venerdì 13 giugno 2025

Il giardino incantato

Poichè buono oltremodo era Pierino,
venne la Fata, e lo portò con sè;
e gli aperse i cancelli di un giardino,
tutto quanto color delle pansè,
dove nuotavan sui laghetti a schiera
i bianchi cigni dalla testa nera.

C'eran siepi di rose e di viole,
il cui profumo illanguidiva il cuor;
liete fontane , zampillanti al sole,
ed insetti di splendido color,
v'eran boschetti ombrosi e traforati,
di cerchietti di sole arabescati;

e poi pavoni dalle iridescenti
code con occhi di smeraldo e d'oro;
grotte di sassi strani e rilucenti,
di meravigliosissimo lavoro,
e in gran parco tremuli di voli,
trillavano come arpe gli usignoli.

Questo, disse la fata, è il gran reame,
della bellezza alla bontà sorella,
qui della vita dalle asprezze grame,
riposerai la testolina bella;
e accolta in te quast'armonia, con arte,
la spargerai pel mondo in sulle carte.

In ricompensa della tua bontà,
ecco, ti faccio il dono più sublime;
t'apro il segreto della felicità,
racchiuso nei colori, e nelle rime,
perchè tu esprima agli uomini, col verso,
gli stupendi  fulgor dell'universo.

Tradurrai delle fonti gli zampilli,
le parole dell'erbe e del torrente,
ed i concerti sveglierai di grilli,
quando la notte il prato è più silente;
e lenta, lenta sulla selva bruna,
s'affaccia e splende la sognante luna.

Per le strade del mondo, e fra il terrore,
non ti affaticherai di risse vane,
e se, un giorno, ti visiti il dolore,
tu solo, al lento suon delle campane,
pensando a quei che forse avrai perduto,
al ciel confiderai l'affanno avuto.

Il ciel velato, le campane assorte,
il sol d'inverno e la siepe fiorita,
a te diran che non esiste morte,
per chi capisce che cos'è la vita;
dove nulla si cambia e nulla muore,
sotto le leggi di un eterno amore.

Ferdinando Paolieri

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