giovedì 28 novembre 2019

Il mio ritratto


Neri ho gli occhi e vivaci; ampia la fronte,
pallido il viso, e la persona breve.
Sì l’amistà che l’ira in me son pronte
pari all’impulso che il mio cor riceve.
L’odio e l’amor, qual da inesausta fonte
sgorgano ancora dal mio petto: e neve
sarà un giorno sul crin; ma pur le impronte
del prisco incendio cancellar non deve.
Odio i vili, i malvagi, gli oppressori:
amo ogni cosa che sia grande e bella,
dal sole ai bimbi, dalle stelle ai fiori…
Ed ogni alma dolente è a me sorella,
che nel lungo sentier de miei dolori
sol questo appresi, a non fidar che in quella!
Laura Battista

Laura Battista


 

(Potenza, 23 novembre 1845Tricarico, 9 agosto 1884)
è stata una poetessa italiana.
Figlia di Raffaele Battista da Agrigento e di Caterina Atella da Matera.
Il padre fu un insegnante di lettere e segretario perpetuo della Società Economica di Basilicata e consigliere provinciale di Matera. Raffaele insegnò Latino e Greco presso il Real Collegio di Basilicata a Potenza dal quale fu espulso a causa del suo orientamento Liberale, poiché l'istituto fu affidato alla direzione dei Gesuiti. Egli poté riprendere a insegnare solo dopo l’Unità d’Italia e, quindi, dopo la scomparsa del regime borbonico. Nel 1871, in seguito al trasferimento della famiglia a Matera dovuto dalle persecuzioni di cui fu oggetto il padre in ragione delle sue posizioni politiche, divenne consigliere provinciale della Basilicata. Autore di studi e inchieste sullo stato dell'economia agraria della provincia, era un fine latinista e autore di traduzioni e fu il primo e, per molto tempo, l'unico maestro di Laura.Sua madre, Caterina, che era una donna colta e dai forti sentimenti liberali, morì nel 1859, quando lei aveva tredici anni. La madre poté svolgere perlopiù una funzione puramente affettiva, la cui privazione ispirò Laura nel dedicarle la lirica All'usignuolo. Laura aveva anche due fratelli, Camillo e Margherita, i quali studiarono latino, greco e letteratura italiana indirizzati dal padre. Con la scomparsa della madre, il padre investì le sue frustrazioni e ambizioni sulle qualità intellettuali di Laura, arrivando a pensare alla figlia solo in termini culturali ed intellettuali. L'ingombrante autorità del padre, tuttavia, la costrinse a trascorrere l'infanzia sui libri, lontana da ogni tipo di distrazione. Quest'inusuale e rigida educazione la portò ad un profondo isolamento. In nome della solitudine con la quale conviveva, Laura iniziò a rifugiarsi nella poesia. Infatti Laura, già da giovanissima, sapeva comporre complesse liriche. A quindici anni pubblica nell'antologia di autori lucani "Fior di Ginestra", stampata nel 1860 a Potenza, la sua poesia dedicata alla madre, intitolata "All'usignuolo".Tuttavia le sue spiccate doti poetiche non poterono essere espresse come ella desiderava perché la povertà socio-culturale della Basilicata e la sua stessa solitudine erano per lei un impedimento intellettuale. Ed è proprio in nome della sua esigenza ad esprimersi, in un paese che non lo permetteva, che ella divenne sensibile ai problemi politici, sociali e storici del tempo. Non rimase chiusa entro le personali problematiche esistenziali e letterarie, anzi, le problematiche di grande attualità ingombrarono per sempre il suo giovane