martedì 22 luglio 2025

Barbara Sanseverino

Barbara Sanseverino era da tutti considerata “la più bella della reame”, ma non solo del suo, il minuscolo Contado di Sala Baganza, a metà strada fra Parma e l’Appennino.

Anche dell’intero Ducato di Parma e Piacenza, di cui quello di Sala rappresentava uno dei tanti feudi minori, e la sua fama era tanto grande che il poeta Torquato Tasso le aveva persino dedicato un sonetto.
Nata nel 1550 a Milano, discendeva da Roberto Sanseverino, Conte di Caiazzo e capitano dell’esercito di Francesco Sforza.
Brillante, colta e irrequieta, a soli quindici anni andò in sposa a Giberto IV Sanvitale, Conte di Sala, appartenente ad una delle più antiche e nobili famiglie di tutto il Ducato farnesiano.
Anche lo stesso Duca Ottavio Farnese, invitato d’onore a quelle nozze e marito infelice di Margherita d’Austria, che tanto lo disprezzava, s’invaghì di lei al punto di ricoprirla di favori d’ogni genere.
Ma Barbara iniziò a coltivare anche amicizie “straniere” con Vincenzo Gonzaga, Duca di Mantova, al quale i Farnese non avevano mai perdonato di aver ripudiato la prima moglie Margherita, figlia del Duca Ottavio, a causa di una sua mai provata malformazione che l’avrebbe resa inabile all’adempimento degli obblighi coniugali.
Questa frequentazione bastò a renderla sospetta a Ranuccio I, succeduto al padre nel 1586 nel governo del Ducato e acerrimo nemico del Gonzaga cui non perdonò mai l’umiliazione inflitta alla sorella.
Incurante di tutto la Sanseverino, rimasta nel frattempo vedova, si risposò nel 1596 col Signore di Torricella, iniziando ad intrattenere un fitto rapporto epistolare con lo spagnolo Conte di Fuentes, governatore di Milano, cui chiese un intervento moderatore nei confronti del Farnese.
Ciò purtroppo sortì l’effetto opposto, perché Ranuccio cominciò a considerarla una traditrice pronta a tramare ai suoi danni e per ripicca occupò il territorio di Colorno, di cui il figlio della Sanseverino era Marchese.
Questo atto di prepotenza indusse diversi feudatari del Ducato a fare fronte comune contro il tirannico Ranuccio ordendo una congiura per assassinarlo.
Giunte alla orecchie dei numerosi spioni al servizio di Ranuccio, le chiacchiere di certo servitori diedero il via ad un’inchiesta che coinvolse, oltre alla stessa Sanseverino, suo figlio Girolamo, il marito, diverso appartenenti alla famiglia Sanvitale, i Conti Torelli, Scotti e Girolamo da Correggio.
Il processo si concluse il 4 maggio del 1612 con la condanna dei dieci imputat “ad essere tratti a coda di cavallo su un graticcio di vimini sino al luogo dell’esecuzione, per esservi decapitati e poi squartati”.
Il Duca Ranuccio, pur confermando le sentenze, proibì le truci pene accessorie.
Così il 19 maggio del 1612 Barbara Sanseverino insieme ai compagni di sventura, salì mestamente i gradini del patibolo allestito all’angolo fra l’attuale Piazza Garibaldi e la Strada della Repubblica, a Parma, per lasciarvi il capo.
Accompagna questo scritto il “Ritratto di Barbara Sanseverino”, di un Anonimo Pittore Emiliano, seconda metà Secolo XVI, Rocca di Fontanellato.
(Testo di Anselmo Pagani)

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