martedì 15 settembre 2026

Che cos'è il perdono

 


Nei momenti difficile

 


Sergio Bruni

Sergio Bruni, pseudonimo di Guglielmo Chianese
(
Villaricca, 15 settembre 1921Roma, 22 giugno 2003),
è stato un
cantautore, chitarrista e compositore italiano

Nacque in provincia di Napoli a nove anni s'iscrisse a una scuola serale di musica e a undici diventò suonatore di clarinetto nella banda del paese, realizzando così la sua prima esperienza da musicista. Nel 1938, a diciassette anni, si trasferì con la famiglia a Napoli nel quartiere Chiaiano e cominciò a lavorare come operaio. Nel settembre del 1943, mentre si trovava a casa in licenza di convalescenza, proveniente dal novantunesimo reggimento fanteria di stanza a Torino dove cantò per la prima volta davanti ad un pubblico di militari, ebbe notizia che a Napoli la gente stava insorgendo contro le truppe tedesche e formò con una decina di giovani della sua età un gruppo di volontari. Si procurarono delle armi e il 29 settembre, con l'aiuto di un capitano d'artiglieria, riuscirono a sminare il ponte di Chiaiano, minato dai tedeschi. Sulla via del ritorno s'imbatterono in una pattuglia tedesca e, in uno scontro a fuoco, rimase gravemente ferito alla gamba destra. Trasportato avventurosamente in ospedale su di un carretto, si salvò per miracolo. Dimesso dall'ospedale, spinto e aiutato dai suoi amici di Chiaiano, cominciò a frequentare la scuola di canto tenuta dal maestro Gaetano Lama e dal cantante Vittorio Parisi, diventandone subito il vanto. Dopo pochi mesi, il 14 maggio 1944, presentato proprio da Vittorio Parisi, esordì ufficialmente davanti al pubblico del Teatro Reale di Napoli. Ottenne un grande successo, ma il giorno dopo l'impresario rifiutò di farlo cantare per non disturbare i suoi "artisti scritturati". Il cantante, che non aveva altri lavori, visse momenti difficili e cominciò a frequentare la Galleria in cerca di qualche piccola scrittura che non arrivò quasi mai. Ma l'anno dopo entrò nel mondo della canzone dalla porta principale, vincendo un concorso per voci nuove bandito dalla RAI. La fase finale si svolse il 21 ottobre al Teatro delle Palme di Napoli e Bruni ottenne un vero trionfo, classificandosi primo con 298 voti contro i 43 del secondo classificato. La vittoria gli fruttò un premio di 3000 lire e un contratto con Radio Napoli. Cominciò così lunghe prove di dizione e di canto sotto la guida del maestro Gino Campese, che dirigeva allora l'orchestra stabile di Radio Napoli, cantando poi in seguitissime trasmissioni radiofoniche. Lo stesso maestro Campese gli suggerì il nome d'arte Sergio Bruni per evitare confusione con un altro cantante radiofonico che si chiamava Vittorio Chianese. Il 1948 fu per Sergio Bruni un anno cruciale per la sua vita e la sua carriera di cantante. Il 14 febbraio si sposò con Maria Cerulli, con la quale mise al mondo quattro figlie. Nello stesso anno incise per La Voce del Padrone, che restò la sua casa discografica per un ventennio, il suo primo disco. Nel 1949 interpretò la canzone Damme 'sta rosa, con parole di Giuseppe Casillo e musica del maestro Luigi Vinci, edita a Napoli dalla casa di musica Gennarelli. Sempre nel 1949, scritturato dalla Casa Editrice La Canzonetta, partecipò alla sua prima Piedigrotta, ottenendo un clamoroso successo con Vocca 'e rose e presentandovi in seguito altri numerosi motivi, come Surriento d'e nnammurate (1950), Chiesetta nella valle (1951), A rossa (1952), O rammariello (1952), A Luciana (1953), Chitarrella chitarrè (1953), Vienetenne a Positano (1955) e Piscaturella (1956).In questi anni Sergio Bruni incominciò ad imporre il suo stile interpretativo sempre più