Visualizzazione post con etichetta Arnaldo Fusinato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Arnaldo Fusinato. Mostra tutti i post

mercoledì 21 maggio 2025

Ancor madre

Ancor madre!... oh le gioie profonde
Che quaggiù mi consente il Signor!
Quanta vita nel sen mi diffonde
Questo palpito arcano del cuor!

Non credea che il materno mio petto
Tanto affetto - potesse albergar,
Che ad un nuovo delirio d'amore
Questo core - potesse bastar.

Ma l'amor d'una madre è infinito
Come un cielo ch'è senza confin:
Più di stelle quel cielo è vestito
E più svela il suo immenso cammin.

Oh diletti, che intorno mi state,
Non chinate - lo sguardo così:
No, per voi nel materno mio seno
Non vien meno l'affetti d'un dì.

All'amor ch'io vi porta, o miei cari,
Non fa oltraggio l'amore novel...
Non si turba lo specchio dei mari
Sotto l'onda d'un nuovo ruscel.

Se un fratello il Signor vi concede,
Non vi diede - per questo un rival;
Tutti, tutti d'un nome io vi chiamo,
Tutti v'amo - d'un palpito egual.

All'eterno del sole sorriso
D'una madre assomiglia l'amor;
Benché in raggi infiniti diviso,
Splende in tutti d'un solo fulgor.

Oh! Stringetelo al fervido petto
L'angioletto - che Iddio ci largì:
Alla nostra ghirlanda d'amore
Questo fiore - s'aggiunga così.

Arnaldo Fusinato

IL CANTO DEGLI INSORTI

 

Suonata è la squilla: già il grido di guerra
Terribile echeggia per l’itala terra;
Suonata è la squilla: su presto, fratelli,
Su presto corriamo la patria a salvar.
Brandite i fucili, le picche, i coltelli,
Fratelli, fratelli, corriamo a pugnar.

Al cupo rimbombo dell’austro cannone
Rispose il ruggito del nostro Leone;
II manto d’infamia, di ch’era coperto,
Coll’ugna gagliarda sdegnoso squarciò,
E sotto l’azzurro vessillo d’Alberto
Ruggendo di gioia il volo spiegò.

Noi pure l’abbiamo la nostra bandiera
Non più come un giorno sì gialla, sì nera;

Sul candido lino del nuovo stendardo
Ondeggia una verde ghirlanda d’allòr;
De’ nostri tiranni nel sangue codardo
È tinta la zona di terzo color.

Evviva l’Italia d’Alberto la spada
Fra l’orde nemiche ci schiude la strada;

Evviva l’Italia! sui nostri moschetti
Di Cristo il Vicario la mano levò …
È sacro lo sdegno che ci arde ne’ petti,
Oh! troppo finora si pianse e pregò.

Vendetta vendetta! già l’ora è sonata,
Già piomba sugli empi la santa crociata:
Il calice è colmo dell’ira italiana,
Si strinser la mano le cento città:
Sentite sentite, squillò la campana…
Combatta coi denti chi brandi non ha.

Vulcani d’Italia, dai vortici ardenti
Versate sugli empi le lave bollenti!
E quando quest’orde di nordici lupi
Ai patrî covili vorranno tornar,
Corriam fra le gole dei nostri dirupi
Sul capo ai fuggiaschi le roccie a crollar.

S’incalzin di fronte, di fianco, alle spalle,
Un nembo li avvolga di pietre e di palle,

E quando le canne dei nostri fucili
Sien fatte roventi dal lungo tuonar,
Nel gelido sangue versato dai vili

Corriamo, corriamo quell’armi a tuffar.

E là dove il core più batte nel petto .
Vibriamo la punta del nostro stiletto,
E allora che infranta ci caschi dal pugno
La lama già stanca dal troppo ferir,
De’ nostri tiranni sull’orrido grugno
Col pomo dell’elsa torniamo a colpir.

Vittoria vittoria! dal giogo tiranno.
Le nostre contrade redente saranno;
Già cadde spezzato l’infame bastone
Che l’italo dorso percosse finor;
Il timido agnello s’è fatto leone,
Il vinto vincente, l’oppresso oppressor !

