Il
poeta nasce da una ricca famiglia di proprietari terrieri. Dai sette
ai dodici anni fu affidato, per essere istruito, alle cure di Don
Antonio Sacchi, ma non ne ricavò nulla di buono: «Avevo sett’anni stetti
cinque anni con lui, e ne riportai parecchie nerbate e una perfetta
conoscenza dell’ortografia e poi svogliatezza, stizza». Nel 1821,
frequenta il collegio Zuccagni Orlandini di Firenze, uno dei migliori
del Granducato. Finito l’anno scolastico, l’istituto chiuse e dovette
trasferirsi, nel novembre del 1822, nel Seminario e Collegio Vescovile di Pistoia; inserito nella classe di “umanità”, corrispondente al nostro attuale liceo. Nell’estate del 1823, passa nel Real Collegio Carlo Lodovico di Lucca.
Nei due anni circa, 1823-1825, che il Giusti rimase a Lucca, si
esercitò, senza riserve, nella versificazione, inviando al padre sonetti
dal gusto epico-lirico. Tornato in famiglia, a Montecatini, si mise a
studiare per prepararsi all’esame d’ammissione all’università di Pisa,
dove si iscrisse, alla facoltà di Diritto, nel novembre del 1826. Per
tre anni, Giuseppe Giusti, lontano dalla famiglia, frequenta salotti,
bettole, biliardi, teatri, casini e, soprattutto il famoso caffè
dell’Ussero, dove improvvisa, a braccio, “scherzi”, “rabeschi”, tra gli
applausi e i consensi della gente. Oppresso dai debiti e, infiacchito
dalla vita bohémienne, sostiene solo l’esame di filosofia. Richiamato
dal padre, a Pescia, dove si era trasferita la famiglia, si annichilisce
nell’ozio e nella noia, solo l’amore riesce a rischiarare l’orizzonte
grigio della vita di paese. Allaccia una relazione amorosa, protrattasi
fino al 1836, con la signora Cecilia Piacentini di Pescia: fu un amore
travolgente e corrisposto, non solo fatto di poesie e sospiri. Nella
prima metà di novembre del 1832 il Giusti torna a Pisa per riprendere gli studi interrotti da tre anni. Aveva
fatto col padre un patto solenne: avrebbe studiato sul serio e nei
tempi dovuti, ma le cose non andarono proprio così. Una sera, di
febbraio, nel 1833,
al Teatro dei Ravvivati di Pisa, molto frequentato dagli studenti
universitari, in onore della cantante Rosa Bottrigari, famosa per le sue
idee liberali, si distribuirono delle poesie, che dettero nell’occhio
agli agenti di polizia. La Bottrigari era giunta a Pisa da Bologna; e
quella sera si presentò in scena, a fianco del famoso tenore Poggi, con
una ghirlanda di fiori tricolore. Fu un tripudio, un delirio di urla,
inneggianti all’Italia libera. Il
rumore di quella serata giunse a Firenze: il Giusti, con altri
compagni, venne invitato dalla polizia a fornire spiegazioni in
proposito. Dire la verità non lo salvò dal divieto di presentarsi all’esame di laurea, che sostenne invece, più tardi, nel 1834, nella sessione giugno/settembre. Il soggiorno pisano e non solo questo incidente – basti pensare agli echi della rivoluzione parigina del luglio del 1830,
i fatti di Modena del 1831 –, furono determinanti per la formazione
della sua personalità e della sua poetica il Giusti affila la sua arma
più efficace: l’ironia. Dopo
il conseguimento della laurea in giurisprudenza si stabilisce a
Firenze. La città non gli fu, dapprima, un soggiorno gradito: il clima
non gli si confaceva, e pare non gli si confacesse molto neanche il
carattere dei fiorentini. Firenze,
comunque, non mancava di svaghi; c’era sempre un gran via vai di
stranieri, francesi e inglesi: numerosi i ritrovi eleganti, i
ricevimenti, i balli. Firenze era in realtà il soggiorno ideale per lui,
il miglior osservatorio che egli potesse desiderare ai fini della sua
arte, della sua satira; era l’ambiente più rispondente al suo gusto di
vivere, immerso nel mondo letterario, politico e galante. La città era
uno dei centri più cosmopoliti d’Italia, più della stessa Roma; vi
giungevano gli intellettuali e gli artisti più affermati d’Europa. Non
si poteva stampar nulla senza subire i rigori di una censura cinica e
intransigente. A Firenze, la diffusione dei versi giustiani era
ristretta alla cerchia degli amici, ai quali, il poeta, recitava
direttamente i suoi lavori. Di ritorno da un soggiorno a Siena, in casa
di amici, il Giusti era giunto, all’alba, a Firenze, molto affaticato.
