martedì 1 settembre 2026

LA CANZONE DEI DARDANELLI


LA CANZONE DEI DARDANELLI

TARANTO, sol per àncore ed ormeggi

assicurar nel ben difeso specchio,
di tanta fresca porpora rosseggi?

A che, fra San Cataldo e il tuo più vecchio
muro che sa Bisanzio ed Aragona,
che sa Svevia ed Angiò, tendi l’orecchio?

Non balena sul Mar Grande né tuona.
Ma sul ferrato cardine il tuo Ponte
gira, e del ferro il tuo Canal rintrona.


Passan così le belle navi pronte,
per entrar nella darsena sicura,
volta la poppa al ionico orizzonte.

Sembran sazie di corsa e di presura,
mentre nel Mar di Marmara e nel Corno
d’oro imbozzate l’ansia e la paura

sognano fumi al Tènedo ogni giorno
apparsi e invocan l’altro Macometto
che scenda in acqua col cavallo storno

come quando alla Blanca un vascelletto
greco e tre saettìe di Genovesi
con lor pietre manesche e fuochi a getto,

conficcate le prue sino ai provesi,
nell’arrembaggio, presero battaglia
contra il soldano e i suoi visiri obesi


e contra una ciurmaglia e soldataglia
innumerabile in dugento buoni
legni; e vinsero; e con la vettovaglia

sotto Costantinopoli, tra suoni
e cantici, a rimurchio in salvamento
li ricondusse Zaccaria Grioni[2].

Eran tre saettìe contra dugento
sàiche fuste e galèe! Taranto, Alfieri
d’Alò, quel tuo figliuol che ti fu spento

su la duna a Bengasi ove tu eri
mista al suo sangue allor che cadde eletto
dalla gloria tra i bianchi cannonieri,

ben si mostrò di quella tempra; e il petto,
come quando le navi avean di legno
il fasciame, fu ben di ferro schietto.


Ma non pur anco il giovincello Regno,
fior di modestia, escito è di tutela.
I pedagoghi suoi stanno a convegno.

Adoprano con trepida cautela
la bilancia dell’orafo in pesare
il buon consiglio; e, se il timor trapela,

appoggiandosi al muro famigliare
stranutano e tossiscono. O Senato
veneto! O prisca Libertà del Mare!

Il sobrio Talassòcrate dentato,
il pudico pastor dai cinque pasti
che si monda con l’acqua di Pilato,

immemore dei fasti e dei nefasti
suoi dì vermigli, cigola e s’indigna
a tanto scempio, e torce gli occhi casti!


E quei che verso il Reno ora digrigna
ed or sorride livido di bile
col ceffo nella sua birra sanguigna,

l’invasor che sconobbe ogni gentile
virtù, l’atroce lanzo che percosse
vecchi e donne col calcio del fucile,

il saccardo che mai non si commosse
al dolore dei vinti e lordò tutto
del fango appreso alle sue suola grosse,

l’Ussero della Morte vela a lutto
Stinchi e Teschio per la pietà fraterna
di tanto musulman fiore distrutto!

Ma uno più d’ogni altro si costerna.
Egli è l’angelicato impiccatore,
l’Angelo della forza sempiterna


Mantova fosca, spalti di Belfiore,
fosse di Lombardia, curva Trieste,
si vide mai miracolo maggiore?

La schifiltà dell’Aquila a due teste,
che rivomisce, come l’avvoltoio,
le carni dei cadaveri indigeste!

Altro portento. Il canapo scorsoio
che si muta in cordiglio intemerato
a cingere il carnefice squarquoio

mentre ogni notte in sogno è schiaffeggiato
da quella mozza man piena d’anelli
che insanguinò la tasca del Croato![3]

Son questi i cristianissimi fratelli
del protettor d'Armenia, ond'è rifatta
pia la verginità dei Dardanelli.


La vecchia Europa avara e mentecatta
che lasciò solo il triste Costantino[4],
solo a cavallo nella sua disfatta

ultimo imperatore bisantino
combattere alla Porta Càrsia e spento
dar la porpora e l’aquile al bottino,

dessa or soccorre del suo pio fomento
lo smisurato canchero che pute
tra Mar Ionio e Propontide nel vento.