animo. Dopo l'unità d'Italia e la liberazione dal dominio borbonico, nel 1861 Laura non aveva più necessità di nascondere la sua passione politica-nazionale e i suoi ideali patriottici e liberali. Laura scrisse molte poesie dedicate direttamente o indirizzate a Garibaldi,vero eroe di Laura Battista e del Popolo Italiano.Non ancora maggiorenne, Laura fu in grado di studiare da autodidatta grazie alla sua inclinazione a conoscere, che la spinse, insieme al suo innato interesse per l’attualità, a studiare diverse lingue straniere come l’Inglese, il Francese e il Tedesco. Così comincio anche a tradurre opere di Thomas Moore, Johann Wolfgang von Goethe, John Milton, George Gordon Byron e Maria Wagner. Tutti autori che a differenza sua non erano condannati a vivere incompresi in un luogo isolato. Ad un certo momento, le fu imposto di rallentare con gli studi per non compromettere ulteriormente la propria salute. Tuttavia, questa sua incessante necessità di apprendere la spinse, nel 1874, a prendere in considerazione il ramo dell’insegnamento. È così che nello stesso anno venne nominata maestra del Convitto Magistrale di Potenza. Vi rimase per pochi mesi, essendo stata costretta il 22 marzo 1875 a lasciare presto l'incarico, sia per ragioni di salute, sia perché nel 1870 aveva sposato il conte Luigi Lizzadri, appartenente ad una delle più antiche famiglie di Tricarico, figlio di Francesco Maria e Rosalba De Deo, originaria di Minervino Murge, e discendente del giovane martire dei moti napoletani del 1794, Emmanuele De Deo. Vivere a Tricarico la condannò ad una maggiore condizione di isolamento, nonostante il paese fosse tra i più grossi centri della regione dopo Potenza e Matera. Luigi Lizzardi non fu né un marito affettuoso e attento, né un buon padre ed era descritto da chi lo conobbe come ozioso signorotto dedito al gioco e alle donne. Non trovò amore, dunque Laura, nel suo matrimonio combinato, come testimoniano le non poche liriche scritte tra il 1759 e 1873 dedicate alla sua famiglia e a quella dei Lizzadri. Laura era sofferente nel fisico e nobile nei sentimenti e non riuscì a vivere tranquillamente la sua vita coniugale scossa dalle precarie condizioni economiche e dalla perdita di quattro dei suoi cinque figli. Soltanto il figlio Francesco Nicola Arnaldo sopravvisse, invece le altre quattro figlie femmine Rosalba, Raffaella, Margherita ed Ermenegilda morirono l’una dopo l’altra caricandola di altro dolore. Infatti molte furono le poesie scritte in memoria delle sue figlie. La morte delle quattro figlie rappresenta un decadimento psichico e fisico nella vita di Laura, consolata solo dal figlioletto e dalla poesia. Trascorse anni infelici, attendendo una gloria irraggiungibile, fino a quando non decise di dedicarsi nuovamente all'insegnamento. Nel 1879,Laura pubblicò la sua raccolta di 81 liriche,‘Canti’, presso la Tipografia Conti di Matera, dedicandola ai figli perduti. La lontananza da casa e il lavoro per lei impegnativo, accrebbero la sua spossatezza e non migliorarono le sue condizioni di salute. Ammalatasi, dovette ritirarsi dall'insegnamento e tornare rapidamente a Tricarico, dove si spense, qualche mese dopo, il 9 agosto 1884 nel palazzo di famiglia a trentotto anni. La sua tomba andò distrutta negli anni ottanta del Novecento.

