giovedì 31 luglio 2025

VIOLETTE DI FEBBRAIO

Anche quest’anno andrai per le violette

lungo la proda, nel febbraio acerbo.

Quelle pallide, sai, che han tanto freddo,

ma spuntano lo stesso, appena sciolte

l’ultime nevi; e fra uno scroscio e un raggio

ti dicono: “domani è primavera”.

Una voce ti chiama alla campagna:

e vai; e i piedi ti diventan ali,

sì alta è la promessa ch’è nell’aria.

ADA NEGRI

Pasqua

 

E Pasqua viene con la primavera,
col sole, con le rondini e le stelle:
e il cielo è di brillanti, quand’è sera.
E mentre tutto s’addormenta e tace,
un angelo, col ramo suo d’argento,
batte a ogni porta e dice: -Uomini, pace!-
Dice ai bambini: – Aprite il vostro cuore
in boccio alle speranze della vita!
È la resurrezione del Signore:
per questo tanta luce sovra il mondo:
è la festa di Quegli, che quaggiù
ha tanto amato il vostro capo biondo...
...LìAngelo batte con mano leggera....
ed anche in sogno voi gli sorridete...
Pasqua è sorella della primavera.
Zietta Liù




Il sonno viene

 

Le stelle spuntano, cala la sera,
la nonna recita la sua preghiera.
Stanca, ma vigile, dice la mamma:
“Piccoli, a nanna,
ché il sonno vien!”.

E il sonno parte dal suo castello,
vien coi papaveri sotto il mantello;
niuno lo vede, questo è un mistero,
eppur davvero
càpita, è qui.

Con quei papaveri chiude gli occhietti
delle bambine, dei fanciulletti…
“O mamma, baciami… O babbo mio…
Bambola, addio,
dormi anche tu…”.

Vesti e scarpette sì maltrattate,
voi pure alfine vi riposate;
tavole e sedie, starete in pace,
ora che tace
la casa alfin!

Passa il Silenzio, voi non vedete,
e le sue guardie piccole e chete
spengono i lumi, chiudon la porta,
fanno la scorta:
non s’entra più!

Arpalice Cuman Pertile

Maggio

 _Maggio, bel Maggio, torni?_
cantava un usignolo;
_ma tu ti trovi solo,
chè il nido ancor non ho.
Che fece Maggio allora?
Gli mise in core un canto,
ch'era d'amor, di pianto,
la sposa gli trovò.
 _Maggio, bel Maggio, torni?_
gridarono i bambini,
_ghirlande e mazzolini
potremo dunque aver?
Che fece Maggio allora?
Pei prati e per le aiuole,
all'ombra e al vivo sole
corolle fe' sbocciar.
 _Maggio, bel Maggio, torni?_
gli disser le prigioni,
_ma solo per i buoni
rechi letizia, amor!
Che fece Maggio allora?
Mandò alle cupe celle
due vaghe rondinelle
il nido a fabbricar.

A.Cuman Pertile

O dolce nonno

Il mio nonnino non vive più;
o dolce nonno, dove sei tu?
Quante carezze mi prodigavi,
e quante storie mi raccontavi!
Ti cerco sempre, nonno o sai?
Lo so, purtroppo, non tornerai.
Ti voglio bene sempre di più;
o dolce nonno, dove sei tu?

A.Cuman Pertile

Può davvero una donna partorire 69 figli?



La storia di Valentina Vassilyeva

Fëdor Vasil'ev Šuja, 1782 circa) è stato un abitante della cittadina di Šuja, in Russia, entrato nel Guinness dei primati in quanto padre di 87 figli avuti da due mogli: 69 dalla prima (Valentina Vasil'eva) e 18 dalla seconda. La sua prima moglie, Valentina Vasil'eva, è nota per essere stata la donna ad aver partorito il maggior numero di figli, ben 69. Diede alla luce 16 coppie di gemelli, ebbe 7 parti trigemellari e 4 quadrigemellari fra il 1725 ed il 1765, per un totale di 27 parti. 67 dei suoi 69 figli raggiunsero l'età adulta.
Tale record è registrato nel Guinness dei primati.[1]
Vasil'ev ebbe anche una seconda moglie, dalla quale ebbe altri 18 figli, di cui 6 coppie di gemelli e 2 parti trigemellari, arrivando così a 87 figli totali, di cui 84 raggiunserò l'età adulta.
Fonti
La prima pubblicazione riguardante la progenitura di Valentina Vasil'eva fu in un numero della rivista The Gentleman's Magazine nel 1783. Gli stessi dati furono riportati nel 1834 ad opera di Bašutskij, nel Panorama di San Pietroburgo. Circa questo primato, in un articolo del 1933 su Biometrika l'autrice Julia Bell citò due pubblicazioni, sui fatti: un libro del 1790 scritto da B. F. J. Hermann dal titolo Statistische Schilderung von Rutsland e un articolo del 1878 apparso su The Lancet. Il record di Valentina Vasil'eva è stato pubblicato anche sul Guinness dei primati

mercoledì 30 luglio 2025

Le Pratelline

Chi vede mai le pratelline in boccia?
Ed un bel dì le pratelline in fiore
empiono il prato e stellano la roccia.

Chi ti sapeva, o bianco fior d'amore
chiuso nel cuore? E tutta, all'improvviso,
la nera terra ecco mutò colore.

Sono pensieri, ignoti già, che in viso
rimiran ora, ove si resti o vada;
nati così, nell'ombra, d'un sorriso

di stella e d'una goccia di rugiada...

O mezzo aperta come chi non osa,
o pratellina pallida e confusa,

che sei dovunque l'occhio mio si posa,
e chini il capo, all'occhio altrui non usa;

bianca, ma i lievi sommoli, di rosa;
tanto più rosa quanto più sei chiusa:

ti chiudi a sera, chi sa mai per cosa,
sei chiusa all'alba, ed il perché sai tu;

o primo amore, o giovinetta sposa,
o prima e sola cara gioventù!

II.

È il verno, e tutti i fiori arse la brina
nei prati e tutte strinò l'erbe il gelo:
ma te vedo fiorir, primaverina.

