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mercoledì 16 settembre 2026

16 settembre Santa Eufemia di Calcedonia

Santa Eufemia di Calcedonia  
Martire 
Patronato: Rovigno d'Istria
Etimologia: Eufemia = che parla bene, acclamata, dal greco
Emblema: Palma

E’ la celebre martire di Calcedonia nella cui basilica ebbe luogo nel 451-52 quello che fu detto il Grande Concilio. La data esatta del suo martirio ci è testimoniata dai Fasti Vindobonenses priores: "Diocletiano VII et Maximiano V. His cons. ecclesiae demolitae sunt et libri dominici combusti sunt et passa est sancta Eufemia XVI kal. octobris". Dunque, Eufemia consumò il suo martirio il 16 settembre del 303. Prima di chiederci che altro si sa di lei, occorre precisare, per una giusta valutazione critica delle fonti e dei dati che ne risultano, che il concilio di Calcedonia ebbe grande influenza sulla diffusione del suo culto e di notizie sulla santa: è da allora soprattutto che la sua festa viene ad estendersi gradualmente in tutta la cattolicità, e chiese a lei dedicate sorgono dovunque; è in quello stesso periodo di tempo che viene scritta la passio, da cui dipenderà poi quasi tutta la letteratura agiografica che in età posteriore si è occupata della santa; ed è ancora in relazione al concilio celebrato nel suo Martyrion che nasce la festa dell'11 luglio, di s. Eufemia protettrice dell'ortodossia. Questa festa è conosciuta in Occidente dal Martirologio Geronimiano e dal Calendario marmoreo di Napoli, ed in Oriente è accolta pressoché in tutti i calendari. Il Sinassario Costantinopolitano racconta anche i particolari del miracolo ricordato in questa festa: le due professioni di fede, quella ortodossa e quella eutichiana, erandl state collocate dentro la tomba sul petto della santa, ma dopo alcuni giorni, riapertasi l'urna che era stata debitamente sigillata, si trovò il testo ereticale posto ai piedi della martire, e quello ortodosso stretto fra le sue mani. Non mancano tuttavia testi anteriori al concilio, i quali naturalmente potranno godere di un maggior credito, non solo perché più antichi, ma anche per essere immuni da quell'ondata di entusiastica devozione che il trionfo dell'ortodossia di Calcedonia dovette riflettere sulla santa. Asterio, vescovo di Amasea tra il 380 ed il 410, nella sua undecima omelia ci assicura dell'esistenza di un culto alla santa: i cristiani suoi concittadini le hanno eretto un monumento sepolcrale, ne celebrano ogni anno la festa con grande concorso di popolo, e i sacri ministri, in tale occasione, raccontano nelle loro omelie i particolari del suo martirio. Quest'ultima nota ci sembra indicare la fonte prima di ogni trattazione agiografica su Eufemia: le omelie festive. Inoltre, Asterio ci offre, benché indirettamente, notizie su come avvenne il martirio della santa. Infatti, il forbito oratore pontico racconta di aver ammirato alcune splendide pitture poste nel porticato (cioè nel nartece) di una chiesa, le quali raffiguravano scene del suo martirio. In una di esse viene rappresentato il processo: il giudice, circondato da sgherri e da segretari, guarda con volto truce la vergine ammantata del pallio filosofale, ma il cui aspetto fa trasparire la purezza e il coraggio dell'animo. In una seconda, Eufemia appare mentre è torturata: un carnefice le tiene il capo rovesciato all'indietro, mentre un altro le spezza e le strappa i denti; poi si vede la vergine gettata in prigione ed assorta in preghiera: sul suo capo risplende il santo segno della croce; un'ultima scena, infine, ritrae la santa mentre, con le braccia levate al cielo e ilare in volto, consuma sul rogo il suo martirio.
Le reliquie della santa sono conservate nel Duomo di Rovigno d'Istria (Croazia).

 

Autore: Giovanni Lucchesi


martedì 15 settembre 2026

15 settembre Santa Caterina Fieschi Adorno

15 settembre Santa Caterina Fieschi Adorno
Vedova
Genova, 1447 – 15 settembre 1510
Etimologia: Caterina = donna pura, dal greco

Nel 1494-95 l’esercito del re francese Carlo VIII ha percorso l’Italia, portando con sé, come dice Francesco Guicciardini, i semi "di orribilissimi accidenti... e infermità fino a quel dì non conosciute". L’infermità che atterrisce è la sifilide. Esisteva già, ma lo scorrazzare degli eserciti l’ha propagata in dimensioni catastrofiche e con effetti ripugnanti. I malati ricchi chiamano i medici in casa, quelli poveri muoiono per le strade, nei fossi. Ma a Genova, nel 1497, emerge un gruppo che si dedica a questi scarti umani, li accoglie, li nutre, li cura. Animatrice: una signora di rango, Caterina Fieschi, moglie del nobile Giuliano Adorno. Li hanno sposati le famiglie e sono due malmaritati, che stanno insieme per ragioni di facciata; e delle avventure di lui parla tutta Genova.Lei però si libera da questa situazione attraverso un’esperienza mistica che la porta a guidare in Genova la reazione evangelica alla decadenza della Chiesa, anche attraverso la dedizione agli abbandonati; a diventare riformatrice con largo anticipo, attirando nell’impresa anche il marito, e dirigendo l’impegno dei rinnovatori verso un obiettivo preciso: vivere l’esperienza dell’amore di Dio andando dai più infelici e disprezzati. "Andava lei e nettava le miserie e brutture di detti infermi e poveri... con puzze quasi intollerabili et trovava anche quelli che dicevano parole terribili di disperazione". Qui c’è un aspetto applicato della sua esperienza, che non si ferma a quest’opera com’è descritta dai suoi discepoli. Caterina è una mistica che si tuffa nella realtà, con singolari doti che nel XX secolo si chiameranno manageriali: cambia organizzazione negli ospedali, cerca il nuovo e il meglio tra medici e cure. Ma parte sempre dall’idea di Dio-Amore, di quest’amore che va trasmesso subito a tutti, cominciando dai disperati.Il notaio e umanista genovese Ettore Vernazza, su impulso di lei, dà vita alla fraternità del Divino Amore, movimento di clero e di laici protesi a una riforma radicale della vita cristiana, che servirà di modello ad altre associazioni simili, tutte fondate sulla riforma interiore da un lato e sullo spendersi dall’altro, in ogni necessità. “Madonna Caterinetta”, come la chiamano, si ammala anche di peste curando una malata. E i suoi discepoli scrivono che, "sanata che fu, ritornò al servizio dell’hospidal con gran cura e diligenzia". Il movimento di riforma cattolica, dall’interno e senza ribellione, reagisce all’indifferenza colpevole di Roma insegnando e facendo, dando coraggio a molti cristiani anche nei tempi più demoralizzanti. Bisogna "piantare in li cori nostri il divino amore, cioè la carità". Questo è l’insegnamento di Caterina, dispensato e vissuto fino alla morte; la ricetta contro l’inerzia, la premessa per la ripresa. Morta nel 1510, Caterina Fieschi Adorno sarà canonizzata da Clemente XII nel 1737.
La Diocesi di Genova ne celebra il culto il 12 settembre.


Autore:
Domenico Agasso


lunedì 14 settembre 2026

14 settembre Sant' Alberto di Gerusalemme

14 settembre Sant' Alberto di Gerusalemme 
(Alberto Avogadro dei conti di Sabbioneta)
Vescovo e martire
Castel Gualtieri, Parma, 1149 - San Giovanni d'Acri, Palestina, 14 settembre 1214
Etimologia: Alberto = di illustre nobiltà, dal tedesco

