domenica 31 agosto 2025

La Sisa

Il monte i tigli della Sisa guarda
e l'annosa dimora del poeta;
in breve specchio un fiumicel s'attarda;
d'allodole e di nidi il pian s'allieta.
Civetta e passerotti
s'adocchiano pei coppi;
'na rosa carnicina sogguarda
e poi s'inchina
alla portu serrata
del cor, che l'ha piantata
andato è via pel mondo
a fare un giro in tondo.
La Sisa è una terra abbandonata.
Tornate su, pastore, al vecchio nido,
chè fior più bello mai vi apparirà;
e là cè la Mariola, che allo spiedo
mangiar gustosi vi preparerà.
Che canta l'usignolo,
se lasciato da solo?
Chi fa una serenata
a finestra serrata,
a vol di pipistrelli?
Se ride in cieloil sole,
ritorna Beltramelli,
ch'è sempre un romagnolo.
La Sisa è una terra innamorata.


La Sisa è una borgata sperduta fra campi ubertosi e praterie, presso la riva destra del fiumicello- torrente Ronco, a sette od otto chilometri di distanza da Forli. 

La pace è con voi


E c’era al fondo di un lungo sentiero
una chiesuola piccina piccina;
guardava nell’ombra il suo cimitero
tra la mortella e l’erba cedrina.
Aveva pure la sua campanella
che non cantava né all’alba né a sera…

Brucavan le capre sui prati ed i buoi
aravan la terra lontana, ed allora
dai cieli remoti scendeva una voce
pei monti distesi ad un’ombra, a una croce:
“Dormite, fratelli, la pace è con voi!”.

La pace di Dio
pei cari lontani che non tornano più.

Antonio Beltramelli

Antonio Beltramelli


Antonio Beltramelli 

è stato uno scrittore, poeta e giornalista italiano.
Nato da una famiglia di possidenti decaduta – il padre era impiegato della civica esattoria e consigliere comunale (e poi provinciale) tra le file dei monarchici –, lasciò il ginnasio per entrare all'Accademia militare di Modena da dove dovette allontanarsi per la precoce miopia. Si diplomò all'Istituto tecnico di Forlì, quindi si laureò alla Scuola superiore di Scienze sociali di Firenze con l'idea di dedicarsi alla carriera diplomatica. Trasferitosi a Roma, pur senza mai lasciare del tutto né Forlì né la Romagna, divenne un apprezzato giornalista, prima alla Tribuna e poi nell'appena fondato Giornale d'Italia dove reicontrò Sem Benelli, già suo compagno di studi universitari. Corrispondente del Corriere della Sera dal 1907 al 1910, viaggiò in varie nazioni. A Forlì collaborò a un giornale monarchico-costituzionale, La Difesa, fondato nel 1910 da Ezio Maria Gray e voluto proprio dai liberali monarchici per contrastare due agguerriti giornali locali, Il Pensiero Romagnolo, repubblicano diretto dal parlamentare Giuseppe Gaudenzi, (vi collaborerà da lì a poco Pietro Nenni, nominato segretario della Camera del Lavoro repubblicana nata dalla scissione dalla Camera del lavoro socialista) e La Lotta di Classe, il giornale fondato proprio nel 1910 da Benito Mussolini, capo dei socialisti forlivesi che nell'intera Romagna erano in stragrande maggioranza massimalisti. In quel periodo Beltramelli darà questo ritratto del suo quasi coetaneo Mussolini: "Lo vedo sempre o quasi sempre solo, attraversare la grande piazza di Forlì evitando i portici, per non incontrare forse quella gente che lo infastidiva: il bavero rialzato, il cappello sugli occhi, la testa bassa. Una fitta barba nera, il volto pallido". Nel 1921 fondò e poi diresse il mensile (in seguito quindicinale) Giro Giro Tondo, della Mondadori, nel quale pubblicò sotto diverse abbreviazioni e sigle (ad esempio, Belt); con lui collaborava l'illustratore Bruno Angoletta. L'idea ebbe inizialmente molto successo, anche all'estero, tanto che Beltramelli pensava di farne una rivista di respiro internazionale, che potesse unire tutti i bambini d'Europa. Purtroppo nel prosieguo dell'esperienza le vendite non furono all'altezza delle aspettative. La rivista confluì quindi nel Giornalino della domenica (1925), comparendovi come inserto autonomo.Nel 1923 ottenne un grande successo con la sua biografia di Mussolini, intitolata L'uomo nuovo. Nel 1925 Antonio Beltramelli portò nella sua "Villa Sisa", pochi chilometri a nord di Forlì, la cantante lirica giapponese Yoshiko Fausta, detta anche Cichita, per poi sposarla. Nel 1929 fu nel primo gruppo di nominati nell'Accademia d'Italia. Morì a 51 anni.