Oh Alleanza mistica, salute!
Cantar voglio le tre sotto il posticcio
turbante auguste Potestà chercute

e d’austriaco sevo unto il molliccio
soldan che ascolta il suo martirologio
col bianco pelo irto per raccapriccio.


Alla Consulta attendono l’elogio
tutorio i pedagoghi del pupillo
demente; e spìano il tempo ch’è balogio

su la piazza ove ride lo zampillo
romano tra gli equestri Eroi gemelli
palpitando qual limpido vessillo.

Come sul fulvo mare dei camelli
sta la Sfinge, una intorta Pitonessa
senza tripode guarda i Dardanelli.

La licenza è concessa e non concessa,
se guarentita sia la libertà
al sapone di Caffa e al gran d’Odessa.

Ahi cieca ambage! Ed ei non sono già
discepoli di Mosca de’ Lamberti
che disse: Cosa fatta capo ha.


Vanno librando i pesatori esperti
la bilancia dell’orafo sì vana
con once dramme scrupoli malcerti.

Meglio rozza stadera di dogana
ove per dar tracollo il ferreo Cagni
gitti la spada di Bu-Meliana.

La nave, col desio che il sangue bagni
le torri e il ponte per ribattezzarsi,
richiama a sé gli intrepidi compagni

che troppo a lungo per le dune sparsi
e nelle fosse tennero la guerra
dediti a superare e a superarsi

come quando l’eroe, che di sotterra
ancor gli incìta, disse oltre la morte:
“Io con mille di voi prendo la terra.„


Stefano Testa, l’òmero tuo forte
è rotto; e il braccio tuo, Vincenzo Origlio;
o Montella, e il tuo femore. E la sorte,

o Gaudino, t’amò quando un vermiglio
fiore ti pose presso il cor tra costa
e costa. E tu, Vito de Tullio, figlio

di Bari vecchia ove una santa esposta
al popolo si chiama Serafina,
e il popol tutto innanzi a lei fa sosta;

o Carmineo, di un’umile eroina
anche tu primo nato tra il Leone
di San Marco e la Chiesa palatina;

o fratel mio d’Abruzzo, e tu, Marone,
che in sogno ancor la piaga del tuo piede
strascichi per servire il tuo cannone;


voi tutti, ardenti della vostra fede
e della vostra febbre nella lunga
corsia triste, con l’anima che crede

e vede or ascoltate se non giunga
un grande annunzio, sussultando al cupo
urlo che nella notte si prolunga.

Dante de Lutti forse in un dirupo
giace coi prodi a Derna, e la vendetta
ride ne’ denti suoi di giovin lupo

come quando a Tobrucca su la vetta
della ruina issava il tricolore,
più agile che mozzo alla veletta.

E la notte par piena di clamore.
E la corsìa d’occhi sbarrati e fissi
riarde, e ucciso è il sonno dall’orrore.


Taluno i suoi compagni crocifissi
rivede, là, nella moschea di Giuma,
i corpi come ciocchi aperti e scissi

con la scure, conversi in nera gruma
senza forma, sgorgando le ventraie
per gli squarci; e le bocche ove la schiuma

dell’agonia tersero l’anguinaie
recise, intruse fra le due mascelle;
e i viventi infunati alle steccaie,

alle travi dei pozzi, con la pelle
del petto per grembiul rosso, con trite
le braccia penzolanti dalle ascelle

dirotte, con le palpebre cucite
ad ago e spago, o fitti sino al collo
nel sabbione che fascia le ferite,


le vene stagna. Odio, che sei midollo
della vendetta e lièvito del sangue,
ti canto. Insegna del taglion, ti scrollo.

Talun disse: “Spargete poco sangue.
Deh non vogliate esser micidiali!
Quasi pace è la guerra, quando langue.„

O dolci eroi sognanti su i guanciali
penosi, udiste l’ordine di guerra?
“Le navi scorteranno gli ospedali.

