domenica 17 agosto 2025

Pierina Boranga

(Belluno, 24 novembre 1891  Belluno, 17 giugno 1983) è stata un'insegnante e scrittrice italiana.

È stata la promotrice della costruzione della Scuola elementare Aristide Gabelli Archiviato il 7 agosto 2020 in Internet Archive. di Belluno: costruita durante il ventennio fascista, all'epoca della costruzione era un vanto nazionale per la modernità del fabbricato e per la didattica applicata nell'insegnamento, ispirata al metodo ideato da Giuseppina Pizzigoni e messo in opera nella Scuola Rinnovata di Milano. La Boranga è autrice di numerosi volumi di divulgazione didattica e di letteratura per ragazzi. Frequenta la scuola elementare di Via Loreto a Belluno, dove si fa apprezzare per diligenza e bravura, nonostante le condizioni infelici della scuola del tempo: «Le classi inferiori erano zeppe di alunni, quaranta o cinquanta in ogni aula, seduti nei banchi a due a due, in file strette per dare posto a tutti. Le aule non erano ampie a sufficienza. Avevano finestre col davanzale alto, per cui da sedute vedevamo un breve tratto di cielo e i tetti delle case vicine. Era prescritto che le finestre fossero così, per evitare distrazioni agli scolari. La scrivania della maestra, chiamata cattedra, era alta su una predella con due scalini; emergeva nell'aula come una cabina di comando». Nelle classi, rigorosamente divise in maschili e femminili, i maestri richiedono una disciplina molto severa e insegnano in modo nozionistico. Dopo aver completato i cinque anni di scuola elementare, Pierina desidera continuare ad andare a scuola, ma il padre respinge l'idea: «No se pol, la scola la costa, i e zinque fioi da mantegner.» Pierina deve aiutare la madre nel lavoro di stiratrice, ma quando comincia il nuovo anno scolastico (1902/03) la sua sofferenza per la rinuncia allo studio è talmente grande che la madre prende una decisione: «Laorerò mi de pì, se ocore anca de not, ma coi contentarla». Pierina incomincia così a frequentare la Regia Scuola Normale di Belluno, per diventare maestra. Non è facile: le lezioni sono poco coinvolgenti e lo studio, arido e impegnativo, richiede soprattutto contenuti imparati a memoria. Le capita anche di essere pesantemente umiliata: «Un giorno avevo il naso chiuso che mi rendeva faticosa la respirazione. A metà lezione tentai con una soffiata un po' più energica di liberarlo e l'insegnante si rivolse a me irritata dicendomi: - Hai il naso di un elefante tu: ineducata! - Alcuni giorni dopo, durante una lezione sulle città d'Italia, andava chiedendo a ciascuna di noi quale avevamo veduta. Quando fu la volta mia le risposi: nessuna. - Tu sei nata e cresciuta in una zucca - mi disse.» Nell'ottobre 1908 Pierina Boranga raggiunge con una corriera a cavalli la sua prima sede di insegnamento, Domegge di Cadore. Accompagnata dal padre, si presenta al sindaco (le scuole elementari a quell'epoca erano gestite dai Comuni) che si dimostra preoccupato: «Così giovane? Non so come potrà cavarsela con quei manigoldi di scolari che al maestro dell'anno passato gliene hanno fatte d'ogni colore! Ad ogni modo proviamo, io farò di tutto per aiutarla. Mi farò vedere spesso dagli scolari, anche, se occorre, col mio bastone - Era un bastone nodoso. Decisamente secondo lui doveva essere il supplemento alle mie capacità per la disciplina degli alunni». Le vengono assegnate due classi, seconda e terza maschili, con 61 alunni. Appena entra nell'aula nota il soffitto macchiato d'inchiostro: «Vede? Quella è opera degli scolari dell'anno scorso. Soffiavano palline di carta intinte nell'inchiostro e le mandavano fin lassù. E non basta: presente il maestro montavano sulle finestre e stavano tra i vetri e le imposte serrate a disturbare le lezioni». Da giovane maestra, non può sentirsi preparata al compito che la attende. Per evitare errori, applica con scrupolo le indicazioni didattiche dei programmi Orestano del 1905. Ogni giorno scandisce le attività nel modo seguente: L'appello, la preghiera, la visita personale per il controllo di ordine e pulizia, il calcolo orale, un po' di ginnastica (naturalmente fatta in aula, usando solo braccia