Era un omino piccino piccino

Come un baleno passò
il fiammeggiante congegno nel cielo
tutta la folla tremò
seguendo in ansia il suo rapido volo
in quella notte senza fine
ognuno un cuore ritrovò
e il disco veloce calò
tra i fiori si posò
la cupola si aprì
ed un curioso omino uscì.
Era un omino piccino piccino
con un vestito di stile un po’ strano
negli occhi aveva uno sguardo sereno
e una colomba dipinta sul cuor.
Ad ogni rosa lui tolse le spine
e disse a tutti vogliatevi bene
poi sorridendo nel cielo svanì
era un omino piccino così.
Ah se potesse accader
che un abitante di un mondo lontano
verso l’amore sincer
il nostro cuore portasse per mano
come il poeta sognatore
è tanto bello immaginar
l’omino disceso dal ciel
che piccolin così
il bene ci insegnò
ed al suo mondo ritornò.
Era un omino piccino piccino
con un vestito di stile un po’ strano
negli occhi aveva uno sguardo sereno
e una colomba dipinta sul cuor.
Ad ogni rosa lui tolse le spine
e disse a tutti vogliatevi bene
poi sorridendo nel cielo svanì
era un omino piccino così.

cantata da Natalino Otto

Sorridi


 

Aprite la coscenza

 


L'amore non è


 

Se arriva.........

 


Quando un adulto piange davanti a un bambino

Quando un adulto piange davanti a un bambino, accade qualcosa di magico. In quel momento, si sgretola il muro che spesso erigiamo tra le nostre emozioni e quelle dei più piccoli.

Non ci sono più giudizi, né censure, solo un'ondata di vulnerabilità che ci unisce in un abbraccio silenzioso. Il bambino, con la sua semplicità e la sua onestà, non giudica le nostre lacrime, ma le accoglie con naturalezza, offrendoci un conforto inaspettato. In quei momenti, impariamo che piangere non è un segno di debolezza, ma di forza.
È un modo sano per esprimere le nostre emozioni e per liberarci da un peso che ci opprime, eppure, da adulti, tendiamo a reprimere le nostre lacrime, temendo il giudizio degli altri dimenticando che anche noi, un tempo, abbiamo pianto liberamente, senza vergogna.
La bambina interiore che ognuno di noi porta nel cuore, in quei momenti, si sveglia dal suo torpore e ci chiama. Vuole essere vista, ascoltata e confortata. Vuole che le ricordiamo che è parte integrante di noi, che le nostre emozioni sono valide e che ha il diritto di essere espresse.
Quando ci permettiamo di piangere davanti a un bambino, gli insegniamo l'importanza di essere se stessi, di accogliere le proprie emozioni, sia quelle positive che quelle negative. Gli mostriamo che è normale sentirsi tristi, arrabbiati o confusi, e che va bene chiedere aiuto quando ne abbiamo bisogno.
In fondo, è proprio questo che desideriamo tutti: essere accettati per quello che siamo, senza filtri e senza maschere e se possiamo imparare questo dai bambini, allora abbiamo fatto un grande passo avanti nel nostro percorso di crescita personale.

