"Navi che dai possenti fianchi
la Patria espresse
ne l'acque liberate,
( e su le prue taglienti
con la sua forza eresse
le sue Speranze alate),
Navi d'Italia, prole
ferrea della grande
Madre liberatrice,
voi che splendete al sole
oggi mentre si spande
l'inno pel ciel felice
nella città dei Doria
( odon forse gli eroi
dalle tombe profonde),
voi, navi alla Vittoria
sacre e alla Gloria, voi
che per tutte le sponde
recate il divin nome
d'Italia e il suo diritto
eterno e la sua nova
forza, raggiando come
fari, pronte al conflitto
supremo, alla gran prova,
belle e tremende sempre
dai cuori alla futura
prova cintre di voti:
o navi, a cui le tempre
la nostra fede indura
contro i perigli ignoti,
siate oggi benedette
un'altra volta ancora
alla pace e alla guerra,
e le Speranze erette
oggi sopra ogni propra
salutino la Terra!
Gabriele D'Annunzio
giovedì 3 settembre 2026
Navi d'Italia
martedì 1 settembre 2026
LA CANZONE DEI DARDANELLI
LA CANZONE DEI DARDANELLI
TARANTO, sol per àncore ed ormeggi
di tanta fresca porpora rosseggi?
A che, fra San Cataldo e il tuo più vecchio
muro che sa Bisanzio ed Aragona,
che sa Svevia ed Angiò, tendi l’orecchio?
Non balena sul Mar Grande né tuona.
Ma sul ferrato cardine il tuo Ponte
gira, e del ferro il tuo Canal rintrona.
Passan così le belle navi pronte,
per entrar nella darsena sicura,
volta la poppa al ionico orizzonte.
Sembran sazie di corsa e di presura,
mentre nel Mar di Marmara e nel Corno
d’oro imbozzate l’ansia e la paura
sognano fumi al Tènedo ogni giorno
apparsi e invocan l’altro Macometto
che scenda in acqua col cavallo storno
come quando alla Blanca un vascelletto
greco e tre saettìe di Genovesi
con lor pietre manesche e fuochi a getto,
conficcate le prue sino ai provesi,
nell’arrembaggio, presero battaglia
contra il soldano e i suoi visiri obesi
e contra una ciurmaglia e soldataglia
innumerabile in dugento buoni
legni; e vinsero; e con la vettovaglia
sotto Costantinopoli, tra suoni
e cantici, a rimurchio in salvamento
li ricondusse Zaccaria Grioni[2].
Eran tre saettìe contra dugento
sàiche fuste e galèe! Taranto, Alfieri
d’Alò, quel tuo figliuol che ti fu spento
su la duna a Bengasi ove tu eri
mista al suo sangue allor che cadde eletto
dalla gloria tra i bianchi cannonieri,
ben si mostrò di quella tempra; e il petto,
come quando le navi avean di legno
il fasciame, fu ben di ferro schietto.
Ma non pur anco il giovincello Regno,
fior di modestia, escito è di tutela.
I pedagoghi suoi stanno a convegno.
Adoprano con trepida cautela
la bilancia dell’orafo in pesare
il buon consiglio; e, se il timor trapela,
appoggiandosi al muro famigliare
stranutano e tossiscono. O Senato
veneto! O prisca Libertà del Mare!
Il sobrio Talassòcrate dentato,
il pudico pastor dai cinque pasti
che si monda con l’acqua di Pilato,
immemore dei fasti e dei nefasti
suoi dì vermigli, cigola e s’indigna
a tanto scempio, e torce gli occhi casti!
E quei che verso il Reno ora digrigna
ed or sorride livido di bile
col ceffo nella sua birra sanguigna,
l’invasor che sconobbe ogni gentile
virtù, l’atroce lanzo che percosse
vecchi e donne col calcio del fucile,
il saccardo che mai non si commosse
al dolore dei vinti e lordò tutto
del fango appreso alle sue suola grosse,
l’Ussero della Morte vela a lutto
Stinchi e Teschio per la pietà fraterna
di tanto musulman fiore distrutto!
Ma uno più d’ogni altro si costerna.
Egli è l’angelicato impiccatore,
l’Angelo della forza sempiterna
Mantova fosca, spalti di Belfiore,
fosse di Lombardia, curva Trieste,
si vide mai miracolo maggiore?
La schifiltà dell’Aquila a due teste,
che rivomisce, come l’avvoltoio,
le carni dei cadaveri indigeste!
