giovedì 1 gennaio 2026

Ora siete i miei figli




Digvijaysinhji Ranjitsinhji 

(Sadodar, 18 settembre 1895 – Bombay, 3 febbraio 1966)
è stato un 
principe, politico, crickettista e filantropo indiano. 
Fu Maharaja di Nawanagar dal 1933 al 1948 e Rajpramukh 
dello 
Stato Unito del Kathiawar dal 1948 al 1956. Durante il secondo conflitto mondiale divenne noto per essersi occupato attivamente dei rifugiati politici polacchi.

Quando 740 bambini furono condannati al mare e il mondo rispose “no”, un uomo rispose “sì.”
Era il 1942.
Nel Mar Arabico, una nave vagava come una bara alla deriva.
A bordo c’erano 740 bambini polacchi — orfani sopravvissuti ai campi di lavoro sovietici, dove i loro genitori erano morti di fame, malattia e stanchezza. Erano fuggiti in Iran, ma il peggio doveva ancora arrivare: nessuno li voleva.
Porto dopo porto, lungo la costa indiana, l’Impero britannico — la più grande potenza dell’epoca — chiudeva loro le porte.
“Non è una nostra responsabilità. Navigate altrove.”
Il cibo stava finendo.
Le medicine erano esaurite.
E la speranza, quella stessa speranza che aveva tenuto in vita quei bambini fino a quel momento, era diventata pericolosa.
Maria, dodici anni, teneva la mano del fratellino di sei. Aveva promesso alla madre morente che lo avrebbe protetto. Ma come si fa a proteggere qualcuno quando tutto il mondo decide che non merita di vivere?
Fu allora che la notizia arrivò al piccolo palazzo di Navanagar, nel Gujarat.
Il sovrano era Jam Sahib Digvijay Singhji.
Un principe minore in un impero dominato dagli inglesi. Nessun esercito, nessun potere reale sui porti, nessun obbligo di intervenire.
I consiglieri lo informarono:
— “Settecentoquaranta bambini sono intrappolati in mare dopo che gli inglesi si sono rifiutati di riceverli.”
Digvijay Singhji chiese con calma:
— “Quanti bambini?”
— “Settecentoquaranta, Vostra Maestà.”
Seguì un breve silenzio.
Poi disse:
— “Gli inglesi possono controllare i miei porti. Ma non controllano la mia coscienza.
Questi bambini attraccheranno a Navanagar.”
Lo avvertirono:
— “Se sfidi gli inglesi…”
— “Allora lo affronterò.”
E inviò il messaggio che salvò 740 vite:
— “Siete i benvenuti qui.”
Nell’agosto del 1942, la nave entrò in porto sotto il sole spietato dell’estate.
I bambini scesero come ombre: troppo deboli per piangere, addestrati dal dolore a non aspettarsi nulla.
Il maragià li aspettava al molo.
Vestito di bianco, si inginocchiò per essere all’altezza degli occhi dei bambini e, tramite interpreti, disse parole che non avevano udito dal giorno in cui i loro genitori erano morti:
— “Non siete più orfani.
Siete i miei figli ora.
Io sono il vostro Bapu, vostro padre.”
Non costruì un semplice campo profughi.
Costruì una casa.
A Balachadi creò una piccola Polonia in terra indiana:
insegnanti polacchi, cibo che sapeva di memoria, canzoni d’infanzia, lezioni, giardini, persino un albero di Natale sotto il cielo tropicale.
— “La sofferenza cerca di cancellarvi,” diceva.
“La vostra lingua, la vostra cultura, le vostre tradizioni sono sacre. Qui vivranno.”
Per quattro anni, mentre il mondo bruciava in guerra, quei bambini vissero non come rifugiati — ma come famiglia.
Il maragià andava a trovarli, ricordava i nomi, festeggiava i compleanni, confortava i genitori che credevano di non rivedere mai più i loro figli.
Pagò medici, generi alimentari, vestiti e tutto ciò che serviva con la propria fortuna.
Quando la guerra finì ed arrivò il momento di separarsi, molti piansero.
Balachadi era l’unica casa che avessero mai conosciuto.
Oggi quei bambini sono diventati medici, insegnanti, genitori, nonni.
In Polonia, piazze e scuole portano il nome di Jam Sahib Digvijay Singhji. Ricevette il massimo onore del paese.
Ma il suo vero monumento non è di pietra.
Sono 740 vite.
E quelle vite raccontano ancora ai loro nipoti la storia di un re indiano che, quando tutto il mondo chiuse le porte, guardò la sofferenza e disse:
— “Ora siete i miei figli.”