Tu persuasa dal fiorir del cielo,
fioristi; ed ora, quasi più non voglia
perché sei sola, appena alzi lo stelo.

O fior d'amore su la trita soglia!
Tu tingi al sommo i petali d'argento
d'un rosso lieve. Una raminga foglia

ti copre un poco, e passa via col vento...

O fior d'amore su la soglia trita!
o, quando tutto se ne va, venuta!

che vivi quando è per finir la vita!
e che non muti anche se il ciel si muta!

Hai visto i fiori nella lor fiorita:
vedi le foglie nella lor caduta.

Ti coglierà passando Margherita
col cuore assorto nell'amor che fu.

Ti lascerà cadere dalle dita...
- Egli non t'ama, egli non t'ama più! –


G. Pascoli

Usare il sale in cucina: consigli e trucchi 🧂

Eliminare gli odori dalle mani: Dopo aver tagliato cipolle, pollo o pesce, lavati le mani con sale e acqua per rimuovere l'odore.
Rimuovere la sensazione di piccantezza: Dopo aver tagliato peperoncini, strofina le mani con sale e olio vegetale (o olio di palma) e poi lavale.
Alleviare il bruciore da peperoncino negli occhi: Metti un pizzico di sale in bocca per far sparire il bruciore.
Conservare i contenitori vuoti: Aggiungi un pizzico di sale nei contenitori per evitare che diventino maleodoranti.
Schiacciare i peperoncini freschi: Aggiungere un po' di sale mentre li pesti aiuta a farlo più rapidamente.
Rimuovere l'amarezza dalle foglie di verza: Immergi le foglie in acqua calda salata prima di cucinarle per ridurre l'amaro.
Conservare il latte liquido: Aggiungi un pizzico di sale quando apri la confezione per la prima volta per mantenerlo fresco più a lungo.
Eliminare formiche e scarafaggi: Una miscela di sale e detergente può aiutare a uccidere questi insetti in cucina.
Rinfrescare i pomodori troppo maturi: Metti i pomodori in acqua fredda e salata durante la notte per renderli freschi e sodi.
Conservare i limoni tagliati: Cospargi di sale i limoni tagliati per mantenerli freschi per 3 giorni. Sciacquali prima di usarli di nuovo.
Preservare carne, pesce o verdure: Il sale aiuta a prevenire la crescita batterica e conserva gli alimenti.
Spegnere piccoli incendi di grasso: Usa il sale per spegnere incendi di grasso in cucina.
Bollire le uova: Aggiungi un pizzico di sale per evitare che i gusci si rompano e rendere più facile sbucciarle.
Cuocere gli spaghetti: Aggiungi una goccia di olio vegetale in acqua salata bollente per evitare che si attacchino.
Rimuovere l'amido dal riso: Immergi il riso in acqua calda salata prima di cuocerlo per eliminare l'eccesso di amido.
Parbollare il riso: Usa il sale per parbollare il riso e rimuovere rapidamente l'amido.
Ammorbidire il cocoyam: Aggiungi sale quando inizia a bollire per ammorbidirlo più velocemente.
Sanitizzare le spugne da cucina: Immergi la spugna in acqua calda salata per uccidere batteri e germi.
Migliorare la consistenza della carne: Il sale aiuta a rompere le proteine dure, rendendo la carne più tenera.
Tagliare le verdure: Cospargi un po' di sale sul tagliere per evitare che le verdure scivolino mentre le tagli.
Questi sono alcuni dei tanti modi in cui il sale può essere utilizzato in cucina per semplificare e migliorare la preparazione e la conservazione degli alimenti.

Un padre vide che suo figlio di 11 anni

Un padre vide che suo figlio di 11 anni stava piangendo silenziosamente. Gli chiese: "Cosa c'è che non va, figlio?"
Il giovane ragazzo rispose:
"I miei compagni di classe ricchi mi hanno preso in giro, chiamandomi figlio di un giardiniere. Hanno detto che mio padre vive solo con i soldi che guadagna annaffiando e nutrendo le piante per la gente."
Il padre si fermò un momento, poi disse:
"Vieni con me, figlio, piantiamo dei fiori. Potrebbe tirarti su di morale."
Gli prese la mano e lo portò in giardino, poi tirò fuori dei semi di fiori, e disse:
"Facciamo un esperimento. Pianteremo due fiori separatamente. Io mi prenderò cura di uno, e tu dell'altro. Io annaffierò il mio con acqua pulita dal lago, ma tu userai acqua sporca dal laghetto. Vedremo il risultato nelle prossime settimane."
Il figlio era entusiasta mentre si univa al padre per piantare i fiori. Ci vollero alcuni giorni per far germogliare i semi. Si presero cura di loro rispettivamente e li videro crescere.
Più tardi, il padre portò suo figlio in giardino e gli disse:
"Guarda i due fiori e dimmi cosa osservi."
Il ragazzo rispose:
"Il mio fiore sembra migliore e più sano del tuo. Come è possibile se la tua acqua è più pulita?"
Il padre sorrise, poi disse:
"Questo perché l'acqua sporca non impedisce a una pianta di crescere, anzi serve come fertilizzante organico per aiutarla a fiorire.
Vedi, figlio, ci sono persone che ti buttano giù nella vita, deridono i tuoi sogni e ti gettano fango addosso.
Ricorda sempre che non c'è niente di sbagliato in te, è il loro ego che devono soddisfare.
Quindi, non lasciare che le parole dure delle persone ti influenzino, invece, lascia che ti incoraggino a diventare una persona migliore. Facendo così, sarai come la pianta e fiorirai anche in mezzo allo sporco come negatività e parole dure."
Alberto Bertoletti

