giovedì 24 agosto 2017

18 agosto Sant' Elena


 
Sant' Elena Madre di Costantino
Etimologia: Elena = la splendente, fiaccola, dal greco

Nell’iconografia, specie orientale, sant’Elena è raffigurata spesso insieme al figlio l’imperatore Costantino e ambedue posti ai lati della Croce. Perché il grande merito di Elena fu il ritrovamento della Vera Croce e di Costantino il merito di aver data libertà di culto ai cristiani, che per trecento anni erano stati perseguitati ed uccisi a causa della loro fede. Di Elena i dati biografici sono scarsi, nacque verso la metà del III secolo forse a Drepamim in Bitinia, cittadina a cui fu dato il nome di Elenopoli da parte di Costantino, in onore della madre. Elena discendeva da umile famiglia e secondo s. Ambrogio, esercitava l’ufficio di ‘stabularia’ cioè locandiera con stalla per gli animali e qui conobbe Costanzo Cloro ufficiale romano, che la sposò nonostante lei fosse di grado sociale inferiore, diventando così moglie ‘morganatica’. Nel 280 ca. a Naisso in Serbia, partorì Costantino che allevò con amore; ma nel 293 il marito Costanzo divenne ‘cesare’ e per ragioni di Stato dovette sposare Teodora, figliastra dell’imperatore Massimiano Erculeo; Elena Flavia fu allontanata dalla corte e umilmente rimase nell’ombra. Il figlio Costantino venne allevato alla corte di Diocleziano (243-313) per essere educato ad un futuro di prestigio; in virtù del nuovo sistema politico della tetrarchia, nel 305 Costanzo Cloro divenne imperatore e Costantino lo seguì in Britannia nella campagna di guerra contro i Pitti; nel 306 alla morte del padre, acclamato dai soldati ne assunse il titolo e il comando. Divenuto imperatore, Costantino richiamò presso di sé Elena sua madre, dandole il titolo di ‘Augusta’, la ricoprì di onori, dandole libero accesso al tesoro imperiale, facendo incidere il suo nome e la sua immagine sulle monete. Di queste prerogative Elena Flavia Augusta ne fece buon uso, beneficò generosamente persone di ogni ceto e intere città, la sua bontà arrivava in soccorso dei poveri con vesti e denaro; fece liberare molti condannati dalle carceri o dalle miniere e anche dall’esilio. Fu donna di splendida fede e quanto abbia influito sul figlio, nell’emanazione nel 313 dell’editto di Milano che riconosceva libertà di culto al cristianesimo, non ci è dato sapere. Ad ogni modo Elena visse esemplarmente la sua fede, nell’attuare le virtù cristiane e nel praticare le buone opere; partecipava umilmente alle funzioni religiose, a volte mischiandosi in abiti modesti tra la folla dei fedeli; spesso invitava i poveri a pranzo nel suo palazzo, servendoli con le proprie mani. Tenne un atteggiamento prudente, quando ci fu la tragedia familiare di Costantino, il quale nel 326 fece uccidere il figlio Crispo avuto da Minervina, su istigazione della matrigna Fausta e poi la stessa sua moglie Fausta, sospettata di attentare al suo onore. E forse proprio per questi foschi episodi che coinvolgevano il figlio Costantino, a 78 anni nel 326, Elena intraprese un pellegrinaggio penitenziale ai Luoghi Santi di Palestina. Qui si adoperò per la costruzione delle Basiliche della Natività a Betlemme e dell’Ascensione sul Monte degli Ulivi, che Costantino poi ornò splendidamente. La tradizione narra che Elena, salita sul Golgota per purificare quel sacro luogo dagli edifici pagani fatti costruire dai romani, scoprì la vera Croce di Cristo, perché il cadavere di un uomo messo a giacere su di essa ritornò miracolosamente in vita. Questo episodio leggendario è stato raffigurato da tanti artisti, ma i più noti sono i dipinti nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme di Roma e nel famoso ciclo di S. Francesco ad Arezzo di Piero della Francesca.  Insieme alla Croce furono ritrovati anche tre chiodi, i quali furono donati al figlio Costantino, forgiandone uno nel morso del suo cavallo e un altro incastonato all’interno della famosa Corona Ferrea, conservata nel duomo di Monza.  L’intento di Elena era quello di consigliare al figlio la moderazione ed indicargli che non c’è sovrano terreno che non sia sottoposto a Cristo; inoltre avrebbe indotto Costantino a costruire la Basilica dell’Anastasis, cioè della Resurrezione. Elena morì a circa 80 anni, assistita dal figlio, verso il 329 in un luogo non identificato; il suo corpo fu però trasportato a Roma e sepolto sulla via Labicana “ai due lauri”, oggi Torpignattara; posto in un sarcofago di porfido, collocato in uno splendido mausoleo a forma circolare con cupola. Fu da subito considerata una santa e con questo titolo fu conosciuta nei secoli successivi; i pellegrini che arrivavano a Roma non omettevano di visitare anche il sepolcro di s. Elena, situato tangente al portico d’ingresso della Basilica dei Santi Marcellino e Pietro. Il grandioso sarcofago di porfido fu trasportato nell’XI secolo al Laterano e oggi è conservato nei Musei Vaticani. Il suo culto si diffuse largamente in Oriente e in Occidente, l’agiografo Usuardo per primo ne inserì il nome nel suo ‘Martirologio’ al 18 agosto e da lì passò nel ‘Martirologio Romano’ alla stessa data; in Oriente è venerata il 21 maggio insieme al figlio s. Costantino imperatore. S. Elena è la santa patrona di Pesaro e Ascoli Piceno, venerata con culto speciale anche in Germania, a Colonia, Treviri, Bonn e in Francia ad Elna, che in origine si chiamava “Castrum Helenae”. Inoltre è considerata la protettrice dei fabbricanti di chiodi e di aghi; è invocata da chi cerca gli oggetti smarriti; in Russia si semina il lino nel giorno della sua festa, affinché cresca lungo come i suoi capelli.

