“Ho fatto un sogno: vago al buio. Mi sono abituata all’oscurità,
e poi…. luce. Taverna montana.
Parlottio gutturale. Grida di ubriachi
Entro. Mi siedo. E nessuno degli avventori si gira.
Dall’otre un vecchio lezgino filtra il vino senza fretta.
Volge lo sguardo verso di me (ha la pupilla felina stretta). E io, a bruciapelo:
“Oste, cosa c’è per cena?”
La mia voce si acutizza in grido, ma pare non si senta affatto:
il vecchio non batte ciglio,
per tutta risposta sbadiglia ed esce. E ho paura. E non capisco:
ma le persone qui accanto, quei giovani, perché
non han sentito il mio grido?
E perché nessuno guarda
verso la panca dove sto seduta, come fosse vuota? Mi alzo, agito le braccia, protesto
ed è qui che penso: “Be’, allora sono diventata invisibile?
E dove vado in questo stato?”
E m’appresso stanca alla finestra…
In montagna, sul fare del giorno, regna un silenzio sacro.
E un tizio ubriaco guarda fuori, attraverso di me, e dice: ” L’ alba. “
Sofija Parnok, 12 maggio 1927

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