web

31 agosto San Giuseppe d'Arimatea

San Giuseppe d'Arimatea 
Nobile decurione
I secolo

Patronato: Funerali

Etimologia: Giuseppe = aggiunto (in famiglia), dall'ebraico

Emblema: Chiodi, Ampolla

I pochi riferimenti storici si desumono dai quattro Evangelisti allorquando narrano la deposizione e la sepoltura di Gesú. Originario di Arimatea, di condizione assai agiata, era un discepolo di Gesú, ma come Nicodemo non aveva dimostrato la propria fede per paura dei Giudei, fino al periodo della Passione. Tuttavia durante il processo di Gesú, partecipando alle sedute del sinedrio, per il senso di giustizia che l'animava e per l'aspettativa del regno di Dio, aveva osato dissentire dai suoi colleghi non approvando le risoluzioni e gli atti di quell'assemblea. Anzi maggior coraggio dimostrò dopo la morte del Maestro, quando arditamente, come si esprime Marco, si presentò a Pilato per ottenere la sua salma e darle degna sepoltura, impedendo così che fosse gettata in una fossa comune, con quella dei due ladroni. Nel pietoso intento, Giuseppe trovò collaborazione, oltre che nelle pie donne, anche in Nicodemo, accorso portando con sé aromi (mirra ed aloè). Giuseppe, secondo quando detto in Mt. 27,59, aveva comprato una bianca sindone. I due coraggiosi discepoli, preso il corpo di Gesú, lo avvolsero in bende profumate e lo deposero nel sepolcro nuovo, scavato nella roccia, che Giuseppe si era fatto costruire nelle vicinanze del Calvario. Era il tramonto quando Giuseppe "rotolata una grande pietra alla porta del sepolcro andò via". La storia ha qui termine, ma il personaggio non fu trascurato dalla leggenda ed in primo luogo dagli anonimi autori degli apocrifi. Nello pseudo-Vangelo di Pietro (sec. II) la narrazione non si distacca da quella del Vangelo; l'unica differenza sta nel fatto che Giuseppe chiese a Pilato il corpo di Cristo ancora prima della Crocifissione. Ricchi di nuovi fantastici racconti sono inveci gli Atti di Pilato o Vangelo di Nicodemo (sec. V), in cui si narra che i Giudei rimproverarono a Nicodemo e a Giuseppe il loro comportamento in favore di Gesú e che proprio per questo, Giuseppe venne imprigionato, ma, miracolosamente liberato, fu ritrovato poi ad Arimatea. Riportato a Gerusalemme narrò la prodigiosa liberazione. Ancora piú singolare è una narrazione denominata Vindicia Salvatoris (sec. IV?), che ebbe poi larghissima diffusione in Inghilterra ed Aquitania. Anzi, a questo opuscoletto si è voluto dare un intento polemico contro Roma, giacchè il Vangelo sarebbe stato diffuso in quelle zone non da missionari romani, ma da discepoli di Gesú. Il racconto si dilunga nel descrivere l'impresa di Tito, figlio dell'imperatore Vespasiano, che partì da Bordeaux con un grande esercito per recarsi in Palestina a vendicare la morte di Gesú, voluta ingiustamente dai Giudei. Occupata la città, trovò Giuseppe in una torre dove era stato rinchiuso dai Giudei perché morisse di fame e di stenti; egli era invece sopravvissuto per nutrimento celeste. Già Gregorio di Tours faceva menzione di questa prigionia di Giuseppe. Altre leggende di origine orientale riferiscono che Giuseppe fu il fondatore della Chiesa di Lydda, la cui cattedrale fu consacrata da s Pietro. Ma nell'ambiente francese ed inglese dei secc. XI-XIII la leggenda si colorì di nuovi particolari inserendosi e confondendosi nel ciclo del Santo Graal e del re Artù. Secondo una di queste narrazioni Giuseppe, prima di seppellire Gesú, ne lavò accuratamente il corpo tutto cosparso di sangue, preoccupandosi di conservare quest'acqua e sangue in un vaso, il cui contenuto fu poi diviso fra Giuseppe e Nicodemo. Il prezioso recipiente si tramandò da Giuseppe ai suoi figli e cosí per varie generazioni fino a quando venne in possesso del patriarca di Gerusalemme. Questi nel 1257, temendo cadesse in mano degli infedeli, su consiglio dei suffraganei, lo consegnò ad Enrico III d'Inghilterra, perchè lo tutelasse. Altre leggende, pur collegandosi alla precedente, riferiscono che Giuseppe, con il prezioso reliquiario, peregrinò accompagnato da vari cavalieri per evangelizzare la Francia (alcuni racconti dicono che sarebbe sbarcato a Marsiglia con Lazzaro e le sue sorelle Marta e Maria), la Spagna (dove sarebbe andato con s. Giacomo, che lo avrebbe creato vescovo!), il Portogallo ed infine l'Inghilterra. Quivi il vaso (il Santo Graal) andò smarrito e solo un cavaliere senza macchia e senza paura l'avrebbe ritrovato. Questa leggenda del Santo Graal fa parte del ciclo di Lancillotto e specialmente della 'Estoire du Graal', che non è altro che una versione in prosa del poema di Roberto di Boron. Forse questa diffusione della leggenda in Francia si collega anche alla narrazione riguardante le ossa di Giuseppe. Un racconto del sec. IX riferisce che il patriarca Fortunato di Gerusalemme per non essere catturato dai pagani, fuggí in Occidente al tempo di Carlo Magno portando con sé le ossa di Giuseppe d'Arimatea; nel suo peregrinare si fermò per ultimo nel monastero di Moyenmoutier, di cui divenne abate. Le reliquie del santo furono poi trafugate dai canonici. Il culto più antico sembra però stabilito in Oriente. In alcuni calendari georgiani del sec. X la festa è menzionata il 30, 31 agosto o anche la terza domenica dopo Pasqua. Per i Greci invece la commemorazione era il 31 luglio. In Occidente fu particolarmente venerato a Glastonbury in Inghilterra, ove, secondo una tradizione, avrebbe fondato il primo oratorio. Nel Martirologio Romano fu inserito al 17 marzo dal Baronio. Al compilatore degli Annali l'inserimento fu suggerito dalla venerazione che i canonici della basilica vaticana davano ad un braccio del santo, proprio il 17 marzo. Al tempo del Baronio la più antica documentazione della reliquia era uno scritto del 1454. Tuttavia nessun martirologio occidentale prima di tale data faceva menzione di culto a s. Giuseppe d'Arimatea.


