lunedì 13 aprile 2026
giovedì 12 marzo 2026
venerdì 14 novembre 2025
sabato 21 giugno 2025
Il rospo
Il tramonto sfavillava fra le nuvole rosa;
Era la fine d’un giorno di tempesta, e l’occidente
Tramutava l’acquazzone in fiamma nel suo braciere ardente;
Sul ciglio d’un sentiero, vicino a una pozzanghera,
Un rospo guardava il cielo, abbagliato, affascinato;
Serio, egli meditava; l’orrore contemplava lo splendore.
(Oh! Perché la sofferenza e perché la bruttezza?
Ahimè! Il basso Impero è pieno di Augustucoli,
I Cesari di misfatti, i rospi di pustole,
come il prato di fiori e il cielo di sole!).
Le foglie bagnate s’imporporavano sugli alberi;
L’acqua luccicava, in mezzo all’erba, sul sentiero;
La sera si dispiegava come un vessillo;
Gli uccelli abbassavano il canto indebolito durante il giorno;
Tutto s’acquietava d’intorno; e, in pieno oblio di sé,
Il rospo, senza timore, senza vergogna, senza collera,
Dolce, ammirava la grande aureola del sole;
Forse il maledetto si sentiva benedetto.
Non v’è un solo animale che non abbia un riflesso d’infinito;
Non v’è pupilla abietta e vile che non tocchi
La vetta in un lampo, sia essa tenera o selvaggia;
Non v’è mostro, disprezzabile, torbido, impuro,
Che non abbia l’immensità degli astri negli occhi.
Un uomo che passava notò l’orrida bestia,
E, rabbrividendo, gli mise un piede sulla testa;
Era un sacerdote che stava leggendo un libro;
Poi una donna, con un fiore sul corsetto,
Gli ficcò nell’occhio la punta dell’ombrello;
Il sacerdote era vecchio, la donna era bella.
Spuntarono quattro scolari, sereni come il cielo.
-Ero bambino! Ero piccolo! Ero crudele!-
Chiunque in questa terra, ove la purezza dell’anima è spesso
Una chimera, potrebbe iniziare così la recita della sua vita.
Si hanno il gioco, l’ebbrezza e l’alba negli occhi,
Si ha una madre, si è degli scolari gioiosi,
Dei piccoli uomini felici, che respirano l’atmosfera
A pieni polmoni, amati, liberi, contenti; che fare
Se non torturare qualche essere sventurato?
Il rospo saltellava verso il fossato del sentiero.
Era l’ora in cui nei campi si azzurrano gli orizzonti;
Selvatico, egli cercava la notte; i ragazzi lo scorsero
E gridarono: “Ammazziamo quest’animale schifoso!
E siccome è così brutto, facciamogli anche del male!”
E ognuno di loro, ridendo –il ragazzo ride quando uccide-
Si mise ad infilzarlo con un ramo puntuto,
Allargando la cavità dell’occhio maciullato, infierendo
Sulle ferite, rapiti, compiaciuti di ciò che accadeva;
I passanti ridevano; e l’ombra sepolcrale
Copriva questo nero martirio privo di rantoli,
E il sangue, spaventoso, colava da tutte le parti
Sulla povera creatura, la cui sola colpa era d’esser brutta;
Egli fuggiva; aveva una zampa fracassata;
Un ragazzo lo colpiva con un badile scheggiato;
E ogni colpo faceva schiumare quel proscritto
Il quale, anche quando il sole sorrideva su di lui,
anche sotto il grande cielo, strisciava nel fondo d’un fosso;
E i ragazzi dicevano: “E’ malvagio! Sbava!”
La sua fronte sanguinava; il suo occhio penzolava; fra il rovo
E la ginestra, raccapricciante a vedersi, egli avanzava;
Si sarebbe detto che uscisse da qualche terribile gabbia;
Oh! Quale oscuro atto, peggiorare la miseria!
Aggiungere l’orrore alla difformità!
