomento di lontano esilio,
che mi faceva andare in visibilio.
E, quando tacque, mi lasciò pensoso
di pensieri più forti e più soavi.
Costor, – dicea tra me, – re pauroso
degi’italici moti e degli slavi,
strappa a’ lor tetti, e qua, senza riposo
schiavi li spinge, per tenerci schiavi;
gli spinge di Croazia e di Boemme,
come mandrie a svernar nelle maremme.
A dura vita, a dura disciplina,
muti, derisi, solitari stanno,
strumenti ciechi d’occhiuta rapina,
che lor non tocca e che forse non sanno;
e quest’odio, che mai non avvicina
il popolo lombardo all’alemanno,
giova a chi regna dividendo, e teme
popoli avversi affratellati insieme.
Povera gente! lontana da’ suoi;
in un paese, qui, che le vuol male,
chi sa, che in fondo all’anima po’ poi,
non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l’hanno in tasca come noi.
Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale,
colla su’ brava mazza di nocciòlo,
duro e piantato lì come un piolo.

Giuseppe Giusti

lunedì 31 marzo 2025

Preghiera


 

Alla mente confusa

Di dubbio e di dolore,

Soccorri o mio Signore,

Col raggio della fè.

Sollevala dal peso

Che la declina al fango:

A te sospiro e piango:

Mi raccomando a te. 

Sai che la vita mia

Si strugge appoco appoco

Come la cera al fuoco,

Come la neve al sol.

All’Anima che anela

Di ricoverarti in braccio,

Rompi Signore, il laccio,

Che le impedisce il vol.

Giuseppe Giusti.

giovedì 27 febbraio 2025

Affetti di una madre

 Presso alla culla in dolce atto d’amore,

     Che intendere non può chi non è madre,
     Tacita siede e immobile; ma il volto
     Nel suo vezzoso bambinel rapito,
     Arde, si turba e rasserena in questi
     Pensieri della mente inebrïata.

Teco vegliar m’è caro,
     Gioir, pianger con te: beata e pura
     Si fa l’anima mia di cura in cura;
     In ogni pena un nuovo affetto imparo.

Esulta, alla materna ombra fidato,
     Bellissimo innocente!
     Se venga il dì che amor soavemente
     Nel nome mio ti sciolga il labbro amato;

Come l’ingenua gota e le infantili
     Labbra t’adorna di bellezza il fiore,
     A te così nel core
     Affetti educherò tutti gentili.

Così piena e compita
     Avrò l’opra che vuol da me natura;
     Sarò dell’amor tuo lieta e sicura,
     Come data t’avessi un’altra vita.

Goder d’ogni mio bene,
     D’ogni mia contentezza il Ciel ti dia!
     Io della vita nella dubbia via
     Il peso porterò delle tue pene.

 
Oh, se per nuovo obietto
Un dì t’affanna giovenil desìo,

     Ti risovvenga del materno affetto!
     Nessun mai t’amerà dell’amor mio.

E tu nel tuo dolor solo e pensoso
     Ricercherai la madre, e in queste braccia
     Asconderai la faccia;
     Nel sen che mai non cangia avrai riposo.


Giuseppe Giusti

martedì 18 aprile 2023

La fiducia in Dio

 

Quasi obliando la corporea salma,
Rapita in Quei che volentier perdona,
Sulle ginocchia il bel corpo abbandona
Soavemente, e l’una e l’altra palma.
Un dolor stanco, una celeste calma
Le appar diffusa in tutta la persona;
Ma nella fronte che con Dio ragiona
Balena l’immortal raggio dell’alma;
E par che dica: se ogni dolce cosa
M’inganna, e al tempo che sperai sereno
Fuggir mi sento la vita affannosa,
Signor, fidando, al tuo paterno seno
L’anima mia ricorre, e si riposa
In un affetto che non è terreno.
Giuseppe Giusti

Beato chi.......


