Pien d’un caro pensier, che mi rapiva,
Giunto io mi vidi ove sorgean d’antica
Magion gli avanzi su deserta riva.
Cinge le mura intorno alta l’ortica,
E tra le vie della cornice infranta
L’arbusto fischia, e tremola la spica.
Scherza in cima la vite, o ad altra pianta
In giù cadendo si congiunge e allaccia,
E di ghirlande il nudo sasso ammanta:
E con verde di musco estinta faccia
Sculto Nume qui giace, e l’umil rovo
Là gran pilastro rovesciato abbraccia.
Giunto io mi vidi ove sorgean d’antica
Magion gli avanzi su deserta riva.
Cinge le mura intorno alta l’ortica,
E tra le vie della cornice infranta
L’arbusto fischia, e tremola la spica.
Scherza in cima la vite, o ad altra pianta
In giù cadendo si congiunge e allaccia,
E di ghirlande il nudo sasso ammanta:
E con verde di musco estinta faccia
Sculto Nume qui giace, e l’umil rovo
Là gran pilastro rovesciato abbraccia.
M’arresto; e poi tra la folt’erba movo:
Troppo di cardo o spina al piè non cale,
E nel vóto palagio ecco mi trovo.
Stillan le volte, e per l’aperte sale
Passa ululando l’Aquilon, nè tace
Nel cavo sen dell’ozïose scale.
E pender dalle travi odo loquace
Nido, entro cui tenera madre stassi
I frutti del suo amor covando in pace.
Quindi sul campo con gli erranti passi,
Per via diversa dalla prima, io torno.
Veggo persona tra i cespugli e i sassi.
Sedea sovra il maggior masso, che un giorno
Sorse nobil meta d’alta colonna:
Abbarbicata or gli è l’edera intorno.
M’appresso; ed era ossequïabil Donna:
Scendea sul petto il crine in due diviso,
E bianca la copria semplice gonna.
Par che lo sguardo al ciel rivolto e fiso
Nelle nubi si pasca, e tutta pósi
L’alma rapita nel beato viso.
Troppo di cardo o spina al piè non cale,
E nel vóto palagio ecco mi trovo.
Stillan le volte, e per l’aperte sale
Passa ululando l’Aquilon, nè tace
Nel cavo sen dell’ozïose scale.
E pender dalle travi odo loquace
Nido, entro cui tenera madre stassi
I frutti del suo amor covando in pace.
Quindi sul campo con gli erranti passi,
Per via diversa dalla prima, io torno.
Veggo persona tra i cespugli e i sassi.
Sedea sovra il maggior masso, che un giorno
Sorse nobil meta d’alta colonna:
Abbarbicata or gli è l’edera intorno.
M’appresso; ed era ossequïabil Donna:
Scendea sul petto il crine in due diviso,
E bianca la copria semplice gonna.
Par che lo sguardo al ciel rivolto e fiso
Nelle nubi si pasca, e tutta pósi
L’alma rapita nel beato viso.
Chi sei? le dico; ed ella, i rai pensosi
Chinando, Solitudine m’appello:
O Diva, sempre io t’onorai, risposi.
Mettea dal mento appena il fior novello;
Ed uscendo, tu sai che parlo il vero,
Dal folleggiar d’un giovanil drappello,
In disparte io traeva; e se un sentiero
Muto e solingo a me s’apria, per esso
Mi lasciava condur dal mio pensiero.
Chinando, Solitudine m’appello:
O Diva, sempre io t’onorai, risposi.
Mettea dal mento appena il fior novello;
Ed uscendo, tu sai che parlo il vero,
Dal folleggiar d’un giovanil drappello,
In disparte io traeva; e se un sentiero
Muto e solingo a me s’apria, per esso
Mi lasciava condur dal mio pensiero.
Ippolito Pindemonte

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