Autore: Antonio Borrelli

giovedì 17 agosto 2017

Il mio e il tuo



Il mio patrimonio, il tuo patrimonio, i nostri soldi;
i miei, i tuoi, i miei, i tuoi...
I miei capitali, i tuoi averi, i nostri beni:
i miei, i tuoi, i miei, i tuoi...
Un solo universo
molle, sordido e chiuso,
nel quale ci si va a barricare.
finito il tempo di amare.
Centinaia di milioni di poveri senza pane,
senza casa e senza nulla.
Il mio patrimonio, il tuo patrimonio,
i miei capitali, i tuoi averi:
i miei, i tuoi, il mio, il tuo.
Ormai sono duemila anni: l'era cristiana...
Ma quando mai cominceremo ad essere cristiani?

Raoul Follereau

Nel medesimo giornale



Nel medesimo giornale
usuale
nel giornale di tutti i giorni, 
ho letto:
Ci sono trentotto milioni di profughi nel mondo
E sulla medesima facciata:
Eredita ventimila dollari un pappagallo.

Nel medesimo giornale,
così avido
di scandali,
così vuoto,
ho letto:
«Sono quindici milioni i mutilati di guerra nel mondo.
E poi nella stessa pagina:
Duemila persone seguono il feretro d'un cane.
E ancora proprio accanto:
Nel mondo quattrocento milioni di bimbi hanno
fame.
E ancora:
Un americano lascia tre milioni di dollari per
la manutenzione
della tomba del suo cavallo da corsa ,
Ecco il volto
ignobile e orrendo
della barbarie.

Raoul Follereau

Signore......



Signore,
facci la grazia di capire
che ad ogni istante,
ci sono milioni di esseri umani,
che sono pure tuoi figli e nostri fratelli,
che muoiono di fame
senza aver meritato
i morir di fame,
che muoiono di freddo
senza aver meritato di morire di freddo.

Signore,
abbi pietà di tutti i poveri del mondo.
E non permettere più,
Signore,
che noi viviamo felici da soli.

Raoul Follereau

Ora, voi mi avete capito.