Alberto Avogadro o dei conti di Sabbioneta, di origine francese, nacque a Castrum Gualtierii (odierno Castel Gualtieri), in Emilia (Italia), verso il 1150. Entrò tra i Canonici Regolari di S. Croce di Mortara (Pavia), e vi divenne priore nel 1180. Nel 1184 fu vescovo di Bobbio e nel 1185 di Vercelli. Eminente per la sua vita, per il suo sapere e per la sua reputazione, Alberto governò la diocesi di Vercelli per 20 anni. Fu mediatore di pace (tra Milano e Pavia, 1194; tra Parma e Piacenza, 1199). Per la sua mediazione tra il Papa Clemente III e Federico Barbarossa fu nominato Principe dell’Impero. Nel 1194 dettò gli Statuti dei Canonici di Biella. Nel 1205 Papa Innocenzo III lo nominò Patriarca latino di Gerusalemme, con l’ufficio di Legato papale per la Terrasanta. Sbarcò a San Giovanni d'Acri nel 1206, vale a dire l'anno della morte di San Bertoldo, e si legò in stretta amicizia con San Brocardo. Appena quest'ultimo ebbe preso le redini del governo dell'Ordine carmelitano, s'indirizzò al santo Patriarca per ottenerne la soluzione di molti dubbi e difficoltà che si proponevano dai suoi religiosi sulla maniera in cui doveva intendersi la vita comune nel Carmelo. Gli asiatici avevano le loro antiche tradizioni dalle quali non volevano discostarsi; gli europei, d'altro lato, trovavano questo genere di vita tutto differente da quello che avevano veduto praticare nei monasteri del loro paese, e ben presto la pace del santo Monte avrebbe potuto essere posta in pericolo. Sant'Alberto vi provvide componendo, di concerto con San Brocardo, una Regola piena di saggezza, ammirabile transazione tra l'Oriente e l'Occidente, che riunì a poco a poco tutti gli spiriti, e non ha cessato di produrre, d'allora in poi, frutti divini di santità in un numero quasi infinito di cuori generosi. Successive approvazioni di questa norma da parte di vari Papi aiutarono il processo di trasformazione del gruppo verso un Ordine Religioso, cosa che avvenne, nel 1247, con la approvazione definitiva, da parte di Papa Innocenzo IV , di tale testo come Regola. L'Ordine del Carmelo fu così inserito nella corrente degli Ordini Mendicanti. Sant'Alberto morì, durante la processione dell'Esaltazione della santa Croce, il 14 settembre del 1214, pugnalato, ad Acri, dal Maestro o Priore dell’Ospedale di S. Spirito, da lui rimproverato e mandato via dal suo ufficio, per cattiva condotta. E’ venerato a Vercelli e dai canonici regolari l’8 aprile (forse il giorno in cui diede la Regola agli eremiti), dai Carmelitani e dal Patriarcato latino di Gerusalemme il 16, 17, 25 e 26 settembre.

Fonte:
www.carmelosicilia.it


sabato 12 settembre 2026

12 settembre Sant' Ebonzio
Vescovo
Aragona o regione pirenaica, XI sec. -
Sarrancolin, Hautes-Pyrénées, Francia, inizio XII sec

Etimologia: Dal latino Ebontius; le varianti Ébons e Pons suggeriscono una forma occitana o catalana adattata nei Pirenei.

Emblema: Abiti episcopali (mitra, pastorale), abiti benedettini, libro dei Vangeli. 

Ebonzio (Ébons o Pons) è stato monaco benedettino e un santo vescovo che i bollandisti non riuscirono ad identificare,  che morì a Sarrancolin, nel corso del suo viaggio verso St-Bertand-de-Comminges (Hautes-Pyrénées). L’esistenza di questo santo vescovo è nota solamente perché nel 1911 venne rubata a Sarancolin, la cassa di Sant’Ebonzio che risaliva al XII secolo. Anche se le ipotesi formulate dal Ferrari e dal De Saussaye che lo credevano vescovo di Barbastro in Spagna sono state confutate da A. Lambert, nel suo volume sulle vite dei santi, nel sito della diocesi di Tarbes e Lourdes, viene ricordato e identificato come vescovo aragonese di Barbastro e Roda vissuto all’inizio del XII secolo.  Nella valle dell’Aure era molto onorato e già nel 1307 si celebrava una festa in suo onore, mentre in terra aragonese fu sempre ignorato. Sant’Ebonzio si pensa fosse un monaco benedettino dell'Abbazia di Conques eletto alla carica episcopale di Ruda solo per un breve periodo, durante il quale nel 1101 consacrò la grande moschea di Barbastro come cattedrale. Tra le leggende che lo ricordano si narra che avrebbe fatto due viaggi a Roma per andare dal Pontefice e durante il secondo viaggio sarebbe morto a Comminges e sepolto nel terreno del monastero benedettino di Sarrancolin. In suo onore esisteva una chiesa, datata all'XI-XII secolo, che faceva parte di un convento benedettino distrutto nel 1789. L'originalità di questa chiesa romanica era nella sua pianta a croce greca che derivava da diverse campagne di costruzione. Sant’Ebonzio è il santo patrono di Rebouc e Sarrancolin e viene festeggiato nel giorno 12 settembre.


Autore:
Mauro Bonat


lunedì 7 settembre 2026

7 settembre San Grato di Aosta

7 settembre San Grato di Aosta 
Vescovo 
† Aosta, seconda metà del V secolo 
Patronato: Aosta 
Emblema: Bastone pastorale, Mitra, Testa di Giovanni Battista

Le poche notizie certe sulla vita di s. Grato, con il tempo non furono più sufficienti a sostenere il diffuso culto popolare del santo vescovo di Aosta, pertanto nel XIII secolo, a commento della traslazione delle reliquie nel Duomo, il canonico Jacques de Cours, ignaro dei fatti storici e mosso da incauto zelo nei confronti del santo patrono, scrisse la “Magna Legenda Sancti Grati”. La “Vita” di s. Grato così narrata, risultò molto fascinosa e attraente per il gusto agiografico dell’epoca, che necessitava di figure favolose ed eroiche, anche se già nel XVI secolo si cominciò a dubitare del racconto e molti studiosi fra i quali Cesare Baronio, primo estensore del ‘Martirologio Romano’, ne contestarono la veridicità. Ma non tutti erano disposti a rinunciarvi, così le polemiche durarono fino agli anni Sessanta del Novecento, quando lo storico Aimé Pierre Frutaz, dimostrò inconfutabilmente che la “Magna Legenda Sancti Grati” era del tutto inventata; ma bisogna comunque tener conto che senza di essa, non si riuscirebbe a spiegare l’iconografia del santo e la straordinaria diffusione del culto al di fuori della Vallée, come in Piemonte, Lombardia, Svizzera e Savoia. Per questo motivo si riporta qui di seguito, le parti essenziali di questa narrazione, per completare un quadro riassuntivo della figura di san Grato, che ha generato tanta devozione nei secoli fra i valdostani, ripetendo che non ha fondamento storico. Secondo il già citato canonico del XIII secolo, san Grato era nato in una nobile famiglia di Sparta; dopo aver studiato ad Atene era diventato monaco. Per sfuggire alla persecuzione dell’eretico imperatore d’Oriente, lasciò Costantinopoli rifugiandosi a Roma dove fu accolto con tutti gli onori; il papa lo nominò suo consigliere inviandolo alla corte di Carlo Magno, affinché lo persuadesse ad intervenire in Italia contro il re longobardo Desiderio. Tornato a Roma, Grato mentre pregava nella Chiesa di Santa Maria dei Martiri, l’ex Pantheon, ebbe una visione, dove si vedeva una grande valle abbandonata a sé stessa, che lo attendeva; nello stesso momento anche al papa appariva in sogno un angelo, che gli ordinò d’inviare Grato come vescovo ad Aosta. Nella Valle, Grato intraprese un’opera di conversione con gli affievoliti cristiani esistenti e soprattutto con i pagani ancora molto attivi; operò prodigi e miracoli spettacolari che convinsero molti pagani a convertirsi. Quando Carlo Magno seppe che molti di essi resistevano al cristianesimo, inviò in Valle d’Aosta il prode paladino Orlando per combattere questi infedeli; il quale valicò le Alpi coperte di neve e ghiacci, guidato da un angelo. Grato intervenne di nuovo con i pagani, convincendoli alla fine a superare lo scontro ed evitare così uno spargimento di sangue. Prima di proseguire si sottolinea la differenza d’epoca in cui secondo la “Magna Legenda”, san Grato fosse vissuto; nel V secolo secondo i dati storici provati dalla sua partecipazione al Sinodo di Milano del 451 e nell’VIII-IX secolo al tempo di Carlo Magno (742-814) secondo la “Legenda”. Proseguendo nella lettura del fantasioso racconto, si trova Grato che ubbidendo ad un messaggio del Signore, si recò in Terrasanta, accompagnato dal monaco san Giocondo, per ritrovare la reliquia della testa di san Giovanni Battista, rimasta nascosta in un luogo segreto del palazzo di Erode e mai trovata; lì giunto, Grato la ritrovò prodigiosamente in fondo ad un profondo pozzo. Naturalmente vi furono miracoli sia durante il viaggio, per placare una furiosa tempesta come pure in Terrasanta; trovata la reliquia con l’aiuto di un angelo, Grato la nascose sotto il mantello e dopo aver salutato il patriarca di Gerusalemme senza riferirgli il ritrovamento, affinché non la reclamasse, prese la via del ritorno. Dovunque passasse le campane suonavano autonomamente e persino due bimbi resuscitarono al suo avvicinarsi. La leggenda del ritrovamento del capo di s. Giovanni Battista, ha ispirato l’iconografia di s. Grato, che spesso è raffigurato con la testa del Battista in mano; è da dire che leggende precedenti dicevano che la reliquia sarebbe stata portata a Roma da monaci greci. Quando arrivò a Roma, gli andò incontro il papa con un corteo, mentre le campane suonavano a festa da sole, Grato allora tolse dal mantello la reliquia del capo e la porse al papa, ma nel fare ciò gli rimase in mano la mandibola che si era staccata, fu interpretato come il segno che quella reliquia dovesse rimanere a Grato, che con il consenso del papa la portò ad Aosta. Qui si ferma il racconto della “Magna Legenda sancti Grati”. Il santo vescovo tornato ad Aosta, continuò a governare la diocesi ritirandosi ogni tanto insieme al monaco Giocondo nell’eremo che ancora oggi si chiama Ermitage. Concludiamo quest’esposizione, facendo notare l’ulteriore contraddizione storica della “Magna Legenda”, che indica come compagno del vescovo Grato il monaco Giocondo, durante la sua trasferta in Terrasanta sempre datata al tempo di Carlo Magno; ma san Giocondo fu effettivamente discepolo di s. Grato e alla sua morte avvenuta negli ultimi decenni del V secolo, gli successe come terzo vescovo di Aosta. È infatti annoverato fra i vescovi che parteciparono il 23 ottobre 501, al Sinodo romano convocato da Teodorico per proclamare l’innocenza di papa Simmaco, accusato ingiustamente da alcuni senatori romani; quindi se era presente a Roma nel 501 e in altro Sinodo nel 502, non poteva essere in Terrasanta con Grato nel IX secolo; ciò conferma che i due santi vescovi sono vissuti effettivamente nel V secolo, tutto il resto è fantasia. Anche s. Giocondo è fra i protettori di Aosta, le sue reliquie sono conservate nella cattedrale e viene celebrato il 30 dicembre.


