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venerdì 16 aprile 2021

Una Stella


E riuscirai a capire
perché una stella cade,
la luce che si spegne
sul pianto di tua madre;
 
speranza di ogni sera,
i miei occhi nel blu,
Sia mio! In quella stella,
il sogno mio... sei tu;
 
osservo la sua scia,
abbandona l'Universo,
risposta nella Fede,
credevo d'aver perso;
 
di notte un tuo vagito,
staremo svegli insieme,
farò danzar la culla,
abbraccerò il mio seme;
 
nel caldo dell'estate
il mondo affronteremo,
ad ogni compleanno
mi calmerai se tremo;
 
regina delle notti
quella più luminosa,
nel cuore di ogni uomo
c'è un sogno che riposa;
 
quel sogno che si sveglia
di sera in riva al mare,
quando ogni onda, schiuma...
e tu sei lì ad amare;
 
mi parlerai di lei...
in questa notte immensa,
più su... tra mille fiaccole,
profumi di San Lorenzo;
 
se cadi, ti rialzerai,
pronto ad andar veloce,
se ospiterai nell'anima,
il Cristo e la sua Croce;
 
bussola della vita
nel cielo la tua stella,
sarà luce negli occhi…
tua madre... Raffaella.

Vincenzo Russo

"Una finestra sul mondo"

 



 
Oscurate le stelle di una primavera a Sarajevo,
polverizzato sogni in un Settembre americano,
confinato la libertà delle donne in centimetri di Burka,
giustificato bombe per un metro a Betlemme,
intriso di sangue un sipario sovietico.
 
Uomo per te stesso, uomo per gli altri,
destinatario unico del dono più prezioso,
gratuitamente concesso... la vita.
Non dico di donarla, ma neppure di sottrarla,
meritala, affrontala, ma soprattutto difendila.
 
Prendi un cuore nuovo,
non dargli la misura che sia solo il tuo petto,
la sua forma rotonda dovrà abbracciare il mondo,
occhi a mandorla, treccine come indiani,
che parli una sola lingua tra Curdi e Pakistani.
 
Nutrilo con il cibo della solidarietà,
svestilo delle forme che siano atrocità,
difendilo con le armi, quelle della bontà,
curalo con le pillole di una nuova umanità,
donalo a chi ne ha bisogno, un giorno ricambierà.
 
Sarà! Il faro per approdare ai sogni,
la pista per atterrare sui sogni,
l'acqua per dissetarsi dei sogni,
la passione per credere nei sogni,
la fede per sperare nei sogni.
 
Chi vive ha il diritto di sognare, i sogni alimentano la vita,
prendi tutte le fiaccole del cielo,
scrivi alto, visibile da ogni angolo della Terra,
che l'unica forma di condanna che l'uomo può attuare
è la VITA!
 
 Vincenzo Russo

Vincenzo Russo

Nacque da una famiglia di umili origini. Il padre Giuseppe era calzolaio, mentre la madre Lucia Ocubro, ex trovatella dell'Annunziata proveniente da Portici, era casalinga. Le precarie e umide condizioni dell'abitazione di famiglia fecero in modo che sia lui, che i suoi fratelli, fossero spesso malati, e questo precluse a Vincenzo la possibilità di ricevere un'istruzione regolare. Sebbene non avesse potuto frequentare neanche le elementari, Vincenzo riuscì comunque a farsi una discreta istruzione frequentando i corsi serali per operai. Alla morte del padre, si trovò in condizione di dover contribuire al bilancio familiare, e intraprese quindi la professione di calzolaio, sebbene coltivasse già allora propensioni artistiche. La sua attività di poeta, tuttavia, non conobbe un vero e proprio inizio se non fino all'incontro con Eduardo Di Capua, autore di canzoni già famoso per aver composto 'O sole mio. L'amicizia tra i due diede presto buoni frutti, e in particolare la canzone Maria Marì, che divenne presto un successo di portata mondiale. Il 31 dicembre 1899 Vincenzo era a letto malato, e il giorno dopo l'amico Eduardo lo andò a trovare, comunicandogli che avevano ricevuto dall'editore Bideri un anticipo da dividere. Convintolo ad uscire, il Di Capua condusse Russo al Salone Margherita, dove si esibiva Armando Gill. Fu all'uscita del teatro che Russo diede a Di Capua i versi di I' te vurria vasà, forse la sua canzone più nota e una delle pietre miliari della canzone napoletana. Solo ventiquattr'ore dopo Di Capua aveva completato la composizione della musica, che piacque immediatamente a Russo. Presentata la canzone al concorso de La tavola rotonda, ne riportarono un deludente secondo premio da dividere con altre tre canzoni. Lo scarso ricavato servì a Russo a comprare dei farmaci. È opinione comune tra gli storici della canzone napoletana che I' te vurria vasà, come anche molte delle canzoni composte da Russo, fossero ispirate dall'amore segreto e impossibile per Enrichetta Marchese, figlia di un gioielliere suo dirimpettaio. La differenza di classe sociale, nonostante l'amore di Russo fosse corrisposto, non ne rese mai possibile una felice conclusione. Secondo alcune fonti, anche l'ultima opera di Russo L'urdema canzone mia è dedicata a quell'amore. La canzone fu dettata da Russo al cognato nel giugno del 1904 dal letto dove giaceva per la tubercolosi che lo ucciderà a soli 28 anni. La canzone fu scritta, secondo la leggenda, dopo aver visto dalla finestra la chiesa di fronte addobbata per uno sposalizio che egli riteneva essere quello di Enrichetta. Di fatto, nei registri canonici non vi è traccia di matrimoni in quei giorni, quindi la storia di questa canzone rimane da chiarire. Ciò che è certo, tuttavia, è che la canzone, indirizzata all'amico Eduardo, finì nelle mani di Enrichetta, la quale la conservò in un medaglione fino alla fine dei suoi giorni.

 

Ghianda acrostico