mercoledì 13 novembre 2019

LA SOLITUDINE.




Pien d’un caro pensier, che mi rapiva,
Giunto io mi vidi ove sorgean d’antica
Magion gli avanzi su deserta riva.
     Cinge le mura intorno alta l’ortica,
E tra le vie della cornice infranta
L’arbusto fischia, e tremola la spica.
     Scherza in cima la vite, o ad altra pianta
In giù cadendo si congiunge e allaccia,
E di ghirlande il nudo sasso ammanta:
     E con verde di musco estinta faccia
Sculto Nume qui giace, e l’umil rovo
Là gran pilastro rovesciato abbraccia.

 
     M’arresto; e poi tra la folt’erba movo:
Troppo di cardo o spina al piè non cale,
E nel vóto palagio ecco mi trovo.
     Stillan le volte, e per l’aperte sale
Passa ululando l’Aquilon, nè tace
Nel cavo sen dell’ozïose scale.
     E pender dalle travi odo loquace
Nido, entro cui tenera madre stassi
I frutti del suo amor covando in pace.
     Quindi sul campo con gli erranti passi,
Per via diversa dalla prima, io torno.
Veggo persona tra i cespugli e i sassi.
     Sedea sovra il maggior masso, che un giorno
Sorse nobil meta d’alta colonna:
Abbarbicata or gli è l’edera intorno.
     M’appresso; ed era ossequïabil Donna:
Scendea sul petto il crine in due diviso,
E bianca la copria semplice gonna.
     Par che lo sguardo al ciel rivolto e fiso
Nelle nubi si pasca, e tutta pósi
L’alma rapita nel beato viso.

  Chi sei? le dico; ed ella, i rai pensosi
Chinando, Solitudine m’appello:
O Diva, sempre io t’onorai, risposi.
     Mettea dal mento appena il fior novello;
Ed uscendo, tu sai che parlo il vero,
Dal folleggiar d’un giovanil drappello,
     In disparte io traeva; e se un sentiero
Muto e solingo a me s’apria, per esso
Mi lasciava condur dal mio pensiero.
 
 Ippolito Pindemonte

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