Entrato in casa, si era gettato sul letto e si era addormentato
profondamente. Dopo
poco, svegliatosi all’improvviso, vide la camera piena di fumo, e un
gran puzzo di carta bruciata. «Arrivai ad estinguere il fuoco senza
chiamare aiuto. Molti libri miei e d’altri sono perduti
irreparabilmente; appunti, abbozzi, studi di vario genere, e
segnatamente note prese di proverbi e d’altre cose attenenti alla lingua
sono andate in fumo.
Alla fine di gennaio del 1844 egli poté finalmente partire, con la
madre, per Roma e Napoli. Si trattenne a Roma pochi giorni, data la
pessima stagione; il 9 era già a Napoli e prese alloggio in Via Toledo.
Fu accolto con tanta cortesia, la fama delle sue poesie lo aveva
preceduto, «che dopo pochi giorni gli pareva d’esser nato là». Il Giusti
si trattenne a Napoli oltre un mese. Il poeta, a Napoli, strinse molte amicizie;
con Carlo Poerio, poco dopo arrestato, quale complice dei fratelli
Bandiera, e col fratello di lui, Alessandro Poerio. Intanto, il male
sconosciuto, che da più di un anno gli stava addosso, lo aveva agitato
in un alternarsi di brevi riprese e di lunghe ricadute; quando credeva
di essere lì per trovare un po’ di salute, era a un tratto ricacciato
nelle sofferenze e nell’angustie morali. Aveva dovuto mettere da parte
gli studi, e pensare, più concretamente, alla propria salute. «L’ultima
batosta – scriveva al Vannucci, il 14 settembre 1844 – avuta a Livorno
fu così inaspettata e così fiera, che io credeva di dover finire
inchiodato in un fondo di letto». A sua insaputa, nel 1844 a Lugano,
venivano pubblicate alcune sue poesie, ad opera di un anonimo editore,
forse ben intenzionato, ma non troppo scrupoloso (Poesie italiane tratte
da una stampa a penna, Italia, 1844) fu attribuita, erroneamente, alle
cure di Giuseppe Mazzini. Il
Giusti se ne risentì vivacemente e, infatti, subito dopo, dava alle
stampe i Versi nell’edizione di Livorno (Versi di Giuseppe Giusti,
Livorno, Tipografia Bertani e Antonelli, 1844. Del libretto, mandò molte
copie agli amici, dolente di non aver potuto produrre qualcosa di più
ampio. Per consolidare la sua fama di poeta, nell’anno seguente, 1845,
il Giusti, fece pubblicare , trentadue dei suoi «scherzi». Questa
raccolta non portava il nome dell’autore, ma ormai tutti erano a
conoscenza della paternità di quei versi. Nell’agosto del 1845, convinto
dall’amico Giovanbattista Giorgini, il poeta di Monsummano si decise a
partire, in compagnia della marchesa D’Azeglio e della Vittorina
Manzoni, figlia di Alessandro Manzoni, per Milano, «senza un cencio di
passaporto, senza un soldo in tasca». Grande curiosità ed interesse
suscitò l’arrivo a Milano del Giusti. I versi pubblicati a Bastia
correvano per tutte le mani, rispondendo alle attese dei sentimenti di
libertà e d’indipendenza che pervadevano il paese da sud a nord. Il
Manzoni l'accolse come un suo pari, e lo volle ospite per tutto il tempo
del suo soggiorno in Lombardia. A Milano il poeta conosce gli
scrittori e gli intellettuali della cerchia manzoniana. Dopo
le produzioni poetiche del 1844 e del 1845, pubblicò una terza
edizione nel 1847 (Nuovi versi di Giuseppe Giusti) che ebbe un successo
strepitoso di pubblico e di mercato. Gli ultimi anni della vita di
Geppino (1848-1850),
come lo chiamava, affettuosamente, Alessandro Manzoni, furono
contrassegnati dalla grande illusione di un’Italia finalmente libera e
dalla disillusione, dovuta al mancato accordo tra i sovrani italiani,
nella conduzione della guerra d’indipendenza. Ci fu, da parte del poeta,
un timido affacciarsi alla finestra della politica: nel 1847
viene eletto, a furore di popolo, “maggiore” della guardia civica di
Pescia, e nel 1848 deputato all’Assemblea legislativa toscana. Si
chiude, definitivamente, questo incidente di percorso, in quanto la
politica, nel suo aspetto più pragmatico della parola, era estranea alla
visione del mondo del Giusti. Unica nota lieta, in questo periodo, la
nomina (nel 1848) del Giusti ad accademico della Crusca.Muore il 31
marzo 1850
nel palazzo dell’amico carissimo, Gino Capponi, in via San Sebastiano,
soffocato dal sangue per la rottura di un tubercolo polmonare.
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