Autore: 
Gian Domenico Gordini




sabato 30 agosto 2025

Sera dei Santi

Sera dei Santi

Pioviscola.  C'è un'ombra di turchino
sul monte, ma la valle è tutta nera.
A casa, bimbi, che scende la sera
e i Santi ora si mettono in cammino...
Le castagne son cotte a poco a poco
nella cenere calda: e che profumo!
Sale su per la cappa un fil di fumo!
e dai vetri si vede ardere il fuoco.
 Térésah

La rota del cielo



Una rota si fa in cielo
di tutti i Santi in quel giardino,
là ove sta l'Amor divino,
che s'infiamma dell'amore.

In quella rota vanno i Santi
e gli angeli tutti quanti.
Allo Sposo van davanti:
tutti danzan per amore.

Jacopone da Todi

La penna

Se sai fare, io vivo.
Sono la penna:scrivo
parole dolci e chiare,
quelle che sai parlare.

In un rivolo nero 
esprimo il tuo pensiero;
grido, rido, saluto,
in un rivolo muto.

Fiorisce per incanto
nella pagina un canto;
nel quaderno favella
una pagina bella.

Che sono dunque? Un tarlo
che fa cri-cri-cri? Parlo
come un fanciullo vivo.
Ascolta : scrivi, scrivo.

Francesco Lanza

L'uccellino del freddo

Viene il freddo. Giri per dirlo
tu, sgricciolo, intorno le siepi;
e sentire fai nel tuo zirlo
lo strido di gelo che crepi.
Il tuo trillo sembra la brina
che sgrigiola, il vetro che incrina...
trr trr trr terit tirit...

Viene il verno. Nella tua voce
c’è il verno tutt’arido e tecco.
Tu somigli un guscio di noce,
che ruzzola con rumor secco.
T’ha insegnato il breve tuo trillo
con l’elitre tremule il grillo...
trr trr trr terit tirit... 

Nel tuo verso suona scrio scrio,
con piccoli crepiti e stiocchi,
il segreto scricchiolettio
di quella catasta di ciocchi.
Uno scricchiolettio ti parve
d’udirvi cercando le larve...
trr trr trr terit tirit... 

Tutto, intorno, screpola rotto.
Tu frulli ad un tetto, ad un vetro.
Così rompere odi lì sotto,
così screpolare lì dietro.
Oh! lì dentro vedi una vecchia
che fiacca la stipa e la grecchia...
trr trr trr terit tirit... 

Vedi il lume, vedi la vampa.
Tu frulli dal vetro alla fratta.
Ecco un tizzo soffia, una stiampa
già croscia, una scorza già scatta.
Ecco nella grigia casetta
l’allegra fiammata scoppietta...
trr trr trr terit tirit...

Fuori, in terra, frusciano foglie cadute.
Nell’Alpe lontana
ce n’è un mucchio grande che accoglie
la verde tua palla di lana.
Nido verde tra foglie morte,
che fanno, ad un soffio più forte...
trr trr trr terit tirit... 

Giovanni Pascoli

Voglio bene a chi me ne vuole

Voglio bene a chi me ne vuole, a chi mi ha dimostrato che è felice che io faccia parte della sua vita. Voglio bene a quelle persone che sanno donarmi sollievo e serenità, che sanno anche per poco tempo far sue le mie angosce e le mie paure. Voglio bene a chi anche in silenzio non si dimentica che esisto perché trova sempre il modo di rendermi partecipe della sua vita. Ho smesso di voler bene a chi poco ha da dare, pretendendo invece di avere. A chi non ascolta, ma sa solo parlare. Io vivo bene vicino a chi come me sa "essere" sempre sincero e soprattutto "vero"!
Nunzi Manzo.

