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martedì 11 giugno 2019

Moda etrusca, Greca e romana


Nel periodo antico gli etruschi, greci, romani si vestivano sostanzialmente coi medesimi capi, seppure con alcune varianti. I vestiti etruschi erano caratterizzati da colori molto brillanti, quelli greci dalla comodità per permettere la scioltezza di movimento e quindi praticare sport dei quali erano cultori. Tuttavia fu con i romani che l’arte vestimentaria si arricchì e si affinò notevolmente.
Sintetizzando il concetto di bellezza romana, le donne dovevano essere eteree, pieghettate e slanciate come le colonne. Dunque la varietà delle vesti era data non tanto dal taglio, ma dalla capacità di creare panneggi, sbuffi e piegoline. L’uso di una o più cinture, a volte disposte diagonalmente, aveva lo stesso scopo.
Le signore romane indossavano sotto le vesti, lo strophium (alla greca), come gli odierni reggiseni criss-cross, o mammillare, una fascia di cuoio che serviva per appiattire e contenere la crescita, o una fascia pectoralis (reggiseno) che il poeta Ovidio consigliava di imbottire in caso di seno molto piccolo. Potete immaginare a questo punto la mia costernazione quando ho scoperto che quello della mini-taglia di reggiseno è una questione atavica!
Ad ogni modo, se nella parte alta del corpo avevano imparato a coprire le proprie grazie con dei proto-reggiseni, per la parte bassa c’era il subligar, uno slip molto sgambato.
Questi indumenti intimi venivano usati anche negli stabilimenti termali, poiché rappresentavano la tenuta comoda e più adatta alle donne per fare il bagno o dedicarsi agli esercizi di ginnastica che si svolgevano nelle apposite palestre.
A questo primo strato vestimentario seguivano poi una o più subuculae, tuniche intime intessute con lana o lino ed in genere prive di maniche, alle quali poi si aggiungeva una tunica più o meno lunga fermata alla vita da una cintura generalmente usata doppia, una sotto il seno e l’altra in vita, per formare un secondo sbuffo di stoffa più ricco all’altezza delle anche.
Infine, nei periodi invernali, un mantello di forma rettangolare copriva completamente la donna, a volte anche la testa, e ne contornava il corpo con varie pieghe e ritorni tenuti su dalle braccia. In parole povere ci si ritrovava in un bozzolo come delle farfalle.
In epoca imperiale le donne romane potevano ostentare innumerevoli fogge giacché, durante l’Impero, si compiacevano di imitare mode straniere, precorrendo così il moderno concetto di moda. Tuttavia solo ai ceti dominanti era permesso di indossare stoffe ritenute pregiate, come la seta, e colori la cui produzione era costosa, come il colore rosso.

giovedì 6 giugno 2019

CONDIZIONE DELLE DONNE NELL'ANTICA ROMA





Alla nascita infatti venivano assegnati tre nomi al maschio: il praenomen (p.es. Marco; in tutto erano circa una ventina), il nomen (p.es. Tullio) e il cognomen (p.es. Cicerone); e uno solo alla femmina, quello della gens a cui apparteneva, usato al femminile. La donna veniva considerata non come individuo, ma come parte di un nucleo familiare. Cicerone, p.es., chiamerà la figlia col nome di Tullia. Se le figlie erano più di una, accanto al nome della gens portavano il nome generico di Prima, Secunda, ecc. Ma questo era la plebe a farlo, i patrizi preferivano attingere alle antenate illustri. Per distinguere due sorelle oppure madre e figlia si usavano l'aggettivo senior o junior. I liberti, maschi o femmine, assumevano il nome del patrono. A volte, ma solo per i maschi, si aggiungeva un soprannome per meriti civili o militari: p.es. l'Uticense, il Censore, l'Africano...D'altra parte avere un nome proprio contava relativamente: nella Roma repubblicana venivano censite solo le donne che, in quanto ereditiere, avevano l'obbligo di contribuire a mantenere l'esercito.
Si noti che a differenza di quella romana, la donna etrusca poteva essere identificata anche col nome della madre, poteva partecipare ai banchetti sdraiandosi sui letti con gli uomini (mentre a Roma le donne dovevano stare sedute), si occupava di affari pubblici, discutendo di politica (anche se non poteva votare né essere eletta), usciva di casa quando voleva, talvolta era libera di scegliersi lo sposo e in genere aveva una libertà che scandalizzava molto gli scrittori greci e romani, che descrissero gli etruschi come un popolo privo di moralità.