I marinai combatteranno a terra.„
Sognando, andiamo incontro all’Ombre sole
mentre il ponte di Taranto si serra.

La notte sembra viva d’una prole
terribile. La grande Orsa declina.
Infaticabilmente il mar si duole.


Un vento di dominio e di rapina
squassa il vasto Arcipelago schienuto.
Chi vien da Scio con la galèa latina?

Chi da Nasso? e d’Amorgo? Ti saluto,
a capo del naviglio tuo di corsa,
o duca dell’Egeo Marco Sanuto.

Sul tuo coppo di ferro splende l’Orsa.
Dietro i pavesi sta la compagnia
pronta allo sforzo: la minaccia è corsa.

Eri una via calpesta, eri la via
dei Barbari che andavano alla guerra
in Occidente, allora, o Austria pia.

E l’onta di Giovanni Senzaterra
stava su te, la crudeltà del basso
vassallo d’Innocenzo, o Inghilterra,


quando al libero Doge dava il passo
l’Imperatore sul diviso Impero,
e la Morea dal Tènaro a Patrasso

e Salamina con il suo cimiero
di gloria non immemore d’Aiace,
e il Sunio col suo tempio roso e il nero

Acroceraunio, Ocri, Arta, il Golfo ambrace,
le Cicladi fulgenti, tutto il lido
curvo dal Mar dalmatico al Mar trace

erano un sol dominio sotto il grido
di San Marco; e Gallipoli, Eraclea,
Gano, Rodosto anco, tra Sesto e Abido

il Doge tutto l’Ellesponto avea;
quasi mezza Bisanzio, e gli arsenali
quivi, e le darsene e le rocche aveano


I Veneti; lanciavan dagli scali
nel Corno d'oro le galèe costrutte,
al Leone ogni dì crescendo l’ali.

Ecco, o Mediterraneo, su tutte
l’isole, ecco i tuoi dèspoti. Rischiaro
col mio cuore le impronte non distrutte.

Ecco un Sagredo principe di Paro,
a Sèrifo un Michiel, ad Andro un Dandolo,
a Candia un Tiepolo. Ogni nome è un faro.

Presso Blacherne publica il suo bando
Ranieri Zeno, e quasi Imperatore
ha tutta Romania nel suo comando.

Il genovese Enrico Pescatore
conte di Malta usurpa il fio di Creta.
In regia potestà l’Asia Minore


ha Martin Zaccaria[7], batte moneta,
leva milizie e navi, si travaglia
a Focea per allume, a Chio per seta,

a traffico imperversa e a rappresaglia,
stermina Catalani e Musulmani,
tutt’armato da re muore in battaglia.

O dura schiatta dei Giustiniani,
nova sovranità della Maona
libera, dinastia di popolani

magnifici, di re senza corona,
che profuman di mastice la bianca
scia o la segnan d’una rossa zona,

quando nell’isola Andriolo Banca
orna templi, deduce carmi, venera
Omero, èduca lauri, schiavi affranca!


Navi d’Italia, ecco l’Egeo. Chi viene
da Lesbo? chi da Coo? Navi d’Italia,
l’Ombre cantano come le sirene.

Un Querini è signore di Stampàlia,
di Nanfio un Foscolo, un Navigaioso
di Lemno. Ecco l’Egeo, navi d’Italia,

ecco il mare operoso e sanguinoso
di noi, le rive con le nostre impronte,
le mura impresse del Leon corroso.

Un Barozzi è signore a Negroponte,
un Ghisi a Sciro ed un Pisani a Nio.
Navarca è un Longo ed un Adorno è arconte.

Fendo i secoli, lacero l’oblio,
ritrovo le correnti della gloria
nell’acqua ove portammo il nostro Dio.