 

giovedì 12 maggio 2022

La mamma educatrice


 
Viva Adelaide
che il cuor m'infiamma,
e in omnia secula,
viva la mamma!
Donna mirabile,
donna famosa!
È un capo d'opera
è una gran cosa.
Una domenica
L'incontro in piazza,
che aveva a latere
la sua ragazza;
mi ferma e, affabile
come conviene,
comincia al solito:
- Che fa? Sta bene? -
Ed alla figlia
che stava zitta,
gridò: - Su, animo!
Che fai lì ritta?
Su grulla, avvezzati,
fa il tuo dovere... -
Che mamma amabile!
Non è un piacere?
E poi, tenendomi
le mani ai panni,
soggiunse: - Oh, passano
pur presto gli anni!
L'ho vista nascere:
eh, malannaggio!
S'invecchia e termina
l'erba di maggio!
Eh, bimba andiamocene,
stamane ho fretta:
venga un po' a veglia,
venga, s'aspetta!
Siam gente povera,
ma di buon cuore:
ci fa una grazia,
anzi un onore.
Via bimba, pregalo!
Stai lì impalata!
Ma, santa Vergine!
Sei pur sgarbata! -
«È sempre giovane»
dissi « aspettate,
lasciate correre,
non la sgridate:
l'età, la pratica
è molto: e poi,
farà miracoli
sotto di voi! »
Ai panegirici
non sempre avvezza,
fece una smorfia
di tenerezza
la vecchia, e a battere
sul primo invito
tornò, dicendomi:
- Dunque, ha capito;
sa dove s'abita:
verrà? - «Verrò. »
E chi rispondere
Potea di no?
V'andai. Col giubilo,
con quel sembiante
che per le visite
d'un zoccolante
ho visto prendere
dalle massaie,
quando alla questua
gira per l'aie,
quelle, vedendomi,
in un baleno
precipitarono
a pian terreno;
poi risalirono
con meco; ed ambe
-Badi- gridavano
-badi alle gambe.
È poco pratico
la scala è scura... -
«Ma quanti incomodi!
Quanta premura! »
Salgo, si chiacchiera
sul più, sul meno;
mi dàn del discolo
dal capo ameno.
Tutta sollecita
la mamma intanto
scotea la seggiola,
puliva un santo;
da un certo armadio
fra pochi stracci
scioglieva in furia
due canovacci;
d'acqua in un angolo
la brocca empiva:
che mamma provvida!
Che pulizia!
Finite all'ultimo
tante faccende,
disse: - E per tavola
cosa si prende?
Credi Delaide,
sono sgomenta! -
e a me voltandosi
diceva: - Senta,
con tanti ninnoli
ci va un tesoro:
le voglie crescono,
manca il lavoro.
Oh, ripensandoci
m'affogherei;
almeno, càttera,
felice lei... -
Capii l'antifona,
ed un testone
le offersi a titolo
di compassione.
La vecchia ingenua
per la sorpresa
m'urtò col gomito,
si finse offesa;
ma per imprestito
poi l'accettò,
e per andarsene
s'incamminò
e nell'orecchio
mi disse: -Ohè!
Ritorno subito;
badiamo, vhè! -
Io per non ridere
alzando il ciglio,
risposi: «Diamine!
Mi meraviglio! »
Esce da camera,
chiude la porta;
sta fuori un secolo:
che mamma accorta!
Poi tosse e strascica
prima d'entrare....
Il ciel moltiplichi
mamme sì rare!
Giuseppe Giusti

mercoledì 12 maggio 2021

A chi non compra, guerra.


 

 A chi non compra, guerra

Eh no, la guerra, in fondo,
non è cosa civile:
d'incivilire il mondo
il genio mercantile
s'è addossata la bega:
Marte ha messo bottega.!

Popoli, respirate:
e gli eroi macellari
cedano alle stoccate .
degli eroi milionari:
la spada è un'arme stanca,
scanna meglio la banca.

Bollatevi tra voi,
re, ministri e tribune;
gridate all'arme; e poi
desinando in comune,
gran proteste di stima,
e amici piu di prima.

La pace del quattrino
ci valga onore e gloria:
guerra di tavolino
facilita la storia;
oh che nobili animali,
protocolli e cambiali!

Hanno tanto gridato
sulla tratta de' negri!
Eppure era mercato!
tedeschi, state allegri:
finché la guerra tace,
ci succhierete in pace.

Ma che è questo scoppio
che introna  la marina?
Nulla: un carico d'oppio
da vendersi alla China;
è una fregata  inglese
che l'annunzia al paese.