Caro maestro

Caro maestro, lei dovrà insegnare al mio ragazzo che non tutti gli uomini sono giusti,
non tutti dicono la verità;
ma la prego di dirgli pure
che per ogni malvagio c'è un eroe,
per ogni egoista c'è un leader generoso.
Gli insegni, per favore,
che per ogni nemico ci sarà anche un amico
e che vale molto più una moneta guadagnata
con il lavoro che una moneta trovata.
Gli insegni a perdere,
ma anche a saper godere della vittoria,
lo allontani dall'invidia e gli faccia riconoscere l'allegria profonda di un sorriso silenzioso.
Lo lasci meravigliare del contenuto dei suoi libri, ma anche distrarsi con gli uccelli nel cielo,
i fiori nei campi, le colline e le valli.
Nel gioco con gli amici,
gli spieghi che è meglio una sconfitta onorevole di una vergognosa vittoria,
gli insegni a credere in se stesso,
anche se si ritrova solo contro tutti.
Gli insegni ad essere gentile con i gentili e duro con i duri e a non accettare le cose solamente perché le hanno accettate anche gli altri.
Gli insegni ad ascoltare tutti ma,
nel momento della verità, a decidere da solo.
Gli insegni a ridere quando è triste
e gli spieghi che qualche volta
anche i veri uomini piangono.
Gli insegni ad ignorare le folle che chiedono sangue e a combattere anche da solo contro tutti, quando è convinto di aver ragione.
Lo tratti bene, ma non da bambino,
perché solo con il fuoco si tempera l'acciaio.
Gli faccia conoscere
il coraggio di essere impaziente
e la pazienza di essere coraggioso.
Gli trasmetta una fede sublime nel Creatore
ed anche in se stesso, perché solo così può avere fiducia negli uomini.
So che le chiedo molto,
ma veda cosa può fare, caro maestro.
(Lettera di Abraham Lincoln all'insegnante di suo figlio)

Quando si vive attaccati al denaro


Quando si vive attaccati al denaro, all’orgoglio o al potere, è impossibile essere felici.

Papa Francesco.

Care ragazze

 


Temporale


Un bubbolìo lontano. . .
Rosseggia l’orizzonte,
come affocato, a mare:
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare:
tra il nero un casolare:
un’ala di gabbiano.

Giovanni Pascoli.

Chissà dove andrete o sarete in vacanza???? ⛱🗻🏠

In riva la mare, al fresco in montagna, nella vostra casa per le vacanze dove qualcuno ci sarà anche nato. Sapete vi confido una cosa. Io non sono invidiosa (altrimenti sarei già morta fin da piccola) però, ho avuto amiche che quando ritornavano al paese dove erano nate era una felicità che io non ho mai provato. Anzi se voglio posso tutti i giorni andare a vedere la casa dove anch'io sono nata, ma non è più uguale, anche se mi fa piacere rivederla. Come mai direte voi ? Non ho mai cambiato paese. Ho cambiato 4 case fino a che non siamo riusciti a comperarci questa dove vivo e spero di morirci.
Ho voluto provare quella bella sensazione andando a rivedere dove passavo le vacanze da piccolina (Nella casa della mia nonna che erano contadini e ho dei bei ricordi e ricordo anche le persone. Poi il bello è che ci ritrovavamo anche con cugini e cugine. Però quando sono andata oramai da sposata e poi ancora dopo anni. Non ho riconosciuto niente tutto mi pareva piccolo e poi la case che ricordavo io erano ville. Insomma una delusione.
Pazienza se tutti i mali fossero questi, sarebbe un mondo bellissimo.
Lucia
🐞

Selvaggio nonè


 

Saluto al sereno

Saluto al sereno
Addio, rabbia di tempesta!
Addio, strepito di tuoni!
Vanno in fuga i nuvoloni,
e pulito il cielo resta.
Addio, pioggia! Qualche stilla
dai molli alberi si stacca:
ogni foglia, fiore o bacca
al novello sole brilla.
Consolato il mondo tace.
Su ciascuna afflitta cosa
come un balsamo si posa
la serena amica
Pace.
Angelo Silvio Novaro

martedì 29 luglio 2025

Il vagabondo

I miei calzoni portano ai ginocchi
due belle toppe, imposte alle rotelle
come gli occhiali intrepidi sugli occhi:
disdegniano le seriche bretelle
e vogliono per cingolo la soga
che, insieme col ventricolo, li affoga.

Le suole delle scarpe me l'ha fatte
la madre terra col suo fango giallo:
martello è il piede, e le ritempra e batte
a passo a passo;
e quando annaspo e ballo
per varcare la siepe in mezzo al rovo,
con schegge e spine me le inzeppo e inchiovo.

Il mio paracqua è un cupo firmamento
con cento stelle ed una goccia a stella:
me lo contende nella mano il vento
mentre me lo trapunge l'acquarella;
ma se lo chiudo sbatte nel suo grembo
l'ala del vento, presa per un lembo.

Il mio mantello me l'ha fatto il ragno
al tacito telaio a dieci braccia:
agli orli, come fiori di castagno,
pendono in bella frangia le sfilaccia...
Non sembro un re? Mi segue la coorte,
dietro, al galoppo, delle foglie morte.

Nicola Vernieri

I poveri

Chi soffre , chi stenta,
chi ha bisogno di aiuto
è nostro fratello.
I poveri sono la figura di Cristo.
Egli ha detto di riceverli nel nome Suo.
Non si pensa mai abbastanza
alla responsabilità che abbiamo tutti verso i poveri;
si cerca di dimenticarli, si cerca di non vederli;
si crede di aver soddisfatto al nostro obbligo
con una piccola elemosina.
Non basta.
I poveri dovrebbero esserci sempre presenti,
nostra maggiore cura, 
nostra costante preoccupazione.
Per questo Gesù si presenta a noi
sotto le spoglie del povero.
Vuole che si pensi a Lui pensando ai poveri,
e non ci sorriderà mai
se non avremo cercato di rendere la gioia a chi soffre,
la serenità a chi è nell'abbandono.

Piero Bargellini

Temporale di sera.

Come un drago il temporale
scuro monta per il golfo
e sviluppa le sue ale.
Dalle nari fumo e zolfo,
dagli occhi schizza lampi,
ed abbaglia case e campi.

Dentro il ciel con sette ruote
muto aggirasi, e poi romba,
e col rombo il colle scuote;
poi su' tetti a un tratto piomba
crepitando, e tra' bagliori
graffia i vetri, e soffia: <<Muori!>>.

E il bambino che lo vede
dalla cuna, e che lo sente,
trasalisce di repente,
e alla mamma aiuto chiede.
E al suo collo savviticchia,
mentre il drago picchia picchia.

