martedì 12 maggio 2020

Giuseppe Giusti


 
Il poeta nasce  da una ricca famiglia di proprietari terrieri. Dai sette ai dodici anni fu affidato, per essere istruito, alle cure di Don Antonio Sacchi, ma non ne ricavò nulla di buono: «Avevo sett’anni stetti cinque anni con lui, e ne riportai parecchie nerbate e una perfetta conoscenza dell’ortografia e poi svogliatezza, stizza». Nel 1821, frequenta il collegio Zuccagni Orlandini di Firenze, uno dei migliori del Granducato. Finito l’anno scolastico, l’istituto chiuse e dovette trasferirsi, nel novembre del 1822, nel Seminario e Collegio Vescovile di Pistoia; inserito nella classe di “umanità”, corrispondente al nostro attuale liceo.  Nell’estate del 1823, passa nel Real Collegio Carlo Lodovico di Lucca. Nei due anni circa, 1823-1825, che il Giusti rimase a Lucca, si esercitò, senza riserve, nella versificazione, inviando al padre sonetti dal gusto epico-lirico. Tornato in famiglia, a Montecatini, si mise a studiare per prepararsi all’esame d’ammissione all’università di Pisa, dove si iscrisse, alla facoltà di Diritto, nel novembre del 1826. Per tre anni, Giuseppe Giusti, lontano dalla famiglia, frequenta salotti, bettole, biliardi, teatri, casini e, soprattutto il famoso caffè dell’Ussero, dove improvvisa, a braccio, “scherzi”, “rabeschi”, tra gli applausi e i consensi della gente. Oppresso dai debiti e, infiacchito dalla vita bohémienne, sostiene solo l’esame di filosofia. Richiamato dal padre, a Pescia, dove si era trasferita la famiglia, si annichilisce nell’ozio e nella noia, solo l’amore riesce a rischiarare l’orizzonte grigio della vita di paese. Allaccia una relazione amorosa, protrattasi fino al 1836, con la signora Cecilia Piacentini di Pescia: fu un amore travolgente e corrisposto, non solo fatto di poesie e sospiri. Nella prima metà di novembre del 1832 il Giusti torna a Pisa per riprendere gli studi interrotti da tre anni. Aveva fatto col padre un patto solenne: avrebbe studiato sul serio e nei tempi dovuti, ma le cose non andarono proprio così. Una sera, di febbraio, nel 1833, al Teatro dei Ravvivati  di Pisa, molto frequentato dagli studenti universitari, in onore della cantante Rosa Bottrigari, famosa per le sue idee liberali, si distribuirono delle poesie, che dettero nell’occhio agli agenti di polizia. La Bottrigari era giunta a Pisa da Bologna; e quella sera si presentò in scena, a fianco del famoso tenore Poggi, con una ghirlanda di fiori tricolore. Fu un tripudio, un delirio di urla, inneggianti all’Italia libera. Il rumore di quella serata giunse a Firenze: il Giusti, con altri compagni, venne invitato dalla polizia a fornire spiegazioni in proposito. Dire la verità non lo salvò dal divieto di presentarsi all’esame di laurea, che sostenne invece, più tardi, nel 1834, nella sessione giugno/settembre. Il soggiorno pisano e non solo questo incidente – basti pensare agli echi della rivoluzione parigina del luglio del 1830, i fatti di Modena del 1831 –, furono determinanti per la formazione della sua personalità e della sua poetica il Giusti affila la sua arma più efficace: l’ironia. Dopo il conseguimento della laurea in giurisprudenza si stabilisce a Firenze. La città non gli fu, dapprima, un soggiorno gradito: il clima non gli si confaceva, e pare non gli si confacesse molto neanche il carattere dei fiorentini. Firenze, comunque, non mancava di svaghi; c’era sempre un gran via vai di stranieri, francesi e inglesi: numerosi i ritrovi eleganti, i ricevimenti, i balli. Firenze era in realtà il soggiorno ideale per lui, il miglior osservatorio che egli potesse desiderare ai fini della sua arte, della sua satira; era l’ambiente più rispondente al suo gusto di vivere, immerso nel mondo letterario, politico e galante. La città era uno dei centri più cosmopoliti d’Italia, più della stessa Roma; vi giungevano gli intellettuali e gli artisti più affermati d’Europa. Non si poteva stampar nulla senza subire i rigori di una censura cinica e intransigente. A Firenze, la diffusione dei versi giustiani era ristretta alla cerchia degli amici, ai quali, il poeta, recitava direttamente i suoi lavori. Di ritorno da un soggiorno a Siena, in casa di amici, il Giusti era giunto, all’alba, a Firenze, molto affaticato. Entrato in casa, si era gettato sul letto e si era addormentato profondamente. Dopo poco, svegliatosi all’improvviso, vide la camera piena di fumo, e un gran puzzo di carta bruciata. «Arrivai ad estinguere il fuoco senza chiamare aiuto. Molti libri miei e d’altri sono perduti irreparabilmente; appunti, abbozzi, studi di vario genere, e segnatamente note prese di proverbi e d’altre cose attenenti alla lingua sono andate in fumo.  