è stato un religioso e poeta italiano venerato come beato dalla Chiesa cattolica.
Nato da Iacobello, della nobile famiglia tudertina dei Benedetti, Jacopo studiò legge probabilmente all'Università di Bologna e intraprese la professione di notaio e procuratore legale, conducendo una vita spensierata, spesso esasperata dalle biografie antiche in funzione agiografica, per contrasto con la vita dopo la conversione. Nel 1267 sposò Vanna, figlia di Bernardino di Guidone, conte di Coldimezzo. La moglie, secondo la leggenda, morì l'anno seguente durante una festa da ballo, per il crollo di un pavimento: dopo che sul corpo della donna fu trovato un cilicio che essa indossava anche nelle occasioni mondane, Jacopo abbandonò la vita gaudente (nell'inverno del 1268) e, distribuiti ai poveri i propri averi, peregrinò per dieci anni, vivendo di elemosina e subendo continue umiliazioni, assumendo il nome con cui poi sarà universalmente conosciuto (l'accrescitivo -one fu aggiunto da lui stesso). Nel 1278 entrò come frate laico nell'ordine dei frati minori, nel convento di Pantanelli presso Baschi, scegliendo la corrente rigoristica degli "spirituali" (o "fraticelli"), che si contrapponevano alla corrente predominante dei "conventuali", portatori di un'interpretazione più moderata della Regola francescana. Attuò in quel periodo una ruvida polemica contro la corruzione ecclesiastica e si recò molto spesso a Roma. All'inizio del breve pontificato di Celestino V (agosto 1294), papa eremita e in odore di santità, gli spirituali, sottoposti a vessazioni e persecuzioni nell'ordine a causa del loro atteggiamento intransigente e restio a ogni compromesso, furono ufficialmente riconosciuti come ordine con il nome di Pauperes heremitae domini Celestini. Jacopone indirizzò anzi al nuovo pontefice una lauda, Que farai, Pier dal Morrone, con l'intento di metterlo in guardia da atteggiamenti di compromesso. Ma dopo l'abdicazione di Celestino (dicembre 1294), il nuovo papa Bonifacio VIII, acerrimo nemico delle correnti più radicali della Chiesa, non appena eletto, abrogò le precedenti disposizioni; la congregazione dei Pauperes si schierò allora con la famiglia Colonna, da sempre rivale dei Caetani, cui apparteneva Bonifacio. Jacopone fu tra i firmatari del Manifesto di Lunghezza del 10 maggio 1297, con cui gli avversari di Bonifacio VIII, capeggiati dai cardinali Jacopo e Pietro Colonna dichiaravano nulla l'abdicazione di Celestino V e illegittima l'elezione di Bonifacio. La risposta di Bonifacio VIII non si fece attendere: scomunicò tutti i firmatari con la bolla Lapis abscissus del 23 maggio 1297 e cinse d'assedio Palestrina, la roccaforte dei dissidenti. Nel settembre del 1298 Palestrina fu presa e Jacopone fu spogliato del saio, processato, imprigionato nel carcere sotterraneo del convento di San Fortunato a Todi, da dove continuò a polemizzare nei confronti del Papa, cui chiedeva di essere liberato dalla sola scomunica. È di questo periodo una epistola (o "trattato", come la definisce lo stesso Jacopone) che il poeta indirizzò al Pontefice: Jacopone fu liberato, sia dalla prigionia sia dalla scomunica, solo nel dicembre 1303 dal nuovo papa Benedetto XI, vivendo poi gli ultimi anni nel convento di San Lorenzo a Collazzone. Il suo corpo fu sepolto fuori dalle mura di Todi. Nel 1433 il corpo fu ritrovato e portato nella chiesa francescana di San Fortunato all'interno della città, dove è ancora presente la sua tomba. Il vescovo Angelo Cesi nel 1596 ha ornato la tomba con una lastra in cui è presente la scritta:

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