Ma, baciandolo sugli occhi:
_Non temer, tesoro caro_
ella dice_ch'ei ti tocchi.
Tu non sai che buon riparo
contro l'unghia della fiamma
sia la guardia della mamma..._

Il bambino s'addormenta.
Ella schiude la finestra.
C'è un odor fresco di menta
dentro l'aria, e di ginestra.
Pace immensa. E sulla cuna
posa, l'impida, la luna.

Angiolo Silvio Novaro

.


Pioppi al tramonto

Io so chi colora
di rosso, nell’ora
già prossima a sera,
il cielo, soffuso di un pallido blu:
i giovani pioppi
a specchio nell’acqua laggiù.
Li ho visti piegare il pennello
dell’agile chioma
e intingerlo dentro il ruscello
di limpida porpora, sempre, a quell’ora.
Poi, subito ritti, con zelo
svettando; striare di rosso
la pagina chiara del cielo.
So ancora
nel suo folleggiare nel fosso
nel suo folleggiare monello
si lascia sfuggire talora
qua e là qualche macchia vermiglia
che a nube sospesa somiglia.
E allora i fratelli
gli fanno a rimprovero un vivo brusio....
che poi lentamente si smorza
nel sonno che avvolge le cose di Dio


Vaj Pedotti Gina

Grazie per la serata


 

Il tempo cambie le cose, le idee e i sentimenti ❤



Il tempo cambie le cose, le idee e i sentimenti.

"Quando siete felici guardate nella profondità del vostro cuore
e scoprirete che ciò che ora vi sta dando gioia è soltanto
ciò che prima vi ha dato dispiacere.
Quando siete addolorati guardate nuovamente nel vostro cuore
e vedrete che in verità voi state piangendo
per ciò che prima era la vostra delizia"
Kahlil Gibran

Ascolta Il Tuo Cuore

Ascolta Il Tuo Cuore
So che c'é qualcosa nel risveglio
del tuo sorriso
ho un idea del tuo sguardo,
Hai costruito un amore
ma questo amore é finito
il tuo piccolo pezzo di paradiso
si é trasformato in oscurità
Ascolta il tuo cuore
quando ti sta chiamando
ascolta il tuo cuore
non c'é nient'altro che puoi fare
non so dove stai andando
e non so perché
ma ascolta il tuo cuore
prima di dirgli addio
A volte ti chiedi se questa lotta é utile
I momenti preziosi sono tutti persi nella marea
Sono stati spazzati via e niente é come sembra
il sentimento di appartenenza ai tuoi sogni
E ci sono voci
che vogliono essere ascoltate
Cosi tanto da dire
ma non riesci a trovare le parole
L'odore di magico
La bellezza che é stata
quando l'amore era selvaggio come il vento.

 Traduzione Listen To Your Heart

Il corpo invecchia


 

Albert Schweitzer

(Kaysersberg14 gennaio 1875 – Lambaréné4 settembre 1965)

è stato un medico e filantropo, musicista e musicologo, teologo, filosofo, biblista, pastore e missionario luterano, franco-tedesco nato in Alsazia. Suo padre, Ludwig Schweitzer, era un pastore luterano a Gunsbach, un piccolo villaggio alsaziano in cui crebbe il giovane Albert. Sua cugina era Anne-Marie Schweitzer, futura madre di Jean-Paul Sartre. Particolarità della chiesa dove predicava il padre era che si trattava del luogo di culto comune a due paesi – Gunsbach e Griesbach-au-Val – e a due confessioni religiosecattolica e protestante. Ancora oggi le celebrazioni si suddividono fra riti in francese, riti in tedesco e riti bilingui. A questo proposito Schweitzer scrive nel suo Aus meiner Kindheit und Jugendzeit (Dalla mia infanzia e adolescenza):«Da questa chiesa aperta ai due culti ho ricavato un alto insegnamento per la vita: la conciliazione. Le differenze tra le Chiese sono destinate a scomparire. Già da bambino mi sembrava bello che nel nostro paese cattolici e protestanti celebrassero le loro feste nello stesso tempio». Era un bambino malaticcio, tardo nel leggere e nello scrivere, faceva fatica a imparare. Da fanciullo riusciva egregiamente solo nella musica: a sette anni compose un inno, a otto cominciò a suonare l'organo, a nove sostituì un organista nelle funzioni in chiesa (grazie a questo conobbe la moglie che era una pianista). Aveva pochi amici, ma dentro di sé coltivava già una spiccata e generosa emotività, estesa anche agli animali, dimostrata dalla preghiera che, sin da bambino, rivolgeva a Dio, invocandone la protezione verso tutte le creature viventi.Terminate le scuole medie, il giovane Albert si iscrisse al liceo più vicino, a Mulhouse, dove si trasferì, ospitato da due zii anziani e senza figli. Fu proprio la zia che l'obbligò a studiare pianoforte. Al liceo Albert Schweitzer ebbe come insegnante di musica Eugen Munch, famoso organista a Mulhouse della chiesa di Santo Stefano, che gli fece conoscere la musica di Bach. Fu presto chiaro sia a Munch, sia a Charles-Marie Widor, noto organista della chiesa di Saint Sulpice di Parigi, che Schweitzer conobbe nel 1893 durante un soggiorno nella capitale francese, che il giovane Albert aveva un vero e proprio talento per l'organo. Fu allievo di Marie Jaëll. Dopo gli studi classici e le lezioni di pianoforte, nell'ottobre del 1893 si trasferì a Strasburgo per studiare teologia e filosofia. In questi anni si sviluppò la sua passione smodata per la musica classica e, in particolare, per Bach. Per quanto concerne lo studio della filosofia, fu assiduo frequentatore dei corsi di Windelband riguardo alla filosofia antica e di Theobald Ziegler (che sarà suo relatore di tesi) riguardo alla filosofia morale. Nel 1899 conseguì la laurea con una tesi sul problema della religione affrontato da Kant e fu nominato vicario presso la chiesa di San Nicola di Strasburgo. Nel 1902 ottenne la cattedra di teologia e, l'anno successivo, divenne preside della facoltà e direttore del seminario teologico. Pubblicò varie opere sulla musica (alcune su Bach), sulla teologia, approfondì i suoi studi sulla vita e sul pensiero di Gesù Cristo, ed eseguì vari concerti in Europa. Nel 1904, dopo aver letto un bollettino della Società missionaria di Parigi che lamentava la mancanza di personale specializzato per svolgere il lavoro di una missione in Gabon, zona settentrionale dell'allora Congo, Albert sentì che era giunto il momento di dare il proprio contributo e, un anno dopo, all'età di trent'anni, si iscrisse a Medicina, ottenendo nel 1913 (a trentotto anni) la sua seconda laurea, in medicina con specializzazione in malattie tropicali. Egli, che sin da piccolo aveva mostrato una spiccata sensibilità nei confronti di ogni forma vivente, sentì come irresistibile il richiamo-vocazione a spendere la sua vita a servizio dell'umanità più debole. Non fu tuttavia facile, per l'organista e insegnante Schweitzer rinunciare a quella che era stata la sua vita fino a quel momento: la musica e gli studi filosofici e teologici. Schweitzer sapeva però di dover realizzare quanto si era prefissato da vari anni. Scrive nel suo Aus meinem Leben und Denken ("La mia vita e il mio pensiero"):

