lunedì 31 agosto 2026

Che cosa assurda


 

Pace

 


Torino industre e pia.

Torino industre e pia.
Ma le diritte nuove strade intorno
sono or tenute da coorti nuove,
e un fragor d'armi nuovo, e notte e giorno,
l'immenso accampamento empie e sommuove.
Sono telai dalle infinite spole,
dagli infiniti pettini sognanti;
sono gran magli che sulla gran mole
del rosso fervido piombano incessanti.
Esce il vapor con fischi di tempesta.
Ogni metallo intenerisce e strugge.
Morsa da mille denti ogni foresta
si fende e scinde, e intanto freme e rugge.
Fiumi lontani, che da un alto balzo
a valle giù precipitano bianchi
di schiuma, un uom divino, nel rimbalzo
loro, li prese e li serrò nei fianchi.
Così, cavalli come prima, a schiere
obbedienti, li guidò dall'erte
al piano, dando al vento le criniere,
spruzzando l'acqua dalle froge aperte.
Mentre là stanno tra ghiacciai, tra foci
erme, lontani dal rumor del volgo,
li chiama un cenno, un lieve urto, e veloci
scendono più del solco della folgore...
ove con morsi e redini li frena
l'artiere, o caccia con la sferza al segno;
l'altier che, intento a un canto di sirena,
doma con loro il ferro, il marmo, il legno.
Non solo. I chicchi ai bimbi ei sfoggia, e come 
pegni d'amor già prima li accarezza;
ciò che ti fa non nota sol per nome,
ma dolce ancora d'intima dolcezza
ad ogni madre, o città buona e pia
madre su tutte, che con dolce affetto
la prole tua, per tanto ch'ella sia,
tutta la stringi e te la scaldi al petto.
A lei prepari i bei giardini in fiore,
le scuole ornate, l'agile palestra:
così ti muti, non mutando amore,
da dolce madre in dolce pia maestra.

Giovanni Pascoli

La pace e la vita

 


Isabella de' Medici

Ritratto di Isabella de' Medici, opera attribuita ad Alessandro Allori, XVI secolo, 99 x 70 cm (Galleria degli Uffizi, Firenze, Italia)

Isabella Romola de' Medici
(
Firenze, 31 agosto 1542Cerreto Guidi, 16 luglio 1576)
è stata una
nobildonna italiana, figlia di Cosimo I de' Medici, prima duca di Firenze poi granduca di Toscana, e di Eleonora di Toledo, duchessa di Firenze.