Autore: Antonio Borrelli

sabato 5 settembre 2026

5 sett. San Bertino di Sithiu

5 sett. San Bertino di Sithiu
Abate
 
m. 5 settembre 698
Etimologia: Bertino (acc. di Berto)= splendido, fulgido, dal tedesco 
Emblema: Bastone pastorale, Nave 

Originario di Costanza, Bertino entrò nel monastero di Luxeuil e, verso il 642, si recò insieme con Mummolino ed Ebertanno nella diocesi di Thérouanne, dove fu accolto con gioia dal vescovo Audomaro. Questi diede ai tre monaci l'incarico di edificare un monastero a Sithiu, presso il fiume Aa, in una villa che aveva ricevuto in dono da un nobile convertito. Primo abate del nuovo monastero fu Mummolino; quando questi fu fatto veseovo di Noyon nel 660, gli succedette Bertino. Durante il suo governo Bertino si mostrò pastore provvido, semplice, innocente; fu per tutti esempio di virtù ed ebbe da Dio il dono dei miracoli. La fama delle sue virtù attrasse nel monastero molti desiderosi di perfezionarsi, tra i quali quattro Armoricani: Quadanoc, Ingenoc, Madoc, Winnoc cui Bertino concesse di edificare un ospizio presso Thérouanne. L'abate si occupò degli interessi temporali del monastero e nel 663 ottenne dal re Clotario III la conferma di una permuta di beni fatta col vescovo Mummolino, mentre nel 682 Teodorico III gli concesse il diritto di riscuotere le imposte dai territori dipendenti. Dai re Clodoveo III (691) e Childeberto III (697) l'abate ebbe, infine, la conferma delle immunità concesse al suo predecessore. Ormai vecchio, Bertino, lasciato il governo del monastero a Rigoberto, morì il 5 settembre 698, ottenendo ben presto gli onori dell'altare: un documento del 745, infatti, lo ricorda già come santo. Nel Martirologio Romano è menzionato al 5 settembre, data della sua festa.

Autore: Agostino Amore

venerdì 4 settembre 2026

4 settembre Sant' Ida di Herzfeld

4 settembre  Sant' Ida di Herzfeld
Vedova
Westfalia, 766 ca. – Herzfeld, Germania, 4 settembre 825 

È certamente uno dei più eclatanti casi di membri di intere famiglie e generazioni del Medioevo, votati alla vita religiosa, così sentita in quell’epoca. Santa Ida, nacque nel 766 ca. in Westfalia (regione storica della Germania, tra il Weser e il Reno) e visse al tempo di Carlo Magno (742-814); i suoi cinque fratelli e sorelle, tutti scelsero la vita religiosa, due di essi Wala e Adalhard divennero abati di Corvey. Dopo aver trascorso una giovinezza esercitando le virtù e pietà cristiane, sposò il duca di Sassonia, Ekbert, da lei amorevolmente curato durante una lunga malattia. Dalla loro felice unione nacquero cinque figli, dei quali tre scelsero la vita religiosa, una figlia la venerabile Hadwig, fu badessa ad Herford e nello stesso convento fu suora anche la figlia Adela; mentre il figlio, venerabile Varin divenne più tardi abate di Corvey; gli altri due figli occuparono posti di rilievo nella società della epoca. Insieme al marito Ekbert, condussero una vita cristiana esemplare e fecero costruire una chiesa ad Herzfeld (diocesi di Münster), seguendo le indicazioni ricevute in un sogno. Nell’811 quando aveva 45 anni, rimase vedova e Ida dopo aver sistemato dignitosamente i suoi figli, si ritirò presso la chiesa da lei fatta edificare ad Herzfeld, non lontano dal suo castello di Hoverstadt. Nel locale attiguo alla chiesa, dove prese a vivere, si dedicò ad opere di pietà, di mortificazione e di carità verso i poveri della regione, donando loro il necessario con l’utilizzo dei suoi beni. Ida, che veniva chiamata la “madre dei poveri”, contribuì in modo determinante a fondare la prima comunità cristiana della Westfalia meridionale. Morì ad Herzfeld il 4 settembre 825 e seppellita accanto alla chiesa, dove aveva già fatto seppellire il marito. Il 26 novembre 980 il vescovo di Münster, mons. Dodo, effettuò “l’elevazione” delle sue reliquie, cioè la canonizzò (proclamò santa), secondo il rituale della Chiesa di quell’epoca. Nella stessa data ci fu la prima processione (Identracht) con le sue reliquie per le strade di Herzfeld; la sua tomba divenne meta di pellegrinaggi. Sant’Ida è particolarmente invocata dalle donne in procinto di partorire; la sua festa si celebra il 4 settembre e ad Herzfeld è ricordata anche il 26 novembre, data della canonizzazione.


Autore: Antonio Borrelli


giovedì 3 settembre 2026

3 sett.San Marino

3 sett.San Marino

(Loparo, 275 circa – Città di San Marino, 366)
è stato, secondo la tradizione, uno scalpellino di origine dalmata che nel 301 fu il fondatore della repubblica di San Marino.

Patronato: San Marino, Diaconi

Etimologia: Marino = uomo del mare, dal latino

Nell’anno 257 d.C. due cristiani di nome Marino e Leone, provenienti dall’isola di Arbe in Dalmazia, giunsero a Rimini attratti dall’opportunità di lavorare come scalpellini. Marino, giunto nella zona del Monte Titano in cerca di pietre da lavorare, restò affascinato dal maestoso Monte e vi si recava spesso, Oltre a quel lavoro, egli svolgeva la missione di convertire la popolazione riminese al cristianesimo. Fu per questo che una donna malvagia l’ accusò di essere suo marito e di professare il cristianesimo. Marino fu costretto a rifugiarsi nella foresta del Monte Titano, che conosceva molto bene, per sfuggire alle persecuzioni dell’Imperatore Diocleziano. Tuttavia la donna, in preda al demonio, lo scovò ugualmente e confermò le sue accuse. Marino non trovò altro sistema che opporre ad essa il suo digiuno e le sue preghiere, fino a che non avvenne il miracolo: la donna si ravvide e fece ritorno a Rimini, tessendo le lodi di Marino. La leggenda narra anche che Marino e Leone, per evitare altre esperienze di quel tipo, si ritirarono, assieme alla sua piccola comunità, in vetta al Monte Titano, recintando la zona del loro rifugio. Poi Leone si trasferì sul vicino Mons Feretrum o Monte Feretrio (attuale Montefeltro). Il terreno però era di proprietà di donna Felicissima il cui figlio Verissimo si recò sul posto per scacciare Marino. Egli si oppose alla violenza con la sola forza delle preghiere al Signore; fu evidentemente ascoltato perché il giovane rimase come paralizzato. In seguito a questo fatto strabiliante, donna Felicissima si recò in supplica da Marino, chiedendo perdono per l’atto violento del figlio Verissimo che, grazie all’intercessione della madre e le preghiere di Marino, tornò alla normalità. La donna donò il territorio a Marino che vi morì nell’anno 301. Per la sua predicazione e le conversioni al cristianesimo, il vescovo di Rimini San Gaudenzio gli conferì l’ordine del diaconato. Fu sepolto nella chiesa che egli stesso aveva eretto e dedicato al San Pietro e successivamente fu nominato Santo. E’ l’unico Santo fondatore di uno Stato e patrono della Repubblica che porta il suo nome assieme ai compatroni San Leone e Sant’Agata.


Autore:
Carlo Ennio Morri

mercoledì 2 settembre 2026

2 settembre San Nonnoso

San Nonnoso sul Monte Soratte
Priore VI sec.