Altro portento. Il canapo scorsoio
che si muta in cordiglio intemerato
a cingere il carnefice squarquoio
mentre ogni notte in sogno è schiaffeggiato
da quella mozza man piena d’anelli
che insanguinò la tasca del Croato![3]
Son questi i cristianissimi fratelli
del protettor d'Armenia, ond'è rifatta
pia la verginità dei Dardanelli.
La vecchia Europa avara e mentecatta
che lasciò solo il triste Costantino[4],
solo a cavallo nella sua disfatta
ultimo imperatore bisantino
combattere alla Porta Càrsia e spento
dar la porpora e l’aquile al bottino,
dessa or soccorre del suo pio fomento
lo smisurato canchero che pute
tra Mar Ionio e Propontide nel vento.
Oh Alleanza mistica, salute!
Cantar voglio le tre sotto il posticcio
turbante auguste Potestà chercute
e d’austriaco sevo unto il molliccio
soldan che ascolta il suo martirologio
col bianco pelo irto per raccapriccio.
Alla Consulta attendono l’elogio
tutorio i pedagoghi del pupillo
demente; e spìano il tempo ch’è balogio
su la piazza ove ride lo zampillo
romano tra gli equestri Eroi gemelli
palpitando qual limpido vessillo.
Come sul fulvo mare dei camelli
sta la Sfinge, una intorta Pitonessa
senza tripode guarda i Dardanelli.
La licenza è concessa e non concessa,
se guarentita sia la libertà
al sapone di Caffa e al gran d’Odessa.
Ahi cieca ambage! Ed ei non sono già
discepoli di Mosca de’ Lamberti
che disse: Cosa fatta capo ha.
Vanno librando i pesatori esperti
la bilancia dell’orafo sì vana
con once dramme scrupoli malcerti.
Meglio rozza stadera di dogana
ove per dar tracollo il ferreo Cagni
gitti la spada di Bu-Meliana.
La nave, col desio che il sangue bagni
le torri e il ponte per ribattezzarsi,
richiama a sé gli intrepidi compagni
che troppo a lungo per le dune sparsi
e nelle fosse tennero la guerra
dediti a superare e a superarsi
come quando l’eroe, che di sotterra
ancor gli incìta, disse oltre la morte:
“Io con mille di voi prendo la terra.„
Stefano Testa, l’òmero tuo forte
è rotto; e il braccio tuo, Vincenzo Origlio;
o Montella, e il tuo femore. E la sorte,
o Gaudino, t’amò quando un vermiglio
fiore ti pose presso il cor tra costa
e costa. E tu, Vito de Tullio, figlio
di Bari vecchia ove una santa esposta
al popolo si chiama Serafina,
e il popol tutto innanzi a lei fa sosta;
o Carmineo, di un’umile eroina
anche tu primo nato tra il Leone
di San Marco e la Chiesa palatina;
o fratel mio d’Abruzzo, e tu, Marone,
che in sogno ancor la piaga del tuo piede
strascichi per servire il tuo cannone;
voi tutti, ardenti della vostra fede
e della vostra febbre nella lunga
corsia triste, con l’anima che crede
e vede or ascoltate se non giunga
un grande annunzio, sussultando al cupo
urlo che nella notte si prolunga.
Dante de Lutti forse in un dirupo
giace coi prodi a Derna, e la vendetta
ride ne’ denti suoi di giovin lupo
come quando a Tobrucca su la vetta
della ruina issava il tricolore,
più agile che mozzo alla veletta.
E la notte par piena di clamore.
E la corsìa d’occhi sbarrati e fissi
riarde, e ucciso è il sonno dall’orrore.
Taluno i suoi compagni crocifissi
rivede, là, nella moschea di Giuma,
i corpi come ciocchi aperti e scissi
con la scure, conversi in nera gruma
senza forma, sgorgando le ventraie
per gli squarci; e le bocche ove la schiuma
dell’agonia tersero l’anguinaie
recise, intruse fra le due mascelle;
e i viventi infunati alle steccaie,
alle travi dei pozzi, con la pelle
del petto per grembiul rosso, con trite
le braccia penzolanti dalle ascelle
dirotte, con le palpebre cucite
ad ago e spago, o fitti sino al collo
nel sabbione che fascia le ferite,
le vene stagna. Odio, che sei midollo
della vendetta e lièvito del sangue,
ti canto. Insegna del taglion, ti scrollo.
Talun disse: “Spargete poco sangue.
Deh non vogliate esser micidiali!
Quasi pace è la guerra, quando langue.„
O dolci eroi sognanti su i guanciali
penosi, udiste l’ordine di guerra?
“Le navi scorteranno gli ospedali.
I marinai combatteranno a terra.„
Sognando, andiamo incontro all’Ombre sole
mentre il ponte di Taranto si serra.
