L'ASSUNTA
Cielo di mezzagosto,
cielo glorioso e disposto
di nuvole perpendicolari,
da cui, come da scogli solari,
sporgono stature
di vertiginose creature.
Sei salita in questo cielo:
leggero, come amato velo,
tra la folla delle beatitudini,
quel tuo viso, quella solitudine!
I Patriarchi e i Serafini
rivolgono a te i loro sguardi chini:
come le nuvole e i petali dei fiori
che sono al raggio giardini di colori,
ogni pupilla sospende e trasmuta
una gradazione della gioia assoluta.
Ma il tuo occhio, fra il tumulto sereno,
come Vega, a sommo del cielo pieno;
ma il tuo vertiginoso occhio altissimo,
dalla terra lontanissimo;
ma il nero del tuo occhio nell'abisso rivoltato,
come un sole già tramontato!
Ma questo tuo angoscioso appagamento,
ma questa gioia, immobile sul tuo viso come spavento;
ma quest'ebrezza che fa il bianco del tuo occhio dilatare,
come quello d'un cieco, colmo di chiarità lunare!
Io non vedrò dal basso,
come non vedrò forse al trapasso,
la beatitudine alla quale s'appunta
il tuo sguardo, gloriosa Assunta,
ma se, per un impercettibile moto,
rivolgi quell'occhio remoto,
quell'occhio trasumanato che ha visto
il Figlio, il Figlio Cristo,
appagamento dell'anima assetata,
sazietà dell'ebrezza aspettata,
intravedere nella tua pupilla
del più alto pianto una stilla,
al riflesso dell'eterna aurora,
il pianto che ti fa umana ancora!
Luigi Fallacara

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