 

Arnaldo Fusinato

Il sogno felice

O voi che amate quanto avvien di strano
Sovra la scena del consorzio umano.
Qua tutti in folla intorno a me venite;
Quel ch'io vidi ascoltate e poi stupite.

E cominciandodo dalla più curiosa,
Vidi qualche marito e qualche sposa
Dopo vent'anni che il Signor li unì
Andar d' acorrdo come il primo dì.

Vidi in alto salir Qualch'uom dabbene
Senza. bisogno di curvar le schiene,
E Qualche letterato, anche fra noi,
Cantar col frutto degli scritti suoi.

Vidi qualche Nabab dal fango nato
Umil serbarsi nel novel suo stato,
E qualche parruccon di antica data
Cantar le glorie della via ferrata.

Vidi d'un vero duol l'alma compunta
Pianger l'erede sulla zia defunta.
E sinceri talvolta e non mendaci
Vidi scambiarsi fra due donne i baci.

Vidi d'un senso di pietà soffuso
D'un Esatrore Comunale il muso.
Vidi, ma signor sì, vidi anche questo,
Un fattor probo e un cortigiano onesto.

Vidi Temi bandir dalle sue mura.
La cabala, la frode e l'impostura,
E vidi alzarsi, oh portentoso esempio!
La gogna al vizio, alla virtude il tempio.

Vidi l'inerte gioventù presente
A magnanime imprese erger la mente,
E un po' alla volta col voler di Dio
Rifarsi il mondo a modo vostro e mio.

Vidi quanti vi son popoli e fnti
Vivere insieme senza mostrarsi i denti,
E in quel crogiuolo che noi chiamiam Progresso
Fondersi tutti in un fraterno amplesso

Vidi... ma tutti questi casi strani
Ed altri ancor che vi dirò domani,
lo li ho veduti, e a dirlo mi vergogno,
Io li ho veduti, ma soltanto in sogno. 


Arnaldo Fusinato

La capricciosa

Tu mi domandi se nel core eterna
La fiamma serberò che mi governa?
Io ti rispondo: la tua bella amante
Nell'incostanza sol sempre è costante;
Oggi ti chiamo, è ver, l'angelo mio,
Forse doman ti manderò con Dio.

Come la nuvola
Che porta il vento,
Ogni momento
Cangio d'amori

Onda. volubile
Che scende e s'alza.
Ape che balza
Di fiore in fior,

Finchè m'accomodi,
Finchè mi piaci,
Cerco i tuoi baci,
Vivo in te sol;

Ma quando il palpito
Del cor vien meno,
Sovr'altro seno
Racchiudo il vol.

Così con vario
Desio novello
Da questo a quello
Volando ognor,

Come la nuvola
Che porta il vento,
Ogni momento
Cangio d'amor.

Arnaldo Fusinato



giovedì 25 novembre 2021

L’ULTIMA ORA DI VENEZIA

 


    È fosco l’aere,
    È l’onda muta!...
    Ed io sul tacito
    Veron seduto,
    In solitaria
    Malinconia,
    Ti guardo, e lagrimo,
    Venezia mia!

    Sui rotti nugoli
    Dell’Occidente
    Il raggio perdesi
    Del sol morente,
    E mesto sibila,
    Per l’aura bruna,
    L’ultimo gemito
    Della laguna.

    Passa una gondola
    Della città:
    ― Ehi! della gondola
    Qual novità ?
    ― Il morbo infuria...
    Il pan ci manca...
    Sul ponte sventola
    Bandiera bianca! ―


    No, no, non splendere
    Su tanti guai,
    Sole d’Italia,
    Non splender mai!
    E sulla veneta
    Spenta fortuna
    Sia eterno il gemito
    Della laguna!

    Venezia, l’ultima
    Ora è venuta;
    Illustre martire,
    Tu sei perduta;
    Il morbo infuria,
    Il pan ti manca,
    Sul ponte sventola
    Bandiera bianca!

    Ma non le ignivome
    Palle roventi,
    Nè i mille fulmini,
    Su te stridenti,
    Troncan ai liberi
    Tuoi dì lo stame:
    Viva Venezia:
    Muor della fame!

    Sulle tue pagine
    Scolpisci, o Storia,
    Le altrui nequizie
    E la tua gloria,
    E grida ai posteri
    Tre volte infame
    Chi vuol Venezia
    Morta di fame.

