A Enrico Panzacchi
Son qui nella villetta
in un sopor profondo,
lento e meditabondo
giro di vetta in vetta;
non leggo una gazzetta,
non so che avvenga al mondo,
non scrivo, non rispondo,
non faccio una saetta.
Parlo coi paesani
di vacche e di galline,
colgo le insalatine
fresche con le mie mani,
tiro dei torsi ai cani,
guardo le contadine,
m'affaccio alle chiesine
nascoste fra gli ontani;
O fo un'allegra gita
con qualche campagnolo;
si stende il tovagliolo
sull'erbetta fiorita;
si mangia con le dita
un pollo o un cetriolo,
si trinca del Baròlo,
si schiaccia una dormita.
Quando una bell'acquata
ci rompe il desinare,
si fugge a un casolare
si fa una gran fiammata;
si mangia una bruciata
da qualche pia comare,
si cova il focolare
facendo una pipata.
Così, Enrico diletto,
passo i miei dì sereni.
Verrai? Se ti sovvieni,
scrivesti: Lo prometto.
L'albergo è poveretto;
ma i colli sono ameni;
annunziami che vieni
e ti preparo il letto.
Edmondo De Amicis

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