Il miracolo di Colombo
Buio compatto ricopre ogni stella
e par che l’acqua in monti si converta.
Il re della sfidata caravella
trasogna in febbre sotto la coperta.
La disperata vociferazione
delle ciurme lo butta dal giaciglio.
Sale alla tolda: l’orrido tifone
alto torreggia in faccia al suo naviglio;
un cono immenso unisce mare ed aria
e di salvezza non brilla spiraglio.
Ma tosto la sua tonaca terziaria
indossa e lega il pallido Ammiraglio;
la grande spada all’assassin capestro
appende e fra la muta meraviglia
issa a sommo dell’albero maestro
il regio gonfalone di Castiglia.
Poi le candele benedette accende
nei fanali di prua – come esorcista
del vecchio abisso – e dal cassone prende
il libro di Giovanni Evangelista.
E sullo spumeggiante turbinio
lesse gridando: “In principio era il Verbo
e il Verbo era in principio appresso Iddio
e tutto quanto fu fatto dal Verbo.
Ed il Verbo era luce ed era vita
e sulla nostra terra s’incarnò…”.
A quest’annunzio la bolgia infinita
già quasi vinta la furia placò.
Dopo che il portator di Cristo tutto
ebbe scandito il prologo a gran voce,
alzò la spada sull’enorme flutto
e per tre volte lo segnò di croce.
Subitamente la colonna nera
al triplice baleno
e incalzato da un vento di preghiera
verso ponente il gran nembo piegò.
Giovanni Papini

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