Levo sul mar l’onda della memoria
col soffio dell’anima la incalzo,
che ferva sotto il piè della Vittoria,

che schiumi e fumi sotto il piede scalzo
volante in sommo come quando accorse
precipitosa dal marmoreo balzo

a te, Cànari. O Grecia, o Grecia, forse
anche i tuoi fati pendono. E lo scotto
sarà pagato. Chiedi l’ora all’Orse

come l’uomo d’Ipsara e l’Hydriotto
quando muti ridean nel cuor selvaggio,
acquattato ciascun nel suo brulotto,

con alla mano i raffii d’arrembaggio,
con alle coste il dèmone del fuoco,
messo fra i denti il fegato per gaggio.


Anche nel nostro cuore arde quel fuoco,
sorella. Vien d'Ipsara Costantino
Cànari, arsiccio, ancor più pronto al gioco.

Andrea Miàuli vien sul brigantino
ch’ebbe a Patrasso a Spezzia ed a Modóne.
Ma chi è mai quel grande suo vicino?

Riconosco la chioma del leone
e l’affilato viso dell’audacia
e l’occhio inesorabile. O Canzone,

piègati sotto l’ala acuta e bacia
per tutti i marinai la fronte fessa
del Capitan che vien dal mar di Tracia.

Viene dai Dardanelli su la stessa
galèa cui non restò se non l’orrore
dell’annerito arsile, su la stessa


galèa che vide volgere le prore
e orzare a terra Mehemet codardo,
viene dai Dardanelli il vincitore

Lazaro Mocenigo. E lo stendardo
del calcese, che gli spezzò con l’asta
il cranio, or croscia al maestral gagliardo

su l’erto capo cinto della vasta
piaga, su la criniera leonina
che per corona nautica gli basta.

Chiuso è il destr’occhio che nella marina
di Scio barattò egli contro vénti
navi di Kenaàn tratte a rapina.

Ma il freddo astro di tutti gli ardimenti
è l’occhio manco, specchio dei perigli.
Lazaro Mocenigo ha le sue genti?

Guardalo, Cagni, tu che gli somigli.

Gabriele D'Annunzio

Canzone degli arsenalotti

Canzone degli arsenalotti

Mare, mare che urli agli scogli
mentre s'imposta la ruota di prua,
anche tu canti una cantita tua,
mare che dai, mare che togli.
Issa! Prendi! Lega! Cala!
Ogni lamiera è un battito d'ala.
Stringi il bullone. All'orizzonte
il sole nasce sereno dal mare.
Batti, martello. Un raggio appare
lume al lavoro tra stiva e ponte.
Posa! Ferma! Tendi! Allenta!
Il ferro è grigio, ma rosso diventa.
Rosso e splendente. Fabbro, fucina;
sfavilli tutta di fuochi la stiva.
Viene un richiamo dall'altra riva,
sull'acque chiare il destino cammina.
Fondi! Soffia! Brucia forte!
Che qui col fuoco si forgia la sorte.
Ma questa sorte che noi vogliamo
non è offerta di dubbia ventura;
è conquista di mano sicura,
e nell'acciaio la ribadiamo.
Batti! Piega! Salda! Serra!
L'acciaio è buono alla pace e alla guerra.
Ogni cuore è d'acciaio, e ogni trave,
cementato con ferro rovente;
è la prua una scure tagliente
e già il vento del largo è alla nave.
Cavo! Molla! Taglia! Spezza!
A nuovi approdi sospinge la brezza.
Vento del largo, vento d'avvio;
accendi i fuochi l'ancora s'alza,
freme il carbone, la nave balza,
canta alla chiglia lo sciabordio.
Drizza la barra: oltre i confini.
Chi c'è al timone? Noi soldatini.

