venerdì 21 agosto 2026

Una sfolgorante alba che viene.

 Una sfolgorante alba che viene.

O fiumi, o delle rupi e dei ghiacciai

figli rubesti, che precipitate
a pazza corsa senza posar mai,
con l’eterno fragor delle cascate,
ruzzando come giovani giganti,
senza perchè, per atterrir le fate

delle montagne; e trascinate infranti
boschi e tuguri, urtate le città,
struggete i campi, sempre avanti, avanti,
avanti, pieni di serenità...


Acqua perenne, ottima e pessima, ora
morte ora vita, acqua, diventa luce!
acqua, diventa fiamma! acqua, lavora!
Lavora dove l’uomo ti conduce;
e veemente come l’uragano,
vigile come femmina che cuce,
trasforma il ferro, il lino, il legno, il grano;
manda i pesanti traini come spole
labili; rendi l’operare umano
facile e grande come quel del Sole!

La madre li vuol tutti alla sua mensa
i figli suoi. Qual madre è mai, che gli uni
sazia, ed a gli altri, a tanti, ai più, non pensa?
Siedono a lungo qua e là digiuni;
tacciono, tralasciati nel banchetto
patrio, come bastardi, ombre, nessuni;

guardano intorno, e quindi sè nel petto;
sentono su la lingua arida il sale
delle lagrime; alfine, a capo eretto,
escono, poi fuggono, poi: — Sii male...


Non maledite! Vostra madre piange
su voi, che ai salci sospendete i gravi
picconi, in riva all’Obi, al Congo, al Gange.
Ma d’ogni terra ove è sudor di schiavi,
di sottoterra ove è stridor di denti,
dal ponte ingombro delle nere navi,
vi chiamerà l’antica madre, o genti,
in una sfolgorante alba che viene,
con un suo grande ululo ai quattro venti
fatto balzare dalle sue sirene.


Giovanni Pascoli

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