Distrutto, sballottato fra i sassi,
Continuava a respirare; senza riparo,
arrancava; si sarebbe detto che la morte, schizzinosa,
lo trovasse così orrendo da rifuggirlo;
I ragazzi volevano prenderlo in un laccio,
Ma egli scappò loro, scivolando lungo una siepe;
Il passaggio era sgombro, vi trascinava le sue piaghe
E ci si inoltrava, insanguinato, sfiancato, il cranio squarciato,
Avvertendo brividi di freddo in quella verde cloaca,
Lavando la crudeltà dell’uomo in quella melma;
E i fanciulli, con la primavera sulle gote ridenti,
Biondi, graziosi, non s’erano mai divertiti tanto;
Parlavano tutti assieme e i grandi ai più piccoli
Gridavano: “Venite a vedere! Adolphe, Pierre, che ne dite?
Finiamolo con una grossa pietra!”
Tutti assieme, su quell’essere dall’esecrabile destino,
Essi appuntarono gli sguardi, mentre il disperato
Vedeva incombere su di lui quei visi spaventosi.
–Ahimè! Magari avessimo delle mete, senz’avere dei bersagli;
Quando miriamo un punto dell’orizzonte umano,
avessimo la vita, e non la morte, nelle nostre mani.-
Tutti quegli occhi seguivano il rospo nel fango;
esprimevano al tempo stesso furore ed estasi;
Uno dei fanciulli ritornò, portando con sé una lastra di pietra,
Più pesante ancora per averla sollevata malagevolmente,
E disse: “Adesso vedremo come se la caverà.”
Ora, in quel medesimo istante, proprio in quel punto della terra,
Il destino faceva sopraggiungere un carro molto pesante
Trainato da un vecchio asino storpio, magro e sordo;
Quest’asino sfinito, zoppicante e penoso,
Dopo un giorno di marcia si approssimava alla stalla;
Tirava il carretto e portava un paniere;
Ogni passo che faceva sembrava fosse il penultimo;
Quest’animale avanzava estenuato, battuto,
Tempestato da un nugolo di colpi;
Aveva negli occhi offuscati dai fumi della fatica
Quell’enigmatica espressione che pare ottusità ma è stupore;
La carreggiata era impervia, piena di fango,
E in quei solchi così aspri ogni giro di ruota
Dava come un lugubre e rauco strappo;
L’asino arrancava gemendo, il barrocciaio bestemmiava;
La strada declive pressava il carro dietro il povero animale;
L’asino meditava, sottomesso, colpito dalla frusta e dal bastone,
E il suo pensiero toccava una profondità sconosciuta all’uomo.
I ragazzi, avvertendo il rumore di quelle ruote e di quel passo,
Si voltarono chiassosamente e videro il carretto:
“Eh! Non far cadere la lastra di pietra sul rospo. Fermati!”
Gridarono. “Guarda, sta giungendo quel carro
E gli passerà sopra, sarà molto più divertente.”
Tutti si misero ad osservare. D’improvviso, avanzando pel sentiero
Ove la martoriata e orrida creatura attendeva il supplizio finale,
L’asino vide il rospo e, triste – ahimè! Chinandosi
Verso chi era ancora più triste-, oppresso, sfinito, cupo,
Abbassò il muso fin quasi a terra e parve fiutarlo;
Questo forzato, questo dannato, questo pio martire, lo graziò;
Rinfocolò le proprie forze ridotte al lumicino e, tendendo
La catena e la cavezza sui suoi muscoli insanguinati,
Opponendosi al barrocciaio che gli gridava: “Avanti!”,
Dominando la spaventosa vicinanza del suo fardello,
Affrontando la sfida pur con la sua spossatezza,
Tirando il carro e sollevando il basto,
Stravolto, portò a deviare l’inesorabile traiettoria della ruota,
Lasciando vivere dietro di lui quel miserabile;
Poi, ricevuto un colpo di frusta, riprese il suo cammino.
Allora, liberando le mani dalla lastra di pietra che scivolò via,
Uno dei fanciulli – proprio quello che racconta questa storia –
Sotto l’infinita volta del cielo azzurro e tenebroso a un tempo,
Ebbe modo di udire una voce ferma che gli disse: “Sii buono!”