La sua nascita venne accolta con grande gioia nella famiglia Medici, come terzogenita della coppia granducale. Crebbe tra Palazzo Vecchio e Palazzo Pitti, che all'epoca era in fase di ampliamento, ragion per cui la corte medicea non vi si era ancora trasferita definitivamente. Nel 1553, quando aveva solo undici anni, i genitori stipularono per lei un contratto di nozze a Roma, che la legò a Paolo Giordano I Orsini, duca di Bracciano, membro del potente clan degli Orsini. Ancora adolescente venne condotta a nozze nel 1558. Di carattere spigliato e disinvolto, talvolta chiacchierato, era sposata con un uomo che i cronisti non risparmiano nel biasimarne l'impulsività, il cinismo, l'abitudine alla scialacqueria. Spesso trascurata durante i lunghi viaggi che tenevano il marito lontano da Firenze, era sorvegliata dal cugino del marito, Troilo Orsini, del quale ci è pervenuto un carteggio con la stessa Isabella, che rivela talvolta rapporti più che affettuosi intercorsi tra i due i quali non perdevano un'occasione per stare vicino. Dopo la morte di Cosimo I, venuta meno la protezione paterna e forse anche con l'appoggio del nuovo granduca, il fratello di Isabella Francesco I (che certo non era uno stinco di santo, tanto che la sua relazione extraconiugale con Bianca Cappello fu uno degli argomenti più chiacchierati del Rinascimento), il marito Paolo, venuto probabilmente a sapere dell'infedeltà della moglie, volle vendicare personalmente il disonore, compiendo l'uxoricidio lontano da occhi indiscreti, nella villa di Cerreto Guidi il 16 luglio 1576. Pochi giorni prima si era consumato anche un altro delitto in casa Medici, l'assassinio di Leonora, sua cugina per parte di madre, da parte di Pietro de' Medici, mentre Troilo uccise Lelio Torelli, intimo di Isabella. La cronaca popolare descrive il fatto come avvenuto per soffocamento, tramite un laccio messo alla gola dallo stesso Paolo, ma stretto da un sicario appostato, anche se nelle lettere ufficiali si parla invece di morte per un malore mentre si stava lavando i capelli; Paolo Giordano precisa però come essa ebbe il tempo di "chiedere il perdono dei suoi peccati". La maggioranza degli storici ritiene che Isabella sia effettivamente stata assassinata e prove del delitto sono state recentemente rintracciate dalla studiosa Caroline P. Murphy, nel carteggio tra Ercole Cortile, ambasciatore ferrarese, e il Duca d'Este, dove si parla di strangolamento con l'aiuto di un cavaliere di Malta amico dell'Orsini della famiglia Massimo, sebbene siano state avanzate anche proposte di ricostruzioni alternative. Il beneplacito, o vera e propria complicità, di Francesco I per gli omicidi di Isabella e Leonora, (accomunati da molte coincidenze, come la vicinanza di data, l'ambientazione in due ville medicee fuori dalla città, le modalità, ecc.) era probabilmente motivato anche politicamente, a causa dei rapporti delle due con rappresentanti del partito antimediceo, ad esempio Piero Ridolfi: inizialmente protette dal favore di Cosimo I de' Medici, dopo la sua morte si trovarono in una posizione vulnerabile. Fu probabilmente in quel periodo che si iniziò a vociferare che Isabella avesse rapporti incestuosi col padre e col fratello Giovanni. Quanto a Troilo, che durante una rissa nel 1575 si trovò implicato nell'uccisione di un agente dei servizi segreti del Granduca, venne scoperto come legato ai congiurati contro Francesco e dovette fuggire a Parigi da Caterina de' Medici; dove nel 1577 venne raggiunto e ucciso da un sicario di Francesco I, Ambrogio Tremazzi, dietro pagamento di 300 scudi. Paolo Giordano continuò a vivere a Firenze, e la sua vita successiva continuò a essere segnata dalle controversie, ad esempio quella relativa a villa Baroncelli, dove era solito ospitare numerose cortigiane. Dopo aver subito diversi aborti spontanei (nel 1559, 1560, due nel 1564 e forse ancora nel 1570), Isabella ebbe dal marito due figli:

Un giorno volevo descrivere

Un giorno volevo descrivere il dolore che provai nel veder tagliare gli alberi di un giardino, ma ci riuscì meglio un bambino. 

Una volta volevo rendere la bellezza della neve caduta sulla terra, ma ci riuscì meglio un bambino che abitava sulle montagne. Un giorno cercai di tradurre in parole il pianto del fiume inquinato, ma le parole più giuste furono quelle di un bambino che abitava sul fiume. Una sera cercai di scrivere una poesia per un cielo di stelle, ma l’aveva già scritta un bambino che guardava sempre il cielo. Una volta piansi per la cattiveria e le ingiustizie del mondo, ma le lacrime più vere furono quelle di un bambino. Le parole di quei bambini, i loro sogni, i loro pensieri sono messaggi di verità: li affido agli abitanti della terra, spesso stanca e malata, affinchè sappiano trarne un insegnamento.

