I miei calzoni portano ai ginocchi
due belle toppe, imposte alle rotelle
come gli occhiali intrepidi sugli occhi:
disdegniano le seriche bretelle
e vogliono per cingolo la soga
che, insieme col ventricolo, li affoga.
Le suole delle scarpe me l'ha fatte
la madre terra col suo fango giallo:
martello è il piede, e le ritempra e batte
a passo a passo;
e quando annaspo e ballo
per varcare la siepe in mezzo al rovo,
con schegge e spine me le inzeppo e inchiovo.
Il mio paracqua è un cupo firmamento
con cento stelle ed una goccia a stella:
me lo contende nella mano il vento
mentre me lo trapunge l'acquarella;
ma se lo chiudo sbatte nel suo grembo
l'ala del vento, presa per un lembo.
Il mio mantello me l'ha fatto il ragno
al tacito telaio a dieci braccia:
agli orli, come fiori di castagno,
pendono in bella frangia le sfilaccia...
Non sembro un re? Mi segue la coorte,
dietro, al galoppo, delle foglie morte.
Nicola Vernieri
martedì 29 luglio 2025
Il vagabondo
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