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martedì 14 aprile 2026

Torna a fiorir la rosa

Torna a fiorir la rosa

Torna a fiorir la rosa
Che pur dianzi languia;
E molle si riposa
Sopra i gigli di pria.
Brillano le pupille
Di vivaci scintille.
La guancia risorgente
Tondeggia sul bel viso:
E quasi lampo ardente
Va saltellando il riso
Tra i muscoli del labro
Ove riede il cinabro.
I crin, che in rete accolti
Lunga stagione ahi foro,
Su l’omero disciolti
Qual ruscelletto d’oro
Forma attendon novella
D’artificiose anella.
Vigor novo conforta
L’irrequieto piede:
Natura ecco ecco il porta
Sí che al vento non cede
Fra gli utili trastulli
De’ vezzosi fanciulli.
O mio tenero verso,
Di chi parlando vai,
Che studi esser piú terso
E polito che mai?
Parli del giovinetto
Mia cura e mio diletto?
Pur or cessò l’affanno
Del morbo ond’ei fu grave:
Oggi l’undecim’anno
Gli porta il sol, soave
Scaldando con sua teda
I figliuoli di Leda.
Simili or dunque a dolce
Mele di favi iblei,
Che lento i petti molce,
Scendete o versi miei
Sopra l’ali sonore
Del giovinetto al core.
O pianta di bon seme
Al suolo al cielo amica,
Che a coronar la speme
Cresci di mia fatica,
Salve in sí fausto giorno
Di pura luce adorno.
Vorrei di geniali
Doni gran pregio offrirti;
Ma chi diè liberali
Essere ai sacri spirti?
Fuor che la cetra, a loro
Non venne altro tesoro.
Deh perché non somiglio
Al tessalo maestro,
Che di Tetide il figlio
Guidò sul cammin destro?
Ben io ti farei doni
Piú che d’oro e canzoni.
Già con medica mano
Quel centauro ingegnoso
Rendea feroce e sano
Il suo alunno famoso:
Ma non men che a la salma
Porgea vigore all’alma.
A lui, che gli sedea
Sopra la irsuta schiena,
Chiron si rivolgea
Con la fronte serena,
Tentando in su la lira
Suon che virtude inspira.
Scorrea con giovanile
Man pel selvoso mento
Del precettor gentile;
E, con l’orecchio intento,
D’Eàcide la prole
Bevea queste parole:
«Garzon, nato al soccorso
Di Grecia, or ti rimembra
Perché a la lotta e al corso
Io t’educai le membra.
Che non può un’alma ardita
Se in forti membri ha vita?
Ben sul robusto fianco
Stai; ben stendi dell’arco
Il nervo al lato manco,
Onde al segno ch’io marco
Va stridendo lo strale
Da la cocca fatale.
Ma in van, se il resto oblio,
Ti avrò possanza infuso.
Non sai qual contro a dio
Fe’ di sue forze abuso
Con temeraria fronte
Chi monte impose a monte?
Di Teti odi o figliuolo
Il ver che a te si scopre.
Dall’alma origin solo
Han le lodevol opre.
Mal giova illustre sangue
Ad animo che langue.
D’Èaco e di Pelèo
Col seme in te non scese
Il valor che Tesèo
Chiari e Tirintio rese:
Sol da noi si guadagna,
E con noi s’accompagna.
Gran prole era di Giove
Il magnanimo Alcide;
Ma quante egli fa prove,
E quanti mostri ancide,
Onde s’innalzi poi
Al seggio degli eroi?
Altri le altere cune
Lascia, o garzon, che pregi.
Le superbe fortune
Del vile anco son fregi.
Chi de la gloria è vago
Sol di virtú sia pago.
Onora o figlio il nume
Che dall’alto ti guarda;
Ma solo a lui non fume
Incenso e vittim’arda:
È d’uopo, Achille, alzare
Nell’alma il primo altare.
Giustizia entro al tuo seno
Sieda e sul labbro il vero;
E le tue mani siéno
Qual albero straniero
Onde soavi unguenti
Stillin sopra le genti.
Perché sí pronti affetti
Nel core il ciel ti pose?
Questi a Ragion commetti,
E tu vedrai gran cose:
Quindi l’alta rettrice
Somma virtude elice.
Sí bei doni del cielo,
No, non celar, garzone,
Con ipocrito velo,
Che a la virtú si oppone.
Il marchio ond’è il cor scolto
Lascia apparir nel volto.
Da la lor meta han lode
Figlio gli affetti umani.
Tu per la Grecia prode
Insanguina le mani:
Qua volgi qua l’ardire
De le magnanim’ire.
Ma quel piú dolce senso,
Onde ad amar ti pieghi,
Tra lo stuol d’armi denso
Venga, e pietà non nieghi
Al debole che cade
E a te grida pietade.
Te questo ognor costante
Schermo renda al mendico;
Fido ti faccia amante
E indomabile amico.
Cosí, con legge alterna,
L’animo si governa».
Tal cantava il centauro.
Baci il giovan gli offriva
Con ghirlande di lauro.
E Tetide, che udiva,
A la fera divina
Plaudia dalla marina.