Maria Santissima del Pozzo

 

Capurso (BA)

Nell’estate del 1705, in un piccolo paesino della Terra di Bari, Capurso (attualmente a circa 10 Km dal Capoluogo pugliese), un sacerdote, certo don Domenico Tanzella, versava in gravissime condizioni di salute e sembrava ormai destinato a concludere entro breve tempo la propria esistenza terrena, avendo i medici diagnosticato un male inguaribile. Una notte imprecisata di quell’anno, la Madonna apparve all’agonizzante sacerdote, promettendogli il recupero «della salute primiera» qualora avesse bevuto l’acqua del pozzo detto di “Santa Maria”, sito in località Piscino, ad un mezzo miglio dall’abitato, a destra della strada provinciale che conduce a Noicattaro, e fatto voto di erigere una Chiesa, a lei dedicata, con annesso convento dei frati francescani. Il Tanzella, all’indomani, con grande fatica, confidando nelle parole della Vergine, si portò al pozzo dove bevve l’acqua, riacquistando, miracolosamente ed istantaneamente, la piena salute. L’ultima domenica di agosto di quell’anno, 30 agosto 1705, egli, al fine di meglio adempiere al voto, accompagnato da suo fratello, Lorenzo, e da due amici, Michelangelo Portincasa ed il pittore locale Giovanni Battista Converso, si recò a visitare il pozzo di “Santa Maria”, al fine di rendersi meglio conto del miracolo. Scesero con una scaletta a pioli, essendo il pozzo in parte prosciugato. Ma nella difficoltà della discesa, la candela accesa, che aveva in mano uno di loro, cadde nell’acqua, continuando ciononostante ad ardere tranquillamente ed a far luce. L’evento prodigioso fu visto come chiaramente voluto da Dio. Spronati pertanto da ciò ed incuriositi, cominciarono ad esplorare le pareti del pozzo quando videro sull’intonaco, alla parte di mezzogiorno, una bellissima immagine della Madonna, di stile bizantino, che li guardava sorridente, forse opera di monaci basiliani, sfuggiti alla furia iconoclasta nel VII – VIII sec. Di qui l’origine del culto per la Madonna detta, dal luogo del rinvenimento della sacra immagine, “de Puteo”. Il pio sacerdote ed i suoi amici caddero in ginocchio e contemplarono a lungo la venerata immagine, rischiarata dalla tremolante luce delle candele che continuavano ad ardere nell’acqua. Quando il Tanzella ebbe terminato di pregare, decise di far staccare la delicatissima immagine dal muro, onde poterla esporre alla pubblica venerazione dei fedeli. Ed ecco verificarsi un nuovo prodigio. L’immagine della Vergine col Bambino, staccandosi miracolosamente dalla parete del pozzo, prima galleggiò sull’acqua e pochi istanti dopo andò a consegnarsi da se stessa nelle braccia del sacerdote. Questi, commosso, si affrettò a risalire con la preziosa icona tra le braccia, depositandola provvisoriamente nella sagrestia della chiesa che, a sue spese, stava costruendo in un suo podere. Tra i primi miracolati si ricorda una certa Caterina, moglie di Oronzo Maffiola, da lungo tempo impossibilitata a camminare, tanto che era conosciuta con il soprannome di “Caterina la storpia”. Appresa la notizia della prodigiosa guarigione del sacerdote e del rinvenimento miracoloso dell’Icona, si recò con fede nella piccola sacrestia dove era esposta l’immagine della Madonna per implorare la grazia della guarigione. Improvvisamente avvertì una nuova vigoria nelle gambe, si poté ergere in piedi, muovendo i primi passi e trovandosi totalmente guarita. Il 12 gennaio 1706 don Tanzella chiese ed ottenne dall’ Arcivescovo di Bari, mons. Muzio Gaeta Seniore, che la Cappella fosse benedetta ed aperta al pubblico. Il 9 febbraio di quell’anno, lo stesso Domenico Tanzella benedisse la Cappella, aprendola al pubblico culto sotto il titolo di S. Maria detta del Pozzo (dal luogo del rinvenimento) e di S. Lorenzo martire. Un altro prodigio si verificò giusto in quell’anno. Il pittore G. B. Converso era impegnato in quel periodo ad affrescare l’allora cappella inaugurata dal pio sacerdote, dove si custodiva l’immagine della Madonna del Pozzo. Fu allora che il pittore - come racconta M. Mariella nel suo “Il santuario di Capurso”- “spinto da necessità o ingordigia di ricchezze decise di rubare i tre donativi che la Madonna aveva ricevuti alcuni giorni prima”. Si trattava di donativi in oro che i miracolati avevano offerto alla Vergine in segno di devozione. Mariella continua: “Non appena il pittore ebbe rubato i monili, il cielo si oscurò e il giorno si mutò repentinamente in notte fonda”. Il Converso fu il primo sospettato del furto e fu, dunque, imprigionato. Solo successivamente confessò il reato riconsegnando l’oro. “Ed ecco il prodigio! … il cielo si rasserenò, i fulmini si dispersero e i tuoni cessarono come per incanto”.
Per vendicarsi, il pittore cercò di screditare in tutti modi don Domenico Tanzella fino al punto di inventarsi una storia che rendeva falso il ritrovamento dell’immagine della Madonna. Ma evidentemente l’intento non riuscì. Di fronte all’inattesa evoluzione degli eventi ed agli strepitosi prodigi che si verificavano, don Tanzella, adempiendo ancora il voto, si convinse della necessità di affidare il culto della Vergine del Pozzo ad un istituto religioso di rigida osservanza ed indicò i Francescani Alcantarini. Così il 17 agosto 1714, con atto pubblico del notaio Ottavio Stanziola, il Tanzella donò ai Frati la Cappella da lui fondata ed i beni ad essa appartenenti. La scelta del pio sacerdote spinse gli storici a credere che la Madonna gli fosse apparsa tra i SS. Pasquale Baylon e Pietro d’Alcantara, e gli avesse imposto espressamente la fondazione a Capurso di un convento del loro Ordine. Il 5 novembre 1737 gli Alcantarini, col beneplacito dell’Arcivescovo di Bari, mons. Gaeta II, fecero il loro ingresso in Capurso e furono immessi dal Vicario