lunedì 4 settembre 2017

William Ernest Henley




William Ernest Henley
(Gloucester, 23 agosto 1849Woking, 11 luglio 1903)
è stato un poeta, giornalista ed editore britannico.
Figlio di William Henley, di professione libraio, e di Mary Morgan, discendente del critico e poeta Joseph Warton, William Ernest Henley era il maggiore di sei fratelli. Allievo della Crypt Grammar School nel periodo 1861-1867, venne profondamente influenzato dalla personalità di Thomas Edward Brown, nel breve periodo (1857-1863) in cui questo fu preside della scuola. Henley lo definì "a man of genius - the first I'd ever seen" ["un uomo di genio - il primo che avessi mai visto"]. Fu l'inizio di una lunga amicizia e Henley scrisse in seguito un memoriale in cui era evidente l'ammirazione per Brown, su New Review (dicembre 1897). All'età di 12 anni Henley si ammalò gravemente di tubercolosi dove per lui fu un dramma . Quando la TBC  colpisce in giovane età i batteri responsabili possono migrare e colpire anche altri organi come nel morbo di Pott che colpisce le ossa. Nel caso di Henley fu necessaria l'amputazione della parte inferiore della gamba sinistra per permettergli di sopravvivere. Il suo amico Robert Louis Stevenson creò la figura del pirata Long John Silver ne L'isola del tesoro basandosi sulla figura di Henley: il figlioccio di Stevenson, Lloyd Osbourne, avvalorò la cosa, dicendo che Henley si presentava come "un grosso, sanguigno individuo dalle spalle larghe con una gran barba rossa e una stampella; gioviale, sorprendentemente arguto, e con una risata che scrosciava come musica; aveva una vitalità e una passione inimmaginabili; era assolutamente travolgente". La malattia non gli diede tregua per l'intera esistenza, ma Henley era dotato di una forza d'animo fuori dal comune: si diplomò nel 1867 e si trasferì a Londra per iniziare la professione di giornalista. Nei successivi 8 anni venne spesso ricoverato per lunghi periodi in ospedale, in quanto anche il piede destro era a rischio di amputazione. Henley si oppose alla seconda operazione e accettò di diventare paziente di Joseph Lister (1827-1912), uno dei pionieri della chirurgia, al The Royal Infirmary di Edimburgo. Dopo tre anni passati in ospedale (1873-1875) venne dimesso e, sebbene la cura di Lister non fosse del tutto riuscita, questa gli permise di vivere in modo autonomo per 30 anni. Nel 1875, mentre si trovava in ospedale, scrisse la sua poesia più celebre, Invictus, dedicata a R. T. Hamilton Bruce (1846-1899).

sabato 2 settembre 2017

LINGUAGGIO DEI FIORI


Il significato di Kalmia è...
Insidia
La Kalmia angustifolia è un piccolo arbusto sempreverde originario del nord America.
La kalmia ha crescita abbastanza lenta, e con l'età tende a formare densi cespugli con chioma ampia e ramificata. Il tronco ha corteccia marrone scuro, talvolta tendente al rosso; i rami sono verde scuro, divengono marroni con l'età. Ha foglie semplici, alterne, ovali allungate, di colore verde scuro sulla pagina superiore, verde chiaro-grigiastro sulla pagina inferiore; in primavera-estate produce numerosi fiorellini piatti, tondeggianti, con cinque lobi poco pronunciati, di colore rosa o bianco, riuniti in densi grappoli. In tarda estate ai fiori succedono i frutti, piccole capsule tondeggianti semilegnose, che si rompono a maturazione per liberare i semi.
La kalmia preferisce posizioni semi ombreggiate, che prendano il sole nel tardo pomeriggio, per evitare che le foglie e i fiori si scottino; nelle zone a clima più freddo possono essere collocate anche in pieno sole. Non teme il freddo invernale, è più probabile che la pianta soffra per il caldo afoso dei mesi estivi. Può essere coltivata con buoni risultati in climi diversi data la rusticità della pianta ma è opportuno prestare più attenzione alle piante giovani che risultano essere più delicate.

venerdì 1 settembre 2017

23 agosto Santa Rosa da Lima -




Vergine
Lima, Perù, 1586 - 24 agosto 1617
Patronato: Fioristi
Etimologia: Rosa = dal nome del fiore