personale e inconfondibile che gli procurò un grande consenso popolare che lo accompagnò per tutta la sua carriera. Dal 1952 partecipò a dodici Festival della canzone napoletana, portando al successo canzoni amate e cantate ancora oggi, come Sciummo (1952), O ritratto 'e Nanninella (1955), Suonno a Marechiaro (1958) e Vieneme 'nzuonno (1959). Poi, con Serenata 'e piscatore (di Nello Franzese e Rino Solimando) cantata anche da Giorgio Consolini, vince il 3º premio alla Piedigrotta-RaiTv del 1958. Si classificò primo nel 1962 con Marechiaro marechiaro e nel 1966 con Bella e avrebbe vinto anche il festival del 1960 con Serenata a Margellina, ma si ritirò clamorosamente all'ultimo momento, rifiutandosi di partecipare alla serata finale per una diatriba con Claudio Villa e gli organizzatori. Nel 1960, al culmine della sua carriera, debuttò al Festival di Sanremo con Il mare ed È mezzanotte. Nello stesso anno incise con l'editore Acampora Sfaticatella, canzone d'amore musicata da Raffaele Vincenti, con testo di Giuseppe Casillo. Nel 1961 prese parte al Giugno della Canzone Napoletana, posizionandosi al terzo posto. In seguito si ritirò nella sua villa di Napoli e stipendiò per anni il suo pianista di allora, Gianni Aterrano, per concentrarsi quasi esclusivamente sul repertorio classico della canzone napoletana. Diminuì drasticamente le esibizioni e abbandonò gradualmente tanti suoi successi. Tra le numerose canzoni antiche che interpretò, si ricordano Fenesta vascia, Lo guarracino, 'O marenariello La serenata di Pulcinella, attribuita a Cimarosa, e La rumba degli scugnizzi di Raffaele Viviani. Sergio Bruni scrisse anche la musica di canzoni di grande successo, come Palcoscenico (1956) e Na bruna (1971). Decisiva fu la collaborazione con il poeta Salvatore Palomba: un sodalizio da cui nacquero, tra l'altro, Carmela (1976), divenuto un classico della canzone napoletana, e l'album Levate 'a maschera Pulecenella (1975), diventato nell'ottobre del 1976 anche uno spettacolo televisivo e teatrale. Nel 1980 nacque Amaro è 'o bene, altro grande successo del duo Palomba - Bruni, incluso nel disco Una voce una città, contenente, tra l'altro, il testo di Eduardo De Filippo È asciuto pazzo 'o patrone, musicato da Bruni. Tra il 1980 ed il 1990 Bruni realizzò un'antologia della canzone napoletana con le canzoni da lui più amate, nate dal 1500 in poi, ed alcune di sua composizione. Il lavoro venne pubblicato nel 1984 in un'edizione in cofanetto con quattro dischi a 33 giri, contenenti quaranta canzoni, e un libro curato da Roberto De Simone e autoprodotto da Bruni. Nel 1991 la Casa Editrice Ferdinando Bideri ripubblicò in formato CD e MC il primo cofanetto e vi aggiunse un secondo cofanetto con oltre quaranta canzoni. Nello stesso anno Bruni realizzò uno spettacolo televisivo basato su questo lavoro discografico. Il 5 agosto 1998 è ospite d'onore del Festival di Napoli tenutosi su Rete 4. Per l'occasione si esibisce con il brano Carmela, accompagnato al pianoforte dal cantautore Lino Blandizzi, che in duetto con lui, nello stesso anno, incide il brano “Ma dov’è”, ultima registrazione del maestro con un emozionante documento video. Canzone pubblicata successivamente nel 2007 nell’album “Blandizzi incontra Sergio Bruni”, dall’etichetta Interbeat. Nel marzo del 2000, per motivi di salute e opportunità, lasciò la sua villa di Napoli e si trasferì a Roma, città d'abitazione di due delle sue quattro figlie. Il 15 settembre del 2001, in onore del suo ottantesimo compleanno, Villaricca organizzò un Bruni Day dedicato al suo cittadino. Sergio Bruni si spense all'età per una crisi respiratoria all'ospedale Santo Spirito di Roma.