La bontà nell’incoscienza è il diamante in mezzo al carbone!
Il divino enigma della luce maestosa che squarcia le tenebre!
L’armonia celeste nulla avrebbe più delle cose morte,
Se le cose morte, triste accozzaglia di castighi e cecità,
Riflettessero, e, private d’ogni gioia, provassero pietà.
Oh, quale ineffabile spettacolo! L’ombra misericordiosa,
L’anima costretta al buio soccorre l’anima nelle tenebre,
L’idiota, mosso a compassione, si curva sull’essere ripugnante,
Il buon dannato dà speranza a chi è stato accusato di malvagità!
L’animale che si eleva, mentre l’uomo indietreggia!
Nell’irreale serenità del pallido crepuscolo,
L’orrenda bestia meditò per un istante e scoprì d’esser parte
Di quella misteriosa e profonda dolcezza;
Bastò che un lampo di grazia splendesse nel suo essere
Per renderla del tutto simile a una stella eterna.
L’asino che era rientrato la sera, sovraccarico, distrutto,
Morente, e sentiva sanguinare i suoi poveri zoccoli consunti,
Aveva fatto qualche passo in più, aveva scartato e deviato
Per non schiacciare un rospo nel fango.
Quest’asino meschino, sudicio, straziato dai colpi di bastone,
Ha mostrato d’esser più nobile di Socrate e più grande di Platone.
Che vai cercando, filosofo? Oh, pensatore, stai elucubrando?
Volete forse trovare la verità fra queste nebbie maledette?
E allora credete, piangete, immergetevi nell’insondabile amore!
Chi è buono vede chiaro quando giunge all’oscuro bivio;
Chi è buono dimora in un angolo di cielo. Oh, saggio,
La bontà che rischiara il volto del mondo,
La bontà, questo sguardo ingenuo del mattino,
La bontà, limpido raggio di sole che scalda l’ignoto,
L’istinto che, nella tenebra e nella sofferenza, ama,
E’ quel legame ineffabile e supremo
Che equipara nell’ombra – ahimè, spesso così lugubre! –
Il grande innocente, l’Asino, a Dio il grande sapiente.
Allor nel cielo azzurro dove un astro
già pullulava, intesero i fanciulli
Una che disse: Siate buoni, o figli!
Victor Hugo
giovedì 19 giugno 2025
La gran risposta
Ondeggia il mare sotto lo stellato:
non una nube ha il cielo immacolato;
non una vela il mare.
Ma le case che veglian tra le piante
il ciel sul mar quieto scintillante
paiono interrogare.
E la milizia delle stelle immensa,
quasi echeggiando all'anima che pensa
con intimo tremore,
dicono; e, nel voltar l'arco dell'onde
il mare infaticabile risponde:
((Tu sei: gloria, o Signore)).
Victor Hugo
lunedì 28 aprile 2025
venerdì 11 aprile 2025
Pierino
Il nonno lo portò nella sua casa
Antica e grande in mezzo a un gran giardino.
Oh! quanto verde! intorno
C'erano peri e meli,
Un tremolar di steli,
Frulli di foglie e d'ale,
Un gridìo di cicale
Nel grave mezzogiorno,
E poi tra il lusco e il brusco,
I pigolii sommessiDe' nidi sui cipressi....
Era per angioletto un paradiso
Quell'antico giardino!
Al paradiso s'avvezzo Pierino.
Sua balia era una capra,Suo fratello di latte era un capretto:
E il caprettino adesso
Già facea le sue corse ed i suoi balzi;
E l'omettino, anch'esso,
Volle incignare i suoi piedini scalzi.
E fece il primo passo,
E fatto il primo, volle farne un altro...
E con le braccia avanti,
Trempellando, nuotando, vacillando,
Fra le tremule mani del buon avo,
Che gli era intorno, e gli diceva:"Vieni!
Oh! non ti tengo più...là...là...là..bravo!"
O bei giorni sereni!Com'erano contenti!
Sù dìan due risatine a quando a quando,
Ch'erano tutt'e due gentil cosa!