lunedì 3 giugno 2019

CONDIZIONE DELLE DONNE NELL'ANTICA ROMA




Sotto questo aspetto la società maschilista romana non faceva molta differenza tra donne ignobili e donne rispettabili, come p.es. le matrone. Le differenze erano di carattere etico-sociale, non certo politico.
Tra le prime, spesso indicate come non romane, sono coloro che provengono dal mondo del teatro, del circo, della prostituzione. Queste donne appartengono ad uno status sociale inferiore, riconoscibile ad esempio nel fatto che era loro consentito di non coprirsi il capo o nel divieto di portare la stola, quel manto che è considerato proprio della rispettabile matrona. Queste donne di rango inferiore, come pure quella ufficialmente dichiarate adultere, vengono private a scopo punitivo del diritto di contrarre un legittimo matrimonio e della facoltà di trasmettere pieni diritti civili.
A differenza delle donne egiziane le romane non avevano diritto al nome proprio. Nel caso avesse un nome proprio, questo non doveva essere conosciuto se non dai più stretti familiari e non doveva mai essere pronunciato in pubblico.

venerdì 31 maggio 2019

CONDIZIONE DELLE DONNE NELL'ANTICA ROMA




Le limitazioni alla capacità giuridica della donna romana vengono spiegate dai giuristi latini con pretese qualità negative come l'ignorantia iuris (ignoranza della legge), imbecillitas mentis (inferiorità naturale), infirmitas sexus (debolezza sessuale), levitatem animi (leggerezza d'animo) ecc. La rivendicazione di questa radicale diversità tra uomo e donna rifletteva una netta contrapposizione già esistente tra uomo e uomo, tipica delle società antagonistiche.
Al pari degli impotenti o degli eunuchi, la donna romana, nel periodo arcaico, non poteva adottare; non poteva neppure rappresentare interessi altrui, né in giudizio, né in contrattazioni private; non poteva fare testamento o testimoniare, né garantire per debiti di terzi, né fare operazioni finanziarie; non poteva neppure essere tutrice dei suoi figli minori.
Le veniva preclusa la facoltà d'intervenire nella sfera giuridica di terzi semplicemente perché (e con questo in pratica si chiudeva il cerchio della discriminazione) non aveva mai ufficialmente gestito alcun tipo di potere su altri.

mercoledì 29 maggio 2019

CONDIZIONE DELLE DONNE NELL'ANTICA ROMA



Nella Roma arcaica, quella in cui cominciano a imporsi i rapporti antagonistici, il pater familias (con la sua patria potestà, col suo potere assoluto, natura et iure) aveva dei privilegi relativi al fatto ch'era titolare dei propri beni, a differenza della donna, che, come i figli, non poteva possedere qualcosa di proprio.

Nei primi secoli della sua storia il diritto romano rifletteva le regole di una società in cui capo indiscusso era l'uomo, con un potere di vita e di morte ("ius vitae ac necis"), padrone della casa e della familia, comprensiva anche dell'intera servitù.
Soltanto l'uomo godeva dei diritti politici (votare, eleggere e farsi eleggere, percorrere la carriera politica, il corsus honorum). La donna ne era del tutto esclusa; anche per esercitare i diritti civili (sposarsi, ereditare, fare testamento) aveva bisogno del consenso di un tutore, di un uomo che esercitasse su di lei la tutela: questi era il padre, poi il marito e, all'eventuale morte del marito, il parente maschio più prossimo.

Da una legge che figura nelle XII Tavole si può ricavare la posizione giuridica della donna nell'antica Roma: "Feminas, etsi perfectae aetatis sint, in tutela esse, exceptis virginibus Vestalibus". E cioè: "(E' stabilito che), sebbene siano di età adulta, le donne devono essere sotto tutela, eccettuate le vergini Vestali" (che però erano sotto la tutela del pontefice massimo).

La donna romana era costantemente sotto tutela, cioè in manu: dalla manus protettiva e imperativa del padre passava, anche senza il suo consenso, a quella del marito. Tuttavia, è documentata la presenza di un matrimonio senza manus, cioè senza potere del marito, in epoca precedente alle Dodici Tavole.

E' con la legislazione attribuita a Romolo che si sancisce definitivamente una situazione iniqua nel rapporto tra i sessi (la stessa leggenda sul ratto delle Sabine fa capire in quale considerazione tenessero i romani le donne