Emblema: Giglio, Rosa

Nacque  decima di tredici figli. Il suo nome di battesimo era Isabella. Era figlia di una nobile famiglia, di origine spagnola. Il padre si chiamava Gaspare Flores, gentiluomo della Compagnia degli Archibugi, la madre donna Maria de Oliva. Per cui, il nome della Santa era Isabella Flores de Oliva. Ma questo sarà dimenticato in favore del nome che le diede, per la prima volta, la serva affezionata, di origine india, Mariana, che le faceva da balia, la quale, colpita dalla bellezza della bambina, secondo il costume indios, le diede il nome di un fiore. “Sei bella - le disse - sei rosa”. Fu cresimata per le mani dell'arcivescovo di Lima ed anche lui Santo, Toribio de Mogrovejo, che le confermò, tra l'altro, in onore alle sue straordinarie doti fisiche e morali, quell’appellativo datole dalla serva india. Rosa ad esso aggiunse “di Santa Maria” ad esprimere il tenerissimo amore che sempre la legò alla Vergine Madre del cielo soprattutto sotto il titolo di Regina del Rosario, la quale non mancò di comunicarle il dono dell'infanzia spirituale fino a farle condividere la gioia e l'onore di stringere spesso tra le braccia il Bambino Gesù. Visse un'infanzia serena ed economicamente agiata. Ben presto, però, la sua famiglia subì un tracollo finanziario. Rosa, che aveva studiato con impegno, aveva una discreta cultura ed aveva appreso l'arte del ricamo. Si rimboccò, quindi, le maniche, aiutando la famiglia in ogni genere di attività, dai lavori casalinghi alla coltivazione dell'orto ed al ricamo, onde potersi guadagnare da vivere. Sin da piccola aspirò a consacrarsi a Dio nella vita claustrale, ma il Signore le fece conoscere la sua volontà che rimanesse vergine nel mondo. Ebbe modo di leggere qualcosa di S. Caterina da Siena. Subito la elesse a propria madre e sorella, facendola suo modello di vita, apprendendo da lei l'amore per Cristo, per la sua Chiesa e per i fratelli indios. Come la santa senese vestì l'abito del Terz'ordine domenicano. Aveva vent'anni. Allestì nella casa materna una sorta di ricovero per i bisognosi, dove prestava assistenza ai bambini ed agli anziani abbandonati, in special modo a quelli di origine india. Sempre come Caterina, fu resa degna di soffrire la passione del Suo divino Sposo, ma provò pure la sofferenza della “notte oscura”, che durò ben 15 anni. Fu arricchita dal suo Celeste Sposo altresì di vari carismi come quello di compiere miracoli, della profezia e della bilocazione. Dal 1609 si richiuse in una cella di appena due metri quadrati, costruita nel giardino della casa materna, dalla quale usciva solo per la funzione religiosa, dove trascorreva gran parte delle sue giornate in ginocchio, a pregare ed in stretta unione con il Signore e delle sue visioni mistiche, che iniziarono a prodursi con impressionante regolarità, tutte le settimane, dal giovedì al sabato. Nel 1614, obbligata a viva forza dai familiari, si trasferì nell'abitazione della nobile Maria de Ezategui, dove morì, straziata dalle privazioni, tre anni dopo. Grande, già in vita, fu la sua fama di santità. L'episodio più eclatante della sua esistenza terrena ce la presenta abbracciata al tabernacolo per difenderlo dai calvinisti olandesi guidati all'assalto della città di Lima dalla flotta dello Spitberg. L’inattesa liberazione della città, dovuta all’improvvisa morte dell’ammiraglio olandese, fu attribuita alla sua intercessione. Condivise la sofferenza degli indios, che si sentivano avviliti, emarginati, vilipesi, maltrattati soltanto a motivo della loro diversità di razza e di condizione sociale. Sentendosi avvicinare la morte, confidò “Questo è il giorno delle mie nozze eterne”. Era il 24 agosto 1617, festa di S. Bartolomeo. Aveva 31 anni. Il suo corpo si venera a Lima, nella basilica domenicana del S. Rosario. Fu beatificata nel 1668. Due anni dopo fu insolitamente proclamata patrona principale delle Americhe, delle Filippine e delle Indie occidentali. Fu comunque canonizzata il 12 aprile 1671 da papa Clemente X. È anche patrona dei giardinieri e dei fioristi. È invocata in caso di ferite, contro le eruzioni vulcaniche ed in caso di litigi in famiglia.

Autore:
Francesco Patruno

Una Candela


Diurna presso la cesta una candela
lercia di sego e sgocciola ;
fuori la notte sonnecchiando gela
ravvolta nelle tenebre.

E freddo: il vento dalla chiusa imposta
brontola come un povero
ed allo spento focolar s' accosta
soffiando nella cenere,

che s'alza: la candela alle pareti
sbatte l'ombre fantastiche,
mentre i bambini dormono quieti
nel cesto della paglia.

Affagottati dentro una sottana
non han più freddo, e ridono
sognando chi sa cosa nell' arcana
vacuità dell' anima.

Ma la vecchia rimasta col corsetto
e la corta camicia,
strette le mani nello scarno petto
e il petto alle ginocchia

invano si rannicchia e sui piccini
fisa l'occhio sonnambulo
E troppo freddo, i due biricchini
han spogliato la vecchia.
 