Giuseppe Parini

La caduta

La caduta

Quando Orïon dal cielo
Declinando imperversa;
E pioggia e nevi e gelo
Sopra la terra ottenebrata versa,

Me spinto ne la iniqua
Stagione, infermo il piede,
Tra il fango e tra l’obliqua
Furia de’ carri la città gir vede;

E per avverso sasso
Mal fra gli altri sorgente,
O per lubrico passo
Lungo il cammino stramazzar sovente.

Ride il fanciullo; e gli occhi
Tosto gonfia commosso,
Che il cubito o i ginocchi
Me scorge o il mento dal cader percosso.

Altri accorre; e: oh infelice
E di men crudo fato
Degno vate! mi dice;
E seguendo il parlar, cinge il mio lato

Con la pietosa mano;
E di terra mi toglie;
E il cappel lordo e il vano
Baston dispersi ne la via raccoglie:

Te ricca di comune
Censo la patria loda;
Te sublime, te immune
Cigno da tempo che il tuo nome roda

Chiama gridando intorno;
E te molesta incìta
Di poner fine al Giorno,
Per cui cercato a lo stranier ti addita.

Ed ecco il debil fianco
Per anni e per natura
Vai nel suolo pur anco
Fra il danno strascinando e la paura:

Nè il sì lodato verso
Vile cocchio ti appresta,
Che te salvi a traverso
De’ trivii dal furor de la tempesta.

Sdegnosa anima! prendi
Prendi novo consiglio,
Se il già canuto intendi
Capo sottrarre a più fatal periglio.

Congiunti tu non hai,
Non amiche, non ville,
Che te far possan mai
Nell’urna del favor preporre a mille.

Dunque per l’erte scale
Arrampica qual puoi;
E fa gli atrj e le sale
Ogni giorno ulular de’ pianti tuoi.

O non cessar di porte
Fra lo stuol de’ clienti,
Abbracciando le porte
De gl’imi, che comandano ai potenti;

E lor mercè penètra
Ne’ recessi de’ grandi;
E sopra la lor tetra
Noja le facezie e le novelle spandi.

O, se tu sai, più astuto
I cupi sentier trova
Colà dove nel muto
Aere il destin de’ popoli si cova;

E fingendo nova esca
Al pubblico guadagno,
L’onda sommovi, e pesca
Insidioso nel turbato stagno.

Ma chi giammai potrìa
Guarir tua mente illusa,
O trar per altra via
Te ostinato amator de la tua Musa?

Lasciala: o, pari a vile
Mima, il pudore insulti,
Dilettando scurrile
I bassi genj dietro al fasto occulti.

Mia bile, al fin costretta,
Già troppo, dal profondo
Petto rompendo, getta
Impetuosa gli argini; e rispondo:

Chi sei tu, che sostenti
A me questo vetusto
Pondo, e l’animo tenti
Prostrarmi a terra? Umano sei, non giusto.