martedì 28 maggio 2019

La donna nell'età classica in grecia



Anche se libere, avevano ruolo marginale inferiore a quello degli uomini: durante infanzia e adolescenza ricevevano un istruzione molto limitata ed erano destinate a sposarsi giovanissime ( 13-15 anni) con uomini molto piu vecchi scelti dai genitori per motivi economici e sociali. Con il matrimonio (un contratto tra padre e marito ) le ragazze passavano dalla sottomissione dell'autorità paterna a quella del marito, che amministrava la dote della moglie, che tra l'altro non poteva possedere beni ne ereditarli. Le donne trascorrevano le giornate praticamente sempre tra le mura domestiche, nella parte interna della casa detta gineceo (luogo delle donne) le loro fondamentali occupazioni erano la tessitura e filatura, la gestione della casa. il loro compito era generare figli per garantire la continuità del gruppo familiare. Escluse dalla cittadinanza e dalle responsabilità politiche, non potevano partecipare alle assemblee ne prendere parte ad attività sociali e culturali. Era molto frequente che gli uomini avessero rapporti con altre donne dette concubine, i figli avute con queste non diventavano cittadini perchè illegittimi. La fedeltà coniugale era dunque dovere SOLO FEMMINILE. PRATICAMENTE l'uomo poteva avere tre donne piu una suplementare:
- La MOGLIE per la creazione dei figli
- La CONCUBINA per avere rapporti sessuali stabili
-L'ETERA cioè la compagna per il piacere, colta, lo accompagnava nella vita sociale, era a pagamento
- La PORNE' cioè la prostituta, che lavorava sulle strade. Le donne nella Grecia antica servivano a soddisfare esigenze maschili e a "sfornare" gli eredi....

lunedì 27 maggio 2019

La donna inventa l'agricoltura



Sulle terrazze dell'Altopiano iranico dove sono attestate le più antiche tracce di attività agricola a partire dal 10.000 a.C la donna divenne la pioneria dell'agricoltura. Fra il ruolo dell'uomo e quello dellla donna si creò uno squilibrio che potrebbe essere all'origine di certe società primitive a predominio femminile dette matriarcali. In esse pare che la donna potesse avere più mariti contemporaneamente  e che fosse lei a guidare la vita della tribù. Anche la successione avveniva per linea femminile in quanto si riteneva che la donna trasmettesse nel modo più diretto il sangue alla tribù.L’affermazione dell’agricoltura e diede impulso ad altre attività, quali la lavorazione della ceramica. Infatti, per contenere, conservare e cuocere il cibo ricavato dalla coltivazione della terra e dall’allevamento, era indispensabile avere dei recipienti adatti. Peraltro, l’agricoltura non fu solamente una tecnica di sfruttamento della natura. La nascita dell’agricoltura portò con sé, si può dire, la nascita della storia: la città, lo stato, ogni forma della vita sociale.  Il primo lavoro al mondo, bensì il mestiere di agricoltore, scoperto dalle donne del Neolitico.Le donne, portatrici di vita come del resto la terra; inoltre la loro conoscenza della natura e dell'agricoltura era cresciuta a tal punto da farle considerare delle maghe che esercitavano servendosi di filtri ottenuti dalle erbe.  

domenica 26 maggio 2019

La donna della preistoria



Per centinaia di anni  nella preistoria,  mentre l'uomo si dedicava alla caccia, le donne si specializzarono nella raccolta di bacche, frutti, radici commestibili,  funghi, uova, miele e si occupavano dei piccoli animali.  Si ritiene che fossero impegnate per gran parte della loro vita da gravidanze infatti erano molto meno libere di muoversi perchè avevano bambini molto piccoli da allattare. Essa aveva  come compito primario quello di procreare. Per la raccolta di cibo    avevano  strumenti rudimentali: staccavano le radici dal terreno, usavano bastoni per scuotere gli alberi.  I  recipienti erano fatti di corteccia d'albero, di canne o di pelle. Anche trovare e trasportare l'acqua era loro compito.  Nel periodo in cui l'umanità viveva allo stato nomade,  si suppone che esse fossero sottomesse al maschio.   Fin da allora, (forse per la forza dell'umo) si sviluppò la supremazia maschile.

venerdì 24 maggio 2019

Il nome DONNA



Il termine deriva dal latino "domina"= padrona; i romani ricchi intesero con questo significato "padrona della casa" e la cosa riguardava solo le donne gentilizie.Tutte le altre erano in una condizione di sottomissione all'uomo. Sembra addirittura che la donna avesse avuto un ruolo predominante simile a quello maschile odierno proprio nell'area del Mediterraneo protoneolitico secondo la teoria della Grande Dea dispensatrice di vita. Con la sua diversità biologica ella era percepita come dominante in quanto creatrice di vita, organizzatrice della stessa per tutti gli esseri venuti al mondo. La paura di tale enorme potere potrebbe essere motivo della discriminazione in base alla forza fisica e non alla creatività a cui il maschio avrebbe dovuto ricorrere. Successivamente è stato facile gioco per la società polarizzare le differenze sulla fisiologia attribuendo comportamenti di lotta al maschio e di socialità (danze, giochi collettivi) alla femmina. Ecco perchè alla donna, e non all'uomo, vanno attribuite le origini del linguaggio, massima espressione di comunicazione.

La domenica

La Domenica Oggi è il Tuo dì, Signore; oggi è nell'aria un alito di pace e di perdono, e un non so che più tenero e più buono scende nei...