La notte sembra viva d’una prole
terribile. La grande Orsa declina.
Infaticabilmente il mar si duole.
Un vento di dominio e di rapina
squassa il vasto Arcipelago schienuto.
Chi vien da Scio con la galèa latina?
Chi da Nasso? e d’Amorgo? Ti saluto,
a capo del naviglio tuo di corsa,
o duca dell’Egeo Marco Sanuto.
Sul tuo coppo di ferro splende l’Orsa.
Dietro i pavesi sta la compagnia
pronta allo sforzo: la minaccia è corsa.
Eri una via calpesta, eri la via
dei Barbari che andavano alla guerra
in Occidente, allora, o Austria pia.
E l’onta di Giovanni Senzaterra
stava su te, la crudeltà del basso
vassallo d’Innocenzo, o Inghilterra,
quando al libero Doge dava il passo
l’Imperatore sul diviso Impero,
e la Morea dal Tènaro a Patrasso
e Salamina con il suo cimiero
di gloria non immemore d’Aiace,
e il Sunio col suo tempio roso e il nero
Acroceraunio, Ocri, Arta, il Golfo ambrace,
le Cicladi fulgenti, tutto il lido
curvo dal Mar dalmatico al Mar trace
erano un sol dominio sotto il grido
di San Marco; e Gallipoli, Eraclea,
Gano, Rodosto anco, tra Sesto e Abido
il Doge tutto l’Ellesponto avea;
quasi mezza Bisanzio, e gli arsenali
quivi, e le darsene e le rocche aveano
I Veneti; lanciavan dagli scali
nel Corno d'oro le galèe costrutte,
al Leone ogni dì crescendo l’ali.
Ecco, o Mediterraneo, su tutte
l’isole, ecco i tuoi dèspoti. Rischiaro
col mio cuore le impronte non distrutte.
Ecco un Sagredo principe di Paro,
a Sèrifo un Michiel, ad Andro un Dandolo,
a Candia un Tiepolo. Ogni nome è un faro.
Presso Blacherne publica il suo bando
Ranieri Zeno, e quasi Imperatore
ha tutta Romania nel suo comando.
Il genovese Enrico Pescatore
conte di Malta usurpa il fio di Creta.
In regia potestà l’Asia Minore
ha Martin Zaccaria[7], batte moneta,
leva milizie e navi, si travaglia
a Focea per allume, a Chio per seta,
a traffico imperversa e a rappresaglia,
stermina Catalani e Musulmani,
tutt’armato da re muore in battaglia.
O dura schiatta dei Giustiniani,
nova sovranità della Maona
libera, dinastia di popolani
magnifici, di re senza corona,
che profuman di mastice la bianca
scia o la segnan d’una rossa zona,
quando nell’isola Andriolo Banca
orna templi, deduce carmi, venera
Omero, èduca lauri, schiavi affranca!
Navi d’Italia, ecco l’Egeo. Chi viene
da Lesbo? chi da Coo? Navi d’Italia,
l’Ombre cantano come le sirene.
Un Querini è signore di Stampàlia,
di Nanfio un Foscolo, un Navigaioso
di Lemno. Ecco l’Egeo, navi d’Italia,
ecco il mare operoso e sanguinoso
di noi, le rive con le nostre impronte,
le mura impresse del Leon corroso.
Un Barozzi è signore a Negroponte,
un Ghisi a Sciro ed un Pisani a Nio.
Navarca è un Longo ed un Adorno è arconte.
Fendo i secoli, lacero l’oblio,
ritrovo le correnti della gloria
nell’acqua ove portammo il nostro Dio.
Levo sul mar l’onda della memoria
col soffio dell’anima la incalzo,
che ferva sotto il piè della Vittoria,
che schiumi e fumi sotto il piede scalzo
volante in sommo come quando accorse
precipitosa dal marmoreo balzo
a te, Cànari. O Grecia, o Grecia, forse
anche i tuoi fati pendono. E lo scotto
sarà pagato. Chiedi l’ora all’Orse
come l’uomo d’Ipsara e l’Hydriotto
quando muti ridean nel cuor selvaggio,
acquattato ciascun nel suo brulotto,
con alla mano i raffii d’arrembaggio,
con alle coste il dèmone del fuoco,
messo fra i denti il fegato per gaggio.
Anche nel nostro cuore arde quel fuoco,
sorella. Vien d'Ipsara Costantino
Cànari, arsiccio, ancor più pronto al gioco.
Andrea Miàuli vien sul brigantino
ch’ebbe a Patrasso a Spezzia ed a Modóne.
Ma chi è mai quel grande suo vicino?
