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mercoledì 16 settembre 2026

Domenico Melegatti

 

Domenico Melegatti
(
Verona, 16 settembre 1844 31 gennaio 1914)
è stato un
pasticciere italiano, colui che ha inventato il pandoro e fondato l'omonima industria dolciaria italiana. 

Figlio d'arte, muove i primi passi nella rinomata pasticceria di suo padre Pietro, ubicata in centro città nel corso di Porta Borsari, nella quale incomincia a lavorare dopo aver completato le scuole primarie. Rispetto ai suoi fratelli Giuseppe e Angelo mostra una spiccata vocazione nell'arte pasticciera e nella ricerca di idee nuove e originali. A 24 anni dimostra questa sua attitudine all'esposizione agricola di Verona, dove vince un premio speciale per alcuni sistemi originali nella realizzazione di lavori in zucchero. Mancato suo padre, con cui ha avuto rapporti altalenanti sul fronte dell'innovazione dei prodotti, nel 1873 prende le redini dell'attività e incomincia ad affiancare ai dolci della tradizione scaligera idee innovative come i confetti chiamati ghiaia dell'Adige, ma anche altre non legate all'industria dolciaria come le caramelle di carne (una variante del dado da cucina di Von Liebig), determinato a far crescere la sua fama ben oltre i confini di Verona. Alla grande attitudine per la sperimentazione di nuovi accostamenti e al rinnovamento delle ricette tradizionali Melegatti abbina altrettanta abilità tecnica, predisponendo in proprio una serie di sistemi per la conservazione degli ingredienti deperibili e apportando migliorie ai forni del suo negozio rivelando un genio e un'inventiva fuori dal comune. L'idea del pandoro nasce dalla volontà di Melegatti di offrire un prodotto dolciario per tutte le occasioni, di grande richiamo e foriero di un cospicuo volume di affari per la pratica impossibilità di confezionarlo in proprio. L'ispirazione arriva dall'antica tradizione scaligera della festa natalizia del pane. Il levà, così si chiama, è un dolce che si impasta nella notte della vigilia con farina, latte e lievito, insaporito da mandorle, uvetta e pinoli e cosparso di granelli di zucchero sulla superficie. Melegatti elimina mandorle, pinoli e uvetta, ingredienti che ostacolano la lievitazione uniforme, per aggiungere in grande quantità uova, zucchero e burro a un impasto ricco di lievito e quindi destinato a diventare oltremodo voluminoso, che richiede trentasei ore complessive di lavorazione, sette cicli di impasto e ben dieci ore di lievitazione. L'impossibilità di poterlo confezionare in proprio deriva, oltre che dalla procedura ora citata, dalla necessità di un forno che sia in grado di assicurare una cottura uniforme a un ammasso che pesa oltre un chilogrammo e che necessita, altresì, di un contenitore che per forma e dimensioni possa contenerlo prima e soprattutto dopo l'aumento di dimensioni derivante dalla cottura. I due problemi sono risolti da Melegatti mediante uno speciale forno detto "a calore continuo", che mantiene uniforme la temperatura al suo interno ed evita il formarsi della crosta superficiale tipica del panettone milanese, e da uno speciale stampo metallico a piramide tronca con la forma di una stella a otto punte, scelto nonostante nelle intenzioni iniziali il nuovo dolciume sia riservato a tutte le feste. Dal punto di vista tecnico e organizzativo il pasticciere veronese dota i propri locali di un sistema di ventilazione e riscaldamento in grado di controllare la temperatura e l'umidità e assume due incaricati con il compito di sovraintendere a tutto il procedimento. Nel nuovo prodotto investe in grande stile, sia dal punto di vista creativo che da quello economico, e i suoi sforzi sono immediatamente coronati dal successo. Se le fonti non ci dicono in quale anno preciso ne abbia incominciato la produzione, e nemmeno ci assicurano se l'origine del nome sia davvero dovuta alla nota frase di un garzone ("l'è proprio un pan de oro"), sappiamo