Umberto Veronesi



(Milano, 28 novembre 1925 –  8 novembre 2016) è stato un oncologo e politico italiano. Fondatore e Presidente della Fondazione Umberto Veronesi, ha fondato e ricoperto il ruolo di direttore scientifico e di direttore scientifico emerito dell'Istituto europeo di oncologia. È stato direttore scientifico dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano dal 1976 al 1994. Ha ricoperto l'incarico di Ministro della sanità dal 25 aprile 2000 all'11 giugno 2001 nel Governo Amato II. La sua attività clinica e di ricerca è stata incentrata per decenni sulla prevenzione e sulla cura del cancro. In particolare si è occupato del carcinoma mammario, prima causa di morte per tumore nella donna; in tale ambito è stato il primo teorizzatore e strenuo propositore della quadrantectomia, dimostrando come nella maggioranza dei casi le curve di sopravvivenza di questa tecnica, purché abbinata alla radioterapia, sono le medesime di quelle della mastectomia, ma a impatto estetico e soprattutto psicosessuale migliore. Si è inoltre distinto per la sua lotta in difesa dei diritti degli animali. Cresciuto nei sobborghi agricoli adiacenti a Milano con quattro fratelli maggiori e una sorella minore, il giovane Veronesi si conquistò lo status di “cittadino” da sé e con le proprie forze, come egli stesso racconta: «Mio padre era un fittavolo della pianura lombarda, stavamo fuori Milano, anche se non lontanissimi. La vedevamo come la grande meta di chi vive nei sobborghi. Quindi la nostra grande speranza era di diventare “cittadini”: si andava a scuola facendo 4-5 chilometri a piedi tutte le mattine, anche in pieno inverno, con i nostri calzoni corti, con quella cultura naturalistica del mondo agricolo. La conquista è stata lenta, ma ci ha molto gratificato come tutte le grandi forme di emancipazione.»  Fu bocciato per due volte al ginnasio. Ricorderà: «Da ragazzo mi vedevo bruttissimo, ero convinto che le ragazze non potessero degnarmi di uno sguardo, ed ero sicuro che nessuna mai si sarebbe innamorata di me. Forse perché ero davvero troppo alto per la mia età [...]. E per sfogare questo senso di inadeguatezza facevo il monello e mi rifiutavo di studiare.»  Data la precoce scomparsa del padre, fu per lui fondamentale la figura materna, Erminia Verganti (a cui ha dedicato il libro Dell'amore e del dolore delle donne): «Mia madre mi ha fatto da padre, da sorella maggiore, da compagna di viaggio, perché io ho perso mio padre a 6 anni... un bambino ha bisogno di una guida e mia madre è stata la grande guida, una donna profondamente religiosa... mi ha insegnato due cose importanti: una è la tolleranza... e l'altra è ricercare le cause degli eventi; se una persona ti è ostile, non limitarti a respingerla o a trattarla male: se ti è ostile, una ragione c'è e tu devi individuarla.» Ha scritto anche, riguardo alla propria giovinezza: «In casa parlavamo dialetto. La sera, nell'ampia cucina con il grosso camino, unica fonte di calore nelle giornate di freddo, mia madre intonava il rosario e tutti dovevamo seguirla. Mio padre conservava una vecchia bandiera rossa. Aveva le sue idee di socialista alla Turati, riformista, che ho ereditato. E un giorno arrivarono gli squadristi per dargli una lezione. Ma lui si era nascosto nei campi e loro se ne andarono. Qualche anno dopo, quando ero entrato in clandestinità, sarebbe capitato anche a me di scappare. Fascisti e tedeschi mi davano la caccia, una soffiata li avvisò che mi trovavo in città. [...] Mi salvai grazie all'Angiolina, la portinaia, che fece una cosa molto coraggiosa: li lasciò salire in ascensore, poi tolse la corrente. Un anno prima, non ero invece riuscito a scappare da un campo minato.  Ci vollero otto interventi per togliermi le schegge. Tutte tranne una tra la vena cava e l'aorta, e me la porto ancora addosso, facendo suonare i detector ogni volta che oltrepasso le barriere degli aeroporti.» Veronesi è nato in una famiglia cattolica ed è stato anch'egli praticante, ma si è allontanato dalla religione a partire dai 14 anni, divenendo agnostico. Ha in seguito dichiarato che lo studio dell'oncologia l'ha sempre più convinto della non esistenza di Dio. Sposato con Susy Razon (una pediatra ebrea di origini turche, sopravvissuta ai campi di concentramento), Veronesi ha sette figli (cinque maschi e due femmine), due dei quali, Paolo e Giulia, hanno seguito le sue orme e sono chirurghi, mentre un terzo, Alberto