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lunedì 20 aprile 2026

La creazzione der monno

La creazzione der monno


L'anno che Gesucristo impastò er monno,
Ché pe impastallo già c'era la pasta,
Verde lo vorze fà, grosso e ritonno,
All'uso d'un cocommero de tasta.

Fece un zole, una luna e un mappamonno,
Ma de le stelle poi dì una catasta:
Su ucelli, bestie immezzo, e pesci in fonno:
Piantò le piante, e doppo disse: "Abbasta".

Me scordavo de dì che creò l'omo,
E coll'omo la donna, Adamo e Eva;
E je proibbì de nun toccaje un pomo.

Ma appena che a maggnà l'ebbe viduti,
Strillò per dio con quanta voce aveva:
"Ommini da vienì, sete futtuti"»

Giuseppe Gioacchino Belli

mercoledì 9 aprile 2025

“La famija poverella”

Quiete, crature mie, stateve quiete:

zitti, figli ché mò viè la ata.

Oh Vergine der pianto addolorata,

provedeteme voi che lo potete.

No, viscere mie care, nun piagnete:

nun me fate morì cusì accorata.

Lui quarche cosa l’averà abbuscata,

e pijeremo er pane, e magnerete.

_Mamma allo scuro io non vojo stare!

Mi pare di vedere un ner figuro.

_Non c'è olio, Peppin, come s'ha fare?

Si capìste er bene che ve vojo!… 

E ttu, Lalla, che hai? Povera Lalla

hai freddo? Ebbè, nun méttete lì ar muro:

viè in braccio a mamma tua che tt’ariscalla.

Gioacchino Belli    

sabato 10 settembre 2022

La luna

Tutto dipenne da la luna ar monno,
Quanno è in frusso e rifrusso co' le stelle.
Sempre, tra er primo cuarto e ttra ’r ziconno
L’acqua in celo sce sta tra ppelle e ppelle.
           Si ppoi vedete la luna in ner tonno
E  le nuvole fatte a pecorelle,
Potete puro dí, mmastro Rimonno,
Ch’er tempo vojji piove a ccatinelle.
Tutte ste cose me l’ha ddette Antonio,
Perché er padrone suo tiè ddu’ strumenti,
Chiamati, uno er tremò, ll’antro er baronio.
Disce che cquelli dicheno li venti
Er callo, er freddo, la neve, er demonio,
E  tutte l’antre sorte d’accidenti.

Gioachino Belli

 

sabato 7 settembre 2019

La Bocca della Verità -



“In d’una cchiesa sopra a ‘na piazzetta
Un po’ ppiù ssù de Piazza Montanara
Pe’ la strada che pporta a la Salara,
C’è in nell’entrà una cosa bbenedetta. 
Pe’ tutta Roma quant’è llarga e stretta
Nun poterai trovà ccosa ppiù rara.
E’ una faccia de’ pietra che tt’impara
Chi ha detta la bucìa, chi nu’ l’ha detta.
S’io mo a sta faccia, c’ha la bbocca uperta,
Je ce metto una mano, e nu’ la strigne
La verità da me ttiella pe’ certa.
Ma ssi ficca la mano uno in bucìa,
Essi sicuro che a ttirà né a spigne
Quella mano che llì nun vié ppiù via.”

Gioachino Belli

giovedì 12 ottobre 2017

A un fumatore precoce.


 
Ma per amor del ciel dimmi, o figliolo.
In qual nova pazzia sei tu venuto.
Che un sigaro t'imbecchi ogni minuto,
Sì che mi pari un tizzo o un fumaiolo?
Tu così mingherlino e tristazuolo,
Sparutel, segaligno e lanternuto
Che se ti soffia addosso uno starnuto
Te ne voli in Sicilia o nel Tirolo!
Deh, al tuo petto sottil non crescer danno,
Nè ridur la tua bocca un letamaio,
Sol per far quello che cert'altri fanno;
E la morte che paghi al tabaccaio,
Folle, cambiala in libri e ti diranno
Viver più a lungo ed onorato e gaio.
 
Gioacchino  Belli

Er giorno der Giudizzio


Quattro angioloni cole tromme in bocca
se metteranno uno pe cantone
a sonà: poi co tanto de vocione
cominceranno a dí: " Fora a chi tocca".

Allora vierà su una filastrocca
de schertri da la terra a pecorone,
pe ripijà figura de perzone,
come purcini attorno de la biocca.

E sta biocca saà Dio benedetto,
che ne farà du' parte, bianca e nera:
una pe annà in cantina, una sur tetto.