Romano Battaglia

L'amore è come la luna

 


Dal verbale della polizia

 


Papà quelli sono uomini

 


Se ce la mettiamo tutta

 Se ce la mettiamo tutta, forse, siamo ancora in tempo



Luba Tryszynska

Un camion della spazzatura si fermò dietro una baracca femminile nel cuore della notte, sollevò il cassone e scaricò 54 bambini piccoli nel fango gelido. Poi se ne andò.

Luba Tryszynska li sentì attraverso il muro sottile.
Aveva 26 anni, ex infermiera di Kamenets-Litovsk, ed era nel campo di concentramento di Bergen-Belsen da sole poche settimane.
Quando aprì la porta, vide bambini tra i 4 e i 12 anni che piangevano nel buio. Le loro madri erano state caricate su camion più tardi quel giorno e mandate in un altro campo vicino ad Amburgo.
I bambini erano stati messi su un camion separato, fatti girare in tondo per ore perché nessuno sapeva cosa farne, e infine scaricati come spazzatura.
Luba guardò quei bambini e capì esattamente cosa stava vedendo. Due anni prima, sul binario della stazione di Auschwitz, una guardia SS aveva indicato suo figlio Isaac, di tre anni.
Quando Luba lo strinse più forte, sua suocera glielo tolse subito dalle braccia, sapendo che le donne con bambini piccoli venivano mandate direttamente alle camere a gas. Isaac, sua suocera e suo marito Hersch furono tutti portati via.
Luba fu l'unica della sua famiglia a scendere viva da quel binario. Ogni singolo giorno dopo, si chiedeva sempre la stessa domanda: "Perché io? Perché sono stata lasciata indietro?"
In piedi nel fango freddo di Bergen-Belsen, guardando quei 54 bambini abbandonati, trovò la risposta.
Li portò subito dentro. Le altre donne nella baracca la guardarono terrorizzate. Nascondere bambini poteva far uccidere tutti, ma Luba non chiese il permesso.
Accostò le cuccette, mise i più piccoli contro il muro e sussurrò:
"Dovete stare molto zitti, ora. Siete al sicuro con me."
Quella stessa notte, Luba fece qualcosa di impensabile. Si avvicinò al medico del campo, un ufficiale SS di nome Fritz Klein, e lo guardò dritto negli occhi.
"Ho questi bambini," gli disse direttamente. "Li terrò in silenzio. Li terrò dentro. Lei non li vedrà."
Per ragioni che nessuno riuscì mai a spiegare del tutto, Klein acconsentì e le diede una baracca di legno separata per loro.
Per i quattro mesi successivi, Luba gestì un asilo segreto nel cuore dell'inferno. Una donna slovacca di nome Hermina Krantz puliva e cucinava gli avanzi, mentre una dottoressa ebrea di nome Ada Bimko si prendeva cura dei malati. Luba divenne la fornitrice.
Usciva ogni giorno nel campo per mendicare, barattare e rubare pane, acqua e, qualche volta, latte.
Con sua sorpresa, persino alcune guardie tedesche iniziarono ad aiutarla. Portavano legna da ardere, pezzi di pane e, una volta, un secchio pieno di latte fresco.
Altri orfani arrivarono nei mesi successivi. Nell'aprile del 1945, Luba si prendeva cura di 94 bambini, incluso un bambino di meno di un anno.
Il 15 aprile 1945, i soldati britannici entrarono a Bergen-Belsen.
Trovarono migliaia di cadaveri e migliaia di altre persone che sopravvivevano a stento. Quando aprirono la porta della baracca di Luba, si fermarono sconvolti.
Davanti a loro c'era una giovane donna circondata da decine di bambini magri e silenziosi, che erano molto vivi.
"Chi è responsabile qui?" chiese il comandante britannico.
Luba si fece avanti e disse: "Sono io la responsabile."
Quasi tutti i bambini sopravvissero alla guerra. Luba scortò personalmente i bambini olandesi fino in Olanda e portò gli altri in Svezia.
In seguito sposò un altro sopravvissuto, Sol Frederick, si trasferì a Washington D.C. e si costruì una nuova vita.
Cinquant'anni dopo, nel 1995, il governo olandese organizzò una riunione ad Amsterdam. Circa 30 dei bambini che aveva salvato ormai cinquantenni e sessantenni vennero a trovarla.
Le si avvicinarono uno per uno, abbracciando la donna che aveva salvato le loro vite, e le raccontarono ciò che avevano realizzato. Erano ora medici, insegnanti, ingegneri, madri e nonni.
Luba morì nel 2009 all'età di 91 anni, lasciando un'eredità di puro amore. Il piccolo che aveva perso ad Auschwitz non fu mai dimenticato, ma grazie al suo coraggio, diede ad quasi 100 bambini la possibilità di crescere, amare e vivere pienamente.
L'amore è davvero più forte dell'oscurità