e mani), lezioni "di cose" e "per aspetto", esercitazioni di lingua italiana, come i dettati ortografici, la scrittura di "pensierini", la risposta domande, i riassunti, i temi, gli esercizi di grammatica, la "copia in bella". Nella scuola del tempo non c'è l'abitudine alle uscite, considerate una perdita di tempo, ma, all'arrivo della prima neve, la maestra Pierina propone un'attività interessante: raduna accanto alla finestra aperta gli scolari, li invita ad osservare e a percepire ogni stimolo sensoriale e si confronta con loro. Alla fine legge una poesia, Nevicata, tratta della raccolta Odi Barbare: «Mi adoperai per sottolineare con la voce i versi più accessibili alla loro comprensione trasferendo nella realtà osservata la poetica dell'autore». Uscita da scuola, riferisce con soddisfazione l'esperienza ad un collega. Riceve un commento gelido: «Una poesia del Carducci a ragazzi di terza? Ma lei è matta, ha perduto tempo». Il suo desiderio di sperimentare nuove modalità didattiche le procura una prima sofferenza, ma è l'avvio di un percorso di crescita professionale. Nel 1910 Pierina Boranga, avendo perduto entrambe le sorelle, cerca di riavvicinarsi alla famiglia ed ottiene il posto di maestra assistente all'Asilo infantile Adelaide Cairoli, ente benefico istituito a Belluno ancora nel 1868 da una società di mutuo soccorso. Non possiede una competenza professionale specifica. Osserva con attenzione l'ambiente e, fin dal primo momento, intuisce che i bambini hanno bisogno più di ogni altra cosa di giocare, di muoversi, di fare attività: «Vedo animazione di bimbi e di persone che li accompagnano. Deposto il cestino contenente cibarie, li aiutano a indossare il grembiulino a quadretti rossi o blu, poi i bimbi vanno subito a sedere su panchine basse di legno. Mi pare che siano in sofferta attesa di fare qualcosa. Mi sento insoddisfatta del prolungarsi della disoccupazione». Lo spirito di iniziativa e i ricordi felici dei giochi fatti quand'era piccola sul greto del Piave diventano strumento del suo lavoro in occasioni come la seguente: «C'era, in cortile, un rubinetto al muro per l'acqua alle piante dei fiori. Si sa quanto l'acqua piaccia ai bambini. Io l'avevo sperimentato con i miei fratelli. Senza chiedere il permesso ad alcuno pensai di creare, in margine al cortile, un ruscelletto nel quale far navigare, come barchette, le foglie aride cadute. Approfitto del chiasso che gli altri bimbi fanno in cortile, un poco più lontano da noi, per avviare il lavoro. Il rigagnolo improvvisato, che scorre lucente tra i sassolini della ghiaia, rende festanti loro e me. Però la cosa non era del tutto facile come io l'avevo pensata: a qualche bimbo che rincorreva con la mano la barchetta, gli si era bagnata l'arricciatura della manica rinserrata a polso dell'elastico. Mi do da fare per evitare il peggio, quando mi sento aggredire da una voce imperiosa: era l'Anzoleta, la custode dell'asilo». Il gioco viene bloccato: non sono ammesse attività diverse dal consueto! Esperienze come queste amareggiano la Boranga, convincendola che per lavorare bene con i bambini non basta la buona volontà e l'inventiva, ma serve una preparazione educativa adeguata. Sente la necessità di riprendere a studiare e un giorno si confida con Giuseppina Dal Mas, una collega bellunese che insegna a Milano. Segue il suo suggerimento e accetta il suo aiuto per registrarsi al Corso di perfezionamento per i licenziati delle Scuole Normali (detto anche Scuola pedagogica): «Si sarebbe interessata lei a farmi ottenere l'iscrizione, le firme dei professori e le dispense, a facilitarmi, cioè, la possibilità di seguire, senza frequentare, le lezioni». Nel 1911 Pierina Boranga è nominata maestra della scuola unica mista non classificata di Piandelmonte, in Valtibolla. Il luogo, non molto distante da Belluno, è isolato: si raggiunge a piedi, percorrendo un tratto del greto del torrente Cicogna. La scuola invernale è ricavata in una stanza affittata da un contadino sopra alla sua stalla: «...il servizio igienico stava all'aperto dentro un baracchino semiaperto, fatto di tavole, senza sedile e, naturalmente, senz'acqua». Gli