Veronesi, fa il direttore d'orchestra. Laureatosi in Medicina e Chirurgia presso l'Università Statale di Milano nel 1951, specializzatosi in Chirurgia presso l'Università degli studi di Pavia nel 1956, decide di dedicarsi allo studio e alla cura dei tumori: dopo alcuni soggiorni all'estero (Inghilterra e Francia) entra all'Istituto Nazionale dei Tumori come volontario e ne diventa direttore generale nel 1975. Nel 1965 ha partecipato alla fondazione dell'AIRC e ha fondato nel 1982 la Scuola europea di oncologia. Dal 1985 al 1988 presidente dell'Organizzazione europea per la ricerca e la cura del cancro. Contrario per principio allo sciopero dei medici («È uno strumento di lotta legittimo [...] ma, secondo me, non di chi, medico, lavora in ospedale»), nel 1981 è stato minacciato di morte dalle Brigate Rosse, come spiegato da lui stesso: «Qualche giorno dopo l'uccisione del direttore sanitario del Policlinico Luigi Marangoni [...] trovai le segretarie in lacrime. Mi fecero leggere una lettera di minacce con la stella a cinque punte: «Lei è un cadavere ambulante». Andai in questura per chiedere che cosa dovevo fare. «Non possiamo darle la scorta, ma solo dei consigli. Non esca mai alla stessa ora, cambi il numero di telefono, se può cambi abitazione o, perlomeno, non vada a dormire sempre nello stesso posto. Viva in modo irregolare.» Così ho fatto per un po' di tempo. La cosa irritante era che tutte le notti squillava il telefono, prima verso l'una, poi alle due, alle tre, e così fino all'alba. In questura insistettero perché cambiassi numero. Così feci, ma il giorno dopo le telefonate notturne ripresero. Cambiai una seconda volta e di nuovo il telefono tornò a squillare. Lo dissi in questura e mi risposero che c'erano talpe infiltrate ovunque. Trascorsi un periodo strano. Provavo un bizzarro senso d'avventura, perché la mia esistenza era stata sconvolta nelle abitudini, negli orari, nel lavoro. Devo dire che accettai le cose senza farne un dramma.» Ha fondato, nel 1991, ed è stato direttore scientifico dell'IEO - Istituto europeo di oncologia una prima volta dal 1994 al 2000 e, successivamente, dal 2001 al 2014. Nel 2003 ha dato vita alla Fondazione Umberto Veronesi per il progresso delle scienze, con l'obiettivo di sostenere la ricerca scientifica a livello nazionale in oncologia, cardiologia e neuroscienze e promuovere la divulgazione scientifica. Il nome di Veronesi è legato a contributi scientifici e culturali riconosciuti e apprezzati in tutto il Mondo. I contributi scientifici più rilevanti riguardano l'invenzione della chirurgia conservativa per la cura dei tumori mammari.  Nel 1993 è stato nominato dall'allora ministro della Sanità Raffaele Costa membro della commissione nazionale incaricata di redigere un piano contro le malattie tumorali. Nel 1998 è stato membro della commissione che dovette giudicare gli effetti della cura anti-cancro nota come “terapia Di Bella”. Nel 2009 è diventato "ambassador" del movimento Internet for Peace, fondato dalla rivista Wired Italia con lo scopo di candidare internet al premio Nobel per la pace nel 2010. Nel 2009 con la sua Fondazione avvia il progetto Science for Peace, un movimento internazionale per la pace guidato da personalità del mondo scientifico, tra cui diversi premi Nobel. Lo scopo è affrontare le cause alla radice di conflitti e disuguaglianze con approccio scientifico e proporre soluzioni concrete per il loro superamento. A questo riguardo Veronesi (che si è definito «un pacifista estremista») ha affermato: «Io ho iniziato il movimento per la pace universale, ma nel senso tolstojano, la pace non come assenza di guerra, o non solo come assenza di guerra, ma come ritorno ad una condizione naturale, pacifica, profonda del nostro pensiero. Quindi ci stiamo battendo per la pace nel mondo, contro le guerre, contro le armi, contro i soprusi, contro le violenze, contro la pena di morte, a favore delle donne la cui identità è calpestata in molti paesi. E quindi potremmo dire che è un grande movimento per la non violenza.» Umberto Veronesi si è spento  all'età di quasi 91 anni, nella sua casa di Milano. I funerali con rito laico si sono svolti nel Palazzo Marino sede del comune di Milano, alla presenza di moltissima gente comune e del Sindaco di Milano Giuseppe Sala, il figlio Alberto Veronesi lo ha omaggiato con due brani musicali, di Beethoven e Puccini. Dopo, la salma dell'oncologo è stata cremata.