    Viva Venezia!
    Feroce, altiera,
    Difese intrepida
    La sua bandiera;

    Ma il morbo infuria,
    Il pan le manca;
    Sul ponte sventola
    Bandiera bianca!

    Ed ora infrangasi
    Qui sulla pietra,
    Finch’è ancor libera,
    Questa mia cetra.
    A te, Venezia,
    L’ultimo canto,
    L’ultimo bacio,
    L’ultimo pianto!

    Ramingo ed esule
    Sul suol straniero,
    Vivrai, Venezia,
    Nel mio pensiero;
    Vivrai nel tempio
    Qui del mio cuore,
    Come l’imagine
    Del primo amore.

    Ma il vento sibila,
    Ma l’onda è scura,
    Ma tutta in gemito
    È la natura:
    Le corde stridono,
    La voce manca,
    Sul ponte sventola
    Bandiera bianca!


Arnaldo Fusinato.

La preghiera della sera

Tramonta il dì; - la placida
Aura del vespro oscilla
Al suono malinconico
Della notturna squilla,
Che in flebile armonia
Dalla torre annunziò l'Avemaria.

Rinchiusa nel silenzio
Dell'umil cameretta,
La solitaria vergine
Presso l'altar si fletta.
E il vento della sera
L'incenso invola della sua prephiera.

La benedetta lampada
Piove una luce mesta
Dell'innocente vergine
Sovra la bionda testa,
E le incorona il viso
D'un'aureola. che par di paradiso.

« A ve Maria! se il fervido
Suon della mia favella
Infino a te può giungere,
Vergiine santa e bella,
Guarda la poveretta
Che da te sola ogni suo bene aspetta.

«Ave Maria! sul placido
Guancial del mio riposo
Maternamente vigili
Il tuo sguardo amoroso;
E, se sognar degg'io,
Mostrami in sogno il paradiso e Dio.

« Ave Maria! sull'angelo
Che mi donò la vita
Scenda, o pietosa Vergine,
La tua celeste aita,
E a lei che m'è sì cara
Una serie di lunghi anni prepara.

« Ave Maria! sull'orfano
Stendi la man pietosa; .
Manda un conforto al misero
Che più sperar non osa!
E dell'afflitto il pianto
Tergi, o Maria, tu che sofferto hai tanto!

« Ave Maria! nell'ultima
Ora del viver mio
Il moribondo spirito
Tu raccomanda a Dio!
Chi nel tuo bacio muore
Si sveglierà nel bacio del Signore. »

E sì dicendo il limpido
Sguardo levò la pia
Ed alla santa imagine
Sorrise di Maria:
Poi con sommessa voce
Si feoe il segno della santa croce.

Arnaldo Fusinato

Arnaldo Fusinato

 


(Schio, 25 novembre 1817Verona, 28 dicembre 1888)
è stato un poeta e patriota italiano.