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Trionfo di Bacco e Arianna

Trionfo di Bacco e Arianna

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Quest’è Bacco e Arïanna,
belli, e l’un dell’altro ardenti:
perché ’l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe ed altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Questi lieti satiretti,
delle ninfe innamorati,
per caverne e per boschetti
han lor posto cento agguati;
or da Bacco riscaldati
ballon, salton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia
di doman non c’è certezza.

Queste ninfe anche hanno caro
da lor essere ingannate:
non può fare a Amor riparo
se non gente rozze e ingrate:
ora, insieme mescolate,
suonon, canton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Questa soma, che vien drieto
sopra l’asino, è Sileno:
così vecchio, è ebbro e lieto,
già di carne e d’anni pieno;
se non può star ritto, almeno
ride e gode tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Mida vien drieto a costoro:
ciò che tocca oro diventa.
E che giova aver tesoro,
s’altri poi non si contenta?
Che dolcezza vuoi che senta
chi ha sete tuttavia?
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi;
oggi siam, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi;
ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Donne e giovinetti amanti,
viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni, balli e canti!
Arda di dolcezza il core!
Non fatica, non dolore!
Ciò c’ha a esser, convien sia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza. 

Lorenzo de’ Medici

L'aurora

L'aurora

Era già rosso tutto l’oriente
e le cime de’ monti parien d’oro:
la passeretta schiamazzar si sente,
e ‘l contadin tornava al suo lavoro…
Ritornavansi al bosco, molto in fretta,
l’allocco, il barbagianni e la civetta. (1)

La volpe ritornava alla sua tana
e ‘l lupo ritornava al suo deserto…
Avea già la sollecita villana
alle pecore e ai porci l’uscio aperto.
Netta era l’aria, fresca e cristallina,
e da sperar buon dì per la mattina.


Lorenzo De' Medici

Io piansi un tempo, come volle Amore

Io piansi un tempo, come volle Amore                  
la tardità delle promesse sue,

e quel che interveniva ambo noi due,

a me del danno, a lui del suo onore.

Or piango come vuole il mio errore,

ché il tempo fugge per non tornare piue,

e veggio esser non può quel che già fue;

or questo è quel ch'ancide e strugge il core.

Tant'è il nuovo dolor maggior che 'l primo,

quanto quello avea pur qualche speranza:

questo non ha se non pentersi invano.

Così il mio error fra me misuro e stimo,

e piango, e questo pianto ogni altro avanza,

la condizion del viver nostro umano.


Lorenzo De' Medici

Lorenzo il Magnifico

Lorenzo di Piero de' Medici, detto Lorenzo il Magnifico
(Firenze, 1º gennaio 1449 – Careggi, 8 aprile 1492),
fu signore di Firenze dal 1469 alla morte, il terzo della dinastia dei Medici. È stato anche uno scrittore, mecenate, poeta e umanista, nonché uno dei più significativi uomini politici del Rinascimento, sia per aver incarnato l'ideale del principe umanista, sia per l'oculatissima gestione del potere

Luna d'argento

Luna d'argento
con stelle dorate
gnomi folletti e
fatine incantate.
 
Una pioggia di auguri
ed un pensiero fatato
per un FELICE anno fortunato!

Dal vicino caminetto
viene giù un angioletto.
 
L'ho mandato di nascosto
per  portar gioia in ogni posto.
Tanta gioia e tanto amore
agli amici che ho nel cuore!

Anonimo

Arriva gennaio.


 

Solo chi semina