Lettera all' inquilino


  1. Signor abitante, Vorrei informarla che il contratto d’affitto accordatole da milioni di anni è in scadenza.
  2. Dobbiamo rinnovarlo, tuttavia dobbiamo sistemare alcuni punti fondamentali:
  3. Dovrà pagare il conto della corrente elettrica. È molto alto! Come ha potuto spendere così?
  4. Dapprima fornivo acqua in abbondanza, ma oggi non dispongo più di simili quantità. Dobbiamo rinegoziare il suo utilizzo.
  5. Se vi ho dato tanta terra, come mai alcuni mangiano abbastanza mentre altri stanno morendo di fame? Se si prenderà cura della terra, ci sarà cibo per tutti!
  6. Ha tagliato gli alberi che offrivano ombra, aria ed equilíbrio. Il sole è cocente e il caldo è aumentato. Dovrà ripiantarne di nuovi!
  7. Tutti gli animali e le piante dell’immenso giardino devono essere curati e preservati. Ho cercato alcuni animali e non li ho più trovati. So che loro esistevano quando le affittai la casa...
  8. Non ho visto i pesci che abitavano i fiumi e i laghi. Li ha pescati tutti? Dove sono?
  9. Dovrà verificare gli strani colori nel cielo! Non vedo più l’azzurro!
  10. Parlando di rifiuti, che sporcizia!!! Per strada ho trovato oggetti strani... polistirolo, gomme d’auto, plastiche...
  11. Bene... dobbiamo parlarne. Devo sapere se vorrà continuare ad abitare qui. Avrei avuto piacere di averla sempre con me, ma a tutto c’è un limite. In caso affermativo, cosa può fare per rispettare il contratto?
  12. Potrà cambiare? Attendo risposte e provvedimenti...
  13. La tua casa, PIANETA TERRA.

La camomilla


 

La camomilla ha benefici che possono cambiarci la vita.

La camomilla è un fiore che possiede numerosissime proprietà medicinali e terapeutiche. Il suo infuso viene consumato in tutto il mondo, sopratutto per le sue proprietà calmanti.
La camomilla possiede proprietà utilissime per la salute orale, della pelle e dei capelli. Di seguito ti elenchiamo i principali benefici e proprietà della camomilla.
La proprietà medicinale più conosciuta della camomilla è senza dubbio quella legata al sollievo di qualsiasi condizione degli organi digestivi. E’ ottima per migliorare la digestione, favorire l’espulsione dei gas intestinali, alleviare il mal di stomaco, evitare nausea e alleviare coliche, gastriti ed ulcere. 
Tali proprietà sono dovute alla capacità della camomilla di agire come rilassante muscolare. Avendo proprietà antinfiammatorie, la camomilla riduce l’infiammazione delle mucose di stomaco e intestino.
L’infuso di camomilla è molto utile per ridurre i livelli di colesterolo. La colina, una vitamina contenuta nella camomilla, è ottima per favorire l’eliminazione dei grassi dal sangue. Le persone con problemi di colesterolo alto possono bere due tazze di camomilla al giorno per regolarlo e riportarlo a livelli normali. 
Un’altra delle proprietà medicinali più popolari della camomilla è la capacità di alleviare i dolori mestruali e premestruali. La camomilla possiede un’azione estrogenica e calmante.
Grazie alle sue proprietà antinfiammatorie e antisettiche, la camomilla è ottima per curare congiuntivite, orzaiolo, miopia e affaticamento degli occhi. Inoltre, è utilissima per alleviare i dolori articolari e, se usata come collutorio, può alleviare il mal di denti.
La camomilla protegge pelle e capelli, eliminando le impurità e riducendo le irritazioni.