«Il progetto che stavo per mettere in atto lo portavo in me già da lungo tempo. La sua origine rimontava ai miei anni di studentato. Mi riusciva incomprensibile che io potessi vivere una vita fortunata, mentre vedevo intorno a me così tanti uomini afflitti da ansie e dolori [...] Mi aggrediva il pensiero che questa fortuna non fosse una cosa ovvia, ma che dovessi dare qualcosa in cambio [...] Quando mi annunciai come studente al professor Fehling, allora decano della Facoltà di Medicina, egli avrebbe preferito spedirmi dai suoi colleghi di psichiatria

Schweitzer aveva le idee chiare anche sulla sua destinazione una volta ottenuta la laurea in medicina: Lambaréné, una città del Gabon occidentale in quella che era allora una provincia dell'Africa Equatoriale Francese. In una lettera scritta al direttore della Società missionaria di Parigi, Alfred Boegner – di cui l'anno prima aveva letto un articolo sulla drammatica situazione delle popolazioni africane afflitte da lebbra e malattia del sonno, bisognose di un'assistenza medica – Schweitzer spiegò la sua scelta:

«Qui molti mi possono sostituire anche meglio, laggiù gli uomini mancano. Non posso più aprire i giornali missionari senza essere preso da rimorsi. Questa sera ho pensato ancora a lungo, mi sono esaminato sino al profondo del cuore e affermo che la mia decisione è irrevocabile»