Qui l'oppio capovolta
dritti  e filantropie!
Ma i barbari una volta,
oggi le mercanzie
migran da luogo a luogo,
bisognose di sfogo.

Strumento di conquista
fu già la guerra; adesso
è affar da computista:
vedete che progresso!
Pace a tutta la terra:
a chi non compra, guerra.

Giuseppe Giusti

martedì 3 novembre 2020

FIORI di CAMPO 3^classe elementare 1925

 


Per me tanto ho deciso
di non veder la morte in viso;
perciò, se piace a Dio,
quando arriverà lei, me n'andrò io.

Giuseppe Giusti

martedì 12 maggio 2020

Il Re Travicello


Al Re Travicello
piovuto ai ranocchi,
mi levo il cappello
e piego i ginocchi;

lo predico anch'io
cascato da Dio:
oh comodo, oh bello
un Re Travicello!

Calò nel suo regno
con molto fracasso;
le teste di legno
fan sempre del chiasso:

ma subito tacque,
e al sommo dell'acque
rimase un corbello
il Re Travicello.

Da tutto il pantano
veduto quel coso,
«È questo il Sovrano
così rumoroso? »

(s'udì gracidare).
«Per farsi fischiare
fa tanto bordello
un Re Travicello?

Un tronco piallato
avrà la corona?
O Giove ha sbagliato,
oppur ci minchiona:

sia dato lo sfratto
al Re mentecatto,
si mandi in appello
il Re Travicello».

Tacete, tacete;
lasciate il reame,
o bestie che siete,
a un Re di legname.

Non tira a pelare,
vi lascia cantare,
non apre macello
un Re Travicello.

Là là per la reggia
dal vento portato,
tentenna, galleggia,
e mai dello Stato

non pesca nel fondo:
che scienza di mondo!
che Re di cervello
è un Re Travicello!

Se a caso s'adopra
d'intingere il capo,
vedete? di sopra
lo porta daccapo

la sua leggerezza.
Chiamatelo Altezza,
ché torna a capello
a un Re Travicello.

Volete il serpente
che il sonno vi scuota?
Dormite contente
costì nella mota,

o bestie impotenti:
per chi non ha denti,
è fatto a pennello
un Re Travicello!

Un popolo pieno
di tante fortune,
può farne di meno
del senso comune.

Che popolo ammodo,
che Principe sodo,
che santo modello
un Re Travicello!
 
Giuseppe Giusti


Il giardino d'Italia.



A parer di chi ha girato
dell'italia ciascun lato,
un giardino è la Toscana;
e non sembri cosa strana.
Perché fertile è il paese,
perché gente v'è cortese;
perché pura è la favella
e qualche altra cosarella.....
Ché se fosse coltivato,
ripulito e ben trattato,
io sarei di tal parere;
una con questo giardiniere,
se si va di questo passo,
ridurrassi un nudo sasso.
 
Giuseppe Giusti 1840

Giuseppe Giusti nel 1800



Giuseppe Giusti nel 1800
si rivolgeva così ai ragazzi che lo leggevano.
Altri comincerebbero dal raccomandarti lo studio.
Io comincio dal raccomandarti la bontà.
Ti prego di custodirtela nel cuore
come un tesoro senza prezzo.
Sapete  quale cosa è più necessaria per la vita? La bontà.
Essa si che distingue le persone: -tra i buoni scegli i tuoi amici fedeli. 
G.Giusti

