(Napoli, 17 aprile 1813 – 4 novembre 1876)
è stato uno scrittore e patriota italiano.
Nacque
figlio primogenito di Raffaele, avvocato, e di Francesca Vitale, figlia
di un avvocato. Dopo di lui videro la luce Peppino, Vincenzo, Teresa,
Alessandro e Giovanni. Il nonno paterno Vincenzo, anch'egli dedito alla
professione forense, proveniva dal paese lucano di Bollita, l'odierna Nova Siri, in provincia di Matera. Il padre aveva vissuto il periodo della Repubblica Partenopea del 1799. Catturato, fu condotto in carcere, dove nemmeno l'intercessione paterna presso il maggiore Baccher poté dispensarlo dalla deportazione a Santo Stefano. Raffaele rimase sull'isola quattordici mesi, prima di poter tornare a Napoli. Luigi fu educato dal padre alle idee liberali. Passò parte della fanciullezza a Caserta e studiò al collegio di Maddaloni, che aveva fama di essere uno dei migliori nel Regno delle Due Sicilie. L'animo
del Settembrini, naturalmente poetico e gentile, subì in questi anni
l'influenza di un compagno di collegio, tal Luigi de Silva, provetto
studente che lo avvicinò allo studio dei classici latini. Nel 1825, anno del Giubileo,
i due rimasero fortemente impressionati dalle parole di un arciprete.
Luigi si diede per un periodo a ferventissime pratiche religiose, con
un rigore e un idealismo estremo, secondo il tipico atteggiamento di un
ragazzo che vive la propria evoluzione spirituale. Furono mesi in cui
Settembrini si dedicò alla preghiera con una regolarità e una
precisione che sfioravano il fanatismo, come riconobbe quando, prese le
distanze dall'ipocrisia di certi ambienti clericali, approdò a una
fede matura e convinta. Il padre, intanto, preoccupato per la "crisi
mistica" del figlio, decise di toglierlo dal collegio alla fine del 1826 e lo inviò in un istituto partenopeo. Furono anni lieti che videro il ragazzo compiere i primi passi verso la vita adulta. Un triste evento, tuttavia, spezzò nel 1830
la serenità degli anni giovanili: il padre era gravemente malato, e
Luigi dovette correre a Caserta, dove Raffaele si spense il 26
settembre. Con il fratello Giovanni, Settembrini andò a Santa Maria di Capua
per intraprendere studi di legge. L'ingegnere Filippo Giuliani, marito
di una zia materna, si prese cura di loro. Accolto nello studio di
Nicola Tucci, un amico calabrese del padre, Luigi cominciò a fare
pratica e ad avvedersi piuttosto rapidamente di quanto poco si sentisse
portato per il diritto e di come in mezzo a liti, clienti, carte e
giudici stesse «come l'asino in mezzo ai suoni». Ottenne la difesa di
poveri accusati di aver rubato del cibo. Conscio della disperazione che
li aveva portati al gesto, Settembrini li difese con tutte le sue
forze, senza evitare la loro condanna. Ulteriormente disgustato dal
foro, tornò a Napoli «col fermo proponimento di farmi piuttosto tagliar
le mani che toccar codici e processi». Se la «scuola di leggi» non lo
affascinò, gli riservò tuttavia un incontro fondamentale per gli anni
futuri: quello con Benedetto Musolino,
cui si legherà di fraterna amicizia. A Napoli si iscrisse
all'Università e poté finalmente dedicarsi ai prediletti studi
umanistici. Frequentò anche la scuola di Basilio Puoti, diventando uno tra i suoi più stimati allievi. All'università ebbe professori illustri: il più celebre fu il filosofo Pasquale Galluppi. Queste antiche influenze di derivazione illuministica
connoteranno sempre le sue analisi e le sue scelte in campo politico,
caratterizzate da una concezione elitaria del progresso politico, dalla
convinzione della necessità di un'educazione del popolo dall'alto,
dall'ideale di un governo forte e dai tratti paternalistici. Conobbe in questi anni anche Raffaella Luigia Fucitano
(o Faucitano), adolescente di modesta famiglia che i genitori volevano
destinare alla vita claustrale. Settembrini, che si innamorò subito
della sua dolcezza, avanzò la proposta di matrimonio promettendo di
ottenere una cattedra come professore, e superò le resistenze dei
Fucitano e della stessa fanciulla, ormai lieta di consacrare la propria
vita a Dio. Quando nell'estate 1835 il giovane vinse il concorso per la cattedra di eloquenza al liceo di Catanzaro
ricevette da Gigia, come verrà sempre ricordata nell'opera
autobiografica, il primo bacio, «che mi accese una luce che io ho tenuta
sempre innanzi agli occhi miei, e la terrò sino all'ultimo dei miei
giorni». Così, l'8 ottobre 1835 i due si sposarono: Raffaella aveva
appena diciassette anni. Insieme si trasferirono a Catanzaro nel mese di
novembre. Due anni più tardi la vita di coppia fu allietata
l'8 aprile dalla nascita di un figlio il cui nome rivela chiaramente i
gusti artistici del padre: Raffaele Michelangelo Tiziano (il primo
nome è naturalmente anche un omaggio al padre). Sempre nel 1837,
tuttavia, i due sposi conosceranno gli stenti e la sofferenza in
seguito all'incarcerazione di Settembrini. A Catanzaro il Nostro entrò
infatti in contatto con gli ambienti mazziniani: con l'amico Musolino
fondò la setta Figliuoli della Giovine Italia
ma nel 1837 fu arrestato e accusato di cospirazione. Imprigionato,
trascorse tre anni nel carcere napoletano di Santa Maria Apparente,
dov'era rinchiuso anche Musolino. Uscito di prigione riprese ad
insegnare privatamente fino a quando la ripresa dei moti risorgimentali lo coinvolgeranno nuovamente. Tra il 1847 e il 1848 intervenne attivamente con i suoi scritti nel dibattito politico scrivendo il suo più famoso pamphlet, ispirato ai fatti di Romagna di Massimo d'Azeglio Protesta del popolo delle due Sicilie; pur essendo pubblicato in forma anonima, lo costrinse, a causa dei sospetti suscitati, a rifugiarsi a Malta.