Non dimentichiamo chi ha lottato contro la mafia

Non dimentichiamo chi ha lottato contro la mafia ed è stato assassinato... Padre Giuseppe Puglisi (Palermo, 15 settembre 1937 – Palermo, 15 settembre 1993)

Una volta eravamo poveri di tutto

 


Lei non lavora

“Lei non lavora.”

Questo è quello che lui ha detto;
Perché non riceve uno stipendio.
Perché non porta un tesserino aziendale appeso al collo.
Perché nessuno applaude quando finisce il suo turno.
Ma ecco la verità:
Lei si sveglia prima del sole.
Pulisce la casa mentre il mondo ancora dorme.
Prepara la colazione. Prepara i pranzi. Trova i calzini scomparsi.
Prepara i bambini, li porta a scuola, e poi va al mercato... non per piacere, ma per sopravvivenza.
Non fa pause caffè.
Non esiste un ufficio risorse umane quando si sente sopraffatta.
Non ci sono stipendi, né promozioni, né “impiegata del mese.”
Lei cucina. Pulisce. Consola. Guarisce.
Lei insegna. Disciplina. Ascolta. Ama.
E quando il marito torna a casa per riposarsi,
lei sta appena iniziando con la cena, i piatti, i compiti, le favole della buonanotte e a piegare i vestiti che nessuno ha notato che aveva già lavato.
Quindi non ti azzardare a dire che “lei non lavora.”
Il suo lavoro è 24/7. Senza giorni liberi. Senza malattia.
Eppure, lei mantiene tutto... ogni giorno,
spinta non dal denaro, ma dall’amore.
A ogni uomo:
Se pensi che lei “stia solo a casa,”
prova a fare tutto ciò che lei fa per una settimana.
Ti accorgerai che lei non smette mai di lavorare,
lei È il lavoro che tiene unita tutta la famiglia.
A ogni donna che si è sentita invisibile:
Non sei invisibile.
Non sei “solo” nulla.
Sei il battito del cuore della casa.
Riconoscila. Valorizzala.
Perché senza di lei, niente funziona. web

I bambini devono usare la penna

I bambini devono usare la penna, non le dita sui tablet. La penna consente connessioni neurocerebrali articolate e raffinate

Il primo giorno di scuola

 


15 settembre Santa Caterina Fieschi Adorno

15 settembre Santa Caterina Fieschi Adorno
Vedova
Genova, 1447 – 15 settembre 1510
Etimologia: Caterina = donna pura, dal greco