Generale nel pieno, pacifico e definitivo possesso della cappella e dei beni ad essa connessi. Subito dopo si solennizzò la posa della prima pietra del convento, su progetto dell’ architetto G. Sforza di Bari. Gli interessati avevano in animo di costruire chiesa e convento sul pozzo del miracoloso rinvenimento, ma, non avendo ottenuto il terreno appartenente al Capitolo di Capurso, ripiegarono sul fondo offerto da Lorenzo Tanzella, sempre sulla via di Noicattaro, ma più vicino al paese. Nel febbraio 1739 già funzionava una comunità francescana con sette religiosi, dediti al servizio della cappella di S. Maria del Pozzo. La fabbrica del Convento fu completata nell’ottobre 1746. La facciata era stata progettata dirimpetto al paese con fronte di 43 metri; si presentava di forma compatta, quasi quadrata: al piano terra si apriva un imponente porticato con due pozzi centrali; al piano superiore, sistemate sui quattro corridoi, si snodavano ben 38 celle monacali, adeguate alla povertà professata dagli Alcantarini. Oggi tutto il prospetto risulta ben armonizzato con la facciata della Basilica, essendo stato arricchito di un colonnato superiore, su disegno dell’ arch. Angelo Pesce di Casamassima (1847-48). In un ampio vano del piano terra (il vasto refettorio dei religiosi) fu allestita una chiesetta provvisoria, che ospitò la prodigiosa immagine della Madonna del Pozzo dal 24 agosto 1748 al 27 agosto 1778. Frattanto nel 1746, sotto Carlo di Borbone, al posto della prima cappella benedetta dal Tanzella, iniziò la costruzione dell’attuale Santuario ad una navata a croce latina. Il grandioso Tempio, in stile tardo-barocco, fu dedicato a Maria SS. Del Pozzo il 27 agosto 1778; in quell’occasione la Sacra Icona fu collocata definitivamente nella cona che sormonta l’Altare maggiore, tutto rivestito di marmi preziosi. Il Papa Pio VII con due Rescritti del 1809 arricchì la Chiesa di S. Maria del Pozzo di indulgenze plenarie e parziali. Gregorio XVI, oltre alle indulgenze, dichiarava l’Altare maggiore “privilegiato quotidiano perpetuo”. Il culmine della devozione alla Vergine del Pozzo si ebbe allorché, da Gaeta, con un motu proprio del 18 maggio 1849, il Beato Pio IX approvava l’Ufficio e la Messa speciale di Maria SS. Del Pozzo. Non solo, ma acconsentì all’incoronazione in oro della miracolosa immagine trovata nel pozzo e designò per la cerimonia il card. Mario Mattei, arciprete della Patriarcale Basilica Vaticana. Il prelato, giunto a Capurso, dopo un triduo di preparazione, il 20 maggio 1852, depose sul capo della Vergine e del Bambino le corone d’oro. Quando ripartì per Roma, donò al Santuario il magnifico calice dorato che ancora si conserva tra gli oggetti preziosi. Infine lo stesso card. Mattei volle che la copia ad olio di Maria SS. del Pozzo, destinata al Capitolo Vaticano, fosse collocata non nella sagrestia, ma sull’altare principale della Cappella privata del Palazzo Arcipretale: fatto unico, nella storia delle immagini incoronate in oro. Il 13 giugno dello stesso anno la Vergine del Pozzo fu solennemente proclamata “Primaria patrona celeste di Capurso”, elezione che fu approvata e confermata con rescritto pontificio del 23 dicembre 1852. Con Breve papale dell’anno successivo, il Beato Pio IX elevò il Santuario all'onore di Basilica Minore e l’aggregò con tutti i privilegi, indulti ed indulgenze alla Patriarcale Arcibasilica Lateranense. Nel 1853 fu proclamata Reale Basilica dal Re Ferdinando II di Borbone. Su luogo del Pozzo dove fu rinvenuta l’Immagine fu edificata una Cappella, la cui prima pietra, per volere ed interessamento di Ferdinando II, fu benedetta il 9 maggio 1858. A seguito delle leggi eversive dell’asse ecclesiastico, il Santuario fu sottratto ai frati nel 1886, ma fu loro restituito nell’agosto 1920 in deplorevoli condizioni. Ma riottennero solo una parte del Convento. Il giardino ed i locali annessi tornarono ai frati solo nel 1968, a seguito di una delibera del Commissario straordinario del Comune di Capurso, dott. Armando Levante. La notte tra l’8 ed il 9 maggio 1970, alcuni empi rubarono le corone auree donate dal Capitolo Vaticano e con le quali furono incoronati Gesù e la Madonna nel 1852. Con le corone furono anche trafugati la collana aurea donata da Ferdinando II ed altri donativi di devoti. Il 6 settembre dello stesso anno furono benedette le nuove corone. In quella medesima circostanza fu anche benedetto il Portale di bronzo della Basilica realizzato dalla fonderia De Luca di Napoli. Il 7 aprile 1974, infine, fu inaugurato l’Organo monumentale, restaurato dalla Ditta Augusto Bevilacqua di Torre dei Nolfi. Particolarmente devoto alla Madonna del Pozzo e zelante diffusore del suo culto fu S. Egidio Maria di San Giuseppe (Francesco Pontillo), che, destinato al Reale Convento di S. Pasquale a Chiaia, passando da Capurso, volle inginocchiarsi dinanzi all’immagine della Madonna, che si venerava da oltre cinquant’anni. Ne rimase folgorato e da quel momento non smise più di rivolgersi alla Vergine del Pozzo chiedendole miracoli ed intercessioni per i bisognosi. Trasferito a Napoli, diffuse il culto per la Madonna del Pozzo e istituì una festa nello stesso giorno in cui si celebrava quella nella mai dimenticata Capurso. Compì numerosissimi miracoli rivolgendosi alla preziosa immaginetta della Vergine del Pozzo custodita nel suo inseparabile reliquiario. Ancora oggi la Vergine del Pozzo attira al suo Santuario schiere innumerevoli di devoti, specialmente nell’ultima domenica di agosto di ogni anno, festa solenne della Madonna. Numerosissimi sono anche i miracoli e le grazie ottenute per intercessione di Maria, soprattutto a favore dei bambini, come testimoniano i numerosi ex voto appesi alle pareti del Santuario.