Il Monte Soratte si trova vicino Civita Castellana nel Lazio, ed è alto 691 metri; su questo monte ed alle sue falde, sorsero sin dal VI secolo tre monasteri, il primo sul monte, con il nome di S. Silvestro è citato per la prima volta in un documento di Gregorio II, papa dal 715 al 731. E in questo monastero nella prima metà del VI secolo, visse Nonnoso monaco contemporaneo di s. Benedetto, e che sembra sia stato in seguito abate dello stesso monastero. Di lui si sa solo quello che racconta s. Gregorio Magno nel 593, quando aderendo alle richieste di molti amici, si mise a scrivere le storie miracolose di santi italiani vissuti fino ad allora. Purtroppo di s. Nonnoso racconta solo tre suoi miracoli, senza alcun elemento cronologico che possa permettere di stabilire gli estremi della vita del santo. Era  sotto il governo di un rigoroso abate, quando avviene il primo miracolo; intorno al monastero manca un orto, per coltivarlo ci sarebbe un pezzo di terreno ma è occupato da una grande roccia che lo impedisce; allora Nonnoso si mette in preghiera tutta la notte e al mattino successivo la roccia si è allontanata più in là, lasciando libero il terreno, nemmeno cinquanta paia di buoi avrebbero potuto farlo. Il secondo prodigio fu quello che essendogli caduta dalle mani una lampada di vetro, questa si frantumò in centinaia di pezzi; presentendo una sgridata dal severissimo abate, si mette in fervida preghiera e la lampada si ricostituisce in tutte le sue parti. Il terzo miracolo avviene a favore della comunità, giacché i pochi ulivi del monastero non danno olio a sufficienza per i loro bisogni, l’abate dispone che i monaci escano dal monastero e vadano a lavorare presso i contadini dei dintorni, ricevendo in cambio dell’olio; Nonnoso però umilmente chiede all’abate di ritirare la disposizione, che avrebbe distratto i monaci dal raccoglimento e dalla preghiera. Detto ciò fece raccogliere le poche olive dagli alberi e il pochissimo olio ricavato, lo fece dividere in piccole dosi nei recipienti vuoti, che dovevano contenere l’olio, poi trascorse la notte in preghiera e al mattino tutti i vasi si trovarono ripieni d’olio. Oltre questi tre miracoli, san Gregorio Magno ne loda l’umiltà e la capacità di calmare l’irascibile abate. Nonnoso morì in un anno incerto e sepolto a Soratte; a causa delle incursioni saracene avvenute tra la fine del secolo IX e gli inizi del X, che devastarono il Soratte e gli altri due monasteri, il suo corpo venne traslato nel monastero di Suppentonia (Castel S. Elia, fra Nepi e Civita Castellana) da qui il vescovo Nitkero (1039-1052) lo trasferì a Frisinga in Baviera. Durante i lavori per la ricostruzione della cattedrale, il corpo fu rinvenuto e collocato nel 1161 nella cripta. Nel 1708 le reliquie di cui si era persa l’ubicazione, vennero riscoperte e quindi sistemate, dopo grandi feste, in un artistico sarcofago nella stessa cripta a Frisinga. In epoca incerta il capo fu trasferito a Bamberga dove è molto venerato; s. Nonnoso è considerato protettore degli ammalati di reni, che usavano e penso che usano ancora, strisciare carponi attorno al sarcofago per tre volte, invocandone l’intercessione. Alcune reliquie nel 1611 vennero cedute dal vescovo di Frisinga ai monaci del Soratte, che continuavano la loro vita monastica nei monasteri, che dopo le distruzioni saracene erano rifioriti; il culto per s. Nonnoso, dopo una lunga interruzione dovuta all’abbandono e alla rovina del monastero, riprese nel 1655-58 per iniziativa di un pio religioso cistercense, al cui Ordine era stata affidata l’abbazia. Il 2 settembre 1664 fu riconsacrato il primo altare al Soratte in onore del santo priore e fu celebrata la prima festa solenne, da allora il culto si diffuse in tutta l’Italia Centrale; egli è patrono della diocesi di Nepi e Sutri e compatrono di Frisinga; la sua festa è al 2 settembre.


Autore: Antonio Borrelli

domenica 30 agosto 2026

30 agosto San Fiacrio (Fiacre)

30 agosto San Fiacrio (Fiacre)

Patronato: Giardinieri, Ortolani, Tassisti, Malati di sifilide
Un'aggiunta non anteriore al sec. X del Martirologio Geronimiano, al giorno 30 agosto riporta: "In pago Meldensi natalis s. Fiacrii, episcopi et confessoris". E' la sola fonte che menzioni il carattere episcopale di questo asceta del VII sec. di origine irlandese; il Martirologio di Gorman (intorno al 1170) è il primo a ricordarlo. Nel Martirologio Romano è celebrato al 30 agosto come confessore. Non c'è dunque da meravigliarsi che si ignori quasi tutto della sua vita. La Vita di Farone, vescovo di Meaux, morto nel 670, racconta che costui diede a un sant'uomo di nome Fefrus una proprietà situata a tre miglia da Meaux nel Breuil per crearsi un monastero il quale sviluppandosi, divenne il centro di una città che prese il nome di S. Fiacre-en-Brie. Le reliquie di Fiacrio, che erano rimaste nella cappella del monastero, furono trasferite nel 1568 nella cattedraLe di Meaux, dove si conservano ancor oggi. Il culto del santo, dapprima limitato a S.Fiacreen-Brie, frequentato luogo di pellegrinaggio, si estese in Francia (Bourges, Parigi, Bretagna, Le Puy-en-Velay) come in Belgio, nel Lussemburgo e nella Renania. Lo si invocava per la guarigionc delle emorroidi, chiamate "fic saint Fiacre" (forse per un semplice gioco di parole). Siccome nella Vita di s. Farone è detto che il vescovo di Meaux avrebbe promesso al santo di dargli per la fondazione del suo monastero tanto terreno quanto ne poteva circoscrivere con un fosso in una giornata di lavoro, Fiacrio era venerato come patrono degli ortolani.

Autore: Joseph-Marie Sauget


venerdì 28 agosto 2026

28 agosto Santa Fiorentina Vergine

28 agosto Santa Fiorentina Vergine
Cartagena, Hispania, circa 545-550 -
Écija o area della Betica, circa 610-612
Etimologia: Dal latino Florentina, femminile di Florentinus, collegato a florens, fiorente, rigoglioso.
Emblema: Abito monastico, libro della regola.

Nacque probabilmente a Cartagena in data imprecisata (545 o 550) e, verso il 554, si trasferì a Siviglia con i genitori e i fratelli s. Leandro e s. Fulgenzio. Alla morte dei genitori Fiorentina allevò l'altro fratello, s. Isidoro. Ancor giovane entrò in un monastero della Betica, che la tradizione identifica con S. Maria della Valle nella città di Écija, dove fu vescovo s. Ful­genzio. S. Leandro le dedicò, dopo il 575, il trat­tato De institutione virginum et de contemptu mundi, noto come la Regola di s. Leandro, un adattamento della Regola benedettina per le reli­giose che ebbe una gran diffusione nei monasteri femminili dell'alto Medioevo. Intelligente e versata nelle scienze ecclesiastiche, su suo invito s. Isidoro scrisse e le dedicò il tratta­to teologico-esegetico De fide catholica contra Iudaeos. Lia. tradizione la vuole anche a capo del suo monastero di Écija e occupata nel governo di ben altri quaranta o cinquanta monasteri. Sono incerti anche il luogo e la data della sua morte (610 o 612). Per qualche tempo rimase sepolta nella cattedrale di Siviglia (chiesa delle SS. Giusta e Rufina) insie­me ai suoi fratelli s. Leandro e s. Isidoro, come ne fa fede un epitafio autentico; ma con l'invasio­ne araba, il suo corpo, coi resti dell'altro fratello, s. Fulgenzio, fu trasferito a Berzocana (Caceres). Mancano testimonianze circa un suo culto antico; spesso viene confusa con una s. Fiorenza martire non meglio identificata. Soltanto a cominciare dal sec. XV il suo Ufficio compare nei Breviari locali (commune virginum). È la patrona della diocesi di Plasencia, che ne celebra la festa il 14 marzo (anniversario della traslazione); le sue reliquie sono venerate anche a Murcia e all'Escoriai. Il Mar­tirologio Romano, che la commemorava il 20 giugno, la ricorda al 28 agosto.

