Alla sorella
Quando in terra a le soglie umili venne
Gabriele (d’intorno anche fiorìa
la terra al novel tempo?) udì la pia
Donna, tremando, il rombo de le penne.
Ma quel Messo, in un dolce atto e solenne
a l’Eletta parlò:- Bene ti sia;
il Signore sia teco; ave, Maria.
E il fremito de l’alte ali contenne
divin messaggio. Ahi troppo io feci schiava
l’anima e troppo il mio servire è antico!
Ma pur, tese le mani come quando
ne la serena puerizia orava,
io dolcemente - Ave, sorella - dico.
Ave dico. - Per quante volte il mite
lume de li occhi suoi misericordi
ne’ miei torbidi spiriti discordi
ridusse in pace ogni più trista lite;
(deh come belli su da le ferite
non anche chiuse i fiori de’ ricordi
balzan fiammando!
in gran dolcezza. O fiori, aulite, aulite!)
per quante volte a la soave nostra
madre ella terse con man leniente
le lacrime ch’io feci a lei versare
per quante volte seppe addormentare
ne le sue braccia il mio figliuol dolente,
Ave dico, ave dico; e il cuor si prostra.
O sorella, felice sposa uscendo
da la mia casa che di pianti suona,
volgi la faccia sotto la corona
tu lacrimosamente sorridendo.
Io muto dietro a te le braccia tendo,
o mia sorella, o mia sorella buona;
la man ben usa al gesto che perdona,
la cara man che mi sanava io prendo.
Ti volgi tu, ne’ veli; e mi conforti
porgendomi tra i fior la bianca fronte
ove già luce il sogno de ‘l futuro.
quel ch’era in me, sopra le glorie e l’onte,
più sereno più giovine e più puro!
Gabriela D'Annunzio

Nessun commento:
Posta un commento