Venceslao Moguel (1896-1976) fu un soldato messicano noto come "El Fusilado" per essere sopravvissuto a un'esecuzione per fucilazione durante la Rivoluzione Messicana.
Gli spararono nove volte. Otto fucilate al petto, una alla nuca. Nessun processo. Nessuna possibilità. Solo un verdetto: morte. Era il 18 marzo 1915 quando Venceslao Moguel, venticinque anni, fu trascinato davanti al plotone d’esecuzione. La sua colpa? Aver appoggiato la rivoluzione. La sentenza arrivò senza appello. E le armi spararono. Il suo corpo crollò accanto agli altri, immobili nel sangue. Poi, l’ufficiale si avvicinò. Il colpo di grazia. Diretto. Preciso. Alla testa. Ma Venceslao non morì. Ore dopo, sotto un sole che sembrava giudicare il mondo dall’alto, il suo corpo si mosse. Piano. Strisciò. Tra la polvere, i proiettili, e l’odore della morte. Tre isolati. Ferito, dissanguato, solo. Arrivò fino alla chiesa di Santiago Apóstol, dove mani anonime e coraggiose lo raccolsero, lo nascosero, lo curarono. Nessuno dei nove colpi aveva toccato il cuore. E il suo spirito non aveva ceduto. Quando riemerse, mesi dopo, era un uomo con la morte sul volto: una guancia deformata, una voce scavata dal dolore, cicatrici profonde come la memoria. Lo chiamarono El Fusilado. Ma non per aver ricevuto il fuoco. Per essere sopravvissuto a ciò che nessuno sopravvive. Non parlava spesso di quel giorno. Ma quando lo faceva, si fermava. L’aria si faceva più densa. Descriveva il silenzio dopo gli spari, quel silenzio che non è pace, ma assenza. E il momento in cui comprese che, se voleva vivere, avrebbe dovuto strisciare. Lottare. Resistere. E non per vendetta. Ma per esistere ancora. Anni dopo raccontò la sua storia al mondo. Scrisse. Parlò alla radio. Non per vanità, ma per lasciare un segno. Perché chi aveva visto la morte in faccia aveva finalmente trovato la voce per rispondere.
Morì nel 1976. Aveva 77 anni.
Ma chi lo conobbe sa: Venceslao non è morto nel 1915. Quel giorno, la morte si è seduta accanto a lui… e ha perso.
Questa non è la storia di chi fu fucilato.
È la storia di chi si è rialzato, e ha guardato l’impossibile negli occhi.

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