Jacopo Comin

Edda Ciano


Edda Mussolini, Ciano, contessa di Cortellazzo e Buccari (Forlì, 1º settembre 1910 Roma, 8 aprile 1995),
è stata la prima dei cinque figli di
Benito Mussolini e di sua moglie Rachele Guidi

Durante il regime fascista fu insignita della medaglia di bronzo al valor militare per l'opera di assistenza svolta durante la prima fase della seconda guerra mondiale, come crocerossina, conseguente alla dichiarazione di guerra del Regno d'Italia all'Unione Sovietica sul fronte russo sia nell'occupazione militare dell'esercito del Regno d'Italia dei Balcani in Albania, dove nel 1941 una nave-ospedale su cui svolgeva servizio fu affondata dagli inglesi ed Edda rimase in acqua per alcune ore. Primogenita di Benito Mussolini e Rachele Guidi. La coppia in quel tempo non era sposata, in ossequio alle idee anarco-socialiste di Mussolini, e quindi Edda viene registrata nell'atto di nascita come figlia illegittima dal padre Benito, con l'indicazione "N. N." al posto del nome materno. Ciò farà poi nascere la leggenda (sfruttata talvolta a scopi politici) secondo cui sua madre sarebbe stata Angelica Balabanoff, una militante socialista di origine ebrea russa che ebbe una relazione con Mussolini nel 1904, all'epoca in cui entrambi erano esuli in Svizzera. In linea con le sue idee politiche, Mussolini non fece battezzare la figlia dopo la nascita. Edda (insieme ai fratelli Vittorio e Bruno) ricevette il battesimo solo nel 1925, quando il padre, ormai Presidente del Consiglio, decise di regolarizzare la sua situazione e quella della sua famiglia nei confronti della Chiesa cattolica, in vista della firma dei Patti Lateranensi. Il 24 aprile 1930, presso la chiesa di San Giuseppe a via Nomentana a Roma, Edda sposò Gian Galeazzo Ciano, figlio di Costanzo, da cui avrà tre figli: Fabrizio (detto Ciccino), nato nel 1931 e morto nel 2008 in Costa Rica, dove viveva da oltre 30 anni, Raimonda (detta Dindina), nata nel 1933 e morta nel 1998, e Marzio (detto Mowgli), nato nel 1937 e morto nel 1974. Le nozze, avvenute a Roma, segnarono l'avvio dell'inarrestabile ascesa politica del marito come 'delfino' di Mussolini. Dopo una parentesi in diplomazia, Ciano divenne prima sottosegretario alla stampa e propaganda e poi ministro degli esteri. Nel 1939, con l'occupazione italiana dell'Albania, la città di Saranda prese il nome di Porto Edda, che conservò fino al 1944. Filo-tedesca (tanto da aver influito persino sulla stipula del Patto d'Acciaio), Edda appoggiò sempre le posizioni del padre sulla guerra, mentre più tentennante era il marito Galeazzo. Di personalità intraprendente e irrequieta, presentava comportamenti da lei stessa in seguito definiti "da maschiaccio", che la portarono non di rado a scontrarsi col potente padre che, pare, ebbe a dire: "Sono riuscito a sottomettere l'Italia, ma non riuscirò mai a sottomettere mia figlia". Il suo carattere indomito si manifestò sia da bambina (portata a studiare nel collegio delle signorine "bene" di Poggio Imperiale, si fece ritirare dopo poco), sia da ragazza (fu una delle prime donne a portare i pantaloni e il bikini), sia da adulta (tradiva - ricambiata - il marito, fumava, giocava d'azzardo). Fu tra le prime donne a guidare auto sportive: un aneddoto spesso raccontato da lei con naturalezza, riguarda la sfida, avvenuta sulla strada del passo del Muraglione, tra lei e Nuvolari. Lei si mise a correre tra i tornanti e, arrivata al passo, si fermò e attese l'auto che la seguiva; quando i due conducenti scesero si presentarono e fu in quel momento che Edda scoprì di aver battuto l'asso della guida dell'epoca, che le fece i complimenti. La notte del Gran Consiglio del 25 luglio 1943, Ciano votò l'Ordine del giorno Grandi di sfiducia a Mussolini, che portò all'arresto del suocero