(Roma, 14 nov.1937 – Milano, 17 mag.1972)
Nasce
da una famiglia della media borghesia (il padre commercia vini e oli).
Dopo avere frequentato il liceo classico "San Leone Magno", nel 1964
si laurea in Giurisprudenza realizzando una tesi sulla mafia siciliana. Alla carriera forense, però, preferisce quella nella polizia, non volendo diventare né avvocato né magistrato.
Mentre milita nel movimento cristiano Oasi del padre gesuita Virginio
Rotondi, nel 1965 vince il concorso per vice commissario di pubblica
sicurezza: dopo avere preso parte al corso di formazione dell'Istituto
Superiore di Polizia entra in servizio a Milano, dove viene inserito
nell'ufficio politico della questura. Collaboratore sporadico del
quotidiano socialdemocratico "Giustizia" e, sotto pseudonimo, di
"Momento Sera", a Milano Calabresi ha il compito di
indagare sugli ambienti della sinistra extraparlamentare, con
particolare riferimento ai gruppi anarchici e ai gruppi maoisti.
Gli anarchici, in particolare, sono sospettati di aver messo a
disposizione gli esplosivi utilizzati in Grecia per gli attentati
durante la Dittatura dei colonnelli. Nel 1967 conosce Giuseppe Pinelli
dopo avere richiesto alla questura di Como, su domanda degli anarchici,
il permesso per un camping anarchico a Colico; a novembre dello stesso
anno, invece, è al comando delle forze di polizia che si occupano
dello sgombero dell'Università Cattolica del Sacro Cuore occupata dagli
studenti capeggiati da Mario Capanna (il primo esempio di lotta
studentesca, che dà il via al Sessantotto milanese). Nel 1968 Calabresi viene nominato commissario capo,
e in più di un'occasione dirige le cariche dei reparti di polizia nel
corso degli scontri e delle manifestazioni di protesta di quel periodo;
a Natale di quell'anno dona a Giuseppe Pinelli
il libro di Enrico Emanuelli "Mille milioni di uomini" (riceverà in
cambio, l'agosto seguente, il libro preferito dall'anarchico milanese,
l'"Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters).
Diventato vice capo dell'ufficio politico della questura milanese,
nell'aprile del 1969 riceve l'incarico di indagare sugli attentati
avvenuti in Stazione Centrale e alla Fiera Campionaria di Milano: ferma e
arresta quindici esponenti della sinistra extraparlamentare,
diventando noto a livello nazionale. Gli arrestati, tuttavia,
rimarranno in carcere per soli sette mesi, prima di uscire di prigione
per mancanza di indizi. Nel novembre del 1969 Luigi Calabresi
partecipa ai funerali dell'agente di polizia Antonio Annarumma, e
interviene per difendere Mario Capanna, esponente della sinistra
extraparlamentare, dall'ira dei colleghi di Annarumma. Un mese dopo, si
trova a indagare sulla strage di piazza Fontana
a Milano, dove una bomba posizionata nella filiale della Banca
Nazionale dell'Agricoltura ha causato la morte di diciassette persone e
il ferimento di quasi un centinaio. Il commissario Calabresi pensa subito alla pista dell'estrema sinistra, e sale suo malgrado agli onori delle cronache per la morte di Giuseppe Pinelli,
convocato in questura dopo la strage, tenuto in stato di fermo per
quasi tre giorni (in maniera illegale, dunque) e caduto dalla finestra
dell'ufficio di Calabresi. Il tragico evento si verifica il 15 dicembre,
e la conferenza stampa che viene convocata per spiegare l'accaduto
parla di un suicidio (la versione verrà ritrattata in seguito: sulla
morte di Pinelli non sarà mai fatta chiarezza fino in fondo). Da quel
momento, tuttavia, il commissario entra nel mirino delle formazioni
extra-parlamentari di sinistra e diviene oggetto di una campagna di
denuncia che coinvolge numerosi intellettuali: nel 1970, per esempio, Dario Fo
scrive l'opera teatrale "Morte accidentale di un anarchico",
evidentemente ispirata ai fatti, mentre Nelo Risi e Elio Petri dirigono
il lungometraggio "Documenti su Giuseppe Pinelli".
Calabresi viene minacciato anche direttamente, con scritte sui muri e
non solo: nei suoi confronti, dunque, cresce un odio sempre maggiore
anche a causa della campagna di stampa promossa dal giornale "Lotta Continua",
che denuncia senza mezzi termini le supposte responsabilità del
commissario (e degli altri uomini della questura) per la morte di
Pinelli. Il 15 aprile del 1970 il commissario denuncia il direttore di
"Lotta Continua", Pio Baldelli, per diffamazione continua e aggravata:
nell'ottobre di quell'anno prende il via il processo noto come
"Calabresi-Lotta Continua" (dopo che a luglio l'indagine del giudice
Antonio Amati sui fatti del 15 dicembre era stata archiviata). Il
processo diventa terreno di un acceso scontro politico: l'avvocato di
Calabresi, Michele Lener, ricusa il giudica Carlo Biotti, che in un
colloquio privato aveva parlato della propria intenzione di assolvere
Baldelli, ma tale richiesta di ricusazione viene interpretata da molti
come un tentativo di prendere tempo dopo la richiesta di riesumazione
del cadavere di Pinelli avanzata dagli avvocati dello stesso Baldelli.
La ricusazione viene accettata il 7 giugno del 1971 dalla Corte
d'Appello: la settimana successiva Camilla Cederna
pubblica sull'"Espresso" un articolo in cui indica Calabresi come un
torturatore responsabile della morte di Pinelli e accusa Botti di avere
inquinato il processo per carrierismo. Nel numero seguente
dell'"Espresso" vengono pubblicati i nomi di moltissimi intellettuali
che hanno sottoscritto l'appello della Cederna (che invitava Calabresi
alle dimissioni). Nel frattempo, al Commissario Calabresi si imputa
anche di essere stato un agente della Cia e un uomo di fiducia di Barry
Goldwater, che avrebbe presentato al generale De Lorenzo. In questo
clima di tensione, il 17 maggio del 1972 il Commissario Luigi Calabresi
viene ucciso davanti alla sua casa di Milano mentre sta andando a
prendere la propria auto per andare in ufficio: ad assassinarlo sono
almeno due persone, che lo sorprendono alle spalle. Calabresi lascia,
dunque, la moglie Gemma Capra e due figli, Paolo e Mario (che diventerà
un famoso giornalista), mentre un altro, Luigi, nascerà pochi mesi
dopo. Nel 1988 uno dei sicari di Luigi Calabresi,
Leonardo Marino, si pentirà e confesserà di avere partecipato
all'omicidio insieme con Ovidio Bompressi, con mandanti gli esponenti di
Lotta Continua, Adriano Sofri
e Giorgio Pietrostefani: questi ultimi due saranno condannati a
ventidue anni di reclusione, così come Bompressi, mentre Marino sarà
condannato a undici anni.


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