per certo che nell'ottobre 1894 Melegatti richiede e ottiene dal Ministro di Agricoltura Industria e Commercio del Regno d'Italia un certificato di privativa per quello che alla stessa data si chiama a tutti gli effetti pandoro, dolce speciale. Come sempre accade per i prodotti di successo, infatti, una volta diventato famoso sia in città sia nell'intera provincia il pandoro viene imitato, anche se con risultati non sempre buoni, anche dagli altri pasticceri, che non riescono a reggere la concorrenza nel periodo di Natale e Pasqua coi dolciumi tipici del periodo. I tentativi di imitazione portano a un accumularsi di controversie legali, al punto che prima di chiedere la privativa Melegatti chiede pubblicamente ai suoi colleghi di pubblicare la ricetta del vero pandoro per un compenso di mille lireAl conseguimento del certificato segue la fondazione della Casa del Pandoro di Domenico Melegatti e la nascita dello storico logo con le tre mele e i due gatti rampanti attorno alla forma stilizzata del dolce. La genialità di Melegatti si manifesta anche nell'innovativo sistema di vendita del prodotto, basato sulla spedizione per corrispondenza, che consente di ampliare le possibilità di contatto dei potenziali clienti e lo porta a studiare un imballaggio dotato di confezione con il logo dell'azienda, idoneo a proteggere il prodotto da ogni possibile danno durante il viaggio, mantenuto fresco da idonei sistemi di conservazione. La sua grande capacità imprenditoriale si ravvisa anche in un'opera di "marketing" inedita per una piccola impresa come una pasticceria. La strategia comunicativa prevede grandi inserzioni sui giornali, manifesti murali, nuove insegne luminose sul negozio e partecipazione massiccia agli eventi del settore dolciario e alimentare. Nei primi anni del '900 il pandoro è un prodotto ormai affermato in tutto il nord-italia, al punto da poter entrare in concorrenza con il panettone di Milano, città in cui Melegatti apre un suo negozio destinato a rimanere attivo fino all'inizio della guerra. La pasticceria di corso Porta Borsari si è ampliata a quasi tutto il pianterreno dell'edificio in cui ha sede, con dieci specialisti pasticcieri e altrettante persone tra commessi e garzoni. A questo grande successo commerciale non corrisponde l'avvio di una produzione industriale, essenzialmente a causa dell'elitarietà del prodotto dolciario (molto costoso, e quindi riservato a chi può permetterselo), e della difficoltà di effettuare consegne oltre una certa distanza per i sistemi di conservazione in uso al momento, già buoni ma che non consentono di mantenere la freschezza del prodotto oltre i due o tre giorni. Il pandoro rimane quindi una produzione artigianale come i restanti prodotti della pasticceria, il cui consumo è limitato al periodo di Natale nonostante si insista che è un dolce per tutto l'anno e tutte le feste. Nel 1904 Melegatti prova a ovviare a questa limitazione con una variante del suo pandoro più piccola e meno costosa, che viene commercializzata col nome di "pan reale" (in onore di Re Umberto I assassinato pochi anni prima), ma che non supera - nonostante il gradimento del pubblico - il ruolo di bene di lusso che il dolciume riveste all'epoca. Alla scomparsa di Domenico Melegatti e in mancanza di eredi diretti, la pasticceria passò alla nipote Irma Barbieri, che ne prese le redini con il marito Virgilio Turco, direttore del negozio di Milano. Da questo passaggio ebbe origine la presenza della famiglia Turco nella storia dell'azienda, proseguita nel corso del Novecento. Lo scoppio della Grande Guerra porta inevitabilmente a una riduzione dei consumi voluttuari, come sono quelli legati alla pasticceria, e solo dopo la fine del conflitto si ritornerà ai volumi produttivi precedenti. Ma sarà solo dopo la fine del secondo conflitto mondiale che si arriverà alla produzione su scala industriale che era stata vagheggiata da Domenico Melegatti