Alla fine di gennaio del 1844 egli poté finalmente partire, con la madre, per Roma e Napoli. Si trattenne a Roma pochi giorni, data la pessima stagione; il 9 era già a Napoli e prese alloggio in Via Toledo. Fu accolto con tanta cortesia, la fama delle sue poesie lo aveva preceduto, «che dopo pochi giorni gli pareva d’esser nato là». Il Giusti si trattenne a Napoli oltre un mese. Il poeta, a Napoli, strinse molte amicizie; con Carlo Poerio, poco dopo arrestato, quale complice dei fratelli Bandiera, e col fratello di lui, Alessandro Poerio. Intanto, il male sconosciuto, che da più di un anno gli stava addosso, lo aveva agitato in un alternarsi di brevi riprese e di lunghe ricadute; quando credeva di essere lì per trovare un po’ di salute, era a un tratto ricacciato nelle sofferenze e nell’angustie morali. Aveva dovuto mettere da parte gli studi, e pensare, più concretamente, alla propria salute. «L’ultima batosta – scriveva al Vannucci, il 14 settembre 1844 – avuta a Livorno fu così inaspettata e così fiera, che io credeva di dover finire inchiodato in un fondo di letto». A sua insaputa, nel 1844 a Lugano, venivano pubblicate alcune sue poesie, ad opera di un anonimo editore, forse ben intenzionato, ma non troppo scrupoloso (Poesie italiane tratte da una stampa a penna, Italia, 1844) fu attribuita, erroneamente, alle cure di Giuseppe Mazzini. Il Giusti se ne risentì vivacemente e, infatti, subito dopo, dava alle stampe i Versi nell’edizione di Livorno (Versi di Giuseppe Giusti, Livorno, Tipografia Bertani e Antonelli, 1844. Del libretto, mandò molte copie agli amici, dolente di non aver potuto produrre qualcosa di più ampio. Per consolidare la sua fama di poeta, nell’anno seguente, 1845, il Giusti, fece pubblicare , trentadue dei suoi «scherzi». Questa raccolta non portava il nome dell’autore, ma ormai tutti erano a conoscenza della paternità di quei versi. Nell’agosto del 1845, convinto dall’amico Giovanbattista Giorgini, il poeta di Monsummano si decise a partire, in compagnia della marchesa D’Azeglio e della Vittorina Manzoni, figlia di Alessandro Manzoni, per Milano, «senza un cencio di passaporto, senza un soldo in tasca». Grande curiosità ed interesse suscitò l’arrivo a Milano del Giusti. I versi pubblicati a Bastia correvano per tutte le mani, rispondendo alle attese dei sentimenti di libertà e d’indipendenza che pervadevano il paese da sud a nord. Il Manzoni l'accolse come un suo pari, e lo volle ospite per tutto il tempo del suo soggiorno in Lombardia. A Milano il poeta conosce gli scrittori e gli intellettuali della cerchia manzoniana. Dopo le produzioni poetiche del 1844 e del 1845, pubblicò una terza edizione nel 1847 (Nuovi versi di Giuseppe Giusti) che ebbe un successo strepitoso di pubblico e di mercato. Gli ultimi anni della vita di Geppino (1848-1850), come lo chiamava, affettuosamente, Alessandro Manzoni, furono contrassegnati dalla grande illusione di un’Italia finalmente libera e dalla disillusione, dovuta al mancato accordo tra i sovrani italiani, nella conduzione della guerra d’indipendenza. Ci fu, da parte del poeta, un timido affacciarsi alla finestra della politica: nel 1847 viene eletto, a furore di popolo, “maggiore” della guardia civica di Pescia,  e nel 1848 deputato all’Assemblea legislativa toscana. Si chiude, definitivamente, questo incidente di percorso, in quanto la politica, nel suo aspetto più pragmatico della parola, era estranea alla visione del mondo del Giusti. Unica nota lieta, in questo periodo, la nomina (nel 1848) del Giusti ad accademico della Crusca.Muore il 31 marzo 1850 nel palazzo dell’amico carissimo, Gino Capponi, in via San Sebastiano, soffocato dal sangue per la rottura di un tubercolo polmonare.

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