Ch'erano tutt'e due color di rosa,
Senza biancor di denti,
Egli era il re: suo nonno
Era il suo servo: "Babbo aspetta!". Il nonno
Aspettava. "N, vieni!". Egli veniva.
"Ridi!". Rideva. "Canta!".
Cantava...O famigliola,
Tra nidi e l'ombre, sola, sola, sola:
L'uno diceva l'ultime parole,
L'altro le prime, ed erano le stesse.
Diceva il nonno al bimbo le più care,
Le meglio che sapesse,
Per farlo compitare:
Dicea: "Pierino, core del mio core!".
E lui:" Pielino, cole del mio cole!".
Li benediva il sole....
Victor Hugo.
venerdì 14 febbraio 2025
martedì 12 novembre 2024
venerdì 27 settembre 2024
L’UOMO E LA DONNA
mercoledì 22 novembre 2023
domenica 19 novembre 2023
mercoledì 7 giugno 2023
mercoledì 21 settembre 2022
sabato 26 febbraio 2022
Non guardare il volto
fanciulla, guarda il cuore.
Il cuore di un bel giovane è spesso deforme.
Ci sono cuori in cui l'amore non si conserva.
Fanciulla, l'abete non è bello,
non è bello come il pioppo,
ma d'inverno mantiene le foglie.
Ahimè! A che serve dir questo?
Chi non è bello ha il torto di esistere;
la bellezza ama solo la bellezza.
Aprile volge le spalle a Gennaio.
La bellezza è perfetta.
La bellezza può tutto.
La bellezza è la sola cosa che non esiste a metà.
Il corvo vola solo di giorno.
Il gufo vola solo di notte.
Il cigno vola notte e giorno.
venerdì 26 febbraio 2021
L'uomo e la donna.
L'uomo è la più elevata delle creature.
La donna è il più sublime degli ideali.
Dio fece per l'uomo un trono, per la donna un altare.
Il trono esalta, l'altare santifica.
L'uomo è il cervello. La donna il cuore.
Il cervello fabbrica luce, il cuore produce amore.
La luce feconda, l'amore resuscita.
L'uomo è forte per la ragione.
La donna è invincibile per le lacrime.
La ragione convince, le lacrime commuovono.
L'uomo è capace di tutti gli eroismi.
La donna di tutti i martìri.
L'eroismo nobilita, il martirio sublima.
L'uomo ha la supremazia.
La donna la preferenza.
La supremazia significa forza;
la preferenza rappresenta il diritto.
L'uomo è un genio. La donna un angelo.
Il genio è incommensurabile;
l'angelo indefinibile.
L'aspirazione dell'uomo è la gloria suprema.
L'aspirazione della donna è la virtù estrema.
La gloria rende tutto grande; la virtù rende tutto divino.
L'uomo è un codice. La donna un vangelo.
Il codice corregge, il vangelo perfeziona.
L'uomo pensa. La donna sogna.
Pensare è avere il cranio di una larva;
sognare è avere sulla fronte un'aureola.
L'uomo è un oceano. La donna un lago.
L'oceano ha la perla che adorna;
il lago la poesia che abbaglia.
L'uomo è l'aquila che vola.
La donna è l'usignolo che canta.
Volare è dominare lo spazio;
cantare è conquistare l'Anima.
L'uomo è un tempio. La donna il sacrario.
Dinanzi al tempio ci scopriamo;
davanti al sacrario ci inginocchiamo. Infine:
l'uomo si trova dove termina la terra,
la donna dove comincia il cielo.