Non si tratta di asciugare con gesto vago una lacrima: è troppo facile.
Neppure di avere un istante di pietà: è troppo facile.
Si tratta di prender coscienza, e di non accettare più .
Non accontentarsi più di girare attorno a se stessi - e a quelli che sono dei suoi - nell'attesa della sua piccola porzione di Paradiso.
Rifiutarsi di concedersi una piccola siesta ben pensante, quando tutto urla e si dispera attorno a noi.
Non più accettare di essere felici da soli.Davanti alla miseria, all'ingiustizia, alla viltà, non rinunciate mai, non venite a compromessi, non battete mai in ritirata. Lottate, combattete. Partite all'assalto!Impedite ai responsabili di dormire!
Voi che siete il domani, pretendete la felicità per gli altri, costruite la felicità degli altri.
Il mondo ha fame di pane e di tenerezza.Lavoriamo.

Raoul Follereau

Raoul Follereau




Raoul Follereau
(Nevers, 19 agosto 1903Parigi, 6 dicembre 1977)
è stato un giornalista, filantropo e poeta francese.
È stato l'ispiratore dell'Associazione italiana amici di Raoul Follereau che dal 1961 aiuta e difende i diritti dei malati di lebbra in tutto il mondo.Nacque da una ricca famiglia di industriali. Nel 1918 incontra Madeleine Boudou, con cui si sposerà. Studiava diritto e filosofia, si faceva notare per le sue profonde convinzioni cattoliche, ma anche come poeta, giornalista e conferenziere. Nel 1935 seguendo, per interesse personale e come inviato speciale del giornale La Nation, le orme del missionario Charles de Foucauld, durante un safari in Africa, il giovane e promettente giornalista Follereau viene a contatto per la prima volta con la terribile realtà dei lebbrosi. La jeep con la quale viaggiava è costretta a fermarsi presso uno stagno: in quel momento dal fitto della foresta emergono i lebbrosi, dai visi impauriti e dai corpi distrutti e rovinati dalla malattia, con un disperato bisogno di cibo.Questo incontro cambia la sua vita. Scioccato da ciò che ha visto Follereau ritorna in Francia per fare qualcosa per quei "sepolti vivi" per coloro che chiama la "sottospecie umana condannata senza appello e senza amnistia".Quando Follereau torna in Francia l'Europa precipita nella catastrofe della Seconda guerra mondiale: quando Hitler entra a Parigi la polizia nazista comincia a rastrellare intellettuali e politici invisi al regime. Tra questi vi è anche Follereau che negli anni precedenti aveva attaccato il regime nazista scrivendo una serie di articoli con titoli quali "Hitler, l'Anticristo". Il soldato Follereau si rifugia così, come faranno in quel periodo molti degli uomini che costituiranno la resistenza francese, in un convento di suore alla periferia di Lione.Sempre nel 1939 madre Eugenia, superiora generale delle Suore Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli, si era recata in un'isoletta nella laguna di Abidjan, in Costa d'Avorio: il cimitero dei lebbrosi dello stato africano. Sconvolta da quella visione suor Eugenia, tornata in Francia, si sfoga con Follereau, a cui confida di voler aiutare quella povera gente, magari costruendo a Abidjan una città, con case ed ospedali. Follereau decide allora cosa fare: esce dal convento, parte per una serie di conferenze in tutta la Francia, denunciando le condizioni dei lebbrosi e chiedendo fondi a chi è disposto a dargli una mano. Nel 1942, in piena guerra, lancia l'iniziativa di solidarietà L'ora dei poveri. Follereau continua la sua "crociata" nei duri anni successivi, mentre la