Buon cittadino, al segno
Dove natura e i primi
Casi ordinàr, lo ingegno
Guida così, che lui la patria estimi.

Quando poi d’età carco
Il bisogno lo stringe,
Chiede opportuno e parco
Con fronte liberal, che l’alma pinge.

E se i duri mortali
A lui voltano il tergo,
Ei si fa, contro ai mali,
Della costanza sua scudo ed usbergo.

Nè si abbassa per duolo,
Nè s’alza per orgoglio.
E ciò dicendo, solo
Lascio il mio appoggio; e bieco indi mi toglio.

Così, grato ai soccorsi,
Ho il consiglio a dispetto;
E privo di rimorsi,
Col dubitante piè torno al mio tetto.

Giuseppe Parini

martedì 23 maggio 2023

Il Brindisi



Volano i giorni rapidi
Del caro viver mio:
E giunta in sul pendìo
Precipita l’età.

Le belle oimè che al fingere
Han lingua così presta
Sol mi ripeton questa
Ingrata verità.

Con quelle occhiate mutole
Con quel contegno avaro
Mi dicono assai chiaro:
Noi non siam più per te.

E fuggono e folleggiano
Tra gioventù vivace;
E rendonvi loquace
L’occhio la mano e il piè.

Che far? Degg’io di lagrime
Bagnar per questo il ciglio?
Ah no; miglior consiglio
È di godere ancor.

Se già di mirti teneri
Colsi mia parte in Gnido,
Lasciamo che a quel lido
Vada con altri Amor.

Volgan le spalle candide
Volgano a me le belle:
Ogni piacer con elle
Non se ne parte alfin.

A Bacco, all’Amicizia
Sacro i venturi giorni.
Cadano i mirti; e s’orni
D’ellera il misto crin.

Che fai su questa cetera,
Corda, che amor sonasti?
Male al tenor contrasti
Del novo mio piacer.

Or di cantar dilettami
Tra’ miei giocondi amici,
Augurj a lor felici
Versando dal bicchier.

Fugge la instabil Venere
Con la stagion de’ fiori:
Ma tu Lièo ristori
Quando il dicembre uscì.

Amor con l’età fervida
Convien che si dilegue;
Ma l’amistà ne segue
Fino a l’estremo dì.

Le belle, ch’or s’involano
Schife da noi lontano,
Verranci allor pian piano
Lor brindisi ad offrir.

E noi compagni amabili
Che far con esse allora?
Seco un bicchiere ancora
Bevere, e poi morir.
 
Giuseppe Parini

lunedì 23 maggio 2022

Il risveglio del mattino

 

 

 Il risveglio del mattino

Sorge il mattino in compagnia dell'alba
dinanzi al Sol, che di poi grande appare
su l'estremo orizzonte a render lieti

gli animali e le piante e i campi e l'onde.
Allora il buon villan sorge dal caro
letto cui la fedel moglie e i minori
suoi figlioletti intiepidir  la notte;
poi sul dorso portando i sacri arnesi
che prima ritrovar Cerere e Pale,
va col bue lento innanzi al campo, e scuote,
per lo angusto sentier da' curvi rami
il rugiadoso umor, che quasi gemma,
i nascenti del Sol raggi rifrange.

Allora sorge il fabbro e la sonante
officina riapre, e all'opre  torna
l'altro dì non perfette, o se di chiave
ardua e ferrati ingegni all'inquieto
ricco l'arche assecura, o se d'argento
e d'oro incider vuoI gioielli e vasi
per ornamento a nuove spose o a mense.
Ma che? tu inorridisci, e mostri in fronte,

qual istrice pungente,  irti i capelli
al suon di mie parole? ah il tuo mattino
questo, Signor, non è. Tu col cadente
sol non sedesti a parca mensa, e al lume
dell'incerto crepuscolo non gisti
ieri a posar, qual ne' tuguri suoi
 tra le rigidi coltri il mortaI vulgo.