Autore: Francesco Patruno

Parenti 🐍🐍

 


Vive bene chi.......

 


Amati tu.....


 

venerdì 29 agosto 2025

Buona serata e buonanotte a tutti Voi ⭐️⭐️⭐

Appena diventiamo genitori, il buon Dio ci regala un sacco grande e uno piccolo,
quello grande è per i dolori e le preoccupazioni,
quello piccolo è per la gioia e la contentezza.
Uno è stracolmo, l'altro è mezzo vuoto.
Spero per tutti voi quello stracolmo sia quello della gioia,
ma per la la maggior parte delle mamme me compresa,
quello stracolmo e quello delle preoccupazioni.
Mettiamocelo ben appoggiato sulle spalle così lo porteremo con meno fatica.
Fate bei sogni ....Lucia.🐞

Nuvole, Nuvole, Nuvole.

Guarda le belle nuvole passare,
venire, andare,
alte nel cielo.
Vedo dei mostri
orridi galoppare,
figure strane,
ippogrifi volanti,
e giganti all'assalto,
e palagi che sorgono
e d'un tratto si sfasciano.
Guarda le belle nuvole passare,
venire, andare,
alte nel cielo.
Guardan le nubi
dall'aeree balconate,
come fanciulle curiose, la terra.
Toccano, andando,
le candide vette dei monti;
sfiorano i loro fianchi
con carezzevoli mani;
avvolgono l'ampia veste
ed i fluenti veli
alle chiome delle foreste,
posan sugli alti rami
il leggerissimo piè.
Poi volano lingi, sui piani,
nei chiari mattini
si specchian ne l'acqua dei fiumi, d'un pudico rossore
all'apparir del sole
si tingono le guance,
e vanno, vanno, vanno,
ora lievi , ora gravi, 
le nuvole belle,
come erranti sorelle
nel libero azzurro.

Luigi Ambrosini

La scuola

 

La scuola è proprio come una chiesetta
che i suoi fedeli aspetta:
aspetta i suoi fedeli ogni mattina
questa allegra chiesina.

Talora nelle nobili città,
ha lustro e maestà;
talor, purtroppo, è misero abituro,
il luogo angusto e oscuro.