guerra infuria. Nel 1946 lancia il Natale del Padre de Foucauld e fonda L'Ordine della Carità che diverrà in seguito la Fondazione Raoul Follereau. Nel 1953 con i soldi raccolti nei suoi giri di conferenze viene finalmente inaugurata ad Adzopé (Costa d'Avorio) la città dei lebbrosi con laboratori, radio, cinema, e tante piccole case al limitare della foresta. I primi malati escono così dall'emarginazione in cui da secoli erano tenuti, molti altri li seguiranno. Rendendosi conto che la realtà dei lebbrosi del mondo è molto maggiore di quella vista a Adzopé Follereau decide di compiere il giro del mondo, per la prima ma non ultima volta nella sua vita. Dall'Africa all'Asia, passando per le isole dell'Oceano indiano, in tre anni Raoul si rende conto di quanto sia enorme e terribile il problema dei lebbrosi a livello mondiale:
« Nel secolo XX del cristianesimo ho trovato lebbrosi in prigione, in manicomio, rinchiusi in cimiteri dissacrati, internati nel deserto con filo spinato attorno, riflettori e mitragliatrici. Ho visto le loro piaghe brulicare di mosche, i loro tuguri infetti, i guardiani col fucile. Ho visto un mondo inimmaginabile di orrori, di dolore, di disperazione »
(Raoul Follereau)
Tornato in Francia, grida al mondo la rabbia e lo sdegno che lo pervadono: inizia così a tenere conferenze, manifestando la sua ira su giornali e libri; contemporaneamente compie l'equivalente di ben trentuno volte il giro del mondo per raccogliere fondi per curare i malati di lebbra. Nascono altre iniziative, come la "giornata del lebbroso", i "soccorsi urgenti" e la "scarpetta del lebbroso", che ogni bambino può mettere al camino sotto Natale. Rendendosi conto che questa malattia non sarà mai vinta fino a quando milioni di persone saranno colpite dalla povertà, dallo sfruttamento, dalla guerra, allarga il discorso a quelle che lui chiamava le "altre lebbre": l'indifferenza, l'egoismo, l'ingiustizia. Scrive ai capi di Stato, propone lo sciopero dell'egoismo, denuncia, senza riguardi per nessuno, l'ingiustizia e l'ipocrisia in altre decine di scritti e altre migliaia di conferenze. Promuove nel 1954 la Giornata mondiale dei malati di lebbra, celebrata tuttora in 150 paesi. Tra il 1964 e il 1969 anima la campagna "il costo di un giorno di guerra per la pace", rivolta all'ONU, a cui aderiscono 4 milioni di giovani in 125 paesi. Chiede invano ai leader di USA e URSS di donare i soldi che spendono in una giornata della guerra in Vietnam, o ancora quelli che spendono per costruire un bombardiere.Nel 1963, per il suo sessantesimo compleanno, chiede sessanta autoambulanze per i lebbrosi del mondo, ottenendone 104.Raoul Follereau muore Parigi: nella sua lunga attività in favore dei lebbrosi è riuscito a guarirne circa un milione, ha percorso due milioni di chilometri e raccolto e distribuito ai malati milioni di dollari. Gli insegnamenti e l'esempio, attraverso il suo stesso linguaggio, sono riproposti nei numerosi libri che ha scritto, il più famoso dei quali è Le livre d'amour, pubblicato nel 1920 quando l'autore aveva solo 17 anni, diffuso in 10 milioni di copie e tradotto in 35 lingue. La sua opera continua a vivere e rinnovarsi nel lavoro di decine di organizzazioni che portano il suo nome. In Italia, l'opera di Raoul Follereau a favore dei malati di lebbra e del Sud del Mondo è continuata dall'AIFO - Associazione italiana amici di Raoul Follereau. Le spoglie di Follereau sono state inumate nel Cimitero d'Auteuil.