A voi celeste prole, a voi concilio
di semidei terreni, altro concesse
Giove benigno: e con altr'arti e leggi
per novo calle a me guidarvi è d'uopo.
Tu tra le veglie e le canore scene
e il patetico gioco oltre più assai
producesti la notte; e stanco alfine
in aureo cocchi o, col fragor di calde
precipitose rote e il calpestio
di volanti corsier,  lunge  agitasti
il quieto aere notturno, e le tenèbre
con fiaccole superbe  intorno apristi;
siccome allor che il siculo terreno
dall'uno all'altro mar rimbombar feo
PIuto col carro, a cui splendeano innanzi
Le tede de le Furie anguicrinite.

Tal ritornasti ai gran palagi; e quivi,
caro conforto a le fatiche illustri,
venìen per le pruriginosi  cibi
e licor lieti di francesi colli
e d'ispani e di toschi  o l'ungarese
bottiglia,.a cui di verdi ellere Bromio
concedette, corona, e disse: Or siedi
de le mense regina. Al fine il Sonno
di propria man ti sprimacciò  le coltrici
molle cedenti, ove te accolto, il fido
servo calò le ombrifere cortine;
e a te soavemente i lumi chiuse
il gallo, che li suole aprire altrui.

Giuseppe Parini

domenica 23 maggio 2021

sabato 23 maggio 2020

Tu, novello Orfeo




E chi è costui che al suon dell’ aurea cetra,
Qual tra Arno o Tebro oggi più omai non senti,
Dall’ Adda altero oltre le vie de’ venti
Levasi al par coi regnator dell’ etra ?
E non di Giove al fulmine s’ arretra,
Non di Giunone alle pupille ardenti,
Ch’ anzi dai numi al divin canto intenti
Grazia non pur ma maraviglia impetra ?
Tu se’ Parini; ah tu, novello Orfeo
Nato a placar le deità tremende,
L’ estro rinnova ed il portento Acheo :
Passa l’ Alpi nevose, e a Marte crudo,
Che di Germania in sen tal fiamma accende,
Fa’ con l’ arpa depor l’ asta e lo scudo.    
 
Giuseppe Parini  

Di nozze a cantar



Se di nozze a cantar prendo,
Chi spiegar può il mio diletto?
Di bell’estro allor m’accendo,
Vien l’idea, nasce l’affetto:
E mi appresta dolci e pronte
Le sue corde Anacreonte. 
Lungi, o turba de’ severi!
Da te legge allor non piglio
E malgrado che tu imperi
Coll’irsuto sopracciglio,
Fo che scherzi la Virtude
Co le Grazie tutto ignude. 