domenica 30 agosto 2026

Il maglio

Il maglio

Tra carrucole, incudi, cinghie, gole
di forni e il rugghio cupo della vampa
come un terribil idolo s'accampa
il maglio enorme, placido in sua mole.
E gru, tenaglie - immani bestie, sole,
miste d'uomini - porgon colla rampa
tenace il ferro torbido ch'ei stampa,
stronca, conforme si come arte vuole.
Come una calma volontà, di fronte
all'opra ei sorge, e nella rozza e grave
materia segna nitide le impronte,
ed il ferro ch'ei doma sarà trave
maestra, asse di ruote, arco di ponte,
sprone o corazza lucida di nave.

  Francesco Chiesa

Giandomenico Tiepolo

 
Autoritratto

Giandomenico Tiepolo, o Giovanni Domenico Tiepolo,
a volte ricordato semplicemente
Domenico Tiepolo
(
Venezia, 30 agosto 1727Venezia, 3 marzo 1804),
è stato un
pittore italiano, cittadino della Repubblica di Venezia.

Giandomenico era figlio di Giambattista Tiepolo, nonché fratello del più giovane Lorenzo e nipote di Francesco Guardi e Gianantonio Guardi, essendo la madre di Giandomenico, Maria Cecilia Guardi, sorella dei due vedutisti. Il padre, noto pittore, discendeva da una famiglia modesta, per nulla imparentata coi ricchi Tiepolo nobili veneziani. A 13 anni entrò a far parte della bottega del padre e a 19 anni ricevette dall'allora parroco della Chiesa di San Polo, Bartolomeo Carminati, l'incarico di dipingere nell'oratorio del Crocefisso di tale chiesa la serie di Stazioni della Via Crucis, riprodotta successivamente in quattordici fogli incisi all'acquaforte tra il 1748 e il 1749. Nel 1748 dipinse inoltre la Guarigione dell'ossesso presso la chiesa di San Francesco di Paola. Dalla fine del 1750 alla primavera del 1753 fu con il padre, in Baviera, a Würzburg, per occuparsi delle decorazioni della Residenza di Karl Philipp von Greiffenklau, principe vescovo del Sacro Romano Impero. In questa occasione gli venne concessa l'autonomia nell'esecuzione delle sovrapporte (“Giustiniano legislatore”, “Costantino difensore della Fede”, “S. Ambrogio respinge l'imperatore Teodosio”). Per il principe vescovo dedicò nel 1753 le ventiquattro incisioni dell'album delle “idee Pittoriche sopra la fuga in Egitto di Gesù, Maria e Giuseppe...”. Al rientro a Venezia si avvicinò alla bottega di Pietro Longhi e dello zio Francesco Guardi. Tra il 1753-1754 eseguì Il minuetto. Tra il 1754 e il 1755 dipinse l'Apoteosi dei santi Faustino, Giovita, Benedetto e Scolastica per il presbiterio della chiesa dei Santi Faustino e Giovita a Brescia, probabilmente su progetto del padre. Il grande affresco venne completato dai due riquadri sulle pareti laterali, pure ad affresco, con il Martirio dei santi Faustino e Giovita e