e alla nomina di Badoglio. I Ciano, già sorvegliati, rimasero quell'estate a Roma, nonostante il pericolo per la loro incolumità personale. Il ricostituito regime fascista repubblicano, ristabilito dall'esercito tedesco che aveva occupato l'Italia, accusò Galeazzo Ciano di alto tradimento: iniziò la tragedia di Edda, la quale condusse una dura battaglia solitaria per salvare la vita del marito, cercando di barattarla con i famosi Diari tenuti dal consorte durante gli anni al potere, fortemente critici verso la Germania. Edda ebbe furiosi scontri col padre, che non sembrava intenzionato a voler salvare il genero Galeazzo, ma soprattutto con la madre Rachele, che detestava il genero, nel tentativo di salvare il marito dalla condanna a morte, decisa al processo di Verona nel 1944. Solo 50 anni dopo, in punto di morte, Edda dichiarerà di aver perdonato suo padre per non aver potuto o voluto salvare la vita di Galeazzo. Della madre dirà: «Lei ha difeso il suo uomo, io ho difeso il mio». Già prima della fucilazione del marito, avvenuta l'11 gennaio 1944, Edda fuggì dalla clinica "La Ramiola" di Parma; pernottò sotto falso nome nell'albergo "La Madonnina" di Cantello, in provincia di Varese, registrandosi come "Santos Emilia di Giuseppe e di Manfredi Carla", nata a Bologna il 25 giugno 1914, residente a Roma. Il 9 gennaio Edda espatriò clandestinamente con i figli in Svizzera: utilizzando nomi e documenti falsificati, varcò i confini italiani attraverso Stabio, nel Varesotto. Alla dogana svizzera si presentò dapprima col nome di duchessa d'Aosta, ma dopo ore di attesa, al momento di precisare le proprie generalità, confessò a un ufficiale di essere Edda Ciano; implorando l'asilo nel paese neutrale, venne quindi ospitata nel piccolo convento delle suore domenicane di NeggioDopo quattro mesi dalla fine della guerra e dalla fucilazione di Benito Mussolini, dietro richiesta del governo italiano, gli Svizzeri fecero uscire Edda dal paese. Venne condannata a due anni di confino sull'isola di Lipari. Dopo un anno beneficiò dell'amnistia, promulgata da Palmiro Togliatti, in quel momento ministro della giustizia, e si ricongiunse ai figli. Si ritirò infine a Capri, alternando la permanenza nella sua villa con quella nella casa romana. In età avanzata, Edda Ciano concesse una serie di interviste. La prima venne filmata nel 1982 nei giardini di Villa Torlonia, un tempo residenza della famiglia Mussolini e oggi parco pubblico: l'intera intervista costituisce la quarta puntata (dal titolo Padre mio, amore mio) della serie di documentari Tutti gli uomini del Duce, a cura di Nicola Caracciolo. Altre interviste vennero registrate nel 1989 da un amico di vecchia data. Nelle diverse occasioni Edda raccontò la sua vita: l'infanzia, l'adolescenza, il suo rapporto con i genitori, le loro passioni, l'ascesa al potere del padre, i suoi amori, il marito Galeazzo Ciano e le sue vicende politiche, le guerre, la vita mondana, le tragiche giornate di Verona. Edda Ciano morì a 84 anni, per via di una grave infezione renale per la quale era ricoverata da tempo; è sepolta a Livorno, nel Cimitero della Purificazione, accanto al marito. Al funerale presenziò Susanna Agnelli, a dimostrazione dei rapporti intercorsi negli anni passati tra le due famiglie, cosa dimostrata anche dal fatto che Vittorio Mussolini in Argentina si occupò, tra le altre cose, anche della gestione di una concessionaria Fiat. In un'intervista, Edda aveva dichiarato che al momento di raggiungere Lipari, ove rimase per un anno al confino, disponeva solo di diecimila lire che le erano state inviate da Virginia Agnelli, madre di Susanna. Una dei suoi tre figli, Raimonda Ciano, fu allieva del collegio Santa Elisabetta, gestito dalle suore francescane missionarie del Sacro Cuore.