Autore: Isidoro da Villapadierna

giovedì 27 agosto 2026

27 agosto San Davide Enrico Lewis

27 agosto San Davide Enrico Lewis 
Sacerdote gesuita, martire 
Abcrgavenny, Inghilterra,1616/1617-Usk, Galles, 27/8/1679

Primo dì nove fratelli, Lewis nacque nella contea di Monmouth da Morgan Lewis, protestante, e da Mar garer Prichard, ferverne cattolica. Dopo aver frequentato la «Royal grammar school» del suo paese, di cui il padre era direttore, entrò, a quanto pare, nel Middle Temple di Londra per seguirvi gli studi legali. Aveva sedici anni quando andò in Francia, insieme con il figlio del conte Savage, fermandosi a Parigi per circa tre mesi, durante i quali si convertì alla religione cattolica per opera del p. Talbot, com'egli stesso dichiarò. Perduti i genitori nel 1638, Lewis decise di abbracciare lo stato ecclesiastico, per cui, lasciata l'Inghilterra il 22 ag. di quell'anno, giunse fl Roma il 2 nov. per essere ammesso al Collegio inglese, sotto lo pseudonimo di Charles Baker. Ordinato sacerdote il 20 lugl. 1642, passò successivameme nella Compagnia di Gesù, dove venne accolto il 19 ag. 1645. Rimpatriato l'anno seguente, prese a svolgere attività missionaria nella sua contea natale di Monmouth, ma nel 1647 fu richiamato a Roma dal generale del suo Ordine, che gli affidò la cura spirituale del Collegio inglese. Desideroso tuttavia di ritornare alle missioni del suo infelice paese, Lewis ne richiese insistentemente l'autorizzazione ai suoi superiori, che non ebbero animo di rifiutargliela. Rimpatriò quindi nuovamente nel 1648, andandosi a stabilire ancora nel Monmouthshire, dove per oltre trenta anni svolse una infaticabile opera di apostolato, dedicando le sue maggiori cure ed attenzioni agli indigenti ed ai bisognosi, che soccorreva amorevolmente in tutte le maniere, tanto da meritare il titolo di « padre dei poveri ». Denunciato da due coniugi apostati, il Lewis venne catturato nella parrocchia di S. Michele a Llantarnam, nella contea di Monmouth, mentre si apprestava a celebrare la S. Messa all'alba del 17 nov.1678, Condotto a Lanfoist, fu mandato da quei giudici ad Abergavenny, dove subì un primo intcrrogatorio; quindi venne fatto rinchiudere nelle prigioni di Monmouth, dove rimase sino al 13 genn.1679, allorché fu trasferito in quelle di Usk. Il 28 marzo fu ricondotto a Monmouth per esservi processato sotto la solita imputazione di essere un prete cattolico, ordinato sul continente e ritornato in patria ad esercitare le funzioni del suo ministero contro le leggi emanate dalla regina Elisabetta e sempre in vigore. Condannato a morte per alto tradimento, Lewis vide la sua esecuzione rinviata per ordine del re, per cut fu nuovamente rinchiuso nelle prigioni di Usk. Nel magg. seguente venne portato a Londra per essere interrogato dal consiglio privato, che, pur riconoscendolo innocente, lo rinviò nel carcere Usk, dove rimase per oltre tre mesi, con grande profitto dei cattolici del luogo, che avevano il permesso di visitarlo. Prima di essere impiccato il 27 ag. 1679 in Usk, Lewis potè rivolgere un lungo discorso alla folla riunita intorno al patibolo, che ne rimase profondamente impressionata. Innalzato da Pio XI all'onore degli altari il 15 dic. 1929.

Fonte Enciclopedia dei Santi.


mercoledì 26 agosto 2026

26 agosto Beati Luigi e Maria

26 agosto Beati Luigi e Maria

Beati Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini Sposi

Catania, 12 gennaio 1880 - Roma, 9 novembre 1951
Firenze, 24 giugno 1884 - Serravalle (AR), 26 agosto 1965

Il 12 febbraio 1994, nel dare inizio presso il Tribunale per le Cause dei Santi del Vicariato di Roma alla loro causa di canonizzazione, il Cardinale Vicario Camillo Ruini così li presentava: "I due avevano cristianamente consacrato il loro amore coniugale e la grazia del sacramento nuziale li ha sempre sostenuti mirabilmente nel formare e crescere la loro famiglia…”. Ed il S. Padre si è mostrato particolarmente lieto di questa circostanza perché da  tempo desiderava un cammino di santità, da additare al popolo dei fedeli, realizzato da una coppia di sposi. Non hanno fondato congregazioni. Non sono partiti missionari per terre lontane. Semplicemente hanno vissuto il loro matrimonio come un cammino verso Dio facendosi santi. Papa  Giovanni Paolo  il 21  ottobre  2001 li ha beatificati  nel ventesimo anniversario della Familiaris Consortio. In quella occasione, per la prima volta nella storia della Chiesa abbiamo visto elevata alla gloria degli altari una coppia di sposi, Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, beati non “malgrado” il matrimonio, ma proprio in virtù di esso. La beatificazione dei coniugi Quattrocchi è avvenuta, non a caso, in occasione della giornata della famiglia, segnando una svolta, per così dire “storica”, sul modo comune di concepire la santità: non più soltanto appannaggio di suore, sacerdoti e singoli fedeli, ma un cammino aperto e praticabile da tutti gli sposi cristiani, sulla scia dei neo-beati, una coppia borghese che visse a Roma nella prima metà del Novecento. Luigi Beltrame  nato a Catania adottato da uno zio senza figli, che gli dà il suo cognome, Quattrocchi, si trasferisce con lui a Roma dove studia Giurisprudenza. Qui conosce Maria Luisa Corsini, figlia unica di genitori fiorentini, di quattro anni più giovane. Una ragazza piena di doti: colta, sensibile e raffinata, amante della letteratura e della musica, a vent’anni aveva già pubblicato un saggio su Dante Gabriele Rossetti e i preraffaelliti. Le nozze vengono celebrate nella Basilica di S. Maria Maggiore il 25 novembre 1905. L’anno seguente nasce il primo figlio, Filippo, seguito da Stefania (nel 1908), Cesare (1909) ed Enrichetta (1914). Crescendo abbracceranno tutti la vita religiosa: Filippo (don Tarcisio), sarà sacerdote diocesano, Stefania (suor Maria Cecilia), monaca benedettina, Cesare (padre Paolino), monaco trappista, ed Enrichetta, l’ultima nata, consacrata secolare. Ad eccezione di Stefania, scomparsa nel 1993, i fratelli sono ancora viventi e di veneranda età, attivi e lucidissimi nel far memoria della santità dei loro genitori, che furono sposi ed educatori davvero esemplari. Lui, Luigi, avvocato generale dello Stato, fu professionista stimato e integerrimo; lei, Maria, una scrittrice assai feconda di libri di carattere educativo. Entrambi avevano a cuore i problemi della società e della nazione: animatori dei gruppi del Movimento di Rinascita Cristiana, avevano aderito anche al Movimento “Per un mondo migliore” di P. Lombardi. Luigi fu amico di Don Sturzo e di Alcide De Gasperi; senza mai prendere una tessera di partito, esercitò l’apostolato nella testimonianza cristiana offerta nel proprio ambiente di lavoro, laicista e refrattario alla fede, nella profonda bontà che ebbe nel trattare con tutti, soprattutto i “lontani”, nella sollecitudine costante verso i bisognosi che bussavano quotidianamente alla loro porta di casa. Lei,infermiera volontaria della Croce Rossa, durante le due guerre si prodigò instancabilmente per i soldati feriti; catechista attivissima per le donne del popolo nella parrocchia di S. Vitale, organizzò i corsi per fidanzati, autentica novità pastorale per quei tempi, quando il matrimonio veniva considerato come qualcosa di scontato, che non esigeva approfondimento nè preparazione. Maria svolse anche un’intensa opera di apostolato con la penna, fece parte dell’Azione Cattolica e di altre associazioni, appoggiò inoltre la nascita dell’Università Cattolica del S. Cuore, accanto a P. Agostino Gemelli e Armida Barelli, chiamata a far parte del Consiglio Centrale dell’Unione Femminile Cattolica Italiana come incaricata nazionale per la religione. Non è certo possibile riassumere in poche righe la straordinaria vicenda umana e spirituale dei coniugi Beltrame Quattrocchi. La loro esistenza di sposi fu un cammino di santità, un andare verso Dio attraverso l’amore del coniuge. Mezzo secolo di vita insieme, senza mai un attimo di noia, di stanchezza, ma conservando sempre il sapore continuo della novità. Il loro segreto? La preghiera. Ogni mattina a Messa insieme alla Basilica di S. Maria Maggiore, “usciti di chiesa mi dava il “buon-giorno”, come se la giornata soltanto allora avesse il ragionevole inizio. Ed era vero…”, ricorda lei in Radiografia di un matrimonio, il suo libro-capolavoro. La recita serale del S. Rosario, l’adorazione notturna, la consacrazione al Sacro Cuore di Gesù solennemente intronizzato al posto d’onore nella sala da pranzo, e altre pie pratiche. Nel 1917 divennero terziari francescani e nel corso della loro vita non mancarono mai di accompagnare gli ammalati, secondo le loro possibilità, a Loreto e a Lourdes col treno dell’UNITALSI, lui come barelliere, lei come infermiera e dama di compagnia. Il loro esempio, la loro profonda vita di fede, la pratica quotidiana del pregare in famiglia ebbero di certo i propri effetti sui figli, che si sentirono tutti e quattro chiamati dal Signore alla vita consacrata. Non senza ragione, perché “la famiglia che è aperta ai valori trascendenti, che serve i fratelli nella gioia, che adempie con generosa fedeltà i suoi compiti ed è consapevole della sua quotidiana partecipazione al mistero della Croce gloriosa di Cristo. Le loro date di culto per la Chiesa Universale sono separate e cadono nei giorni 26 agosto e 9 novembre, mentre la Diocesi di Roma li commemora il 25 novembre, anniversario del loro matrimonio.