Nel 1494-95 l’esercito del re francese Carlo VIII ha percorso l’Italia, portando con sé, come dice Francesco Guicciardini, i semi "di orribilissimi accidenti... e infermità fino a quel dì non conosciute". L’infermità che atterrisce è la sifilide. Esisteva già, ma lo scorrazzare degli eserciti l’ha propagata in dimensioni catastrofiche e con effetti ripugnanti. I malati ricchi chiamano i medici in casa, quelli poveri muoiono per le strade, nei fossi. Ma a Genova, nel 1497, emerge un gruppo che si dedica a questi scarti umani, li accoglie, li nutre, li cura. Animatrice: una signora di rango, Caterina Fieschi, moglie del nobile Giuliano Adorno. Li hanno sposati le famiglie e sono due malmaritati, che stanno insieme per ragioni di facciata; e delle avventure di lui parla tutta Genova.Lei però si libera da questa situazione attraverso un’esperienza mistica che la porta a guidare in Genova la reazione evangelica alla decadenza della Chiesa, anche attraverso la dedizione agli abbandonati; a diventare riformatrice con largo anticipo, attirando nell’impresa anche il marito, e dirigendo l’impegno dei rinnovatori verso un obiettivo preciso: vivere l’esperienza dell’amore di Dio andando dai più infelici e disprezzati. "Andava lei e nettava le miserie e brutture di detti infermi e poveri... con puzze quasi intollerabili et trovava anche quelli che dicevano parole terribili di disperazione". Qui c’è un aspetto applicato della sua esperienza, che non si ferma a quest’opera com’è descritta dai suoi discepoli. Caterina è una mistica che si tuffa nella realtà, con singolari doti che nel XX secolo si chiameranno manageriali: cambia organizzazione negli ospedali, cerca il nuovo e il meglio tra medici e cure. Ma parte sempre dall’idea di Dio-Amore, di quest’amore che va trasmesso subito a tutti, cominciando dai disperati.Il notaio e umanista genovese Ettore Vernazza, su impulso di lei, dà vita alla fraternità del Divino Amore, movimento di clero e di laici protesi a una riforma radicale della vita cristiana, che servirà di modello ad altre associazioni simili, tutte fondate sulla riforma interiore da un lato e sullo spendersi dall’altro, in ogni necessità. “Madonna Caterinetta”, come la chiamano, si ammala anche di peste curando una malata. E i suoi discepoli scrivono che, "sanata che fu, ritornò al servizio dell’hospidal con gran cura e diligenzia". Il movimento di riforma cattolica, dall’interno e senza ribellione, reagisce all’indifferenza colpevole di Roma insegnando e facendo, dando coraggio a molti cristiani anche nei tempi più demoralizzanti. Bisogna "piantare in li cori nostri il divino amore, cioè la carità". Questo è l’insegnamento di Caterina, dispensato e vissuto fino alla morte; la ricetta contro l’inerzia, la premessa per la ripresa. Morta nel 1510, Caterina Fieschi Adorno sarà canonizzata da Clemente XII nel 1737.
La Diocesi di Genova ne celebra il culto il 12 settembre.


Autore:
Domenico Agasso


Cari docenti, insegnati, maestre



Cari docenti, insegnati, maestre,prima di aprire il registro, prima di spiegare la lezione del giorno o consegnare quella verifica, fate un respiro profondo e guardateli.
Vi dimenticate troppo spesso di cosa significasse avere la loro età: di quanto fosse enorme ogni piccolo fallimento, di quanto facesse male sentirsi diversi o di come ci si sentisse soli in una classe piena di gente. Oggi, dall'alto della vostra esperienza, l'errore più facile è giudicarli. Li definite svogliati, distratti o fragili, ma vi dimenticate di guardare lo zaino invisibile che portano sulle spalle ogni mattina.
Guardateli bene. In classe non entrano solo studenti, ma vite intere:
C’è chi ha cambiato città e si sente un pesce fuor d'acqua.
C’è chi convive con una diagnosi o una difficoltà e si sente sbagliato.
C’è chi torna in una casa dove i genitori si stanno separando.
C’è chi subisce battute cattive nei corridoi e si chiude in un silenzio che fa male.
C’è chi vive il peso di rinunce economiche, ma prova a sorridere lo stesso.
Capiteli. Un ragazzo che si chiude in sé stesso non sta rifiutando la scuola: sta chiedendo protezione. Un ragazzo che si arrabbia non cerca uno scontro: sta gridando che qualcosa dentro gli fa male.
Come educatori avete un potere immenso: potete essere la differenza tra un ragazzo che si arrende e uno che scopre il proprio valore.
La didattica è fondamentale, ma l'umanità viene prima. Un voto non curerà mai una solitudine. Ma uno sguardo che non giudica, una parola di incoraggiamento al momento giusto e la pazienza di ascoltare possono davvero salvare una vita. Aiutateli a capire che possono cadere senza essere considerati un fallimento, e siate gli adulti capaci di dire: "Non so esattamente cosa provi, ma sono qui."
Insegnare non significa riempire un vaso, ma accendere un fuoco. Oggi, prima di valutare la loro preparazione, valutate il loro stato d'animo. Fate della vostra aula un posto sicuro, dove nessuno si senta mai un'etichetta, ma sempre e solo una persona. ❤️
©️𝓜𝓪𝓶𝓶𝓪𝓣𝓾𝓵𝓲𝓹𝓪𝓷𝓸 🌷

lunedì 14 settembre 2026

Domani tutti , tutti a scuola... Si riparte!