Giuseppe Giusti


 
Il poeta nasce  da una ricca famiglia di proprietari terrieri. Dai sette ai dodici anni fu affidato, per essere istruito, alle cure di Don Antonio Sacchi, ma non ne ricavò nulla di buono: «Avevo sett’anni stetti cinque anni con lui, e ne riportai parecchie nerbate e una perfetta conoscenza dell’ortografia e poi svogliatezza, stizza». Nel 1821, frequenta il collegio Zuccagni Orlandini di Firenze, uno dei migliori del Granducato. Finito l’anno scolastico, l’istituto chiuse e dovette trasferirsi, nel novembre del 1822, nel Seminario e Collegio Vescovile di Pistoia; inserito nella classe di “umanità”, corrispondente al nostro attuale liceo.  Nell’estate del 1823, passa nel Real Collegio Carlo Lodovico di Lucca. Nei due anni circa, 1823-1825, che il Giusti rimase a Lucca, si esercitò, senza riserve, nella versificazione, inviando al padre sonetti dal gusto epico-lirico. Tornato in famiglia, a Montecatini, si mise a studiare per prepararsi all’esame d’ammissione all’università di Pisa, dove si iscrisse, alla facoltà di Diritto, nel novembre del 1826. Per tre anni, Giuseppe Giusti, lontano dalla famiglia, frequenta salotti, bettole, biliardi, teatri, casini e, soprattutto il famoso caffè dell’Ussero, dove improvvisa, a braccio, “scherzi”, “rabeschi”, tra gli applausi e i consensi della gente. Oppresso dai debiti e, infiacchito dalla vita bohémienne, sostiene solo l’esame di filosofia. Richiamato dal padre, a Pescia, dove si era trasferita la famiglia, si annichilisce nell’ozio e nella noia, solo l’amore riesce a rischiarare l’orizzonte grigio della vita di paese. Allaccia una relazione amorosa, protrattasi fino al 1836, con la signora Cecilia Piacentini di Pescia: fu un amore travolgente e corrisposto, non solo fatto di poesie e sospiri. Nella prima metà di novembre del 1832 il Giusti torna a Pisa per riprendere gli studi interrotti da tre anni. Aveva fatto col padre un patto solenne: avrebbe studiato sul serio e nei tempi dovuti, ma le cose non andarono proprio così. Una sera, di febbraio, nel 1833, al Teatro dei Ravvivati  di Pisa, molto frequentato dagli studenti universitari, in onore della cantante Rosa Bottrigari, famosa per le sue idee liberali, si distribuirono delle poesie, che dettero nell’occhio agli agenti di polizia. La Bottrigari era giunta a Pisa da Bologna; e quella sera si presentò in scena, a fianco del famoso tenore Poggi, con una ghirlanda di fiori tricolore. Fu un tripudio, un delirio di urla, inneggianti all’Italia libera. Il rumore di quella serata giunse a Firenze: il Giusti, con altri compagni, venne invitato dalla polizia a fornire spiegazioni in proposito. Dire la verità non lo salvò dal divieto di presentarsi all’esame di laurea, che sostenne invece, più tardi, nel 1834, nella sessione giugno/settembre. Il soggiorno pisano e non solo questo incidente – basti pensare agli echi della rivoluzione parigina del luglio del 1830, i fatti di Modena del 1831 –, furono determinanti per la formazione della sua personalità e della sua poetica il Giusti affila la sua arma più efficace: l’ironia. Dopo il conseguimento della laurea in giurisprudenza si stabilisce a Firenze. La città non gli fu, dapprima, un soggiorno gradito: il clima non gli si confaceva, e pare non gli si confacesse molto neanche il carattere dei fiorentini. Firenze, comunque, non mancava di svaghi; c’era sempre un gran via vai di stranieri, francesi e inglesi: numerosi i ritrovi eleganti, i ricevimenti, i balli. Firenze era in realtà il soggiorno ideale per lui, il miglior osservatorio che egli potesse desiderare ai fini della sua arte, della sua satira; era l’ambiente più rispondente al suo gusto di vivere, immerso nel mondo letterario, politico e galante. La città era uno dei centri più cosmopoliti d’Italia, più della stessa Roma; vi giungevano gli intellettuali e gli artisti più affermati d’Europa. Non si poteva stampar nulla senza subire i rigori di una censura cinica e intransigente. A Firenze, la diffusione dei versi giustiani era ristretta alla cerchia degli amici, ai quali, il poeta, recitava direttamente i suoi lavori. Di ritorno da un soggiorno a Siena, in casa di amici, il Giusti era giunto, all’alba, a Firenze, molto affaticato. Entrato in casa, si era gettato sul letto e si era addormentato profondamente. Dopo poco, svegliatosi all’improvviso, vide la camera piena di fumo, e un gran puzzo di carta bruciata. «Arrivai ad estinguere il fuoco senza chiamare aiuto. Molti libri miei e d’altri sono perduti irreparabilmente; appunti, abbozzi, studi di vario genere, e segnatamente note prese di proverbi e d’altre cose attenenti alla lingua sono andate in fumo.  