lunedì 14 settembre 2026

Ermete Zacconi

 

Ermete Zacconi
(Montecchio Emilia, 14 sett. 1857Viareggio, 14 ott. 1948)
è stato un
attore italiano.
Introdusse sulle scene nazionali il verismo interpretativo, frutto del positivismo allora imperante nella vita e nell'arte europea. Conformò sempre le sue interpretazioni a un estremo realismo (talvolta ispirato a criteri di recitazione clinica), svincolandole dai moduli accademici tradizionali, eppure infondendovi vigorose tonalità romantiche. Nato da Giuseppe Zacconi e Lucia Lipparini, figlio d'arte, esordì sulle scene sotto la guida paterna. Successivamente fu primo attore in altre formazioni e nel 1897 divenne capocomico. Affermatosi in breve come uno dei più quotati attori italiani, molto apprezzato anche all'estero nel corso di fortunate tournée (Francia, America meridionale ed Egitto), fece compagnia anche con Eleonora Duse, nel 1899 e nel 1922. Furono sue primattrici la moglie Ines Cristina Zacconi e Paola Pezzaglia. Il suo repertorio andava da Shakespeare a Ibsen, da Tolstoj a Molnár, da Giacosa a Dumas figlio, a Maeterlinck, a Bracco, a RovettaI successi più clamorosi li ebbe con Re Lear, Otello; Lorenzaccio di Musset; La morte civile di Paolo Giacometti. Negli Spettri di Ibsen, raggiunse il massimo del realismo con una sconvolgente rappresentazione dei sintomi della paralisi progressiva, la malattia del protagonista. Il cardinale Lambertini di Alfredo Testoni, fu forse la sua interpretazione più celebre e conosciuta, nella quale rivelò un suadente umorismo. A questi vanno aggiunti i Dialoghi di Platone e Il Fedone, ultimi saggi della sua arte vigorosa. Impiegato nel cinema sin dal 1912, venne sfruttato in chiave popolare. Sposò la collega Ines Cristina ed ebbero una bambina, chiamata Ernes dall'unione della sillaba iniziale e di quella finale dei rispettivi nomi ("Er" e "nes"), e che a sua volta divenne attrice. Ines Cristina aveva già una figlia, Margherita (generata col suggeritore Ambrogio Bagni), che divenne attrice nella compagnia del padre adottivo, e che sposerà il grande attore Renzo Ricci; da questo matrimonio nacque poi Nora Ricci, pure lei attrice, che a sua volta andrà in sposa a un attore, Vittorio Gassman; da questa unione nascerà un'altra attrice: Paola Gassman, quinta generazione di teatranti, da entrambi i rami, partendo dai genitori di Ermete Zacconi. Altri figli di Ermete e Ines furono Luciano, scenografo alla Rai, e Giuseppe, gestore di cinema a Viareggio, che nel 1969 fu tra le persone ingiustamente accusate per il "caso Lavorini" e morì d'infarto l'anno dopo. Ermete morì a causa di una caduta all'età di 91anni; venne in seguito sepolto nel cimitero monumentale della stessa cittadina. 

venerdì 11 settembre 2026

Ugo Bologna

 

Ugo Bologna
(
Milano, 11 settembre 1917Roma, 29 gennaio 1998)
è stato un
attore, doppiatore e militare italiano.

Figlio di un impiegato comunale e di una casalinga; dal 1936 si dedicò all'attività di insegnante elementare. Nel 1939 frequentò il corso Allievi Ufficiali di Pola, all'epoca italiana, e nel corso della seconda guerra mondiale combatté come Sottotenente dei Bersaglieri. Partecipò quindi alla campagna di guerra sul fronte russo, nel 3º Reggimento Bersaglieri. Nel novembre del 1941, prese parte ai combattimenti di Nikitovka, nel corso dei quali,
il 12 novembre, si distinse per il proprio contegno, rimanendo ferito, e guadagnandosi una medaglia di bronzo al valor militare. Fu congedato solo alla fine del conflitto. Dopo aver abbandonato l'insegnamento nel 1950, cominciò a dedicarsi alla recitazione, collaborando con Isabella Riva, Fantasio Piccoli e Toni Barpi, grazie al quale esordì con un piccolo ruolo nel film Sul cammino dei giganti (1962) di Angio Zane. Lavorò molto anche in televisione, dove apparve negli sceneggiati Il piccolo Lord (1960), I Buddenbrook (1971), dove fu diretto da Edmo Fenoglio, e Il balordo (1978), girato a fianco di Tino Buazzelli; ma soprattutto nel cinema, lavorò spesso con Paolo Villaggio, come ne Il secondo tragico Fantozzi (1976, in cui interpretava il direttore conte Corrado Maria Lobbiam), Rag. Arturo De Fanti, bancario precario (1980), Fracchia la belva umana (1981), Fantozzi subisce ancora (1983) e Ho vinto la lotteria di capodanno (1989). Sposato con l'attrice Ada Ruvidotti, fu molto attivo anche nel doppiaggio, fondando a Milano nel 1970 la società C.D.M. (Cooperativa Doppiatori Milanesi), società che però ebbe vita breve in quanto fallì pochi anni dopo per problemi di bilancio. Ha recitato nella celebre collana Fiabe sonore della Fabbri Editori. Pur affaticato per l'avanzare dell'età, non aveva diradato i suoi impegni. Mentre stava recitando presso il Teatro Valle di Roma in Mercadet l'affarista di Balzac, fu colto da un infarto che lo portò alla morte subito dopo il ricovero in ospedale. Aveva 80 anni. Secondo le sue volontà, le ceneri riposano nel cimitero di Bolzano, la città nella quale aveva vissuto molti dei primi anni della sua carriera, e dove aveva trovato moglie.

