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lunedì 22 dicembre 2025

Giovanni Tornabuoni

Giovanni Battista Tornabuoni 
(
Firenze22 dicembre 1428 – Firenze17 aprile 1497)
è stato un 
banchiere e mecenate italiano

Uomo di fiducia di casa Medici (figlio di Francesco, fratello di Lucrezia, quindi zio di Lorenzo il Magnifico), fu per loro direttore della filiale romana come tesoriere di papa Sisto IV. Fu inoltre ambasciatore per Firenze presso il papa (nel 14601480 e 1484) e Gonfaloniere di Giustizia nel 1482. La sua attività diplomatica presso la corte pontificia comincia con un incarico piuttosto delicato e importante: nel 1460 la Repubblica fiorentina lo incarica di sostenere la causa a sostegno dell'esenzione dell'abate e del comune di Sansepolcro, che rivendicano l'esenzione dalla giurisdizione del vescovo di Città di Castello. Sposò Francesca Pitti, figlia del ricchissimo Luca Pitti che diede il nome al famoso palazzo fiorentino, restando vedovo nel 1477. La pena per la prematura perdita della moglie, durante un parto, è tramandata da una lettera che inviò al nipote Lorenzo il Magnifico da Roma: "Carissimo mio Lorenzo, sono stato oppresso da passione e dolore per l'acerbissimo e inopinato caso della mia dolcissima sposa che io medesimo non so dove mi sia. La quale, come avrà inteso ieri, come piacque a Dio, a ore XXII sopraparto, passò di questa presente vita e la creatura sperata da lei, gli cavammo di corpo morta, che m'è stato ancora doppio dolore." Per lei fece costruire una cappella funebre in Santa Maria sopra Minerva, con affreschi perduti di Domenico Ghirlandaio e sculture di Andrea del Verrocchio, di cui resta forse una lastra al Museo del Bargello. Quando si trovava a Roma ospitò la sorella Lucrezia in cerca di una moglie di lignaggio per il figlio Lorenzo, che individuò in Clarice Orsini, la nobile romana che portò la prima parentela nobile in Casa Medici. Nel 1485 firmò il contratto con Domenico Ghirlandaio per la commissione di un grandioso ciclo di affreschi nella cappella maggiore di Santa Maria Novella, che venne poi chiamata Cappella Tornabuoni. In questo ciclo, che è il più vasto di Firenze, fece ritrarre numerosi membri della sua famiglia e della migliore società fiorentina. Lui e sua moglie Francesca Pitti (sposata nel 1466 dalla quale ebbe due figli) sono ritratti inginocchiato in basso sulla parete di fondo, nella posizione tipica dei committenti. Nel 1481 il Ghirlandaio lo aveva ritratto anche assieme ad altri illustri fiorentini contemporanei nella scena della Vocazione dei primi apostoli nella Cappella Sistina. Suo rivale fu Francesco Sassetti, altrettanto fidato uomo vicino ai Medici, al quale subentrò nella direzione del Banco dei Medici nel 1484.

martedì 25 agosto 2020

Aurelio Saffi


(Forlì, 13 ottobre 1819 – Forlì, 10 aprile 1890)
è stato un patriota e politico italiano.
Importante figura del Risorgimento italiano,