Partecipò in seguito, in prima persona, al governo costituzionale come
ministro della pubblica istruzione, diventando membro della Grande Società dell'Unità d'Italia. Nel 1849, con la restaurazione borbonica fu nuovamente arrestato e portato in carcere a Montefusco (dove soggiornò con Carlo Poerio, Michele Pironti, Sigismondo Castromediano ed altri patrioti) con la condanna di morte commutata in seguito in ergastolo. Tra il 1851 e il 1859, durante gli anni di prigionia scontati sull'isola di Santo Stefano, tradusse i dialoghi di Luciano e scrisse un breve romanzo ambientato nell'antica Grecia dal titolo I neoplatonici, pubblicato postumo nel 1977, che per l'argomento erotico omosessuale
contrasta con l'immagine austera che la critica ha sempre dato dello
scrittore-patriota. Nel 1859 fu avviato alla deportazione negli Stati Uniti ma il figlio Raffaele riuscì a far dirottare la nave a Queenstown, in Inghilterra, liberando così Settembrini e altri 67 condannati (tra cui Poerio, Pironti, Castromediano, Silvio Spaventa, Emilio Maffei, Nicola Schiavoni
e Salvatore Faucitano). Settembrini, a richiesta di Cavour, restò a
Londra, tornando in Italia al momento dell'unificazione. Nel 1860 fu professore di letteratura italiana presso l'Università di Bologna e dal 1861 insegnò all'Università di Napoli
diventandone in seguito rettore. Durante la sua attività nell'ateneo
napoletano, rammaricato per il disfacimento degli istituti e dei costumi
napoletani a seguito dell'Unità d'Italia, agli studenti che si
lamentarono di alcuni regolamenti e dell'iniquità nella distribuzione
dei fondi scolastici, egli rispose: «Colpa di Ferdinando II!».
Gli studenti stupiti gli chiesero le motivazioni ed egli replicò: «Se
avesse fatto impiccare me e gli altri come me, non si sarebbe venuto a
questo!». Nel 1861 Settembrini pubblicò le opere di Luciano di Samosata riuscendo inoltre a portare a termine il progetto che aveva abbozzato negli anni precedenti con Della letteratura italiana libri IV. Sua intenzione, dichiarata nel discorso Dello scopo civile della letteratura dell'8 aprile 1848, era infatti quella di scrivere una storia della letteratura italiana per le generazioni di giovani post-risorgimentali. Tra il 1866-1872 vennero pubblicati i tre volumi dell'opera le Lezioni di letteratura italiana.
Con lo stesso impegno civile messo nella stesura della sua letteratura
italiana il Settembrini lavorò ininterrottamente ad un'altra
importante opera, le Ricordanze della mia vita, che verranno pubblicate postume dall'editore Morano con la guida dell'amico Francesco De Sanctis. Settembrini fu collaboratore dell'Italia e de Il Piccolo e nel 1866 direttore de Lo Stivale. Il 6 novembre 1873 venne nominato senatore. Tra le altre sue opere si ricorda l'Elogio del marchese Basilio Puoti del 1847, le Opere di Luciano voltate in italiano pubblicate in tre volumi da Le Monnier tra il 1861-1862, Il Novellino di Masuccio Salernitano restituito alla sua antica lezione del 1874 e le Lettere dall'ergastolo (1851-1858), scritte per la massima parte alla moglie "Gigia".


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