IL TEMPO.....


C'era una volta un pover'uomo che chiedeva qualche spicciolo all'angolo di una strada. era conosciuto da molti negozianti e passanti della zona come una persona mite e che non dava assolutamente alcun fastidio: si limitava con molta discrezione ad esporre il suo cappello ed un breve biglietto per raccontare la sua storia.
Con regolarità passava da lui un signore molto distinto, che si fermava a parlare con lui. All'inizion nessuno dei vicini ci fece caso, ma poi questa presenza periodica iniziò ad attirare l'attenzione.
Qualcuno notò che questo signore, sempre ben vestito, non lasciava mai neanche un soldo, e così incominciarono a circolare critiche di tutti i generi sulla "tirchieria" di questo personaggio. Tuttavia l'ometto sembrava sempre molto contento di vederlo.
Una volta uno dei negozianti presso cui il nostro ometto stazionava, dopo che il signore distinto fu andato via, gli chiese:
"Come stanno andando le entrate oggi?"
"Molto poco... anzi quasi nulla..."
In quel momento passò una signora che lasciò qualche centesimo... Al che il negoziante aggiunse con una punta di sarcasmo:
"Certo però che se almeno quel signore così distinto ti desse una frazione dei suoi averi, potresti evitare di stare qui tutto il giorno..."
"Oh, no, non è così - rispose l'ometto - Sai chi è quello? Quello è il presidente di una grande società: per parlare con lui la gente fa la fila per settimane. Ogni minuto del tuo tempo vale un sacco di soldi..."
"E allora? A maggior ragione dovrebbe dare di più..."
"Ma lui da di più... Mi dona ogni giorno il bene più prezioso che ha una cosa che non si riguadagna: un po' del suo tempo per ascoltarmi e per farmi sentire importante per qualcuno... E' qualcosa che non potrà più avere in nessun modo, perchè il tempo non ritorna..."

Web.