Autore: Maria Di Lorenzo

lunedì 24 agosto 2026

24 agosto Sant' Emilia de Vialar

24 agosto Sant' Emilia de Vialar
Vergine, fondatrice
Gaillac, Francia, 12 sett1797 -Marsiglia, Fr. 24 ag 1856

Sua madre muore mentre in carrozza accompagna lei tredicenne al collegio parigino delle Dame dell’Abbaye-au-Bois, per signorine di alta condizione. Dal lato paterno, Emilia appartiene a un casato di uomini di legge; e il suo nonno materno è il ricchissimo barone Antonio Portal, scienziato e medico del re Luigi XVIII. Da Parigi, Emilia ritorna quindicenne a Gaillac per stare col padre e i due fratelli, più giovani di lei. Ma il padre sembra ormai indifferente a tutto e a tutti. Chi manda avanti la casa è una domestica fidata, laboriosa, decisionista. E per Emilia questi sono anni confusi: bella e ricca com’è, non si sposa, e pare che non sappia cosa fare. Durante una missione popolare, i predicatori la orientano verso i drammi della povertà, e lei dà una prima risposta aprendo casa sua a molti infelici. Ma così entra in conflitto col padre e con Toinon (Antonietta), l’autoritaria domestica, che l’accusa di rovinare la famiglia. Intanto ha radunato un gruppetto di ragazze che condividono il suo aiuto ai poveri e le sue speranze in qualcos’altro. E questo “altro” giunge nel 1832: la morte del nonno materno procura una ricca eredità a Emilia, che subito compra una casa, raccogliendovi le compagne, e con l’aiuto del vescovo di Albi fonda la congregazione delle Suore di San Giuseppe dell’Apparizione. Si è ispirata al Vangelo di Matteo, là dove narra dell’Angelo che appare a san Giuseppe per rassicurarlo: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quello che è generato in lei viene dalloSpirito Santo". Agostino de Vialar, fratello di Emilia, vive in Algeria, già occupata dai francesi, e le propone di aprire un ospedale a Boufarik, presso Algeri. Lei arriva con le prime compagne, in tempo per affrontare un’epidemia di colera. Col denaro del nonno crea ospedali e scuole, tra l’ammirazione dei musulmani. (Uno di essi, mentre lei gli medica una gamba in cancrena, le indica il Crocifisso dicendo: "Lui deve essere molto buono se ti spinge a fare questo per me"). Ma nel 1843 il vescovo francese di Algeri fa richiamare tutte le suore in Francia, e si tiene le loro opere. Così Emilia è anche povera, adesso: ma non ha visto ancora il peggio. Riparte dalla Francia portando scuole e ospedali a Malta, Cipro, Tripoli, Beirut; viaggia nel mondo spingendosi fino all’Australia. E intanto arriva, per lei, il disastro proprio in casa: a Gaillac, nella sua prima comunità. Qui la superiora locale rovina tutto con un’amministrazione disastrosa, e poi se ne va facendo anche causa a madre Emilia, per avere indietro la dote. Povertà, debiti, ondate di maldicenza, sembra davvero la fine. Ma lei è tranquilla: "Il nostro Ordine deve prosperare nella povertà". Abbandona Gaillac, il cuore della Congregazione trova sistemazione definitiva nel 1852 a Marsiglia, con l’aiuto del vescovo che è un padre di missionari e futuro santo: Eugenio di Mazenod, fondatore degli Oblati di Maria Immacolata. Emilia non ha più eredità da spendere, ma avrà sempre più esempi da mostrare, dovunque operino le Suore dell’Apparizione, in Europa, in Asia, in Africa. Muore a 59 anni, e già la dicono santa quelli che l’hanno conosciuta in Francia e fuori, cristiani e non cristiani. Pio XII la canonizza nel 1951.

Autore: Domenico Agasso 


domenica 23 agosto 2026

23 agosto San Sidonio di Aix-en-Provence


23 agosto San Sidonio di Aix-en-Provence
Vescovo
I secolo

San Sidonio è ricordato come il secondo vescovo della diocesi di Aix-en-Provence, che fu fondata nel primo secolo d.C. da san Massimino. Secondo la tradizione medievale sia San Massimino, che San Sidonio sbarcarono in Provenza al seguito di Lazzaro, Marta, Maria Maddalena e altri discepoli. Si presume che San Sidonio sia nato alcuni anni avanti Cristo e sia morto intorno all’80 dopo Cristo. Vissuto ai tempi di Gesù, un’antica tradizione vuole che sia il cieco dalla nascita protagonista del famoso miracolo descritto dai vangeli. Alla vista del cieco i discepoli chiesero a Gesù se era senza vista per colpa sua o per colpa dei suoi genitori. Gesù rispose “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio”. E così venne descritto da Giovanni il miracolo: “Sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Siloe (che significa Inviato)». Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva”. San Sidonio dopo l’arrivo in Provenza, divenne un seguace di San Massimino vescovo, e alla sua morte avvenuta intorno all’anno 40 dC, fu indicato quale suo successore. Morto intorno all’anno 80 d.C, la sua tomba fu collocata nella cripta della Basilica di Santa Maria Maddalena a Sain-Maxmin-la-Sainte-Baume. Dopo la pace di Costantino, le spoglie di San Sidonio furono riesumate e riposte in un sarcofago dove è stato collocato un bassorilievo con la scena in cui Gesù guarisce il cieco dalla nascita. Secondo quanto tramandato dalla tradizione e secondo un documento del 710, redatto dai monaci cassianesi, nel suo sarcofago vennero nascoste le reliquie di Maria Maddalena per salvarle dalla furia dei Saraceni. Quando nel 1279, Carlo II d'Angiò aprì il sarcofago, trovò queste reliquie. Durante la rivoluzione, con il saccheggio delle reliquie il sacrestano Bastide riuscì a nascondere e salvare le reliquie di Maria Maddalena e di Sidonio e di altri santi. Infine nel 1905, di fronte alle incertezze politiche e religiose che minacciavano il tesoro della Basilica, i sacerdoti dell’epoca riposero le diverse reliquie in un contenitore di zinco e fu presto dimenticato. Il cranio di San Sidonio fu ritrovato casualmente dal parroco della basilica, padre Florian Racine nel 2014. Durante la sistemazione della sacrestia della basilica, Padre Racine trovò il contenitore di zinco dove erano state collocate nel 1905 alcune reliquie di santi tra cui quella di San Lorenzo martire e San Domenico e San Massimino. Nella parte sottostante del contenitore trovò il teschio di San Sidone, senza la mascella inferiore. Dopo l’analisi dei documenti ritrovati, Il 24 luglio 1914, il cranio di San Sidonio è stato intronizzato dal vescovo di Fréjus-Toulon, mons. Dominique Rey, sopra uno degli altari laterali della medesima basilica.
Durante la diciassettesima edizione del Festival di Software Libero (FSL) tenutosi presso la Pontificia università cattolica di Porto Allegre, oltre ai volti di di Sant'Antonio da Padova, Santa Maria Maddalena, San Vincenzo de Paoli, San Martino di Porres, Santa Rosa de Lima, São João Macías, Madre Paulina, e della Beata Suor Ana de los Ángeles, è stato ricostruito in 3D il volto di San Sidonio. Fin dai tempi di Carlo II d’Angiò, San Sidonio vescovo di Aix-en-Provence era ricordato e festeggiato nel giorno 23 agosto.