Eppure anche se povera e modesta
prende un’aria di festa
quando è piena di voi, bimbi, la scuola,
quando non è più sola.

Di fianco non le sorge col gentile
richiamo il campanile;
eppure anch’essa snocciola bel bello
un suon di campanello.

Ed entrano i fedeli a mano a mano,
con un libretto in mano,
per andarsi a seder tutti, o sorpresa!
sui banchi come in chiesa.

Lo studio, bimbi, in certa qual maniera,
è anch’esso una preghiera.

Luigi Ambrosini

 

Luigi Ambrosini

Luigi Ambrosini
(Fano2 novembre 1883 – Torino10 dicembre 1929)
fu giornalista e scrittore. Allievo di Carducci ed amico di Renato Serra, collaborò con “La voce” di Prezzolini (sotto lo pseudonimo Cepperello) e con vari giornali, prima di entrare stabilmente ne “La Stampa” di Torino, per cui lavorò come inviato in Germania nel 1914 (da qui il volume
 Un mese in Germania durante la guerra) e come commentatore politico. Politicamente vicino a Giolitti, era contrario all’intervento in guerra del 1915, ma vi partecipò come giornalista (le sue corrispondenze furono raccolte in Racconti di guerra) e come combattente. Dopo la guerra, divenne addetto stampa di Giolitti nel suo ultimo governo. Contrario al fascismo, ed in particolare avversario di Mussolini, un suo articolo sulle manovre militari del 1925 gli costò una condanna per vilipendio dell’esercito, e la fine della carriera di giornalista. Si dedicò agli studi letterari, in particolare sull’Ariosto, alla letteratura per l’infanzia (ebbe un buon successo Ringhi Tinghi, cucciolo di tigre), ai manuali scolastici. Viene anche ricordato come uno dei maggiori studiosi di Emilio Salgari..Muore a soli quarantasei anni, per una setticemia. Altre opere importanti: Teste di legno del 1920, severa censura della classe politica italiana, e Cronache del Risorgimento e scritti letterari, pubblicate postume nel 1931.

Inverno

 

L’inverno tessitore
appende ai rami trine
finissime, le brine
di fil d’argento.
L’inverno è uno scultore:
la neve fa, sul tetto,
un monumento.
Ed è anche musicista,
e, sulla tramontana,
ci fischia la più strana
sua sinfonia.
Sportivo, fa una pista
d’ogni campo di neve
per lo slittino
e per chi scia.
Ci offre, da cuoco esperto,
le caldarroste d’oro,
fragranti nella loro
corteccia nera.
Doni preziosi, certo,
e molto anch’io t’ammiro…
ma nel mio cuor,
sospiro la primavera. 

Puck

Fiorita primavera

Ecco i peri, i peschi, il melo
in fiorita prodigiosa;
ci fu mai più bella cosa
di quei ciuffi bianchi e rosa
contro il cielo?

.

La brina

 

La nebbia del mattino
s’impiglia come un velo
tra i rami del giardino,
scintillanti di gelo:
è la brina, la lieve
sorella della neve.

Ella tesse ricami
minuti, di perline
bianche, su tutti i rami,
l’erbe, le foglioline;
fa un candido contorno
ad ogni cosa intorno.

Ieri non c’era niente:
in una notte il vago
lavoro diligente,
fu fatto a punta d’ago.
Come è svelta e felice
questa ricamatrice!

Puck

Ciò che si produce


 

Per gli amanti dei gatti.

 


Complimenti........

 

😁😂

29 agosto Madonna delle Lacrime di Siracusa


🙏Preghiera🙏
O Madonna delle Lacrime
guarda con materna bontà
al dolore del mondo!
Asciuga le lacrime dei sofferenti,
dei dimenticati, dei disperati,
delle vittime di ogni violenza.
Ottieni a tutti lacrime di pentimento
e di vita nuova,
che aprano i cuori
al dono rigenerante
dell'amore di Dio.
Ottieni a tutti lacrime di gioia
dopo aver visto
la profonda tenerezza del tuo cuore.
Amen🙏
(Giovanni Paolo II)

Siamo fatti di....

 




Quando il carattere

 


giovedì 28 agosto 2025

Sera nel cortile

Poichè s'è staccato il sole
dalle altissime cimase,
su la faccia delle case
sceso è un livido pallore.

Ora come sopra il pozzo,
sul cortile c'è una stella
( e c'è giùuna fontanella
che ogni tanto dà un singhiozzo).

già s'accende una finestra
poi tre...quattro, tutte insieme;
parte il dì, la sera viene
con la sua dolcezza mesta.

Una fanciullina bianca
sìè indugiata al davanzale,
delle braccia fa il guanciale
e v'inchina il capo, stanco.

Diego Valeri

Non esiste la mancanza