I missionari furono inizialmente scettici sull'interesse dimostrato dal noto organista per l'Africa. La risposta di Schweitzer fu quella di impegnarsi a raccogliere fondi per conto proprio, mobilitando amici e conoscenti e tenendo concerti e conferenze per realizzare il sogno di costruire un ospedale in Africa. Imbarcatosi a Bordeaux sul piroscafo Europa, approda, il 16 aprile 1913, a Port Gentil e, attraversando l'Ogooué, giunge sulla collina di Andende, sede della missione evangelica parigina di Lambaréné, dove accolto dagli indigeni appronta alla meglio il suo ambulatorio ricavato da un vecchio pollaio, con una rudimentale ma efficace camera operatoria, cui venne attribuito il suo stesso nome: Ospedale Schweitzer. Ad accompagnarlo in questa sua avventura è una giovane donna di origine ebreaHélène Bresslau, ormai diventata la moglie e la compagna di vita di Schweitzer, che l'aveva conosciuta nel 1901 a una festa di nozze. Albert e Hélène si erano sposati nel 1912, dopo che Hélène aveva ottenuto il diploma di infermiera, conseguito per realizzare il sogno comune con il marito. Cominciano ben presto ad arrivare ogni giorno almeno una quarantina di pazienti. Albert e Helene si trovano di fronte malattie di ogni genere legate alla malnutrizione, così come alla mancanza di cure e medicinali: elefantiasimalariadissenteriatubercolositumori, malattia del sonno, malattie mentali, lebbra. Per i lebbrosi, molto più tardi, nel 1953, coi proventi del Nobel per la Pace, costruirà il Village Lumière. Quando nel 1913 il medico alsaziano si imbarcò finalmente per Lambaréné con la moglie, accompagnato da numerose critiche da parte dei suoi familiari, insieme con la settantina di casse e attrezzature varie destinate alla costruzione del nuovo ospedale, egli portò con sé un pianoforte speciale, dono della Società bachiana di Parigi, progettato per resistere all'umidità e alle termiti africane. Fu questo il suo compagno di ogni giorno, lo strumento sul quale continuò a studiare, alla luce di una lampada a petrolio, nelle pause del lavoro e nel silenzio delle notti africane, quando non era impegnato a scrivere i suoi testi di filosofia e le lettere agli amici. Le giornate di Schweitzer passavano poi a curare le malattie (lebbra, febbre gialla, ulcera tropicale, vaiolo...) che affliggevano la popolazione di Lambaréné. I suoi inizi nel cuore dell'Africa furono assai difficili: oltre a dover lottare contro la natura che lo circondava, piogge torrenziali, animali feroci o infidi come serpenti e coccodrilli, dovette vincere la diffidenza degli indigeni prima, e poi la loro ignoranza. Non fu facile avvicinare gli ammalati che si fidavano solo dei loro stregoni (con cui in seguito sviluppò un rapporto di amicizia); le cure del medico bianco non erano da principio ben accolte. La prima operazione di Schweitzer, su un trentenne nero, colpito da un'ernia che gli stava andando in peritonite, si svolge infatti in un clima surreale. Una volta che il paziente è stato sedato, Schweitzer, nel silenzio della popolazione nera che seguiva l'operazione, si muove con gesti precisi, conscio che se provocherà la morte di quell'uomo anche la sua sorte sarebbe stata compromessa. L'operazione, la prima di una lunghissima serie, andrà a buon fine. Poi, quando si riversarono a frotte nelle sue baracche per farsi curare, non seguivano le istruzioni del medico bianco, a volte le pomate che dovevano essere usate per la cura della pelle venivano mangiate, altre volte ingoiavano in una volta sola un intero flacone di medicinale. Non era facile trattare con gli indigeni, non era facile farsi capire, ma Schweitzer non si diede mai per vinto; le difficoltà, le avversità, la mancanza di alimenti o di medicinali non erano sufficienti per farlo arretrare. Schweitzer costruì a poco a poco un villaggio indigeno, i malati vi giungevano da ogni parte, spesso con le loro famiglie e tutti venivano ugualmente accolti, le loro usanze rispettate e così le loro credenze.  Piano piano il "grande medico bianco" conquista la fiducia della gente di Lambaréné, e non solo. Dal profondo della foresta, da villaggi lontani anche centinaia di chilometri, arrivano malati desiderosi di cure. Schweitzer (e la sua comunità di medici volontari che piano piano cresce intorno a lui) diventa un benefattore, una figura di riferimento, e le notizie di quello che sta facendo nel cuore dell'Africa più nera smuovono l'opinione pubblica mondiale. Nel 1914 Hélène e Albert Schweitzer furono messi agli arresti domiciliari a causa della loro nazionalità tedesca. Il 5 agosto di quell'anno, giorno in cui ebbe inizio la Prima Guerra Mondiale, i coniugi Schweitzer vennero dichiarati prigionieri di guerra dai francesi, come cittadini tedeschi che lavoravano in territorio francese. Avevano il permesso di restare a casa, ma non potevano comunicare con la gente né accogliere i malati. Più tardi i francesi li espulsero dall'Africa spedendoli in un campo di lavoro nel sud della Francia. In luglio furono rilasciati grazie all'intervento di amici parigini, in particolare di Charles Marie Widor. Durante uno scambio di prigionieri verso la fine della guerra, nel 1918 poterono ritornare in Alsazia. Durante la prigionia avevano contratto entrambi la dissenteria e la tubercolosi e, sebbene Albert si fosse ripreso grazie alla sua forte fibra, non fu lo stesso per la moglie, le cui condizioni di salute peggioravano sempre di più. Per questo motivo nel 1923 egli prese una casa a Königsfeld im Schwarzwald nella quale la moglie andò a vivere trovando lì un clima più adatto al suo stato di salute. L'idea di tornare in Africa per Albert si dissolveva sempre di più, insieme con i sogni avviati a Lambaréné, aggravata dalla guerra. Un nuovo barlume di speranza si accese con la nascita della figlia Rhena, il 14 gennaio 1919, giorno del compleanno del medico. Le sofferenze provate in prima persona lo aiutarono ulteriormente a comprendere meglio gli altri, mentre il recupero del lavoro come assistente medico presso l'ospedale di Strasburgo, la riconquista delle sue funzioni di pastore presso la chiesa di San Nicola, contribuirono molto al recupero delle sue energie psicofisiche. La ripresa dei concerti d'organo inoltre, con una tournée in Spagna, gli dimostrò che era ancora molto apprezzato come musicista. Dal punto di vista scientifico gli venne conferita la laurea honoris causa dall'Università di Zurigo e nel 1920 Albert fu invitato dall'arcivescovo svedese dell'Università di Uppsala per una serie di conferenze che, insieme con i concerti d'organo che seguirono prima in Svezia e poi in Svizzera, gli permisero di raccogliere nuovi fondi da inviare a Lambaréné per le spese di mantenimento dell'ospedale negli anni di guerra. Nel 1921 pubblicò un libro di ricordi africani, All'ombra della foresta vergine, il cui contenuto si può ancora considerare indicativo per le azioni che si intraprendono per i Paesi in via di sviluppo. Il 14 febbraio 1924 Albert lasciò Strasburgo per raggiungere di nuovo l'agognata missione di Adendè il 19 aprile. Dell'ospedale