All'urtimo uscirà 'na sonajera
d'angioli, e, come si s'annassi a letto
smorzeranno li lumi, e bona sera.
Gioacchino Belli

Gioachino Belli




Giuseppe Francesco Antonio Maria Gioachino Raimondo Belli
(Roma, 7 settembre 1791Roma, 21 dicembre 1863)
è stato un poeta italiano.
Nei suoi 2279 Sonetti romaneschi, composti in vernacolo romanesco raccolse la voce del popolo della Roma del XIX secolo.
Nacque nella famiglia benestante di Luigia Mazio e di Gaudenzio Belli. La famiglia ebbe altri tre figli: uno morto ancora in fasce, Carlo, morto a 18 anni, Flaminia, che si fece suora nel 1827. Nel 1798 i francesi occuparono Roma e i Belli si rifugiarono a Napoli. Ristabilito il potere pontificio, tornarono a Roma, poi nel 1800 si stabilirono a Civitavecchia, dove Gaudenzio Belli aveva ottenuto un impiego ben retribuito al porto. Morì nel 1802 in un'epidemia di tifo petecchiale,lasciando in gravi difficoltà economiche la famiglia, che tornò a Roma. La madre si risposò nel 1806, ma morì l'anno dopo, e dei figli si presero cura gli zii paterni. Giuseppe Gioachino dovette interrompere gli studi per impiegarsi in brevi e mal retribuiti lavori di computista, impartendo anche qualche lezione privata. Ottenne salario e alloggio nel 1812 presso il principe Stanislao Poniatowsky. Fu licenziato l'anno dopo per contrasti, si ipotizza, con Cassandra Luci, l'amante (e, successivamente, moglie) del principe. Giuseppe G. aveva intanto cominciato le prime prove poetiche e letterarie. Nel 1805 aveva scritto le ottave La Campagna, un componimento scolastico sulla bellezza della natura, l'anno dopo una Dissertazione intorno la natura e utilità delle voci, poco più di un sunto del Saggio sull'origine delle conoscenze umane di Condillac, laddove si tratta del linguaggio quale elemento espressivo di mediazione tra la sensazione e il pensiero. Altri suoi scritti su alcuni fenomeni naturali, pur privi di importanza scientifica, danno testimonianza della sua curiosità e del suo spirito di osservazione. Nel 1807 scrisse le Lamentazioni, poemetto di nove canti in versi sciolti, con atmosfere notturne, la Battaglia celtica, entrambe a imitazione del Cesarotti, allora in gran voga, e La Morte della Morte, del 1810, è un poemetto scherzoso in ottave, scritto a imitazione del Berni. Nel 1812 Belli entrò con il nome Tirteo Lacedemonio nell'«Accademia degli Elleni», istituto filo-francese fondato nel 1805. Nel 1813 una scissione portò alla fondazione dell'«Accademia Tiberina», alla quale passò Belli. La nuova Accademia comprendeva gli oppositori dell'Impero, liberali e clericali, ed ebbe tra i membri Mauro Cappellari, futuro papa Gregorio XVI, e il principe Metternich. Quello è anche l'anno delle opere seguenti:
  • poemetto di due canti in terzine, d'imitazione del Monti, Il convito di Baldassare ultimo re degli Assirj,
  • Il Diluvio universale,
  • L'Eccidio di Gerusalemme,
  • La sconfitta de' Madianiti,
  • Salmi tradotti in versi sciolti,
  • sonetti dedicati all'amico Francesco Spada.
Nel 1815 si volse al teatro e scrisse le farse I finti commedianti e Il tutor pittore, e I fratelli alla prova, traduzione di un dramma di Benoît Pelletier-Volméranges. Nel 1816 pubblicò in terzine La Pestilenza stata in Firenze l'anno di nostra salute MCCCXLVIII e nel 1817 A Filippo Pistrucci Romano. Il 1818 entrò nell'«Accademia dell'Arcadia» con il nome Linarco Dirceo. Il 12 settembre 1816 il Belli, che aveva appena ottenuto un impiego all'Ufficio del Registro, e Maria Conti (1780-1837), vedova benestante, proprietaria di terre in Umbria, si sposarono e si stabilirono in casa Conti a Palazzo Poli, presso la fontana di Trevi. Libero da assilli economici, il Belli poté iniziare una serie di viaggi che lo portarono a visitare Venezia, Napoli, Firenze e, fondamentale per il suo sviluppo artistico, Milano, che visitò nell'agosto del 1827 - dopo aver dato le dimissioni dal suo impiego statale - e vi si trattenne a lungo, ospite di un amico, l'architetto Giacomo Moraglia. A Milano, dove tornò nel 1828 e nel 1829, conobbe le opere di Carlo Porta e comprese la dignità del dialetto e la forza satirica che il realismo popolare era capace di esprimere. Dell'Accademia dell'Arcadia fu segretario, dal 1850 presidente. In questa veste fu responsabile della censura artistica e come tale si trovò a vietare le opere di William Shakespeare. Morì a causa di un colpo apoplettico e fu sepolto al Verano (Roma). Nel testamento aveva disposto che le sue opere venissero bruciate, ma il figlio non lo fece, consentendo così che fossero conosciute da tutti e per sempre. Il pronipote e artista, Guglielmo Janni, ne racconterà vita e opere in un opus dattiloscritto di 10 volumi

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