Victor Hugo
Victor Hugo
E'stato uno scrittore, poeta e drammaturgofrancese, considerato il padre del Romanticismo in Francia. Seppe tenersi lontano dai modelli malinconici e solitari che caratterizzavano i poeti del tempo, riuscendo ad accettare le vicissitudini non sempre felici della sua vita per farne esperienza esistenziale e cogliere i valori e le sfumature dell'animo umano. I suoi scritti giunsero a ricoprire tutti i generi letterari, dalla poesia lirica al dramma, dalla satirapolitica al romanzo storico e sociale, suscitando consensi in tutta Europa. Nasce Besançon nella Franca Contea, dove il padre Léopold-Sigismond Hugo, conte napoleonico e militare dell'esercito di Giuseppe Bonaparte, si trova di guarnigione, e lo segue poi, insieme alla madre Sophie Trébuchet e ai fratelli Abel Hugo e Eugène Hugo, prima a Parigi, poi anche a Napoli e in Spagna. Dal 1813 tuttavia i suoi genitori si separano e la madre, insieme al generale Victor Fanneau de la Horie, si stabilisce a Parigi. Qui Hugo frequenta il Politecnico dal 1815 al 1818, per volere del padre, ma ben presto abbandona gli studi tecnici per dedicarsi alla letteratura.Scrive le Odi, che furono la sua prima composizione letteraria. Insieme ai fratelli fonda il foglio Il conservatore letterario (1819), e nello stesso anno vince un concorso dell'Académie des Jeux floraux. Inizia poi a frequentare il liceo Louis-le-Grand, e partecipa agli incontri del Cenacolo di Charles Nodier, culla del Romanticismo nascente. Scrive poi Odi et poesie diverse (1822) e molti altri scritti, fino a Odi e ballate, che gli valgono una rendita di mille franchi da parte del re Luigi XVIII. Il 12 ottobre del 1822 sposa, nella chiesa di Saint-Sulpice di Parigi, Adèle Foucher, una sua amica d'infanzia; nasceranno cinque figli: Léopold, Léopoldine, Charles, François–Victor, Adèle l'unica a sopravvivere al padre ma che trascorrerà molti anni in una casa di riposo a causa del suo stato mentale alterato. La scoperta, dopo qualche anno, del tradimento della moglie con l'amico di famiglia Sainte-Beuve lo porterà a condurre una vita di libertinaggio; sua amante per circa cinquant'anni sarà Juliette Drouet, un'attrice teatrale conosciuta durante le prove di Lucrezia Borgia, nel 1833. Nel 1843 muoiono tragicamente la figlia Léopoldine e il genero Charles Vacquerie, annegando nel corso di una gita in barca; Hugo apprende la notizia al rientro da una vacanza, leggendola sul giornale Le Siècle. La tragedia, unita all'insuccesso del suo lavoro teatrale I Burgravi del 1845, gli causa una grave depressione che lo tiene lontano dal mondo letterario per dieci anni.Riprende la sua attività letteraria nel segno della satirapolitica, nella raccolta di poemiI castighi (1853).La vita non gli risparmiò i dolori: nel 1855 muore il fratello Abel, nel 1863 la figlia Adèle impazzisce scappando in Canada, nel 1868 muoiono anche la moglie e alcuni nipoti; in tutte queste disgrazie ha però sempre accanto la fedele Juliette.Nel 1876 ritorna a far parte del Senato. Nel 1878 è colpito da una congestione cerebrale, mentre i festeggiamenti per il suo ottantesimo compleanno — pubblicamente celebrati — vengono offuscati dalla morte di Juliette Drouet. Muore il 22 maggio1885, e la sua salma viene esposta per una notte sotto l'Arco di Trionfo e vegliata da dodici poeti.La sua tomba si trova tuttora al Pantheon di Parigi, collocata accanto a quella degli altri due grandi scrittori francesi del XIX secolo, Alexandre Dumas padre ed Émile Zola.
domenica 27 dicembre 2020
Ti auguro
Né troppi né troppo pochi, ma il numero giusto per farti dubitare ogni tanto delle tue certezze, e che tra di loro vi sia almeno uno nel giusto affinché tu non ti senta eccessivamente sicuro di te.
-
Trionfo di Bacco e Arianna Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza. Quest’è Ba...
-
(Roma, 28 gennaio 1946 – Roma, 12 aprile 2019) è stata una cantante e astrologa italiana.
-
Auguri oggiquesto nome festeggia l'onomastico. Onomastico. L'onomastico viene festeggiato il 25 maggio in ricordo di san Beda...
