giovedì 10 settembre 2026

Carmine Gallone

Carmine Gallone, nato Carmelo Camillo Gallone
(
Taggia, 10 settembre 1885Frascati, 11 marzo 1973),
è stato un
regista italiano,

conosciuto soprattutto per i suoi film lirico-musicali e storico-biografici. Fra questi ultimi vi fu anche Scipione l'Africano, uno dei più noti lungometraggi prodotti nel ventennio fascista. Il film, improntato all'esaltazione della romanità, stabiliva chiari parallelismi fra Scipione l'Africano e Mussolini e, in via più generale, fra la missione civilizzatrice di Roma in Africa e quella dell'Italia fascista. Nacque a Taggia, in provincia di Imperia, il 10 settembre 1885, da padre italiano originario di Sorrento e da madre francese originaria di Nizza. Cresciuto a Napoli, iniziò a soli quindici anni come commediografo e nel 1911 vinse, ex aequo, il Concorso drammatico nazionale bandito dal comitato per l'Esposizione per il suo dramma dal titolo Britannico. Successivamente si trasferì a Roma dove nel 1912 fu assunto come «generico» dalla compagnia del Teatro Argentina, proseguendo ugualmente l'attività di autore drammatico. Nello stesso anno ebbe le sue prime esperienze cinematografiche alla Cines, conobbe e sposò l'attrice polacca Stanislava Winaver più nota al pubblico come Soava Gallone, che diresse in molti suoi film. Promosso a regista, soltanto nel 1914 diresse ben tredici titoli, tra questi Amore senza veli, Il romanzo di un torero, La donna nuda (1914) e Le campane di Sorrento. Nel 1916 si segnalò alla regia del film Avatar. Nel 1919 girò il suo primo film di successo, Redenzione, ben accolto dal pubblico e dalla critica. Nel 1924, assieme ad Augusto Genina, diresse Il corsaro. L'anno seguente, a causa del protrarsi della crisi dell'industria cinematografica italiana, Gallone lasciò l'Italia per girare film in Francia, Germania, Inghilterra e Austria. Per la sua predilezione nei rifacimenti storici fu paragonato a Cecil B. De Mille e di lui si ricordano film come Gli ultimi giorni di Pompei (1926) e, molti anni più tardi, Scipione l'Africano (1937), che furono utilizzati per esaltare i destini imperiali del regime mussoliniano, attraverso la riscoperta della grandezza dell'antica Roma. Del film Scipione l'Africano, dichiarò: «Se il film non piace al Duce mi sparo». Il film in effetti non entusiasmò Mussolini, ma fu ugualmente premiato al Festival di Venezia ed ebbe un buon successo. Gallone fu anche molto impegnato a dirigere film che avevano come ispirazione soggetti legati al teatro d'opera, come Casta Diva (1935), Il sogno di Butterfly (1939) (dei quali realizzerà in seguito due remake, entrambi usciti nel 1954) e Puccini (1953). Dopo la parentesi italiana del film Scipione l'Africano, Gallone tornò a lavorare in patria nel 1940. Diresse ancora film storici come Messalina (1951) e Cartagine in fiamme (1960), ma anche alcuni film della serie Don Camillo interpretati da Fernandel e Gino Cervi, ed anche alcune pellicole del filone strappalacrime. Carmen di Trastevere (1962) fu l'ultimo film della sua lunghissima carriera, caratterizzata da oltre un centinaio di pellicole che lo resero uno dei registi più prolifici della storia del cinema italiano, attivo sia in epoca muta che sonora. Morì all'età di 87 anni per una polmonite.

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