A settembre pioggia e luna

A settembre pioggia e luna
sono dei funghi la fortuna.

Ma se il corpo umano

 


D come Donna

 


Edwin Chota

Edwin Chota (1962 – 1 settembre 2014)
è stato un attivista ambientale peruviano, leader del gruppo indigeno
Asháninka e presidente dell'insediamento di Saweto, in Perù .

Il 1 settembre 2014, Chota e altri tre leader della comunità, Jorge Ríos, Leoncio Quinticima e Francisco Pinedo, furono uccisi a colpi d'arma da fuoco da taglialegna illegali mentre protestavano contro il taglio illegale di mogano entro i confini della rivendicazione territoriale di Saweto. La sezione di terra di 800 chilometri quadrati (310 miglia quadrate ) rivendicata da Saweto ospita circa l'80% del disboscamento illegale in Perù. Per 13 anni, Chota ha guidato la lotta affinché il governo peruviano riconoscesse le loro rivendicazioni territoriali e ponesse fine al disboscamento illegale.  In risposta all'omicidio, l' Associazione interetnica per lo sviluppo della foresta pluviale peruviana (AIDESEP) ha affermato che la polizia e la magistratura non avevano fatto assolutamente nulla per proteggere gli uomini, nonostante le ripetute denunce e le segnalazioni di minacce di morte nei loro confronti. L'AIDESEP ha anche chiesto al governo peruviano di fare di più per proteggere le popolazioni indigene dalle organizzazioni criminali.  Il 30 gennaio 2015, il governo regionale di Ucayali e il governo del Perù hanno concesso il titolo di proprietà alla comunità Saweto, confermando la loro proprietà del terreno.  Infine, l'11 aprile 2024, quattro uomini d'affari dell'industria del legname sono stati condannati a più di 28 anni di carcere da un tribunale peruviano per l'omicidio di attivisti ambientali. Il verdetto non è ancora definitivo.

PERCORSO DI VITA

PERCORSO DI VITA 
IL PERCORSO DELLA VITA E' DISSEMINATO DA MINE VAGANTI: QUANDO NE ESPLODE QUALCUNA SEI SEMPRE IMPREPARATO!!

