Canzone degli arsenalotti
Mare, mare che urli agli scogli
mentre s'imposta la ruota di prua,
anche tu canti una cantita tua,
mare che dai, mare che togli.
Issa! Prendi! Lega! Cala!
Ogni lamiera è un battito d'ala.
Stringi il bullone. All'orizzonte
il sole nasce sereno dal mare.
Batti, martello. Un raggio appare
lume al lavoro tra stiva e ponte.
Posa! Ferma! Tendi! Allenta!
Il ferro è grigio, ma rosso diventa.
Rosso e splendente. Fabbro, fucina;
sfavilli tutta di fuochi la stiva.
Viene un richiamo dall'altra riva,
sull'acque chiare il destino cammina.
Fondi! Soffia! Brucia forte!
Che qui col fuoco si forgia la sorte.
Ma questa sorte che noi vogliamo
non è offerta di dubbia ventura;
è conquista di mano sicura,
e nell'acciaio la ribadiamo.
Batti! Piega! Salda! Serra!
L'acciaio è buono alla pace e alla guerra.
Ogni cuore è d'acciaio, e ogni trave,
cementato con ferro rovente;
è la prua una scure tagliente
e già il vento del largo è alla nave.
Cavo! Molla! Taglia! Spezza!
A nuovi approdi sospinge la brezza.
Vento del largo, vento d'avvio;
accendi i fuochi l'ancora s'alza,
freme il carbone, la nave balza,
canta alla chiglia lo sciabordio.
Drizza la barra: oltre i confini.
Chi c'è al timone? Noi soldatini.
Jacopo Comin

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