Autore: Mauro Bonato


sabato 22 agosto 2026

22 agosto Sant' Andrea da Fiesole

22 agosto Sant' Andrea da Fiesole
(Andrea Scoto) Confessore
Etimologia: Andrea = virile, gagliardo, dal greco

Nacque nella prima metà del sec. IX, probabilmente in Irlanda: poiché in molti paesi europei a qualsiasi pellegrino si dava il nome di "Scotus", da questo deve essere nata la leggenda di un Andrea Scoto. Andrea, dunque, fu educato da Donato. Irlandese, maestro di filosofia, e succesivamente lo seguì in un pellegrinaggio a Roma. Giunti a Fiesole, chiamato da una voce soprannaturale, Donato fu eletto dal popolo vescovo e rimase in carica quarantasette anni. Andrea fu ordinato diacono e come arcidiacono assistette Donato nel suo ministero, acquistandosi grande rinomanza per l'austerità di vita e la carità senza limiti. Restaurata la chiesa di S. Martino, distrutta dagli Ungari, Andrea costruì vicino ad essa un monastero e vi si ritirò con alcuni compagni. E' molto dubbio se egli abracciò la regola benedettina: il Mabillon, comunque, lo esclude dal Catalogo dei santi dell'Ordine. Pochi anni dopo la morte di Donato (ca. 876) anche Andrea cadde gravemente malato e, prima di morire, fu esaudito nel suo ardente desiderio di vedere la sorella, s. Brigida junior , che molti nni prima aveva lasciato in Irlanda: Brigida, intti, fu miracolosamente trasportata al suo capezale e Andrea, circondato dai suoi confratelli, si spense renamente alla fine del sec. IX. Sepolto nella chiesa di S. Martino a Mensola, nel 1285 fu scoperta la sua tomba, perché con numerose apparizioni egli impedì che vicino a lui fosse seppellita una peccatrice. Il vescovo Leonardo Bonafede (m. 1545) curò la traslazione delle reliquie di Andrea in un nuovo altare della chiesa di s. Martino. La sua festa è celebrata a Fiesole il 2 agosto e il culto è antichissimo: abbiamo notizia, a l'altro, di una confraternita intitolata al suo nome, che fiorì fin dal 1600, la Compagnia del SS. Sacramento sotto il Titolo di S. Andrea di Scozia che esiste tutt'oggi ed è attiva nella Chiesa di S. Martino a Mensola. Di Andrea esiste una Vita scritta in italiano nel sec. XIV o XVI: infatti, la narrazione è preceduta da una dedica a Leonardo Bonafede e l'autore si dice Filippo Villani. Se in Leonardo vediamo il vescovo che si occupò della traslazione delle reliquie di Andrea, ne consegue che la Vita fu scritta nel sec. XVI o, al più presto, nel sec. XV; se, invece, identifichiamo Filippo con il figlio di Matteo Villani, I'opera fu stesa nel sec. XIV e Leonardo non è il vescovo di Fiesole. Il Gougaud, partendo dalla constatazione che il nome di Andrea non figura nella Vita di Donato, dubita fortemente che egli sia irlandese.


Autore: Sergio Mottironi

venerdì 21 agosto 2026

21 agosto Beata Vittoria Rasoamanarivo

21 agosto Beata Vittoria Rasoamanarivo
Vedova e principessa del Madagascar
Tananarive (Madagascar), 1848 - † 21 agosto 1894

La beata Vittoria, nacque  nella grande Isola del Madagascar, appartenente ad una delle più potenti famiglie degli Hovas; suo nonno materno, fu primo ministro per oltre venti anni della regina Ranavalona. Secondo le usanze del paese, fu adottata dal fratello maggiore del padre, del quale si sa ben poco, né quando morì; lo zio Rainimaharavo era comandante generale dell’esercito malgascio. Rasoamanarivo crebbe ricevendo, specie dalla madre, una ottima  educazione morale e seguì in gioventù la religione idolatrica dei suoi antenati. Ma quando nel Madagascar giunsero alcuni missionari gesuiti francesi, che si stabilirono a Tananarive, seguiti in breve dalle Suore della Congregazione di S. Giuseppe di Cluny, Rasoamanarivo fu tra le prime ragazze ad essere iscritta nella loro scuola, aperta dalla Missione. L’esempio di vita santa e piena di sacrifici dei padri e delle suore, la colpì profondamente e dopo aver appreso l’insegnamento della religione cattolica, sebbene tredicenne, chiese di essere ricevuta nella Chiesa; venne battezzata il 1° novembre 1863 con il nome di Vittoria, quasi a presagio delle dure lotte che avrebbe dovuto sostenere. Il Madagascar a quell’epoca subiva l’influenza coloniale della Francia, questo provocava scontento e tumulti, quando il re Radama II, ritenuto troppo amico della Francia, fu allontanato, si scatenò una persecuzione più o meno aperta contro la Missione cattolica, che a causa della nazionalità francese dei missionari, fu ritenuta affine agli interessi coloniali della Francia. Vittoria dovette subire le insistenze del suo padre adottivo, che cercava di convincerla a lasciare la fede cattolica e ritornare agli dei pagani, al massimo di abbracciare la fede anglicana, che a quel tempo era ben radicata nel Madagascar, fra l’altro appoggiata dal nuovo governo per motivi politici. Ma lei non cedette né con le minacce, né con le sofferenze inflittale, finché i familiari desistettero dalle pressioni. I missionari, di fronte a questa situazione, sconsigliarono Vittoria di insistere nel suo desiderio di consacrarsi interamente a Dio, ritenendo più opportuno che continuasse nell’ambito della famiglia e della corte reale, a svolgere il suo apostolato. Secondo le usanze allora vigenti nel Madagascar, Vittoria fu data in sposa ad un giovane alto ufficiale dell’esercito e figlio del primo ministro, il suo nome era Radriaka, Vittoria volle che le nozze venissero celebrate il 13 maggio 1864, alla presenza di un sacerdote cattolico. La vita matrimoniale non fu felice, il marito era un uomo dissoluto, schiavo dell’alcool e delle passioni, dava così grande scandalo che i suoi stessi genitori consigliarono a Vittoria di divorziare; ma lei conscia dell’indissolubilità e santità del matrimonio e certa dello scandalo che ne sarebbe derivato nell’opinione pubblica, se una principessa cattolica avesse divorziato, decise di sopportare tutto rimanendogli fedele fino alla morte di lui, avvenuta per i suoi vizi nel 1887. Nel tempo, acquistò agli occhi della corte e di tutto il popolo, una stima incondizionata, ammirata per la sua vita cristiana esemplare; fu per questa generale autorità morale conquistatosi, che divenne il provvidenziale sostegno della Chiesa Cattolica in Madagascar; quando il 25 maggio 1883 scoppiò una nuova persecuzione, dopo che erano stati espulsi tutti i missionari francesi, e i fedeli cattolici vennero accusati come traditori delle usanze dell’Isola e quindi della loro patria. Vittoria continuò a professare la sua fede apertamente, si fece protettrice della Chiesa difendendola continuamente presso la regina e il potente Primo Ministro, insistendo che le chiese e le scuole cattoliche, rimanessero aperte, incoraggiava i cattolici con messaggeri o recandosi personalmente nei villaggi vicini. Divenne secondo l’espressione malgascia: “Padre e Madre” dei fedeli e la colonna della Chiesa, che era privata in quel tempo dei suoi pastori; così quando nel 1886 i missionari poterono ritornare, non trovarono rovine, ma una comunità cattolica fiorente e vigorosa, tutto per suo merito. Se la sua posizione sociale l’aiutò molto, il segreto della riuscita si trova nella sua santità e nel carisma spirituale che da essa emanava; donna di profonda preghiera, trascorreva in chiesa anche sei o sette ore al giorno, a volte fino a notte inoltrata; si dedicò ad innumerevoli opere di carità in favore di poveri, prigionieri, abbandonati, lebbrosi. Ebbe a soffrire di varie malattie, sopportate con grande pazienza, morì il 21 agosto 1894 a 46 anni, tra lo sconforto generale del popolo malgascio. Pur non avendolo desiderato, ella fu trionfalmente sepolta nel mausoleo dei suoi antenati a Tananarive. La causa per la sua beatificazione, fu iniziata solo il 14 gennaio 1932, per circostanze indipendenti dall’intera vicenda. È stata beatificata da papa Giovanni Paolo II il 29 aprile 1989, ad Antananarivo in Madagascar.