1° settembre Madonna di Montevergine

A quasi 1300 metri di altezza, nella catena del Partenio, nell’Appennino irpino, tra vette gigantesche che formano autentici baluardi dell’altopiano, sorge il più famoso santuario dell’Italia Meridionale, sul posto che ai tempi del grande poeta latino Virgilio, sorgeva un tempietto dedicato a Cibele, dea della natura e della fecondità. Virgilio, salì varie volte su questo altopiano, per trovare le pianticelle aromatiche per distillare gli elisir di lunga vita, che ancora oggi, i frati producono distillando i liquori benedettini tipici del luogo. Non era facile arrampicarsi lassù su quei monti, ma alle dovute soste per riposarsi, ci si poteva ritemprare lo spirito con le vedute mozzafiato che da lì si ammiravano, dal Vesuvio, alla vicina Avellino, l’intero golfo di Napoli con le meravigliose isole di Capri, Ischia, Procida e poi la vasta pianura della fertile Campania. Nei primi anni del 1000, arrivò su questa montagna un giovane pellegrino diretto in Palestina, Guglielmo da Vercelli. Con addosso un saio visitò i Santuari dell’Italia settentrionale, poi andò in Spagna a S. Giacomo di Compostella e al suo ritorno decise di percorrere tutta la penisola per andare in Terrasanta; ma proprio quassù Gesù gli apparve dicendogli di fermarsi e di erigere un tempio alla Vergine al posto di quello dedicato alla Gran Madre pagana. Guglielmo non era di carattere facile e dopo aver distrutto il preesistente tempio con l’idolo, si impose a vescovi e papi, per mettere in atto il suo intento e costruì una piccola chiesa alla Vergine Maria. Fondò una Organizzazione monastica germogliata dal tronco benedettino che chiamò Congregazione Verginiana; la fama di questi eremiti - monaci si sparse in tutta l’Italia Meridionale e Sicilia. San Guglielmo espose nella chiesetta alla venerazione dei fedeli, una piccola immagine della Madonna, che negli ultimi decenni del XII secolo fu sostituita da una bellissima tavola, dove la Vergine appare incoronata e in atto di allattare il Bambino, questa tavola è conservata nel museo del Santuario ed è detta ‘Madonna di s. Guglielmo’. Il santo monaco fondatore si spense probabilmente il 25 giugno del 1142 nel monastero di S. Salvatore in Goleto (AV), mentre i primi pellegrini salivano il monte Partenio, sempre più numerosi. Ben presto Montevergine diventò la casa madre di 50 piccoli monasteri che erano stati via via fondati, poté così imporre la realtà della propria esistenza ai papi ed ai re di Napoli, chiedendo la propria indipendenza. I re normanni ed angioini fecero a gara a dare all’abbazia, sorta vicino alla chiesetta, una autosufficienza economica, esentandola da tributi e donandole feudi e un castello per l’abate. Sotto gli angioini (1266-1435) la chiesa di stile romanico fu trasformata notevolmente nelle strutture ed ampliata in stile gotico. La tavola della Madonna fu sostituita intorno al 1300 da una immagine imponente, su una tavola di notevoli proporzioni, rappresentante la Madonna, che prenderà il titolo di Montevergine, seduta su una grande seggiola, con il Bambino sulle ginocchia. L’icona giunse a Montevergine circondata da leggenda e devozione; si diceva dipinta addirittura da s. Luca, che aveva conosciuta la Madonna e aveva osato ritrarla, egli sarebbe soltanto l’autore del capo, ma sgomento non aveva finito il viso; addormentatosi, l’aveva trovato completato il mattino dopo da misterioso intervento celeste. Il quadro sarebbe stato prima esposto a Gerusalemme, poi trasferito ad Antiochia, poi a Costantinopoli, infine a Napoli, qui finì nelle mani di Caterina II sposa di Filippo di Taranto, la quale lo fece completare, si dice, da Montano d’Arezzo e lo donò al Santuario di Montevergine. Studi espletati nei secoli successivi, hanno escluso la pittura sia di s. Luca che di Montano d’Arezzo, attribuendo l’esecuzione dell’opera a Pietro Cavallino dei Cerroni, pittore di corte di Carlo II d’Angiò, che l’avrebbe dipinta fra il 1270 e il 1325, egli era portato per le opere di grandi dimensioni, infatti il quadro del santuario misura metri 4,60 x 2,10 e pesa otto quintali, con linee bizantineggianti e con intonazione personale proprio dello stile del Cavallino. Al popolo non è mai interessato chi l’avesse dipinta, essa piacque subito e nella semplicità della fede che gli venne tributata, la chiamarono la “Madonna Bruna” o anche “Mamma Schiavona”, etimologia incerta ma di sicura presa.. C’è tutta una letteratura descrittiva dei pellegrinaggi a Montevergine, con quadri e disegni di illustri viaggiatori che ne descrivevano il folklore, specie per quelli provenienti da Napoli. Oggi si sale con una comoda funicolare e con un agevole strada per auto e i bus; i pellegrini sono calcolati sul milione e mezzo ogni anno. Ma i pellegrinaggi veri e propri che si fanno da secoli, sono a piedi, salendo il monte anche di notte, molti a piedi nudi, per penitenza o per chiedere una grazia per sé o per i suoi cari. L’enorme quadro della Madonna è posto sulla parete di fondo su un nuovo trono che prende tutta l’altezza della parete. Interessante la sala degli ex-voto, dove già dal 1599 erano raccolte le tabelle votive, scolpite o dipinte raffiguranti le grazie che si era ricevuto, quasi tutte in argento; testimonianza storica di una fede ormai millenaria nella Madre celeste. Nella cripta vi sono in un’urna d’argento, i resti di s. Guglielmo di Vercelli fondatore.Nel palazzo è ospitata la farmacia con una importante raccolta di vasi e l’archivio con incunaboli e novecento pergamene, molte scritte da re e pontefici, alcune risalenti all’epoca di s. Guglielmo.

Autore: Antonio Borrelli

Donna in guerra

 


Arriva Settembre

 


Buon anno agli insegnanti


 

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