Riconosco la chioma del leone
e l’affilato viso dell’audacia
e l’occhio inesorabile. O Canzone,
piègati sotto l’ala acuta e bacia
per tutti i marinai la fronte fessa
del Capitan che vien dal mar di Tracia.
Viene dai Dardanelli su la stessa
galèa cui non restò se non l’orrore
dell’annerito arsile, su la stessa
galèa che vide volgere le prore
e orzare a terra Mehemet codardo,
viene dai Dardanelli il vincitore
Lazaro Mocenigo. E lo stendardo
del calcese, che gli spezzò con l’asta
il cranio, or croscia al maestral gagliardo
su l’erto capo cinto della vasta
piaga, su la criniera leonina
che per corona nautica gli basta.
Chiuso è il destr’occhio che nella marina
di Scio barattò egli contro vénti
navi di Kenaàn tratte a rapina.
Ma il freddo astro di tutti gli ardimenti
è l’occhio manco, specchio dei perigli.
Lazaro Mocenigo ha le sue genti?
Guardalo, Cagni, tu che gli somigli.
Gabriele D'Annunzio
venerdì 7 agosto 2026
Alla sorella
Alla sorella
divin messaggio. Ahi troppo io feci schiava
in gran dolcezza. O fiori, aulite, aulite!)
per quante volte a la soave nostra
madre ella terse con man leniente
quel ch’era in me, sopra le glorie e l’onte,
più sereno più giovine e più puro!
lunedì 22 giugno 2026
domenica 26 aprile 2026
La sera fiesolana
La sera fiesolana
Fresche le mie parole ne la serati sien come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sé distenda un velo
ove il nostro sogno giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.
Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!
Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
tepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e su ’l grano che non è biondo ancora
e non è verde,
e su ’l fieno che già patì la falce
e trascolora,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.
Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!
Io ti dirò verso quali reami
d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s’incùrvino come labbra che un divieto
chiuda, e perché la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amor più forte.
Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!
Ravenna
Ravenna
Ravenna, glauca notte rutilante d'oro,sepolcro di violenti custodito
da terribili sguardi,
cupa carena grave d'un incarco
imperiale, ferrea, construtta
di quel ferro onde il Fato
è invincibile, spinta dal naufragio
ai confini del mondo,
sopra la riva estrema!
Ti loderò pel funebre tesoro
ove ogni orgoglio lascia un diadema.
Ti loderò pel mistico presagio
che è nella tua selva quando trema,
che è nella selvaggia febbre in che tu ardi.
O prisca, un altro eroe tenderà l'arco
del tuo deserto verso l'infinito.
O testimone, un altro eroe farà di tutta
la tua sapienza il suo poema.
Ascolterò nel tuo profondo
sepolcro il Mare, cui 'l Tempo rapì quel lito
che da lui t'allontana; ascolterà il grido
dello sparviere, e il rombo
della procella, ed ogni disperato
gemito della selva. "È tardi! È tardi!"
Solo si partirà dal tuo sepolcro
per vincer solo il furibondo
Mare e il ferreo Fato.
Gabriele D'Annunzio
Ferrara
Ferrara
O deserta bellezza di Ferrara,
ti loderò come si loda il volto
di colei che sul nostro cuor s'inclina
per aver pace di sue felicità lontane;
e loderò la chiara
sfera d'aere ed'acque
ove si chiude la mia malinconia divina
musicalmente
E loderò quella che più mi piacque
delle tue donne morte
e il tenue riso ond'ella mi delude
e l'alta immagine ond'io mi consolo
nella mia mente.
Loderò i tuoi chiostri ove tacque
l'uman dolore avvolto nelle lane
placide e cantò l'usignolo
ebro furente.
Loderò le tue vie piane,
grandi come fiumane,
che conducono all'infinito, chi va solo
col suo pensiero ardente,
e quel loro silenzio ove stanno in ascolto
tutte le porte
se il fabro occulo batte su l'incude,
e il sogno di voluttà che sta sepolto
sotto le pietre nude con la tua sorte.
Gabriele D'Annunzio
lunedì 29 dicembre 2025
STRINGITI A ME
STRINGITI A ME
martedì 18 novembre 2025
Il rimpianto è
sabato 8 novembre 2025
PER IL RE
PER IL RE
Salva il Re che, dimesso l’ermellino
e la porpora, come il fantaccino
renduto in panni bigi,
sfanga nel fosso o va calzato d’uosa
cercando nella cruda alpe nevosa,
Dio vero, i tuoi prodigi.
Salva il Re che partisce il pane scuro
col combattente e non isdegna il duro
macigno alla sua sosta
né pe’ suoi brevi sonni strame o paglia
sospesi ai rossi orli della battaglia
che sotterra è nascosta.