l'Intervento dei santi patroni in difesa di Brescia assediata da Nicolò Piccinino. Sicuramente contemporaneo alle scene del presbiterio è il ciclo decorativo dello studiolo dell'Abate, sempre nel monastero dei Santi Faustino e Giovita. Nel 1757 lavorò nella Villa Valmarana "Ai Nani" a Vicenza insieme al padre. In particolare si dedicò alla foresteria, dove si scostò dallo stile paterno, più classico, per assumerne uno più moderno, ispirato all'illuminismo. Alcune delle scene qui dipinte furono decisamente precorritrici per i gusti dell'epoca (come la Sala dei Contadini, osservati durante il loro duro lavoro quotidiano, o la sala delle Cineserie, che seguiva la moda esotica praticata ai tempi). Nel 1759 iniziò la decorazione della villa di famiglia a Zianigo di Mirano, che interruppe per andare a Udine dove eseguì un soggetto biblico presso l'Oratorio della Purità. Nel 1761 affrescò, con il padre, le stanze della Villa Pisani di Stra. Nel 1762 venne chiamato, ancora con il padre, a Madrid da Carlo III Borbone, re di Spagna, per dipingere la Gloria di Spagna presso il Palazzo reale, e le stazioni della Via Crucis per la chiesa di San Filippo Neri. Alla morte del padre (1770), Giandomenico tornerà a Venezia, lasciando a Madrid il fratello Lorenzo. Nel 1772 venne nominato maestro dell'Accademia di pittura di Venezia, allora insediata al Fonteghetto della Farina, e nel 1783 ne diventò Presidente. Nel 1776 si sposò con Margherita Moscheni, da cui ebbe due figlie. Nel 1789 affrescò il Palazzo Contarini di Venezia con temi e stile acquisiti dal padre. Nel 1791 tornò a Zianigo dove affrescò la villa di famiglia; i dipinti, dopo essere stati strappati nel 1906, sono ora conservati nel palazzo Ca' Rezzonico di Venezia. Negli ultimi anni l'artista produsse una serie di disegni dedicati al “Divertimento per li ragazzi carte n.104”, riprendendo il personaggio di Pulcinella, già presente nella produzione artistica paterna (schizzi e opere tarde), e facendo la parodia della società veneziana. Giandomenico Tiepolo morì all'età di 77 anni. Poco tempo dopo Margherita Moscheni passò a nuove nozze con Giambattista Bardese, che acquistò Villa Tiepolo


Minuetto.

Il mondo nuovo




Cos'è la rabbia


 

Dovremmo smettere

 


Non é facile, la serenità.

Non é facile, la serenità. Ma ne hai bisogno, un bisogno essenziale. La vita va, ciò che deve accadere accade. Sii tuo amico, sii tuo complice, sii il tuo bene. Ritagliati delle oasi dorate e, per qualche attimo, ogni giorno, nonostante tutto, sii sereno.

Gabriela Pannia

Due buoni consigli😁

 





La chiocciolina

 


30 agosto San Fiacrio (Fiacre)

30 agosto San Fiacrio (Fiacre)