Autore: Antonio Borrelli


giovedì 20 agosto 2026

20 agosto Santa Maria de Mattias


20 agosto Santa Maria de Mattias
Fondatrice
Vallecorsa, Frosinone, 4 febb 1805 - Roma, 20 ago 1866

E’ solare, impetuosa, vivacissima. E forse anche un po’ vanitosa, visto che le piace specchiarsi spesso e a lungo. Un giorno, però, a 17 anni, lo specchio non le dà più la gradevole sensazione delle volte precedenti: improvvisamente si sente brutta, non si piace più. Sente ribollire dentro un sacco di domande cui non sa dare risposta, il suo avvenire continua ad essere una grossa incognita, reclama una maggior libertà che i genitori (siamo a inizio Ottocento) non le vogliono dare. La tentazione è di scagliare contro quello specchio il primo oggetto pesante a portata di mano, ma all’improvviso la sua attenzione è attirata da un’immagine che lo specchio riflette: il quadro della Madonna, da un sacco di tempo in capo al letto cui lei non ha mai fatto troppa attenzione. Salta sul letto per osservarlo meglio ed è un “incontro ravvicinato” con la Madonna che le cambia la vita. Questa ciociara (nata a Vallecorsa, vicino a Frosinone, il 4 febbraio 1805) ha in suo papà un educatore eccezionale, che le insegna a pregare e ad amare la Sacra Scrittura. E’ lui a farle cogliere, quando è appena adolescente, il significato profondo dell’Agnello pasquale, come simbologia di Gesù che viene condotto alla morte e versa il suo sangue per la salvezza degli uomini. E la ragazzina ci ragiona su, concludendo che anche lei deve spendersi completamente, se necessario anche fino allo spargimento del sangue, per portare Gesù a tutti. Poi arriva una predica di don Gaspare del Bufalo (il futuro santo e fondatore dei missionari del Preziosissimo Sangue) a farla innamorare perdutamente di Gesù, al punto da trasformarla in predicatrice e missionaria. Non però in Africa,come aveva sognato da bambina, ma nella sua Ciociaria, in mezzo ai pastori, ai quali insegna a leggere, a scrivere ma soprattutto ad amare Gesù. Ad Acuto, una paesello di montagna non lontano da Roma, incomincia a predicare e catechizzare, in piazza e in chiesa, entusiasmando tutti e preoccupando qualcuno, tanto che il vescovo manda un gesuita in incognito a controllare la situazione, ma questo conclude che quella donna “parla meglio di un prete”. Si sposta a dorso di mulo da un paese all’altro, andando dietro alle richieste e alle necessità dei luoghi. E dove non può arrivare di persona spedisce lettere (quasi 2000): alla gente semplice, ma anche a preti e vescovi, sindaci e prefetti, per consigliare, educare, proporre e spronare. Con alcune compagne dà inizio alla Congregazione delle Adoratrici del Sangue di Cristo: insieme a lei dovranno dedicarsi all’evangelizzazione e alla promozione della persona umana attraverso scuole, ritiri spirituali, catechesi, accoglienza dei più poveri. Oggi sono più di 2000, sparse in tutti i continenti e in 26 nazioni. Muore a Roma, poco più che sessantenne, nel 1866 e nel 1950 Pio XII la dichiara beata. Nel 2003 Giovanni Paolo II° proclama santa Maria de Mattias, la suora che voleva spendersi completamente per il “caro prossimo” e che sognava di far conoscere Gesù a tutti, “perché Egli sia da tutti amato”.

Autore: Gianpiero Pettiti


mercoledì 19 agosto 2026

19 agosto Sant' Ezechiele Moreno y Diaz

19 agosto Sant' Ezechiele Moreno y Diaz
Alfaro Tarazona, Spagna, 9 aprile 1848 -
Montegudo, Navarra, 19 agosto 1906

Seguendo l’esempio del fratello, nel 1864 vestì l’abito religioso nel convento degli Agostiniani Recolletti di Monteagudo. Inviato nelle Isole Filippine, nel 1871 fu ordinato sacerdote, e lì svolse i suoi primi lavori apostolici. Il capitolo provinciale del 1885 nominò f.Ezechiele Priore del convento di Monteagudo. Nessuno meglio di lui, missionario di grande esperienza con aureola di santo, poteva suscitare nei cuori dei giovani l’amore per le missioni. Terminato il mandato, si offrì come volontario per restaurare l’Ordine agostiniano in Colombia. Il suo primo obiettivo sarà quello di ristabilire l’osservanza religiosa nelle comunità. Era convinto che soltanto i buoni religiosi possono essere autentici apostoli, e lui ardeva dal desiderio di riattivare le missioni di Casanare, dove gli Agostiniani Recolletti avevano insegnato il Vangelo per moltissimi anni. Nel 1893, famoso ormai per il suo zelo missionario e per le sue virtù, fu nominato vicario apostolico di Casanare e due anni dopo vescovo di Pasto. Nella nuova missione l’aspettavano situazioni difficili e amare: umiliazioni, scherni, calunnie, persecuzioni e perfino l'abbandono da parte dei suoi immediati superiori. Amico della verità e delle anime a lui affidate, non esitò a mettere in pericolo la propria vita per le sue pecorelle, come il buon pastore. In occasione di una polemica suscitata attorno alla sua persona per la fermezza con cui difendeva la fede, approfittò della visita ad limina nel 1898 per presentare la rinunzia a Leone XIII. Il papa, però non l’accettò. Tornò quindi alla propria diocesi dove l’aspettavano gli orrori di una spietata guerra civile. Nel 1905 fu affetto da una crudele malattia che gli farà assaporare fino all'ultima goccia il calice del dolore. Tornato in Spagna per sottoporsi a diversi interventi chirurgici, per conformarsi di più a Cristo, rifiutò l'anestesia, sopportando il dolore senza un lamento e con una forza d'animo così eroica da commuovere il chirurgo e i suoi assistenti. Sapendosi vicino alla morte, volle passare gli ultimi giorni della sua vita nel suo caro convento di Monteagudo. Morì il 19 agosto 1906. Fu sepolto ai piedi dell'altare della chiesa della Vergine del Cammino. Paolo VI lo beatificò il 1° novembre dell’Anno Santo 1975. Fu canonizzato nella città di Santo Domingo l’11 ottobre 1992 da Giovanni Paolo II, presentato al mondo come esempio di pastore e di missionario nel V Centenario dell'evangelizzazione dell'America.
La sua memoria liturgica ricorre il 19 agosto.


Autore: P. Bruno Silvestrini O.S.A.


martedì 18 agosto 2026

18 agosto Sant' Alberto Hurtado Cruchaga

18 agosto Sant' Alberto Hurtado Cruchaga
Sacerdote gesuita, fondatore
Vina del Mar, Cile, 22 gen 1901 -Santiago,Cile, 18 ag 1952
Etimologia:
Alberto = di illustre nobiltà, dal tedesco

Suo padre muore e la famiglia va in rovina quando lui ha quattro anni e un fratello è più piccolo. La madre, per pagare i debiti, deve vendere tutto, anche la casa, e i due bambini si ritrovano “senza fissa dimora”. Vengono accolti qua e là in casa di parenti, sempre in maniera temporanea, sempre estranei. Per Alberto arriva provvidenziale una borsa di studio, con un posto nel collegio dei Gesuiti in Santiago. Ma non dimenticherà più gli anni dell’abbandono, la vita da “figlio di nessuno”. Appena può, aiuta la madre e il fratello facendo lo studente-lavoratore, e si laurea in legge nell’agosto 1923, a 22 anni. Ma non sarà avvocato né magistrato.Già da ragazzo pensava di entrare nella Compagnia di Gesù: e, poche settimane dopo la laurea, eccolo infatti accolto per il noviziato nella casa dei Gesuiti a Chillán (Cile centrale). Il lungo corso dei suoi studi prosegue poi in Argentina, in Spagna e infine a Lovanio, in Belgio. Qui viene ordinato sacerdote nel 1933, e due anni dopo si laurea anche in pedagogia. Ritorna in patria all’inizio del 1936; un momento difficile. Durante la dittatura di Carlos Ibañez del Campo (1925-1931), il Cile ha risentito in modo durissimo della crisi mondiale scoppiata nel 1929. L’esportazione del rame, principale risorsa del Paese, era scesa a meno della metà, e due terzi dei minatori avevano perduto il posto: un lungo periodo di drammatica depressione, aspettando una ripresa che sembrava non venire mai, da un presidente all’altro, da un governo all’altro. Padre Hurtado può rivedere sé stesso nei tanti bambini spinti a vagare nelle strade dalla miseria che ha disgregato le famiglie. E così, nel 1944, da studioso si fa uomo di azione. Lancia appelli e mobilita coscienze, per restituire in qualche modo ciò che la crisi ha tolto a tanti infelici. Si tratta non solo di portare aiuto, ma di restituire dignità e speranza. Dà vita a un piano di costruzioni abitative per questi emarginati, ma in forma nuova: i bambini, i vecchi, i diseredati devono vedersi aprire non già un ospizio, ma una vera casa. Come ha scritto un suo biografo, si tratta di offrire a tutti "non solo un luogo in cui vivere, ma un vero focolare domestico, El Hogar de Cristo". Li chiama ad abitare in casa di Gesù, e per fare case su misura viaggia all’estero, promuove studi, va in cerca di esperienze, si occupa di edilizia e di arredo. Molti lo aiutano, perché molti sono stati formati da lui attraverso predicazione, conferenze, iniziative sindacali, attività in mezzo ai giovani. Il “focolare di Cristo” si modella sulle necessità, e può dunque essere anche centro sanitario, scuola, luogo di formazione professionale. Ma il tempo di padre Alberto Hurtado Cruchada si fa scarso: resta sempre capace di sorridere, ma il suo viso è sempre più scavato: lo ha aggredito un cancro devastante, che spegne la sua vita a soli 51 anni. Giovanni Paolo II lo ha proclamato beato il 14 ottobre 1994. Papa Benedetto XVI, nella sua prima cerimonia di canonizzazione, lo ha proclamato santo il 23 ottobre 2005 in piazza San Pietro.


Autore: Domenico Agasso


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