Figlio dell'avvocato di Arsiè Giovanni Battista Fusinato e di Rosa Maddalozzo, compì i primi studi presso il collegio "Cordellina" di Vicenza e poi, dal 1831 al 1836, presso il Collegio dei nobili di Padova annesso al seminario vescovile. Si iscrisse, quindi, a giurisprudenza presso l'Università di Padova, conseguendo la laurea in diritto pubblico nel 1841. Durante gli anni universitari egli frequentò il Caffè Pedrocchi e l'osteria del Leon bianco con i poeti Giovanni Prati e Aleardo Aleardi, studenti di legge come lui. Fu più volte a Castelfranco Veneto dove nel 1840 divenne socio dell'Accademia dei Filoglotti. Nel 1841 pubblicò a Udine il suo primo libro di poesie: "Il sale ed il tabacco, cicalata…". Agli anni studenteschi risalgono anche numerose sue poesie giocose e romantiche. Collaborò al giornale "Caffè Pedrocchi", richiamando così su di sé l'attenzione della polizia austriaca. La situazione politica e culturale di quegli anni era infatti caratterizzata dalla mancanza di libertà, specialmente per gli intellettuali ed i personaggi non strettamente conformi al pensiero politico dominante. Al 1839 risale un episodio che lo avrebbe visto, insieme con il fratello minore Clemente, battersi di notte a randellate contro militari croati; ferito alla gola, egli riuscì a fuggire, mentre il fratello venne arrestato e temporaneamente sospeso dall'università. Dopo la laurea tornò a Schio per il praticantato nello studio del padre, senza però un vero interesse per la professione; continuò la collaborazione con il "Caffè Pedrocchi", pubblicando satire in versi come "Fisiologia del lino" e "Lo studente di Padova". Nel marzo del 1848 insorsero le città del Lombardo Veneto, costringendo alla ritirata le guarnigioni austriache. L'allora trentenne Fusinato costituì a Schio un "Corpo franco di Crociati", al comando di circa duecento volontari, compiendo alcune azioni in Vallarsa. Il 17 e 18 marzo insorse anche la città di Vicenza; Arnaldo Fusinato, dopo aver combattuto nella battaglia di Sorio, fu in prima fila a combattere per la difesa della città assediata, presidiando con la sua compagnia nella giornata del 24 maggio il colle dei Setteventi. Tutto fu vano e Vicenza dovette arrendersi il 10 giugno, momento in cui egli era impegnato a Monte Berico, insieme con il fratello, alla testa di cinquanta volontari, i bersaglieri di Schio. Fu in questi giorni che Fusinato compose la canzone il Canto degli insorti. Perduta Vicenza, il Fusinato andò in esilio dapprima a Ferrara, poi a Genova e a Firenze. Nel 1849, accorso a Venezia, dove era stata proclamata la Repubblica di San Marco, prestò servizio come tenente nei "Cacciatori delle Alpi" di guardia all'Isola del Lazzaretto vecchio e nella difesa di Marghera. Anche qui, nonostante l'epica difesa guidata da Daniele Manin, dopo quasi un anno la città si dovette arrendere alle forze austriache. Nella poesia L'ultima ora di Venezia si può leggere tutto lo sconforto provato da Fusinato in quei momenti (celebre il passaggio: "Il morbo infuria / il pan ci manca / sul ponte sventola / bandiera bianca"). Questo è forse uno dei suoi canti più validi per sincera immediatezza ed emozione. Gli ultimi due versi sono stati resi celebri in tempi recenti dalla famosa canzone di Franco Battiato "Bandiera bianca". Caduta Venezia, il Fusinato si stabilì con la moglie - la contessina Anna Colonna, che aveva sposato durante l'assedio - nella città natale di Schio ma, dopo la sua morte per tubercolosi polmonare nel 1852, si trasferì a Castelfranco presso la suocera. Nel 1853-54 pubblicò a Venezia e a Milano la prima edizione delle sue poesie raccolte in due volumi. Nel 1855-57 scrisse versi su riviste femminili di Milano, come il Corriere delle dame e La Ricamatrice. Nel 1856 sposò in seconde nozze a Venezia la poetessa Erminia Fuà, nel 1860 nacque il figlio Guido. Nel 1855 Fusinato collaborò con Giuseppe Verdi traducendo dal francese I vespri siciliani (Les vêpres siciliennes), rappresentati nel dicembre di quello stesso anno a Parma con il titolo di Giovanna di Guzman (prima assoluta italiana). Sospettato dalla polizia, nell'agosto del 1864 emigrò a Firenze, dove frequentò soprattutto gli emigrati veneti, tra i quali Sebastiano Tecchio, Giuseppe Alvisi e Nicolò Tommaseo. Dopo l'annessione del Veneto al Regno d'Italia rifiutò la candidatura nei collegi di Schio e di Castelfranco nel 1866 e nel collegio di Feltre nel 1870. Nel 1867 fu nominato commendatore dell'Ordine Mauriziano. Nel 1874 si trasferì a Roma, dove in seguito - trovandosi in serie difficoltà finanziarie - trovò lavoro per il Senato del Regno d'Italia come direttore dell'ufficio di revisione dei verbali, grazie anche all'interessamento di Giovanni Prati. Morta anche la seconda moglie, quando nel 1884 la figlia Teresita sposò un cassiere della Banca nazionale la seguì prima a Udine e poi a Verona. Morì in questa città nel 1888, ma fu sepolto nel cimitero del Verano, vicino alla moglie Erminia. Nel 1911 il Consiglio comunale di Vicenza gli intitolò una via cittadina.


Ghianda acrostico