Patronato: Giardinieri, Ortolani, Tassisti, Malati di sifilide
Un'aggiunta non anteriore al sec. X del Martirologio Geronimiano, al giorno 30 agosto riporta: "In pago Meldensi natalis s. Fiacrii, episcopi et confessoris". E' la sola fonte che menzioni il carattere episcopale di questo asceta del VII sec. di origine irlandese; il Martirologio di Gorman (intorno al 1170) è il primo a ricordarlo. Nel Martirologio Romano è celebrato al 30 agosto come confessore. Non c'è dunque da meravigliarsi che si ignori quasi tutto della sua vita. La Vita di Farone, vescovo di Meaux, morto nel 670, racconta che costui diede a un sant'uomo di nome Fefrus una proprietà situata a tre miglia da Meaux nel Breuil per crearsi un monastero il quale sviluppandosi, divenne il centro di una città che prese il nome di S. Fiacre-en-Brie. Le reliquie di Fiacrio, che erano rimaste nella cappella del monastero, furono trasferite nel 1568 nella cattedraLe di Meaux, dove si conservano ancor oggi. Il culto del santo, dapprima limitato a S.Fiacreen-Brie, frequentato luogo di pellegrinaggio, si estese in Francia (Bourges, Parigi, Bretagna, Le Puy-en-Velay) come in Belgio, nel Lussemburgo e nella Renania. Lo si invocava per la guarigionc delle emorroidi, chiamate "fic saint Fiacre" (forse per un semplice gioco di parole). Siccome nella Vita di s. Farone è detto che il vescovo di Meaux avrebbe promesso al santo di dargli per la fondazione del suo monastero tanto terreno quanto ne poteva circoscrivere con un fosso in una giornata di lavoro, Fiacrio era venerato come patrono degli ortolani.

Autore: Joseph-Marie Sauget


Ganzo

“Ganzo” oggi in Toscana vuol dire spesso bello, forte, divertente, oppure indica una persona sveglia e capace: “Che ganzo!”

Ma la parola ha una storia parecchio diversa. Nei dizionari fiorentini del Settecento ganzo e ganza indicavano l’amante, l’innamorato o l’innamorata, spesso con una sfumatura poco rispettabile. Solo più tardi si è sviluppato il significato di persona furba e abile, fino all’uso ammirativo attuale.
L’origine più antica non è certa: sono state proposte diverse spiegazioni e gli stessi dizionari etimologici non concordano del tutto.
Insomma, una parola che da “amante clandestino” è arrivata a significare… “fortissimo!” Francesca C. Righi

sabato 29 agosto 2026

Grano e vino

Grano e vino

     «Oh! il campetto con siepe e con fossetto!

     Nel verno io voglio, ch'io non son cicala, 

     il mio grano con me sotto il mio tetto.

     Il buon odor di pane che si esala

     da quel brusìo di mille chicchi d'oro,

    quando il mio mucchio muovo con la pala!

Caro il mio grano! Quando il mio tesoro
mando al mulino, se ne va, sì, questo;
ma quello nasce sotto il mio lavoro.

Io le mie braccia, Dio ci mette il resto.
Me ne sa male; ed ecco che ogni staio
che mando, dice: - Mandami: fo cesto;

mandami: imboccio. - Io mando al buon mugnaio.
- Mandami: impongo; mandami: rassodo. -
Poi, quando nulla resta nel solaio,

l'ultimo dice: - To' la falce: a modo! -

Lodo la spiga e lodo ancor la pigna.
Ma la pigna e la spiga hanno gran liti
tra loro. - Io non vo' grano nella vigna.

Padrone, su le prode io non vo' viti:
se lo bei, non lo mangi. - Io non do noia:
tanto mi tagli, quando mi mariti! -

È infida... - Ogni anno ella convien che muoia. -
Sempre soffietti... - E ari a capo chino. -
Io sono la tua vita. - Io la tua gioia. -

Tua carne è il pane. - Ma tuo sangue, il vino. -
Che odore sa l'odore di pan fresco! -
E che cantare fa cantar di tino! -

Io son di casa. - Io più, che mai non esco:
tu mi macini in casa co' tuoi piedi. -
Tu, con me solo, puoi sederti a desco. -

Ti levi, senza me, come ti siedi. -

Tu pigna dura per insù, tu molle
spiga all'ingiù, vivete dunque in pace!
Per l'una il piano, sia per l'altra il colle.

Io la madia e la botte amo; e il loquace
tino ben canta, e bene odora il forno:
io ridirvi non so quanto mi piace

il vin d'un anno con il pan d'un giorno!»

Giovanni Pascoli 

Quando siete arrivati