Alla fine di gennaio del 1844 egli poté finalmente partire, con la madre, per Roma e Napoli. Si trattenne a Roma pochi giorni, data la pessima stagione; il 9 era già a Napoli e prese alloggio in Via Toledo. Fu accolto con tanta cortesia, la fama delle sue poesie lo aveva preceduto, «che dopo pochi giorni gli pareva d’esser nato là». Il Giusti si trattenne a Napoli oltre un mese. Il poeta, a Napoli, strinse molte amicizie; con Carlo Poerio, poco dopo arrestato, quale complice dei fratelli Bandiera, e col fratello di lui, Alessandro Poerio. Intanto, il male sconosciuto, che da più di un anno gli stava addosso, lo aveva agitato in un alternarsi di brevi riprese e di lunghe ricadute; quando credeva di essere lì per trovare un po’ di salute, era a un tratto ricacciato nelle sofferenze e nell’angustie morali. Aveva dovuto mettere da parte gli studi, e pensare, più concretamente, alla propria salute. «L’ultima batosta – scriveva al Vannucci, il 14 settembre 1844 – avuta a Livorno fu così inaspettata e così fiera, che io credeva di dover finire inchiodato in un fondo di letto». A sua insaputa, nel 1844 a Lugano, venivano pubblicate alcune sue poesie, ad opera di un anonimo editore, forse ben intenzionato, ma non troppo scrupoloso (Poesie italiane tratte da una stampa a penna, Italia, 1844) fu attribuita, erroneamente, alle cure di Giuseppe Mazzini. Il Giusti se ne risentì vivacemente e, infatti, subito dopo, dava alle stampe i Versi nell’edizione di Livorno (Versi di Giuseppe Giusti, Livorno, Tipografia Bertani e Antonelli, 1844. Del libretto, mandò molte copie agli amici, dolente di non aver potuto produrre qualcosa di più ampio. Per consolidare la sua fama di poeta, nell’anno seguente, 1845, il Giusti, fece pubblicare , trentadue dei suoi «scherzi». Questa raccolta non portava il nome dell’autore, ma ormai tutti erano a conoscenza della paternità di quei versi. Nell’agosto del 1845, convinto dall’amico Giovanbattista Giorgini, il poeta di Monsummano si decise a partire, in compagnia della marchesa D’Azeglio e della Vittorina Manzoni, figlia di Alessandro Manzoni, per Milano, «senza un cencio di passaporto, senza un soldo in tasca». Grande curiosità ed interesse suscitò l’arrivo a Milano del Giusti. I versi pubblicati a Bastia correvano per tutte le mani, rispondendo alle attese dei sentimenti di libertà e d’indipendenza che pervadevano il paese da sud a nord. Il Manzoni l'accolse come un suo pari, e lo volle ospite per tutto il tempo del suo soggiorno in Lombardia. A Milano il poeta conosce gli scrittori e gli intellettuali della cerchia manzoniana. Dopo le produzioni poetiche del 1844 e del 1845, pubblicò una terza edizione nel 1847 (Nuovi versi di Giuseppe Giusti) che ebbe un successo strepitoso di pubblico e di mercato. Gli ultimi anni della vita di Geppino (1848-1850), come lo chiamava, affettuosamente, Alessandro Manzoni, furono contrassegnati dalla grande illusione di un’Italia finalmente libera e dalla disillusione, dovuta al mancato accordo tra i sovrani italiani, nella conduzione della guerra d’indipendenza. Ci fu, da parte del poeta, un timido affacciarsi alla finestra della politica: nel 1847 viene eletto, a furore di popolo, “maggiore” della guardia civica di Pescia,  e nel 1848 deputato all’Assemblea legislativa toscana. Si chiude, definitivamente, questo incidente di percorso, in quanto la politica, nel suo aspetto più pragmatico della parola, era estranea alla visione del mondo del Giusti. Unica nota lieta, in questo periodo, la nomina (nel 1848) del Giusti ad accademico della Crusca.Muore il 31 marzo 1850 nel palazzo dell’amico carissimo, Gino Capponi, in via San Sebastiano, soffocato dal sangue per la rottura di un tubercolo polmonare.

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