Saffi fu un politico di spicco dell'ala repubblicana  radicale incarnata da Giuseppe Mazzini, di cui è considerato l'erede politico.Ebbe una formazione universitaria giuridica a Ferrara, ma iniziò l'attività politica nella sua città natale, mettendosi a disposizione per l'amministrazione delle istituzioni locali. Aurelio Saffi fu consigliere comunale e segretario della Provincia nel biennio 1844-1845. Si accostò presto alle posizioni mazziniane, tanto che nel turbolento anno 1848 partecipò alla principale operazione politica organizzata da Mazzini: la costituzione della Repubblica Romana. Nella capitale il potere fu sottratto al pontefice, allora Pio IX, e affidato a istituzioni di tipo repubblicano,le  democrazie più avanzate, all'epoca rappresentate dagli Stati Uniti d'America. Alla vicenda romana, Saffi prese parte prima come deputato all'Assemblea Costituente, poi come ministro, infine come componente del Triumvirato a capo del nuovo regime, assieme a Carlo Armellini e allo stesso Mazzini. Tale esperienza politica fu di breve durata, poiché la nuova Repubblica cadde nel luglio 1849. Ritiratosi in esilio a Civezza, in Liguria, raggiunse successivamente Mazzini in Svizzera, per poi trasferirsi con lui di nuovo a Londra. Ritornò in patria solo nel 1852, per pianificare una serie di moti rivoluzionari che ebbero luogo a Milano l'anno successivo. Fallito il progetto e condannato in contumacia a vent'anni di carcere, riparò ancora in Inghilterra. A Londra Aurelio sposò, nel 1857, Giorgina Janet Craufurd, da allora nota come Giorgina Saffi (Firenze, 1827 - San Varano di Forlì, 1911) figlia dello scozzese Sir John Craufurd e della nobile Sophia Churchill, ardente mazziniana ed esponente del movimento femminista risorgimentale italiano. Ebbero quattro figli, tutti maschi: Giuseppe Attilio (Londra, 1858 - 1923), Giovanni Emilio ( Napoli, 1861 - 1930), Carlo Balilla Luigi (Genova, 1863 - 1896) e Rinaldo Arturo (San Varano di Forlì, 1868 - 1929). Nel 1860 fu a Napoli, per ricongiungersi nuovamente con Mazzini. Nel 1861 venne eletto deputato al parlamento del nuovo Regno d'Italia. Dopo pochi anni, nel 1864, tornò a vivere a Londra dove rimase fino al 1867, quando si stabilì definitivamente nella villa della campagna di San Varano (una frazione di Forlì). Nell'agosto del 1874 fu arrestato insieme con altri esponenti repubblicani con l'accusa di partecipazione ad un'insurrezione di stampo anarchico. Fu prosciolto nello stesso anno. Nel 1877 si trasferì a Bologna dove cominciò la carriera di docente di Diritto pubblico presso la locale Università. Nel frattempo si occupò della memoria storica dell'amico Mazzini, morto il 10 marzo 1872, curandone gli scritti e la loro pubblicazione. Morì nella sua casa a 70 anni. Villa Saffi è attualmente sede museale. Ad Aurelio Saffi è oggi dedicata la piazza principale di Forlì. Al centro della piazza sorge un monumento alla sua memoria, sormontato da una statua a sua immagine. L'8 gennaio 2011, il presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, in visita a Forlì (7-8 gennaio) per il 150° dell'unità d'Italia, ha reso omaggio ad Aurelio Saffi deponendo una corona ai piedi della statua collocata in sua memoria in piazza Saffi. 


 

sabato 22 agosto 2020

.Piero Maroncelli

 