 


Si riparte!

Con l’inizio di un nuovo anno scolastico, ricordiamoci che ogni bambino entra in classe con talenti, tempi, bisogni e modi di imparare diversi.
La vera inclusione non è chiedere a tutti di essere uguali, ma offrire a ciascuno le opportunità di cui ha bisogno per poter brillare.
Che sia un anno di scoperte, crescita, rispetto e soprattutto di una scuola in cui nessuno resti indietro.
Buon inizio di scuola a tutti! 📚✏️

Nemmeno il tempo di nascere

Nemmeno il tempo di nascere e già arrivano le brutte notizie.

Pe la stupidità

 


Manca solo la parola

 


Ermete Zacconi

 

Ermete Zacconi
(Montecchio Emilia, 14 sett. 1857Viareggio, 14 ott. 1948)
è stato un
attore italiano.
Introdusse sulle scene nazionali il verismo interpretativo, frutto del positivismo allora imperante nella vita e nell'arte europea. Conformò sempre le sue interpretazioni a un estremo realismo (talvolta ispirato a criteri di recitazione clinica), svincolandole dai moduli accademici tradizionali, eppure infondendovi vigorose tonalità romantiche. Nato da Giuseppe Zacconi e Lucia Lipparini, figlio d'arte, esordì sulle scene sotto la guida paterna. Successivamente fu primo attore in altre formazioni e nel 1897 divenne capocomico. Affermatosi in breve come uno dei più quotati attori italiani, molto apprezzato anche all'estero nel corso di fortunate tournée (Francia, America meridionale ed Egitto), fece compagnia anche con Eleonora Duse, nel 1899 e nel 1922. Furono sue primattrici la moglie Ines Cristina Zacconi e Paola Pezzaglia. Il suo repertorio andava da Shakespeare a Ibsen, da Tolstoj a Molnár, da Giacosa a Dumas figlio, a Maeterlinck, a Bracco, a RovettaI successi più clamorosi li ebbe con Re Lear, Otello; Lorenzaccio di Musset; La morte civile di Paolo Giacometti. Negli Spettri di Ibsen, raggiunse il massimo del realismo con una sconvolgente rappresentazione dei sintomi della paralisi progressiva, la malattia del protagonista. Il cardinale Lambertini di Alfredo Testoni, fu forse la sua interpretazione più celebre e conosciuta, nella quale rivelò un suadente umorismo. A questi vanno aggiunti i Dialoghi di Platone e Il Fedone, ultimi saggi della sua arte vigorosa. Impiegato nel cinema sin dal 1912, venne sfruttato in chiave popolare. Sposò la collega Ines Cristina ed ebbero una bambina, chiamata Ernes dall'unione della sillaba iniziale e di quella finale dei rispettivi nomi ("Er" e "nes"), e che a sua volta divenne attrice. Ines Cristina aveva già una figlia, Margherita (generata col suggeritore Ambrogio Bagni), che divenne attrice nella compagnia del padre adottivo, e che sposerà il grande attore Renzo Ricci; da questo matrimonio nacque poi Nora Ricci, pure lei attrice, che a sua volta andrà in sposa a un attore, Vittorio Gassman; da questa unione nascerà un'altra attrice: Paola Gassman, quinta generazione di teatranti, da entrambi i rami, partendo dai genitori di Ermete Zacconi. Altri figli di Ermete e Ines furono Luciano, scenografo alla Rai, e Giuseppe, gestore di cinema a Viareggio, che nel 1969 fu tra le persone ingiustamente accusate per il "caso Lavorini" e morì d'infarto l'anno dopo. Ermete morì a causa di una caduta all'età di 91anni; venne in seguito sepolto nel cimitero monumentale della stessa cittadina. 

Che cos'è il perdono