scolari di classe prima, seconda e terza abitano in case sperdute, prive di illuminazione elettrica: arrivano a scuola con gli zoccoli di legno ai piedi, dopo ever camminato lungo pendii ripidi e spesso coperti di neve. La Boranga evita di assegnare loro compiti per casa: non possono scrivere bene a lume di candela e con le mani indurite dal freddo. Nonostante la scarsissima conoscenza della lingua italiana, li apprezza per il rispetto della disciplina e l'interesse alle lezioni. Trascorre dei mesi sereni, dedicando le mattinate all'insegnamento, i pomeriggi alla preparazione delle lezioni e la sera, nella stalla, unico ambiente riscaldato in cui si ritrovano per i filò adulti, bambini e animali, allo studio delle dispense della Scuola Pedagogica di Milano. L'anno successivo viene trasferita nella scuola classificata di Badilet. Da Belluno, con altre colleghe, la raggiunge ogni giorno a piedi con un'ora di cammino puntualmente interrotto, sulla rampa di Castion, dal salto del tappo di sughero della bottiglia di vino di una di loro. L'edificio scolastico è in costruzione e fino al termine dei lavori ha a disposizione un piccolo locale in una casa privata, a Faverga, dove accoglie le classi prima e terza in due turni: lo arricchisce una pianta fiorita, una sveglia e una gabbietta con un uccellino: desidera creare un ambiente scolastico gioioso e rassicurante, simile a quello familiare. La Boranga insegna a Badilet fino al 1917, impegnandosi in un'incessante ricerca metodologico-didattica, tra entusiasmo, tentativi di innovazione e autocritiche. Ricava spunti operativi dallo studio, frenata, a volte, dai rimproveri del Direttore Antonio Pastorello, come la volta in cui l'animazione dei ragazzi durante una spiegazione sul corpo umano supportata dalla presenza di una bambola con inserito un pezzo di polmone animale lo infastidisce: «Le raccomando, signorina, più disciplina in classe! I ragazzi devono stare ai loro posti e rispondere soltanto quando sono chiamati». In quegli anni sperimenta, tra le difficoltà della guerra, qualche uscita all'aperto. Di fronte alle curiosità degli scolari per le manifestazioni della natura, sentendosi incompetente e non trovando testi specifici che la soddisfacessero, inizia autonomamente a raccogliere materiale: non vuole proporre le rigide e noiose classificazioni di scienze naturali da lei studiate alla Scuola Normale. Sono i primi passi verso quelle che saranno le successive pubblicazioni di divulgazione scientifica. L'attività di Pierina Boranga nella scuola è durata 50 anni, durante i quali si dedicò intensamente anche ad opere di assistenza ai bambini: fondò il Preventorio Antitubercolare e un laboratorio di tesseria. Nel 1935 la Boranga venne nominata prima Ispettrice Scolastica con incarico ad Adria. In questa sede ricalcò l'itinerario professionale che già a Belluno come direttrice didattica aveva percorso: requisiti degli edifici e dei locali scolastici, assistenza ai bambini, formazione professionale. Ebbe un occhio di riguardo anche per gli istituti educativi privati. Nel 1937 ritornò definitivamente a Belluno come Ispettrice Scolastica. Nel 1955 collaborò alla stesura dei programmi nazionali del Ministro Ermini. Fu Assessore all'Istruzione e all'Assistenza del Comune di Belluno per due quadrienni (1956-1964). Vi si dedicò con particolare impegno e scrupolo e fra i vari interventi che fece, alla fine del 1963 e all'inizio del 1964 coordinò gli interventi del Comune di Belluno a favore sei superstiti del disastro del Vajont. Nel 1956 le fu conferita la Medaglia d'Oro dei Benemeriti della scuola, della cultura e dell'arte, in riconoscimento della sua opera, onorificenza che si aggiunse a quella conferitale dal Ministero dell'Agricoltura e delle Foreste nel 1952. Morì a 92 anni. In suo onore è stata dedicata una sala del palazzo Crepadona, sede della Biblioteca Comunale di Belluno e nel giugno del 2013 le sono stati intitolati i giardini della vecchia scuola Gabelli, giardini didattici che ella volle a corona dell'edificio scolastico, oggi in via di restauro.


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