non era rimasta che una baracca: tutte le altre costruzioni avevano ceduto col passare degli anni o erano completamente crollate. Organizzandosi per fare il medico di mattina e l'architetto nel pomeriggio, Albert dedicò i mesi successivi alla ricostruzione, tanto che nell'autunno del 1925 l'ospedale poté già accogliere 150 malati e i loro accompagnatori. Alla fine dell'anno l'ospedale operava a pieno ritmo, ma un'epidemia di dissenteria obbligò il suo fondatore a trasferirlo in una zona più ampia, tanto da doverlo costruire per la terza volta.Il 21 gennaio 1927 gli ammalati furono trasferiti nel nuovo complesso. Albert racconterà così la commozione della prima sera nel nuovo ospedale: «Per la prima volta da quando sono in Africa, gli ammalati sono alloggiati come si conviene per degli uomini. È per questo che levo il mio sguardo riconoscente a Dio, che mi ha permesso di provare questa gioia.» Complessivamente Albert fece diciannove viaggi a Lambaréné. Ovunque andasse era oberato di impegni: in Africa oltre che medico, era il costruttore e l'amministratore dell'ospedale. In Europa insegnava, sosteneva concerti e conferenze, scriveva libri per raccogliere fondi per la sua opera. Spesso veniva insignito di lauree honoris causa e di molteplici riconoscimenti, tanto che la rivista Time lo considerò «il più grande uomo del mondo».Non era stato né il primo né l'unico medico a inoltrarsi nella foresta vergine, ma il suo pensiero, il suo spirito, la sua personalità erano diventati un riferimento per molti che in tutto il mondo condividevano i suoi ideali, tanto che vari professionisti seguendo il suo esempio si misero a servizio di opere umanitarie o missionarie in Africa. La sua tempra fisica, il suo carattere fermo unito a grande sensibilità e intelligenza, il rispetto per ogni forma di vita, la perseveranza, la fede, la musica d'organo e ogni opera che compiva vivendola appassionatamente, erano i motivi del suo successo. Ciononostante il grande uomo, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, rimaneva notevolmente umile e timido. Confessò a un suo corrispondente svizzero: « Soffro di essere famoso e cerco di evitare tutto ciò che attira su di me l'attenzione.» Cominciano ben presto ad arrivare ogni giorno almeno una quarantina di pazienti. Albert e Helene si trovano di fronte malattie di ogni genere legate alla malnutrizione, così come alla mancanza di cure e medicinali: elefantiasimalariadissenteriatubercolositumori, malattia del sonno, malattie mentali, lebbra. Per i lebbrosi, molto più tardi, nel 1953, coi proventi del Nobel per la Pace, costruirà il Village Lumière. Quando nel 1913 il medico alsaziano si imbarcò finalmente per Lambaréné con la moglie, accompagnato da numerose critiche da parte dei suoi familiari, insieme con la settantina di casse e attrezzature varie destinate alla costruzione del nuovo ospedale, egli portò con sé un pianoforte speciale, dono della Società bachiana di Parigi, progettato per resistere all'umidità e alle termiti africane. Fu questo il suo compagno di ogni giorno, lo strumento sul quale continuò a studiare, alla luce di una lampada a petrolio, nelle pause del lavoro e nel silenzio delle notti africane, quando non era impegnato a scrivere i suoi testi di filosofia e le lettere agli amici. Le giornate di Schweitzer passavano poi a curare le malattie (lebbra, febbre gialla, ulcera tropicale, vaiolo...) che affliggevano la popolazione di Lambaréné. I suoi inizi nel cuore dell'Africa furono assai difficili: oltre a dover lottare contro la natura che lo circondava, piogge torrenziali, animali feroci o infidi come serpenti e coccodrilli, dovette vincere la diffidenza degli indigeni prima, e poi la loro ignoranza. Non fu facile avvicinare gli ammalati che si fidavano solo dei loro stregoni (con cui in seguito sviluppò un rapporto di amicizia); le cure del medico bianco non erano da principio ben accolte. La prima operazione di Schweitzer, su un trentenne nero, colpito da un'ernia che gli stava andando in peritonite, si svolge infatti in un clima surreale. Una volta che il paziente è stato sedato, Schweitzer, nel silenzio della popolazione nera che seguiva l'operazione, si muove con gesti precisi, conscio che se provocherà la morte di quell'uomo anche la sua sorte sarebbe stata compromessa. L'operazione, la prima di una lunghissima serie, andrà a buon fine. Poi, quando si riversarono a frotte nelle sue baracche per farsi curare, non seguivano le istruzioni del medico bianco, a volte le pomate che dovevano essere usate per la cura della pelle venivano mangiate, altre volte ingoiavano in una volta sola un intero flacone di medicinale. Non era facile trattare con gli indigeni, non era facile farsi capire, ma Schweitzer non si diede mai per vinto; le difficoltà, le avversità, la mancanza di alimenti o di medicinali non erano sufficienti per farlo arretrare. Schweitzer costruì a poco a poco un villaggio indigeno, i malati vi giungevano da ogni parte, spesso con le loro famiglie e tutti venivano ugualmente accolti, le loro usanze rispettate e così le loro credenze. Piano piano il "grande medico bianco" conquista la fiducia della gente di Lambaréné, e non solo. Dal profondo della foresta, da villaggi lontani anche centinaia di chilometri, arrivano malati desiderosi di cure. Schweitzer (e la sua comunità di medici volontari che piano piano cresce intorno a lui) diventa un benefattore, una figura di riferimento, e le notizie di quello che sta facendo nel cuore dell'Africa più nera smuovono l'opinione pubblica mondiale. Nel 1914 Hélène e Albert Schweitzer furono messi agli arresti domiciliari a causa della loro nazionalità tedesca. Il 5 agosto di quell'anno, giorno in cui ebbe inizio la Prima Guerra Mondiale, i coniugi Schweitzer vennero dichiarati prigionieri di guerra dai francesi, come cittadini tedeschi che lavoravano in territorio francese. Avevano il permesso di restare a casa, ma non potevano comunicare con la gente né accogliere i malati. Più tardi i francesi li espulsero dall'Africa spedendoli in un campo di lavoro nel sud della Francia. Secondo quanto racconta Édouard Nies-Berger, in Albert Schweitzer m'a dit, «la coppia Schweitzer fu fermata dalle autorità militari francesi per ragioni di sicurezza. Erano entrambi cittadini tedeschi, e la signora S., molto vicina alla Germania, aveva criticato il governo francese in alcune lettere trovate poi dalla censura. A credere a certe voci, Schweitzer era considerato una spia tedesca, e il Kaiser avrebbe avuto intenzione di nominarlo governatore dell'Africa equatoriale nell'ipotesi di una vittoria tedesca. I servizi segreti avevano trovato nel suo baule un documento che certificava l'offerta, e questa storia lo avrebbe perseguitato per il tutto il resto della sua vita.» In luglio furono rilasciati grazie all'intervento di amici parigini, in particolare di Charles Marie Widor. Durante uno scambio di prigionieri verso la fine della guerra, nel 1918 poterono ritornare in Alsazia. Durante la prigionia avevano contratto entrambi la