Proteggi il Re del sollecito amore,
che in casta forza il tremante dolore
cangia con l’occhio fermo,
il Re che in fronte ha la ruvida ruga
e pur sì dolce esser può quando asciuga
la tempia dell’infermo.
Proteggi il Re della semplice vita
chinato verso ogni bella ferita
che è rosa del suo regno,
chinato verso il sorriso dei morti,
verso il sorriso immortale dei morti,
che è l’alba del suo regno.
G. D'Annunzio
mercoledì 24 settembre 2025
I regali della nonna, per Natale
A Ceppo si faceva un presepino
con la sua brava stella inargentata,coi Magi, coi pastori, per benino
e la campagna tutta infarinata.
La sera io recitavo un sermoncino
con una voce da messa cantata,
e per quel mio garbetto birichino
buscavo baci e pezzi di schiacciata.
Poi verso tardi tu m’accompagnavi
alla nonna con dir: “Stanotte L’Angelo
ti porterà chi sa che bei regali!”.
E mentre i sogni m’arridean soavi,
tu piano, piano mi venivi a mettere
confetti e soldarelli fra’ i guanciali.
venerdì 4 luglio 2025
Pescatore
Pescatore
Gabriele D'Annunzio
martedì 24 giugno 2025
Toscana
O Toscana,Toscana,
dolce tu sei ne' tuoi orti
che lo spino ti chiude
e il cipresso ti guarda;
dolce sei nelle tue colline
che il ruscello ti riga
e l'ulivo t'inghirlanda.
E carca di grandi morti
tu sei nei tuoi sculti sepolcri,
O Fiorenza,Fiorenza,
giglio di potenza
virgulto primaverile:
e certo non v'ha grazia alcuna
che vinca tua grazia d'aprile
quando la valle è una cuna
di fiori, di sogni, di pace.....
G.D'Annunzio
venerdì 20 giugno 2025
I seminatori
Van per il campo i validi garzoni
guidando i buoi dalla pacata faccia;
e dietro quelli fumiga la traccia
del ferro aperta alle seminagioni.
Poi,con un largo gesto delle braccia
spargon gli adulti la semenza; e i buoni
vecchi, levano al cielo le orazioni,
pensan frutti opulenti, se a Dio piaccia.
Quasi una pia riconoscenza umana
oggi onora la Terra.Nel modesto
lume del sole, al vespero, il nivale
tempio de' monti innalzasi; una piana
canzon levano gli uomini, e nel gesto
hanno una maestà sacerdotale.
G.D'Annunzio
domenica 8 giugno 2025
Alla nonna
D’inverno ti mettevi una cuffietta Gabriele D’Annunzio |
sabato 18 novembre 2023
La pioggia nel pineto
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitìo che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pèsca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alvèoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli,
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.»
Gabriele D'annunzio
sabato 8 aprile 2023
Risurrezione
Suono di campane,
voce che trasvola sul mondo,
canto che piove dal cielo sulla terra,
nella città sorda e irrequieta,
e nel silenzio dei colli
ove, nel pallore argenteo,
le bacche d'olivo maturano il dono di pace.
Suono che viene a te,
quale alleluia pasquale,
a offrirti la gioia di ogni primavera,
a chiamarti alla rinascita;
a dirti che la terra rifiorisce
se il tuo cuore si aprirà come un boccio,
che ripete un gesto d'amore e di speranza,
levando il mite ramoscello
in questa chiara alba di risurrezione!
Gabriele D'Annunzio
martedì 6 settembre 2022
sabato 12 marzo 2022
Letterina alla Mamma
de la mia cameretta in faccia al mare,
e bacio ogni momento il mazzolino
che ieri mi mandasti a regalare.
A tratti a tratti il venticel marino,
mi reca un'onda di fragranze care.
È laggiù in fondo, avvolto in un divino
tripudio d'ombre e luci, il sol scompare.
Co' l'alma piena dei disii d'amore
penso al tuo bacio, al tuo sospir tremante,
penso al tuo sguardo, al tuo riso tranquillo;
E...veggo in mezzo a tutto quel fulgore
la tua soave immagine raggiante,
si come una Madonna del Murillo.
(Gabriele D'annunzio)
-
Trionfo di Bacco e Arianna Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza. Quest’è Ba...
-
(Roma, 28 gennaio 1946 – Roma, 12 aprile 2019) è stata una cantante e astrologa italiana.
-
« Miei cari amici vicini e lontani buonasera » ( Palermo , 20 settembre 1902 – Rodello , 24 gennaio 2002 ) è stato un conduttore radio...


