A.Oriani

MONOTONIE. 2



Perchè? sei pur pallida.
T' intendo, bel fiore;
te, nata nei palpiti
precoci di amore,
emblema d' insipida
modestia ti volle
un volgo d'ignobili
E allor fra le zolle.
dimessa la faccia
ti festi romita ;
e i primi rammemori
bei giorni, avvilita.

A. Oriani

MONOTONIE.



-Ma sovrumano
m' urge il bisogno di un tuo santo bacio :
vergin, la mano
ponmi sul capo e vuo' parlarti. Splendidi
una mattina,
dalla triste soffitta uscivo all'aria
pura; la brina
di ricami vestiva i nudi platani
del gran viale —
ed io sognava una passione incognita,
una spirtale
beltà di donna qual non era e d'angelo,
candida, mesta
voluttuosa e alteramente vergine.
La bella testa
tua m' appari, disparve in un patrizio.

A. Oriani

Alfredo Oriani


Per quanto discendesse da una famiglia privilegiata della piccola aristocrazia, ebbe un'infanzia difficile, priva di quegli affetti che rendono serena e felice la vita di un bimbo. Il ragazzo crebbe scontroso e solitario, e più tardi rivelò queste sue caratteristiche anche nelle proprie opere.Si recò a Roma per frequentare la facoltà di Legge. Da Roma passò a Bologna, a far pratica presso lo studio di un legale. Intanto la sua famiglia si era trasferita da Faenza a Casola, nella Valle del Senio, dove possedeva una casa, «Villa del Cardello». In questa dimora Oriani trascorse interamente la propria esistenza, un'esistenza amareggiata da continue delusioni per l'invincibile silenzio che la critica manteneva intorno alle sue pubblicazioni, spesso considerate oscene. Morì, in grande solitudine, il 18 ottobre 1909. Ebbe per confessore don Lorenzo Costa, anch'egli scrittore, che ci lasciò una testimonianza scritta a ricordo di Oriani Le sue opere spaziano dal romanzo ai trattati di politica e di storia, dai testi teatrali agli articoli giornalistici, sino alla poesia. La sua fama di scrittore fu a lungo legata soprattutto alle opere di pubblicistica storica e politica: Fino a Dogali (1889), in cui analizzò le cause della crisi religiosa ed economica della nuova Italia; La lotta politica in Italia (1892) che narra le vicende storiche italiane dal Medioevo al Risorgimento; La rivolta ideale (1908), nella quale lo scrittore espone il proprio credo politico, affermando la necessità di uno Stato forte che regoli con ampi poteri la vita sociale. Molto importanti sono però anche le opere letterarie, fra cui si annoverano autentici capolavori del calibro di Gelosia (1894) e Vortice (1899). Uno dei suoi ultimi lavori fu Bicicletta (1902), una raccolta di novelle in cui egli abbandonò lo stile enfatico e veemente dei suoi primi racconti per una scrittura più scorrevole e spontanea. Considerazione degna di nota provenne da Benedetto Croce che, in un saggio del 1908, gli riconobbe il merito di aver criticato il positivismo allora imperante nella cultura italiana e di aver fatto riferimento ad Hegel e allo storicismo. Una certa attenzione gli venne inoltre dimostrata da Renato Serra, che gli dedicò due scritti, in quanto elemento eccentrico all'interno della contemporanea scena culturale romagnola. Dopo la fine della Grande Guerra il fascismo si appropriò del pensiero di Oriani e tese a valorizzarlo e a diffonderlo con la pubblicazione delle opere complete, edite in 30 volumi da Cappelli. Nel 1924 il Cardello fu dichiarato monumento nazionale; il 14 aprile 1927 venne istituito (regio decreto-legge n. 721) l'«Ente Casa di Oriani», allo scopo di perpetuare la memoria dello scrittore. Apprezzamento per il pensiero di Oriani venne anche dal Gramsci dei Quaderni: egli, riflettendo sulla mancanza in Italia di una letteratura nazional-popolare, vedeva in Oriani uno dei pochi autori italiani consapevoli che l'assenza d'incontro tra nazione intera e ceto culturale aveva avuto conseguenze esiziali: in primis l'egemonia della classe dirigente liberale post-unitaria. Nel secondo dopoguerra lo scrittore venne ostracizzato per via dell'appropriazione della sua opera da parte del fascismo. Soltanto a partire dagli anni settanta, grazie al lavoro di eminenti studiosi quali Giovanni Spadolini ed Eugenio Ragni, si è assistito ad una ripresa d'interesse per la sua produzione, sia quella saggistica sia quella narrativa. Nel 1975 il parco che circonda il Cardello è stato dichiarato Zona di notevole interesse pubblico dal Ministero per i Beni cultuali. Nel 1978 gli eredi dello scrittore hanno ceduto la villa-museo all'Ente Casa di Oriani. Negli anni successivi l'Ente è diventato Fondazione. La «Fondazione Casa di Oriani» ha continuato l'opera di diffusione del pensiero di Oriani.

Ghianda acrostico