dissenteria e la tubercolosi e, sebbene Albert si fosse ripreso grazie alla sua forte fibra, non fu lo stesso per la moglie, le cui condizioni di salute peggioravano sempre di più. Per questo motivo nel 1923 egli prese una casa a Königsfeld im Schwarzwald nella quale la moglie andò a vivere trovando lì un clima più adatto al suo stato di salute. L'idea di tornare in Africa per Albert si dissolveva sempre di più, insieme con i sogni avviati a Lambaréné, aggravata dalla guerra. Un nuovo barlume di speranza si accese con la nascita della figlia Rhena, il 14 gennaio 1919, giorno del compleanno del medico. Le sofferenze provate in prima persona lo aiutarono ulteriormente a comprendere meglio gli altri, mentre il recupero del lavoro come assistente medico presso l'ospedale di Strasburgo, la riconquista delle sue funzioni di pastore presso la chiesa di San Nicola, contribuirono molto al recupero delle sue energie psicofisiche. La ripresa dei concerti d'organo inoltre, con una tournée in Spagna, gli dimostrò che era ancora molto apprezzato come musicista. Dal punto di vista scientifico gli venne conferita la laurea honoris causa dall'Università di Zurigo e nel 1920 Albert fu invitato dall'arcivescovo svedese dell'Università di Uppsala per una serie di conferenze che, insieme con i concerti d'organo che seguirono prima in Svezia e poi in Svizzera, gli permisero di raccogliere nuovi fondi da inviare a Lambaréné per le spese di mantenimento dell'ospedale negli anni di guerra. Nel 1921 pubblicò un libro di ricordi africani, All'ombra della foresta vergine, il cui contenuto si può ancora considerare indicativo per le azioni che si intraprendono per i Paesi in via di sviluppo. Il ritorno in AfricaIl 14 febbraio 1924 Albert lasciò Strasburgo per raggiungere di nuovo l'agognata missione di Adendè il 19 aprile. Dell'ospedale non era rimasta che una baracca: tutte le altre costruzioni avevano ceduto col passare degli anni o erano completamente crollate. Organizzandosi per fare il medico di mattina e l'architetto nel pomeriggio, Albert dedicò i mesi successivi alla ricostruzione, tanto che nell'autunno del 1925 l'ospedale poté già accogliere 150 malati e i loro accompagnatori. Alla fine dell'anno l'ospedale operava a pieno ritmo, ma un'epidemia di dissenteria obbligò il suo fondatore a trasferirlo in una zona più ampia, tanto da doverlo costruire per la terza volta. Il 21 gennaio 1927 gli ammalati furono trasferiti nel nuovo complesso. Albert racconterà così la commozione della prima sera nel nuovo ospedale: «Per la prima volta da quando sono in Africa, gli ammalati sono alloggiati come si conviene per degli uomini. È per questo che levo il mio sguardo riconoscente a Dio, che mi ha permesso di provare questa gioia.» Complessivamente Albert fece diciannove viaggi a Lambaréné. Ovunque andasse era oberato di impegni: in Africa oltre che medico, era il costruttore e l'amministratore dell'ospedale. In Europa insegnava, sosteneva concerti e conferenze, scriveva libri per raccogliere fondi per la sua opera. Spesso veniva insignito di lauree honoris causa e di molteplici riconoscimenti, tanto che la rivista Time lo considerò «il più grande uomo del mondo». Non era stato né il primo né l'unico medico a inoltrarsi nella foresta vergine, ma il suo pensiero, il suo spirito, la sua personalità erano diventati un riferimento per molti che in tutto il mondo condividevano i suoi ideali, tanto che vari professionisti seguendo il suo esempio si misero a servizio di opere umanitarie o missionarie in Africa. La sua tempra fisica, il suo carattere fermo unito a grande sensibilità e intelligenza, il rispetto per ogni forma di vita, la perseveranza, la fede, la musica d'organo e ogni opera che compiva vivendola appassionatamente, erano i motivi del suo successo. Ciononostante il grande uomo, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, rimaneva notevolmente umile e timido. Confessò a un suo corrispondente svizzero: Soffro di essere famoso e cerco di evitare tutto ciò che attira su di me l'attenzione.»  La battaglia contro le armi nucleari I disagi e i pericoli mostrati dalla guerra gli fecero maturare l'obiettivo di richiamare l'attenzione sui rischi costituiti dagli esperimenti atomici e dalle radiazioni nucleari. Legato da profonda amicizia con Albert Einstein, Otto Hahn e con un'élite di ricercatori e grazie a una documentazione costantemente aggiornata, Schweitzer disponeva di un'approfondita conoscenza del fenomeno. Egli denunciò l'incombente minaccia rappresentata dagli esperimenti atomici attraverso «tre richiami» trasmessi da Radio Oslo e ripresi da altre stazioni di tutto il mondo il 28, 29 e 30 aprile 1958. Il primo richiamo dimostra come l'umanità sia in estremo pericolo, non tanto per un'eventuale guerra atomica, ma già per i semplici esperimenti nucleari che contaminano l'atmosfera.Il secondo richiamo si riferisce al rischio di una Terza guerra mondiale, che inevitabilmente sfocerebbe in una guerra atomica. «Si rende conto l'umanità di questo pericolo? Deve prendere coscienza e impedirlo in nome di sé stessa.» Discorso più che mai attuale e profetico, parla di missili, di corsa agli armamenti delle grandi potenze e dei rischi di guerra sfiorati in quegli anni e costantemente in agguato. Schweitzer afferma: «Attualmente siamo costretti a considerare la minaccia di una guerra atomica tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Basterebbe una sola mossa per evitarla: le due potenze dovrebbero rinunciare contemporaneamente alle armi nucleari.» Il terzo richiamo è la conclusione naturale dei primi due, in cui si evidenzia la necessità di sospendere gli esperimenti atomici e rinunciare alle armi atomiche, spontaneamente, in nome dell'umanità. Si tratta di scegliere tra la rinuncia alle armi nucleari, nell'auspicio che le grandi potenze riescano a convivere in pace, o la folle corsa al riarmo, che può condurre alla più raccapricciante delle guerre e alla distruzione dell'umanità.  Nel 1952 fu insignito del Premio Nobel per la Pace con il cui ricavato fece costruire il villaggio dei lebbrosi inaugurato l'anno successivo con il nome di Village de la lumière (villaggio della luce). Nei pochi momenti liberi che aveva, lavorando fino a tarda ora, si dedicava alla lettura e allo scrivere, ma anche questi avevano come scopo finale il mantenimento del suo ospedale a Lambaréné. Schweitzer non volle più ritornare a vivere nella sua terra natale, preferendo morire nella foresta vergine vicino alla gente a cui aveva dedicato tutto se stesso. E il 4 settembre 1965 morì, ormai novantenne, poco dopo sua moglie, nel suo amato villaggio africano di Vasto, e lì fu sepolto. Migliaia di canoe attraversarono il fiume per portare l'ultimo saluto al loro benefattore, che sarà seppellito presso l'ansa del fiume. I giornali occidentali ne annunciarono la morte: «Schweitzer, uno dei più grandi figli della Terra, si è spento nella foresta.»  Dagli indigeni con cui visse fu denominato «Oganga» Schweitzer, lo «Stregone Bianco Schweitzer»

Non esiste la mancanza