Un topo campagnolo venne invitato
Con molta civiltà
A un pranzo di beccacce allo stufato
Da un topo di città.
Seduti su un tappeto di Turchia
Coi piatti avanti a sè,
Mangiavan quella grassa leccornia,
Felici come re.
Se il trattamento e il piatto
Fu cortese e squisito io non dirò,.
Ma solo avvenne un fatto
Che il pranzo sul più bello disturbò.
Voglio dir che alla porta
S'intese tutto a un tratto un gran rumor:
L'uno scappa che il diavolo è lo porta
E scappa l'altro ancor.
Passato quel rumor, torna al suo posto
Il topo cittadin,
E vuole che del pranzo ad ogni costo
Si vada fino in fin.
_No, basta, disse il topo di campagna,
Vieni diman da me.
Non si mangia seduti in pompa magna
Ghiottonerie da re.
Ma si mangia, e nessuno t'avvelena
Il pane ed il bicchier.
Senza la pace anche a pancia piena
Non gusta il suo piacer.
Emilio De Marchi (1852-1901)
domenica 6 luglio 2025
Il topo di città e il topo di campagna
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