28 novembre San Giacomo della Marca



Religioso e sacerdote

Monteprandone, Ascoli Piceno, 1394 - Napoli, 28 novembre 1476

Etimologia: Giacomo = che segue Dio, dall'ebraico
Il tempo che precedette la Riforma protestante fu caratterizzato dalla solida e grandiosa opera di alcuni predicatori, fra loro uno fu davvero grande e venne anche scomunicato, si chiamava San Giacomo della Marca (1393-1476), la cui festa liturgica cade il 28 novembre. Fra il XIV e XV secolo la Chiesa era soggetta alle corruzioni e allo stesso tempo molti eretici andavano imbrogliando sia Fede che dottrina. Un poco di ordine, benché si stesse preparando il terreno sul quale avrebbe agito l’eresiarca Lutero, venne portato da questi impavidi predicatori. Nato a Monteprandone (Ascoli Piceno), a 22 anni, in Santa Maria degli Angeli, prese il saio francescano dalle mani di San Bernardino da Siena. La sua vita fu di estrema penitenza. Si sottoponeva a sette quaresime durante l’anno e negli altri giorni i suoi pasti consistevano in una scodella di fave cotte nell’acqua. Malato, ricevette sei volte l’Estrema Unzione, eppure resistette nella faticosa vita dei predicatori itineranti. Una cosa sola temette nella sua esistenza, che il dolore fisico lo distraesse dalla preghiera. Dalla catechesi di San Bernardino (intorno al quale si formarono altri valenti predicatori come San Giovanni da Capestrano, Alberto da Sarteano, Matteo di Girgenti) mutua le tecniche vocali e gestuali, i contenuti e la struttura del sermo, prediligendo la trattazione di temi etico-politici, utilizzando materiali provenienti dai testi della teologia morale e del diritto canonico; fa ampio uso di exempla, spesso presentati in forma drammatizzata; utilizza per lo più il volgare; si impegna nel sostenere la diffusione della devozione al nome di Gesù e insiste su alcuni obiettivi polemici ricorrenti: le pratiche superstiziose, il lusso, il gioco, la bestemmia, l’usura (ideò i Monti di Pietà per liberare le vittime degli usurai). Le sue omelie sono tuoni che destano anche gli spiriti più recalcitranti. Esse si nutrono di riferimenti biblici, ma il santo prende spunti anche dalla scrittura dantesca. Nessuno può sonnecchiare o distrarsi quando si assiste a queste prediche di formidabile efficacia, dall’andamento anche teatrale, ma che spesso raggiungono lo scopo: convertire. È un francescano fuori dal comune per la sua signorilità: sicuro e determinato, sa conciliare carità e fuoco del Giudizio di Dio; è teologo e inquisitore severo, ma pietoso. La sua predicazione, oltre a suscitare fin da subito apprezzamento ed entusiasmo da parte dei fedeli, si traduce in riforme degli Statuti di alcune città e in numerose fondazioni di confraternite. Dal 1423 al 1425 predica a più riprese nella zona di Jesi, dove sono presenti gruppi aderenti alla setta dei fraticelli e nel 1426 Papa Martino V lo incarica di predicare contro questa setta in tutta Italia e viene affiancato dal confratello Giovanni da Capestrano. Nel 1432 è inviato in Europa orientale e i suoi successi non si fanno attendere, così, alla fine del 1435, Sigismondo di Lussemburgo, re di Ungheria, lo vuole nella sua residenza di Tata, presso Buda, come consulente nell’incontro tra i delegati del Concilio di Basilea e i rappresentanti del Regno di Boemia, nel quale era ancora viva l’eresia hussita. Da quel momento la sua azione antiereticale si estende dalla Bosnia all’Ungheria, dove predica contro gli hussiti in fuga dalla Boemia. Nell’agosto del 1436 il Papa lo nomina inquisitore di Austria e Ungheria concedendogli ampi poteri e permettendogli di erigere nuovi conventi in quelle terre. L’appoggio dell’Imperatore e del Pontefice, oltre che il titolo di legatus del Concilio di Basilea, non sono però sufficienti a garantirgli l’intoccabilità e non solo riceve persecuzioni da parte del clero locale, non solo tentano di ucciderlo più volte, ma subisce anche una scomunica da parte di Simone, arcidiacono di Bacs. Assunse anche il compito di predicare a favore della crociata contro i Turchi: a questo scopo nel 1443 fu nominato da Eugenio IV nunzio apostolico. Venne proposto pure Arcivescovo di Milano, ma rifiutò l’incarico. Tra le attività dell’ultima fase della sua vita va ricordata la costituzione della biblioteca del convento di Santa Maria delle Grazie di Monteprandone, nella quale il Santo riuscì a radunare circa duecento codici; essi costituivano una vera e propria officina del predicatore, contenente modelli e abbozzi di sermoni, raccolte di passi scritturali, exempla e auctoritates teologiche e giuridiche. Tutto ciò serviva per combattere gli errori e salvare le anime. Oggi, sotto la tirannia del relativismo, San Giacomo della Marca non sarebbe considerato un combattente per la Fede, ma uno, probabilmente, da scomunicare, come qualcuno già all’epoca fece.

Autore:
Cristina Siccardi

Ghianda acrostico