David Crockett





David Crockett o Davy Crockett
(Contea di Greene, 17 agosto 1786Alamo, 6 marzo 1836)
è stato un militare, politico, cacciatore, avventuriero ed eroe popolare del Far West statunitense.
Nasce da una famiglia in difficili condizioni economiche: i genitori, infatti, a causa dell'esondazione del fiume Nalichucky hanno perso tutti i loro beni e la casa, e devono quindi fare i conti con una notevole carenza di mezzi. Cresciuto dal padre (titolare di una locanda), che lo considera un buono a nulla, a nerbate, Davy se ne va di casa per fare il mandriano e l'aiutante dei carovanieri. Cresciuto senza un'istruzione vera e propria (imparerà a leggere e a scrivere solo poco tempo prima di sposarsi), lavora anche a Boston, e nel frattempo coltiva la passione per la caccia, soprattutto a opossum e tassi, la cui pelle è molto pregiata e quindi può essere venduta con guadagni più consistenti. Con il passare del tempo, la caccia diventa il suo solo lavoro: abbandonati gli opossum, diventa famoso come cacciatore di orsi in tutto il Tennessee. Dopo essersi sposato, nel settembre del 1813 lascia moglie e figli quando viene a sapere che i coloni stanno per essere attaccati dagli indiani, e si aggrega all'esercito comandato dal generale Andrew Jackson. Impegnato come esploratore contro gli indiani Creek, riesce grazie al suo coraggio a sconfiggere i nemici dopo il fallimento del piano organizzato da Jackson; così, tornato alla vita civile, viene sommerso di riconoscimenti dai suoi concittadini, che lo eleggono giudice di pace e quindi colonnello del reggimento locale. Mentre riprende la caccia agli orsi, entra a far parte dell'Assemblea legislativa del Tennessee; quindi, si candida come deputato e viene eletto, nel 1828, al Congresso degli Stati Uniti. Nel frattempo, Jackson è diventato presidente della nazione come rappresentante del partito democratico, e appare intenzionato a violare il trattato di pace che aveva firmato con i Creek anni prima. Davy Crockett, invece, sceglie di essere leale al patto, e pertanto si oppone con rigore al progetto di legge presidenziale. A quindici anni di distanza dalla battaglia di cui si era reso protagonista, insomma, si rende conto che gli indiani non erano altro che pacifici contadini con gli stessi diritti dei coloni. Alle nuove elezioni, però, Davy non guadagna il consenso sperato, e viene battuto dai jacksoniani. Ciò non gli impedisce di continuare a opporsi, al punto che, vista la sua fama aumentare, viene eletto per una terza legislatura al Congresso. Si tratta, però, della sua ultima esperienza politica: dopo la terza legislatura, in virtù dell'opposizione a Jackson non viene rieletto. Dopo essersi recato in numerosi villaggi dell'Est, ormai disgustato e deluso dalla vita politica, per pubblicizzare il libro da lui scritto "A narrative of the life of David Crockett", decide di abbandonare Washington in maniera definitiva, non prima di aver pronunciato una frase destinata a entrare nella storia: "Io me ne torno in Texas, voi potete tutti andare all'inferno". Prende parte, così, alla guerra combattuta dal Texas per ottenere l'indipendenza dal Messico del dittatore Antonio Lopez de Santa Anna. Partito con sedici patrioti (che costituiscono, appunto, la "compagnia di Crockett"), Davy giunge a Fort Alamo dopo aver aderito alla rivoluzione. I comandanti del forte si dimostrano decisamente contenti dell'arrivo di Crockett, al punto di chiedergli di prendere il comando delle operazioni come colonnello: egli, però, rifiuta, pur ringraziando, spiegando di essere giunto per combattere come un patriota, e non per comandare. Alla fine di febbraio, Fort Alamo subisce l'attacco dei nemici: a presidiarlo ci sono meno di duecento texani, che tuttavia riescono a provocare gravi perdite tra gli avversari. La sera del 5 marzo 1836, però, Alamo viene accerchiato da 5mila messicani, che lo colpiscono a cannonate e lo distruggono senza incontrare resistenza: il generale Sam Houston, chiamato per formare una milizia di duemila texani, non riesce a fermare l'assalto. Davy Crockett muore insieme ai suoi compagni di battaglia, nella lotta per conquistare l'indipendenza e la libertà del Texas. Una morte coraggiosa e umana, un sacrificio da vero americano: pochi giorni dopo, nell'aprile del 1836, la battaglia di San Jacinto consegnerà la vittoria ai texani, che dichiareranno il proprio Stato indipendente e eleggeranno capo del governo il generale Sam Houston. Alla figura di Davy Crockett sono stati dedicati ben quattordici film: tra gli altri, vale la pena di citare "Alamo - Gli ultimi eroi",  e "La battaglia di Alamo"  con il protagonista interpretato da John Wayne nel 1960. Spesso rappresentato con giacche in pelle di camoscio o daino e pantaloni di cuoio, Crockett viene raffigurato sempre con un grosso cinturone in vita e l'inseparabile fucile nella mano sinistra: si tratta, per altro, di un equipaggiamento frutto dell'invenzione degli storiografi e della drammaturgia più moderna, che il vero Crockett non ha mai indossato nella realtà.

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