 Giuseppe Parini

Giuseppe Parini,



nato Giuseppe Parino
è stato un poeta e abate italiano. Membro dell'Accademia dei Trasformati, fu uno dei massimi esponenti del Neoclassicismo e dell'Illuminismo in Italia.
 Nasce da Angela Maria Carpani e Francesco Maria Parino, piccolo commerciante di seta. Giuseppe studia a Milano presso i padri barnabiti; in seguito per poter usufruire di una modesta rendita lasciatagli dalla prozia alla quale era stato affidato, intraprende la strada per diventare sacerdote. Dal 1754, anno in cui prende i voti, e per alcuni anni è precettore nelle case di nobili famiglie, fino al 1762 i Serbelloni, poi gli Imbonati. Già nel 1752, grazie alla rendita ottenuta, aveva pubblicato una raccolta di rime dal titolo "Alcune poesie di Ripano Eupilino" (Ripano è l'anagramma di Parino, Eupili è il nome latino del lago di Pusiano, presso il quale sorge il suo paese natale). Nel 1753 viene ammesso all'Accademia dei Trasformati, cosa che gli dà modo di partecipare alla vita intellettuale della Milano illuministica. Grazie al successo delle prime due parti del poemetto "Il giorno", viene segnalato al governatore di Milano, conte Firmian: Parini ottiene così nel 1768 la direzione della "Gazzetta di Milano"; poi nel 1769 ottiene la cattedra di Eloquenza alle Scuole palatine (che nel 1773 diventeranno ginnasio di Brera); infine gli viene assegnata la sovrintendenza delle scuole pubbliche. Nel 1796 con l'arrivo a Milano dei francesi entra a far parte per qualche tempo della municipalità democratica di Milano, tuttavia deluso dal comportamento dei rivoluzionari, e per le sue idee moderate, viene privato di ogni incarico. Con l'esperienza maturata in casa Serbelloni, Parini aveva osservato la vita della nobiltà in tutti i suoi aspetti assorbendo e rielaborando quelle nuove idee che arrivavano dalla Francia di Voltaire, Montesquieu, Rousseau, Condillac e dell'"Encyclopédie", idee che influenzeranno tutti gli scritti di questo periodo come il "Dialogo contro la nobiltà" (1757), le odi "La vita rustica" (pubblicata però nel 1790 nelle "Rime degli arcadi" con lo pseudonimo di Darisbo Elidonio), "La salubrità dell'aria" (1759) e "La impostura" (1761).Tra le sue opere più note vi è anche il "Dialogo sopra la poesia" (1761). Del 1765 sono altre due odi di ispirazione sociale "L'innesto del vaiuolo" in cui sostiene la necessità di divulgare l'uso della vaccinazione, e "Il bisogno sull'abolizione della tortura", un'analisi che individua nella povertà l'origine della criminalità. Nel 1769 scrive "La musica" in cui polemizza contro l'uso dell'evirazione nei fanciulli per creare cantanti soprani.Quando si chiude il periodo di slancio illuminista lombardo, anche la vena polemica di Parini si attenua, avvicinandosi di fatto alla poetica neoclassicista: la sua attenzione si punta sull'interiorità. Nelle Odi "Il pericolo" (1787), e "Il dono" (1790) si avvertono questi mutamenti: questi scritti si ispirano alla bellezza femminile, inquietante nella prima, rasserenatrice nella seconda. Altre tarde "Odi" neoclassiciste si trovano nel "Giorno", poema satirico in endecasillabi sciolti: le prime due parti "Il mattino" (1763), "Il mezzogiorno" (1765), vengono pubblicate in vita; in seguito lavorerà per rifinire queste due parti e completare "Il vespro" (1801), mentre "La notte" rimarrà incompiuta. L'ultima ode composta da Parini è "Alla Musa" (1795), una celebrazione della poesia come culto delle cose nobili e buone. Il poeta muore nella sua abitazione di Brera; nello stesso giorno detta il noto sonetto "Predàro i filistei l'arca di Dio", celebrante il ritorno degli austriaci a Milano, avvenuto da pochi mesi.Sepolto a Milano nel cimitero di Porta Comasina, Parini stesso aveva chiesto nel suo testamento funerali modesti: "Voglio, ordino e comando che le spese funebri mi siano fatte nel più semplice e mero necessario, ed all'uso che si costuma per il più infimo dei cittadini".

domenica 16 giugno 2019

La primavera



La vaga Primavera
Ecco che a noi sen viene;
E sparge le serene
Aure di molli odori.
L’erbe novelle e i fiori 5
Ornano il colle e il prato.
Torna a veder l’amato
Nido la rondinella.

E torna la sorella
Di lei a i pianti gravi:
E tornano a i soavi
Baci le tortorelle.

Escon le pecorelle
Del lor soggiorno odioso;
E cercan l’odoroso
Timo di balza in balza.

La pastorella scalza
Ne vien con esse a paro;
Ne vien cantando il caro
Nome del suo pastore.

Ed ei, seguendo Amore,
Volge ove il canto sente;
E coglie la innocente
Ninfa sul fresco rio.

Oggi del suo desio
Amore infiamma il mondo:
Amore il suo giocondo
Senso a le cose inspira.

Sola il dolor non mira
Clori del suo fedele:
E sol quella crudele
Anima non sospira.


Giuseppe Parini

Ci donarono