Passiamo per le vie da anni senza domandarci chi è il personaggio che le ha dato nome. Io ho un ricordo di gioventù al mare a Viareggio, in una casa in affitto con la mia famiglia in via...........Piero Maroncelli
(Forlì, 21 settembre 1795 – New York, 1º agosto 1846)
è stato un patriota, musicista e scrittore italiano, universalmente conosciuto come Piero, noto anche per essere stato processato in quanto carbonaro e imprigionato allo Spielberg con Silvio Pellico.Piero Maroncelli intraprese varie carriere tra cui quella di musicista, poeta, memorialista e patriota. Nacque da agiati mercanti, Antonio Maroncelli e Maria Iraldi Bonet (o Bonnet), che, accortisi della sua grande disposizione per la musica lo avviarono agli studi, prima a Forlì, poi al conservatorio di Napoli, il più celebre d'allora dove ebbe come maestri Paisiello e Zingarelli e come condiscepoli Mercadante, Nicola Antonio Manfroce, Bellini e Lablache. Affiliato alla loggia massonica "Colonna Armonica", ne venne espulso nel 1813 e due anni dopo aderì alla carboneria, venendone iniziato insieme al fratello Francesco. Dopo la morte di Gioacchino Murat, fucilato il 13 ottobre 1815 al Pizzo in Calabria, Piero Maroncelli tornò a Forlì e andò a perfezionarsi in composizione a Bologna. Qui conobbe la musicista e poetessa Cornelia Martinetti, ostile agli Austriaci e ospitale ai patrioti, con cui si frequentò per circa due anni; in questo periodo Maroncelli era in corrispondenza anche con Sante Agelli. Richiamato dal padre a Forlì, Maroncelli scrisse testo e melodia di un inno sacro, l'Inno a san Giacomo, che venne denunziato per «ribellione ed empietà» non tanto per le parole contenute ma per il sospetto della polizia che Maroncelli fosse un carbonaro, società segreta contro gli Austriaci, in quel periodo occupanti dell'Italia settentrionale. Fu così rinchiuso nella fortezza di Forlì nel 1819 e da lì trasferito a Roma a Castel Sant'Angelo. In questo primo periodo di prigionia, ancora forte d'animo, si lasciò tormentare senza rivelare i nomi dei suoi complici e senza ritrattare i suoi principi liberali. Rilasciato dopo alcuni mesi, "per intercessione di un cardinale e di Teresa Chiaramonti, nipote del papa Pio VII e sposa del conte forlivese Antonio Gaddi", fu ospite a Pavia del fratello Francesco, medico e patriota anch'esso; trasferitosi a Milano, vi si mantenne dando lezioni di musica e lavorando per lo stabilimento musicale Ricordi; scrisse una biografia di Arcangelo Corelli; successivamente, dal novembre 1819 al marzo 1820, si impegnò prima come traduttore presso l'editore Niccolò Bettoni e poi come revisore di bozze per la stampa delle opere di Antonio Marchisio alla tipografia Battelli. Scoppiata la rivoluzione di Napoli che esaltò gli Italiani, Maroncelli si pose in relazione con i più influenti liberali lombardi per far propaganda ad una federazione che comprendesse tutti gli Stati italiani. Maroncelli incontrò Silvio Pellico in casa Marchionni ed ivi nacque la loro amicizia. Pellico fu persuaso e convinto dall'amico ad iscriversi alla carboneria in quanto non ancora membro; perciò quando Maroncelli venne arrestato il 6 ottobre 1820 fu compromesso anch'egli perché il compagno commise l'imperdonabile leggerezza di conservare carte rivelatrici. Con loro vennero scoperti molti altri ma la sua grandezza d'animo permise a Pellico di non serbare rancore nei confronti dell'affiliato nemmeno per le rivelazioni che fece in lunghi interrogatori prima a Milano e poi a Venezia dove i due erano stati trasferiti. Con sentenza del 21 febbraio 1822, avvenuta in pubblico su un patibolo in mezzo alla piazzetta di San Marco di faccia al palazzo ducale, Maroncelli fu condannato a morte ma l'imperatore (probabilmente grazie alle rivelazioni fatte) commutò la pena in 20 anni per lui e in 15 per Silvio Pellico di carcere duro nella fortezza dello Spielberg in Moravia dove giunsero il 10 aprile dello stesso anno. Dopo una gravissima malattia Silvio Pellico ottenne di essere ricongiunto, nel 1823, a Maroncelli, al quale venne diagnosticato un tumore al ginocchio sinistro che non lasciava scelta riguardo all'amputazione dell'arto. Altre malattie lo assalirono nell'umida cella finché giunse la grazia ai due prigionieri, il 10 agosto 1830, dopo un carcere duro di 10 anni. A Mantova il povero mutilato fu separato da Silvio, e ricondotto a Forlì. Ma negli Stati pontifici, per un liberale condannato dall'Austria non spirava buon vento, e dopo alcune settimane gli venne impartito l'ordine di lasciare la famiglia e il Paese. Riparò quindi in Francia dove il governo di Luigi Filippo e la cordialità dei parigini lo accolsero amichevolmente. Ivi si ridestarono le sue speranze per l'indipendenza dell'Italia, quando seppe della sollevazione delle Romagne dagli Austriaci, le minacce d'intervento di questi ultimi e l'occupazione francese di Ancona che ne fu la conseguenza. Gli pareva logico che da ciò dovesse nascere l'abolizione del regime arbitrario negli Stati romani ma ben presto si convinse non solo della inverosimiglianza delle riforme, ma anche della poca fiducia da riporre nelle promesse dei liberali francesi. Pensò quindi di trasferirsi, dopo 3 anni di soggiorno a Parigi. Qui pubblicò le Addizioni alle Mie Prigioni, delle note in aggiunta alle Mie Prigioni scritte da Silvio Pellico e sposò la cantante Amalia Schneider, che gli fu compagna amorosa e devota. Nel 1833 s'imbarcò per gli Stati Uniti al seguito della compagnia d'opera del cavaliere Vincenzo Riva Finoli. Visse stentatamente a New York dando lezioni di musica e d'italiano. Nella città americana ebbe modo di fare amicizia con Lorenzo Da Ponte, librettista, poeta e drammaturgo di origine veneta, trasferitosi negli Stati Uniti. Si spense all'età di 50 anni dopo aver sofferto fino all'ultimo per la ferita mai rimarginata causata dall'amputazione e sopraggiunte turbe mentali che minarono gravemente le sue facoltà intellettuali. Nel 1886 i suoi resti mortali furono riportati a Forlì e, dopo solenni celebrazioni, il patriota fu tumulato nel Pantheon del Cimitero Monumentale cittadino.

5 agosto Dedicazione della basilica di Santa Maria Maggiore

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